Il 1975 è stato
un anno denso di avvenimenti politici. Lo scontro
sociale era acuto; le forze progressiste e i gruppi giovanili della sinistra
extraparlamentare si contrapponevano al fronte della reazione guidato dalla
Democrazia cristiana, coadiuvato da una forte componente
neofascista, con aggressive spinte squadriste e stragiste: una galassia
formata da numerose e spesso fittizie sigle di piccoli gruppi, all'interno
della quale svolgeva un ruolo primario il Movimento sociale italiano (Msi) guidato, a livello nazionale, da Giorgio Almirante e,
a
Milano, da Franco Servello. Soltanto nel
maggio dell' anno precedente i fascisti avevano
compiuto a Brescia una strage in piazza della Loggia: una bomba posta in un
cestino per rifiuti, esplodendo durante un comizio sindacale, aveva causato 8
morti e 84 feriti. In agosto un'altra strage: 12 morti e 44
feriti per una bomba sul treno "Italicus".
Lo scontro sociale in atto voleva fermare l'avanzare di una concezione moderna
e democratica della società, dove le conquiste dei lavoratori si saldassero alle esigenze più generali di ampi strati sociali
e in cui il progresso civile si accompagnasse a una visione politica più
avanzata e non legata all'oscurantismo clericale.
Erano fortemente presenti nel tessuto sociale alcuni
temi: la battaglia per la casa, legata all'emergenza sfratti nelle grandi
città; la pressione esercitata dal movimento sindacale, in quella fase animato
da larghe spinte unitarie, per consolidare le conquiste politiche e salariali e
contrastare l'offensiva della Confindustria; la lotta
per una scuola meno nozionistica e più legata alla realtà. Il 1975 era anche
anno di elezioni amministrative e in quel periodo ogni
appuntamento elettorale era un'occasione per immaginare il sorpasso del'intera sinistra sullo schieramento governativo. Il
clima era quindi acceso e il governo guidato da Aldo Moro aveva mostrato
notevole aggressività nei confronti delle lotte popolari e operaie. Così a
Milano, in aprile, vi era una notevole tensione che subì un'improvvisa accelerazione.
Il 16 aprile era in programma una manifestazione per il diritto alla casa, cui partecipano migliaia di persone aderenti ai sindacati degli
inquilini, ai gruppi di base cresciuti in quegli anni sulla parola d'ordine
della casa come diritto sociale e ai gruppi giovanili della sinistra
rivoluzionaria. Al termine del corteo, alcuni militanti del Movimento dei
lavoratori per il socialismo si avviarono verso l'Università statale, passando
per piazza Cavour. In quella piazza un gruppo di
neofascisti stava effettuando un volantinaggio: in
realtà, come sempre in quegli anni, quel tipo di presenza non era che un
pretesto per conquistare una zona, imponendovi una sorta di coprifuoco per
qualsiasi manifestazione di antifascismo e aggredendo chiunque fosse, anche
solo per l'aspetto, definibile di sinistra. Era quanto avveniva stabilmente
alla fine degli anni Sessanta in piazza San Babila,
con decine di persone aggredite e talvolta accoltellate gravemente, prima che
lo sdegno popolare vi ristabilisse la convivenza civile. La tattica degli
squadristi era sempre la stessa: affermare una presenza, intimidire chiunque
non simpatizzasse per il neofascismo e cercare di colpire i militanti di
sinistra.
In piazza Cavour scattò la trappola: i giovani di ritorno dal
corteo vennero aggrediti da un gruppo di squadristi. Reagirono, ma uno dei fascisti, Antonio Braggion,
non esitò a sparare ripetutamente, colpendo mortalmente Claudio Varalli. Le indagini accertarono rapidamente che il
proiettile aveva colto Claudio alla nuca mentre cercava di mettersi in salvo,
smentendo la tesi dei fascisti che avevano sostenuto di essere stati vittime di un'aggressione. Alla tragedia si aggiunse
la provocazione: vennero infatti fermati una decina di
compagni di Claudio alcuni dei quali furono imputati di rissa.
In pochi minuti la notizia fece il giro di Milano e piazza
Cavour divenne il punto di raccolta spontaneo di tutti gli antifascisti della
città, sgomenti e carichi di rabbia per l'ennesimo crimine fascista lasciato
impunito. Braggion infatti
si era immediatamente reso irreperibile e tale rimase fino quasi al termine del
processo, (si veda in documenti) che si tenne soltanto nel 1978.
