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Paolo
Borselino
La vita di Paolo Borsellino dalla Kalsa a via D´Amelio
"A piazza Magione era
impalpabile il confine che ci separava dai picciotti della mafia"
Ristampato il libro di Umberto Lucentini sul
magistrato assassinato 57 giorni dopo Falcone
Del giudice Borsellino pensiamo di
sapere tante cose, tutte racchiuse nella tragica parabola che dall´infanzia alla Magione arriva in via
D´Amelio. Ma a leggere il libro di
Umberto Lucentini Paolo Borsellino (edizioni
San Paolo, 344 pagine, 18 euro), da poco ristampato, scopriamo facilmente che
la nostra presunzione è frutto della sovraesposizione mediatica
seguita al tragico attentato del 19 luglio 1992, e che tanto possiamo ancora
ricevere dal racconto della sua vita, delle sue scelte, della sua coerenza.
La frequentazione fra Umberto Lucentini e
Borsellino risale a quando il giudice era
procuratore della Repubblica a Marsala, nel 1986. Lucentini
era un giornalista giovanissimo, Marsala era la sua
città. Incontra il procuratore per lavoro, fra il giudice e il giornalista
ragazzino nasce subito qualcosa che somiglia molto a
un´amicizia.
Nel 1986 Borsellino era un giudice già
noto, aveva appena lasciato l´ufficio
istruzione di Palermo dopo avere "inventato" con Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e
Leonardo Guarnotta il maxiprocesso alla mafia. L´istruttoria era stata iniziata da Rocco Chinnici, comprendeva migliaia di
pagine e oltre 600 mila documenti. Prima di allora le indagini sulle cosche
erano state isolate in compartimenti stagni, solo la creazione del pool
antimafia permette di coordinare le inchieste e le conoscenze su Cosa nostra,
esplorando anche l´infido territorio dove gli
intrecci fra mafiosi e politici diventano evidenti.
Erano anni in cui i computer erano appena arrivati negli uffici giudiziari,
le loro memorie erano vuote. Il giudice Borsellino è un tipo metodico,
adopera una serie di quaderni, "le rubriche di Paolo", in cui
annota, nome per nome, capi d´accusa
e collegamenti fra gli imputati. Quando ci sarà da
fare un riscontro incrociato sui legami fra due boss, confrontare le
posizioni di capi e gregari, scovare complicità nascoste dietro le quote
azionarie di società di comodo, allora quelle rubriche mostreranno d´essere indispensabili.
Lucentini costruisce il suo libro su Paolo
Borsellino con una scrittura nervosa, che predilige le sovrapposizioni
temporali in un continuo spaziare fra il prima e il
dopo. Utilizza le testimonianze dei familiari, i documenti, i suoi ricordi e
gli scritti dello stesso Borsellino, per creare un ritratto che si compone di
molte sfaccettature e lascia spazio anche al privato, alle fragilità, alle
delusioni. Il risultato è un montaggio quasi cinematografico nel ritmo,
sempre accurato nei particolari, che restituisce la
complessità di una vita vissuta sotto il segno di una coerenza diventata
eroica suo malgrado.
Borsellino cresce in quartiere della Palermo popolare, alla Magione. La sua
vita gravita su piazza Kalsa,
gli stessi spazi di Giovanni Falcone. Scrive: "Per anni ho pensato
quanto fosse impalpabile, in quel quartiere, il confine che ci separava dalla
mafia. Come tanti altri ragazzi che abitano alla Magione avrei
potuto imboccare la strada di contrabbandiere, di uomo d´onore,
anziché quella di magistrato". Si ritrova con Falcone all´ufficio istruzione di Palermo, in stanze adiacenti,
assieme creano un metodo investigativo che renderà visibile la struttura di
Cosa nostra. Il 31 gennaio 1992 la
Corte di Cassazione conferma le condanne
del maxiprocesso, la strage di Capaci avviene il 23 maggio. Solo 57
giorni prima di via D´Amelio.
Amelia Crisentino
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