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Il primo marzo
avvenne all'improvviso il primo scontro tra studenti e poliziotti Le idee dei
ragazzi erano in realtà molto variegate. C'erano i maoisti, ma anche i
cattolici o i socialisti.
I combattimenti
furono cruenti ma ingenui. E un maresciallo gridava disperato «La Seicento,
no!»
Era una gran bella giornata. Su questo non c'è dubbio. I
testimoni sono tutti d'accordo. E a questo particolare riconducono quasi sempre
l'avvio del proprio racconto, come se quella circostanza meteorologica, ancora
così ben fissata nella memoria a trent'anni di distanza, potesse avere in
qualche modo condizionato il corso degli eventi.
Chissà se il primo di marzo del 1968
a Roma fosse piovuto... Invece quel venerdì il sole splendeva e l' aria
frizzava di tramontana. E la storia del Sessantotto, da qualsiasi parte la
abbordiate, si ritrova a fare i conti con la cronaca di una giornata che
l'epica rivoluzionaria ha celebrato con il nome di "battaglia di Valle
Giulia".
Dunque, c'era il sole. Tutti d'
accordo. E non è poco. Perché da questa constatazione in poi il resoconto
dell'evento collettivo perde ogni parvenza di oggettività per frantumarsi in
una miriade di rimembranze individuali, parziali e concitate come del resto, il
giorno dopo, appariranno i verbali della questura e i rendiconti dei giornali.
Il fatto è che quell'esplosione
prese tutti alla sprovvista. E questa, in fondo, resta l'essenza di
quell'avvenimento: una battaglia, sì, ma totalmente improvvisata e scomposta
nel caos di cento combattimenti corpo a corpo. Niente a che vedere con ciò che
avverrà di lì a poco, con gli scontri preparati a tavolino dagli stati maggiori
e guidati dai servizi d'ordine, con la violenza organizzata dello champagne
molotov e della compagna P 38. Tanto che alla fine di quella sommossa, che pure
conterà più di duecento feriti, la prognosi più grave non supererà i 35 giorni.
Non che il '68 non fosse già in
marcia prima di quel primo marzo. Anzi. Il movimento che avrebbe scosso la
società occidentale aveva dato abbondanti segni di sé nei mesi precedenti: un
ribollire, espresso più dalla musica che dai testi del marxismo, che saldava le
marce di protesta contro la guerra del Vietnam e la minaccia atomica alle prime
contestazioni della famiglia e della morale "borghese".
Nei licei e nelle università i
giovani, con la conquista dell' assemblea, avevano appena scoperto il diritto
di parola. E la vera scintilla di Valle Giulia era scoccata il pomeriggio
precedente, quando il rettore dell'ateneo romano aveva chiamato la polizia per
ristabilire l'ordine minacciato dagli studenti che, occupate le aule,
rifiutavano il voto e chiedevano di sostenere gli esami anche su argomenti
diversi da quelli fissati dai programmi.
Proprio per protestare contro
quell'intervento, la mattina dopo, quattro o cinquemila ragazzi, medi e
universitari, si erano riuniti a piazza di Spagna e avevano deciso di
raggiungere la facoltà di Architettura, presidiata da duecento uomini, tra
polizia e carabinieri. Sia tra le forze dell'ordine, sia tra i giovani nessuno
immagina quello che sta per accadere.
Nei giorni precedenti, sotto il
Palazzo di Giustizia di piazza Cavour, gli studenti che chiedevano la
liberazione di alcuni compagni arrestati erano stati manganellati. Ma tutto era
finito lì, nello spazio di dieci minuti. Invece quando, poco prima delle
undici, gli agenti caricano le prime file della manifestazione che è arrivata
sotto Architettura lanciando un paio d'uova e gridando "Poliziotti
andatevene a casa!", avviene qualcosa di totalmente nuovo. Gli studenti
reagiscono. Con una rabbia sconosciuta.
E' un caos. Di cui, si diceva, ogni
protagonista ricorderà confusamente un suo piccolo spicchio, filtrato dalle
emozioni prima che dall'intelletto. E non solo perché certi punti di vista
erano ovviamente opposti: basti pensare a quello dei "celerini",
accanto ai quali nei giorni seguenti, scatenando una delle sue più celebri
polemiche, si schiererà Pier Paolo Pasolini.
