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Valerio Fioravanti,
detto “Giusva”… la sua storia finisce qui. |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Giuseppe
Valerio Fioravanti Alle 10
di sera è come se fosse già notte fonda lungo il canale Scaricatore. A illuminare
l’argine, il prato e il viottolo di terra e ghiaia c’è solo un minuscolo
spicchio di luna. Quando si spegne il motore della Golf nera, il silenzio
torna ad avvolgere tutto. Ma è solo per un attimo, dal piccolo fiume
artificiale ora arrivano altri rumori: le portiere delle auto che si aprono e
chiudono, qualche voce, dei passi sull’erba. Mirko Bettella
si affaccia alla finestra di casa, che da proprio sul canale, e vede una
sagoma scendere verso il canneto e l’acqua, un’altra che lo segue, il profilo
di una macchina scura ferma e quello di un’altra, più chiara, che
all’improvviso accende il motore e si allontana. Il lungo argine è mal
frequentato di sera, ci vengono fidanzati a fare l’amore, ma anche ladri e drogati che
vogliono nascondersi alla città per regolare i loro conti e bucarsi,
pescatori di frodo. Bettella si insospettisce,
decide di chiamare i carabinieri, telefona, e torna a guardare. E’ in questo scenario che si
consumerà l’ultimo atto di un ragazzo, di un terrorista neo-fascista , pericoloso, che ha
già ucciso, egli è Valerio Fioravanti, detto Giusva.
E’ il 5
febbraio 1981, un rigido e invernale giovedì. Sulle rive del canale
Scaricatore, alle porte di Padova, sono in azione gli uomini dei Nar,
i Nuclei armati rivoluzionari. Sono i volti nuovi del terrorismo
neo-fascista, ritratti tante volte nelle foto segnaletiche delle Questure : Cristiano e Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Giorgio Vale. Da un po’ di
tempo agiscono nel Veneto, per lo più rapinano Banche e gioiellerie: nelle
ultime settimane ne hanno visitate quattro o cinque fra Trieste, Lambrate e Treviso. Con
loro ‘è anche un “ comune “, tale Fiorenzo Trincanato.
Insieme hanno fatto solo qualche rapina: fa parte del giro malavitoso ai quali normalmente ci si appoggia per comprare le armi o le auto rubate che servono per le
rapine. Fiorenzio stasera è venuto per una faccenda
di armi. Lui le vorrebbe lasciare in fondo al canale, ma
Valerlo ha detto di no, bisogna riprendersele , ed è stato meglio non insistere. Adesso
sono lì a tentare di ripescare pistole, mitra, bombe a mano e divise di
finanziere. Ma il progetto per quel giorno era un altro, si doveva rapinare
una società finanziaria di Milano, un colpo che avrebbe forse fruttato
qualche miliardo, che avrebbe potuto sistemare le cose definitivamente. Il
gruppo di terroristi dei Nar ormai pensa solo a
definire le << pratiche pendenti>>, per poi dichiarare il
<< rompete le righe>> : la lotta armata
è finita. Il tempo della rivoluzione pure. Si tratta solo di racimolare i
soldi necessari per aiutare quelli che stanno in galera e garantire una
tranquilla latitanza all’estero per chi è ancora libero. Due di loro, Stefano
Sederini e Pasquale Belsito, a quest’ora sono già
in Svizzera, con sessanta milioni in tasca. La rapina alla finanziaria dovrebbe
fruttare bene, poi ci sono in cantiere un paio di rapimenti, una certa
Alessandra Costato, figlia di un commerciante di Rovigo ,
e di un membro della famiglia Benetton. Ma su questo non c’è accordo, Valerlo
e Francesca non sono d’accordo,si oppongono al
sequestro. Non c’è accordo nemmeno sul paese in cui rifugiarsi, quei due se
ne sono andati in Svizzera, ma la maggioranza preferisce il Libano, dove si