La partecipazione al presidio fu enorme e appassionata. Nel Palazzo dei
Giornali, nella stessa piazza, avevano (e hanno tuttora) sede la redazione e la
tipografia de Il Giornale, allora diretto da Indro Montanelli. A tarda sera si sparse la voce che il numero in
uscita dalle rotative conteneva una ricostruzione dei fatti che accreditava la
versione fascista di
un'aggressione da parte dei giovani di sinistra.
Questo affronto alla memoria di Varalli sembrò
veramente troppo. Così un gruppo consistente di manifestanti entrò nella sede
del quotidiano e ne impedì la distribuzione. Contemporaneamente, venne indetta per l'indomani una manifestazione che
affermasse con forza che Milano era una città chiusa alla reazione e al
neofascismo.
Il 17 aprile 1975 era una bella giornata di sole, ma la tensione era forte fin
dalle prime ore della mattina. Nella città vennero
colpiti i simboli più sfacciati della presenza fascista, soprattutto le sedi da
cui partivano le spedizioni squadristiche e prese
forma un corteo immenso che voleva affermare un rifiuto netto e invalicabile
del fascismo. La meta finale era piazza Cavour, il
luogo dove poche ore prima Varalli era stato
assassinato, ma la folla enorme quasi per un moto spontaneo, proseguì alla
volta di via Mancini, dove vi era la federazione del Msi,
il centro motore di tutte le sanguinose attività di provocazione nella città. A
difesa della sede vi era un imponente schieramento di polizia e carabinieri che
non intendeva permettere la logica conclusione della giornata: la distruzione
della federazione del Msi.
Come in piazza Cavour il giorno precedente, anche qui scattò una
trappola. Mentre migliaia di persone si accalcavano in corso
XXII marzo, all'angolo con via Mancini, ingaggiando con le cosiddette forze
dell'ordine una battaglia, sbucò da piazza Cinque Giornate una colonna di
automezzi dei carabinieri lanciati ad alta velocità. La colonna si divise in
due tronconi secondo un piano ben preciso - come emergerà
poi dal processo (si veda in
documenti) che si terrà nel 1980 - spazzando letteralmente sia la strada che i
marciapiedi, senza che i carabinieri trascurassero di sparare colpi d'arma da fuoco
dai finestrini. I manifestanti tentarono di sfuggire alla carica ma sul lato
destro di corso XXII marzo, all'angolo con via Cellini, il camion che stava spazzando il
marciapiedi con il chiaro intento di investire chiunque fosse sulla sua
traiettoria, si trovò innanzi il palo che reggeva l'orologio: l'autista ebbe un
brusco scarto per evitare l'ostacolo e ripiombò sulla strada dove si trovava
Giannino Zibecchi che venne travolto in pieno,
schiacciato e ucciso. Altri manifestanti restarono feriti, chi colpito meno
gravemente dall'urto del mezzo, chi ferito da colpi di arma
da fuoco.
All'improvviso la strada si svuotò, rimasero i
poliziotti, i carabinieri e il corpo di Zibecchi: un
altro antifascista caduto per difendere la democrazia in Italia.
L'assassinio di Varalli e Zibecchi
scatenò un'ondata di sdegno e manifestazioni in tutta Italia: quasi ovunque
l'ordine del governo fu quello di reprimere qualsiasi protesta. L'aprile '75 fu
un aprile di sangue che vide cadere anche Rodolfo Boschi, militante del Pci ucciso dalla polizia durante scontri a Firenze, e
Tonino Micciché, militante di Lotta continua
assassinato a Torino da una guardia giurata durante manifestazione per il
diritto alla casa e per protestare contro i fatti di Milano.
Dopo l'assassinio di Varalli e Zibecchi
a Milano, nello stesso pomeriggio del 17 aprile, un altro forte e determinato
corteo attraversò la città a sottolineare
l'irreversibilità della scelta antifascista. La mattina del 18 aprile un enorme
sciopero inizialmente solo studentesco, ma che riuscì via via
a coinvolgere ampi settori di lavoratori, percorse le vie del centro cittadino
e segnò la fine delle provocazioni: nessuna presenza di fascisti, di
carabinieri o di polizia a turbare un momento di lotta di grande intensità che
anticipò la partecipazione ai funerali dei due ragazzi.
Tratto da bellissimo sito : per non dimenticare
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