Il fatto è - e questa resta
un'altra delle peculiarità fondamentali di quella giornata - che anche dalla
parte dei ragazzi le idee , per quanto cementate da un invisibile collante,
sono estremamente variegate. Nel corteo non ci sono solo i maoisti, i giovani del
Pci, i cani sciolti della sinistra. Ci sono anche i cattolici, i liberali, i
repubblicani, i socialisti, via via fino alla destra della Primula goliardica e
di Caravella.
L'alchimia è arcana. Ma quella
mattina, sarà per il vento di tramontana, la miscela esplode. Gli studenti
all'inizio si difendono con tutto quello che hanno sottomano, roteano le
cartelle, lanciano i libri. Poi divelgono il selciato e le panchine, si armano
di bastoni e sampietrini, partono al contrattacco, riconquistano posizioni.
L'escalation è rapida. E il fronte
della mischia, man mano che da una parte e dall'altra, dalle scuole e dalle
caserme, affluiscono rinforzi, si allarga disperdendosi tra i prati di Villa
Borghese, il viale delle Belle arti, le scalinate della Galleria nazionale
d'arte moderna. Il fumo bianco dei lacrimogeni si confonde con quello, nero,
delle camionette incendiate. E l'eco delle urla e delle sirene si allarga tutto
attorno, per chilometri e chilometri. I combattimenti sono cruenti. Eppure
ingenui. Come il vecchio maresciallo, fedele servitore di uno Stato ancora
parsimonioso, che implora disperato "No! La Seicento no! Ce l'hanno appena
consegnata!" cercando di fermare il cerino (altro piccolo ricordo di
un'Italia scomparsa) che sta per appiccare il fuoco alla benzina dell'auto blu
nuova di zecca. O come gli studenti che, conquistato l'atrio di Architettura
travolgono, sfiorando la tragedia, anche un poliziotto terrorizzato che spiana
la pistola intimando inutilmente il suo "Fermi tutti o sparo".
Per chiudere la battaglia, che dura
fino al pomeriggio, devono intervenire un migliaio di agenti, con decine di
camionette e gli idranti che sparano acqua e ammoniaca. Alla fine si contano
144 feriti tra le forze dell'ordine, 47 tra gli studenti (ma la maggior parte dei
giovani evita di farsi curare in ospedale). I fermati sono 228; di cui però -
particolare che scatenerà altre polemiche - solo quattro vengono arrestati. Il
bilancio di quella giornata, tuttavia, non è certo riassumibile in questi dati.
Né negli otto automezzi bruciati, o nelle cinque pistole rubate agli agenti,
come in seguito vorranno ricordare le letture militari di quegli avvenimenti.
Valle Giulia è sicuramente un passaggio cruciale nel rapporto del Sessantotto
con la violenza. E, in un movimento ancora ampiamente venato di pacifismo e
aperto alle posizioni più moderate, l'esaltazione di quello scontro contribuirà
non poco a rafforzare le tendenze che spingono verso una radicalizzazione della
lotta, vuoi in nome della costruzione di un partito di stampo leninista, vuoi,
più semplicisticamente, in nome della teoria del ciclo
"repressione-mobilitazione", secondo la quale a ogni azione violenta
dello Stato corrisponde una reazione delle coscienze e quindi ben vengano gli
arresti e le manganellate.
Valle Giulia, però, è davvero
qualcosa di più. Un simbolo, che ognuno riempie di ciò che preferisce. E uno
spartiacque. Basta riguardare le foto. Tra le immagini di quel primo marzo,
rigidamente in bianco e nero, e quelle di tre o quattro anni dopo si direbbe esista
una distanza maggiore di quella che corre, ad esempio, tra il '77 e l'oggi.
Si vedano i poliziotti,
impastranati nei cappottoni e vestiti, noterà Pasolini, "come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio, fureria e popolo". E si
vedano i ragazzi. Il look, come l'eskimo, è una parola che ancora nessuno
conosce. Quei giovani, che nessuno saprebbe ancora assegnare dal semplice
aspetto alla destra o alla sinistra, hanno le sfumature alte, la giacca e la
cravatta, le scarpe coi lacci; il massimo della trasgressione è un giubbotto,
un montgomery, un giaccone blu alla marinara. Sono il Sessantotto; ma ancora
non lo sanno.
Da: “La Repubblica” Luca Villoresi
Marzo 1988
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