può continuare a combattere al fianco dei Cristiano-Maroniti e dei
falangisti. Oppure, come propone Gabriele che c’è già stato e che è venuto
fino a Padova per parlarne con Valerio e Francesca si possono semplicemente
fare affari mettendo un’attività commerciale. Cristiano
Fioravanti Valerio e Francesca però non se la
sentono di seguire gli altri su questa strada, E neppure Cavallini. Ne hanno
discusso molte volte, se proprio devono scegliere una parte, nello scontro medio-orientale, preferiscono i palestinesi e la loro
causa: non per antisemitismo, anche Israele ha i suoi diritti, ma in questo
momento e la potenza occupante. Sarà pure un atteggiamento anomalo e mal
digerito negli ambienti della destra radicale, ma è così. In fondo hanno
smesso da tempo di ragionare con gli schemi degli schieramenti precostituiti , quelli per cui sei fascista devi stare di qua e se sei
comunista di là, per forza, senza rifletterci su. Era
saltata fuori pure un’altra idea: chi li avrebbe portati da Arafat li poteva
spedire in Nicaragua, perché non rifugiarsi laggiù? E’ vero, da due anni i
sandinisti, hanno fatto una rivoluzione << di sinistra>>, ma è
meglio la loro che quella dei generali golpisti negli altri Paesi
latino-americani, dove sono andati i vecchi fascisti, quelli di Ordine nuovo
e Avanguardia nazionale. In fondo i sandinisti stanno facendo un bell’esperimento,
c’è anche li una causa nazionale oltre che
ideologica, hanno compiuto il bel gesto di << graziare>> i somozisti lasciandogli il tempo di scappare prima di
occupare Managua. Ma quanto potrà durare? La via più semplice, in fin dei
conti, sembra proprio quella libanese che propone Gabriele, un lavoro normale
senza dover imbracciare un mitra per conto di qualcun altro. Laggiù ha
conosciuto persone che fanno al caso loro, figli di famiglie benestanti,
tutta gente con tanto di passaporto diplomatico che li può aiutare davvero.
In fondo bastano un appartamento in affitto, un po’ di soldi e delle nuove
identità: documenti falsi ben fatti e, se serve, la plastica facciale. Il
Libano non ha nemmeno un accordo di estradizione con l’Italia. Comunque non
c’è fretta di scappare, Oltre ai<<camerati>> da aiutare, dentro e
fuori il carcere, c’è ancora da consumare qualche vendetta prima di sparire.
Ma ora bisogna riprendersi quelle maledette armi in fondo al canale. La sparatoria con i
carabinieri La sparatoria è finita, sul canale
Scaricatore torna il silenzio. A terra ci sono i corpi dei due carabinieri
uccisi e Valerio ferito alle gambe, perde molto sangue. Con grande freddezza
Cristiano spegne la macchina dei carabinieri e toglie le chiavi, poi insieme
a Francesca carica Valerio sulla Golf, Cerca di recuperare qualche arma,
compreso il mitra dei carabinieri. Sul prato, tra le canne dell’argine e
lungo il viottolo sono sparse pistole, decine di proiettili e bossoli, la
maschera e le pinne, la torcia elettrica. I tre non sanno dove
andare.<< Valerio sta male, dove lo portiamo adesso?>>. <<
Non lo so?>> << Dobbiamo cercare “il negro”, è lui che conosce la
città>> << Scaricatemi davanti all’ospedale e andateneve
>> dice Valerio. << E come ci arriviamo?.
Tu sai dov’è?>>. << Bisogna seguire le indicazioni per il Santo,
è lì vicino>>. Interviene Francesca:<< No, prima facciamolo
guardare da un dottore e vediamo se si può evitare l’ospedale>>. Andiamo
all’appartamento di via San Francesco, decide Francesca. E’ la casa dell’”architetto”,
la base operativa padovana di Valerio e della Mambro.
Arrivano davanti al portone, portare su il ferito è un problema, bisogna
salire fino al terzo piano. Valerio si trascina per le rampe di scale a
quattro zampe, ma perde sangue , molto sangue.Riescono ad entrare nell’appartamento , ma le scale sono tutte macchiate di rosso Cristiano e
Francesca escono per pulirle, incrociano un vicino che domanda>> Che
cosa è successo?>> << Niente un nostro amico è caduto per le
scale e si è ferito>>. Il vicino non sembra convinto, il sangue in
terra è troppo.. Cristiano è ancora vestito con la
muta da sub e pure lui è sporco di sangue. Anche dal secondo si affaccia una
signora che richiude subito.. Valerio sviene in continuazione,
suo fratello comincia a temere di essere coperto, perde tutta la calma che
aveva mostrato prima al fiume. Insiste per lasciarlo all’ospedale, ma Francesca non vuole saperne di abbandonare il
suo uomo: << No , io non vengo, rimango qui con Valerio>>. La
discussione si fa animata, si trasforma quasi in una lite. Anche Valerio
insiste perchè gli altri due se ne vadano: <<E’ meglio così, non c’è
altro da fare. La storia finisce qui, voi scappate. Senza Cavallini come ci
muoviamo per il Veneto?>>. << No , io
resto con te>>, ripete Francesca, e inizia a organizzarsi per la notte. Si
avvicina al divano, lo spinge per metterlo dietro la porta, in modo da
bloccare l’entrata dell’appartamento. Se viene la polizia si sparerà, armi e
munizioni non mancano.. meglio affrontare insieme un
altro conflitto a fuoco che separarsi e perdersi, forse per sempre. Valerio
si sorprende a gridare, l’aveva fatto pochissime volte con Francesca, ma
trattarla bruscamente adesso sembra l’unico sistema:<< Insomma basta,
devi andartene !>>. Cristiano è agitatissimo, continua a dire che ormai
sono stati scoperti, che la polizia arriverà da un momento all’altro.
Raccoglie le pistole sparse per casa, senza farsi vedere prende anche quella
che Francesca aveva infilato sotto il cuscino su cui era appoggiato Valerio.
Ripete alla ragazza di scappare con lui, e lei alla fine si lascia
convincere: << Va bene, andiamo, ma appena ho trovato un dottore
torno>>. Se ne sono andati, Valerio è
rimasto solo, sa che non torneranno. Valerio viene arrestato e
portato in ospedale. Valerio continua a perdere molto
sangue, afferra altri cuscini e cerca di tamponarsi le ferite. Bisogna far
passare un po’ di tempo prima di telefonare o chiamare qualcuno, per
permettere a Cristiano e Francesca di allontanarsi. Si trascina verso la finestra,
apre il vetro e prende un po’ d’aria: respira a fondo, come un ubriaco alla
guida che fa entrare il vento dai finestrini della macchina per sentirsi
meglio. Quando decide di telefonare all’ospedale si accorga di non avere il
numero. Chiama il 113 e se lo fa dare, ma poi riattacca prima che rispondano.
“ Se vengono qui ci va di mezzo il proprietario
dell’appartamento”, pensa. Si mette ad aspettare l’arrivo della fine, con
tutto il sangue che ha perso non ci vorrà molto a morire ;
è meno peggio di quello che si poteva immaginare, il dolore quasi non si
sente. In
fondo non sta succedendo altro che quello a cui ha pensato tante volte,
durante e dopo gli infiniti discorsi tra<< camerati>> sulla << mistica
del suicidio>>. Gli altri del gruppo, quando ci si ritrova dopo un
conflitto a fuoco o una giornata passata a scappare dai posti di blocco,
dicevano che, sparati tutti i colpi meno uno sui poliziotti, l’ultima
pallottola doveva essere
per loro stessi: era meglio uccidersi piuttosto che cadere
nelle mani del nemico. Per Valerio invece no. Per lui l’eroe non non esiste, vale solo chi combatte lealmente ed
è disposto a tutto, riesce ad accettare tutto, è pronto a vincere ma anche a
perdere. Da soli non ci si ammazza, sarebbe come non accettare la sconfitta che
invece fa parte del gioco; il suicidio è una soluzione troppo facile, se deve
venire la morte la porterà il destino. E’ quello che sta
accadendo ora, mentre Valerio non ripensa alle cose fatte e non fatte, a
quelle buone e a quelle cattive, ma a Francesca e Cristiano che scappano, “
chissà se ce la faranno, adesso non ci sono più io a proteggerli, a coprirgli
le spalle quando serve. Come se la caveranno? All’improvviso, da dietro la porta,
arrivano dei rumori. Valerio chiama aiuto. Entrano alcuni ragazzi.
<<Ecco>> , dice mentre si cava dei soldi
dalla tasca, <<prendete questi. Chiamate un’autoambulanza e aspettate
qui con me>>. Quelli non capiscono bene che cosa è successo, uno scende
al bar e telefona all’ospedale, qualcun altro chiama la polizia. Arrivano i
barellieri e il medico, poi i poliziotti con le pistole spianate. Addosso Valerio Fioravanti ha due documenti falsi, una patente e una
carta di identità intestati a Flavio Caggiula, la
foto con un paio di occhiali da miope e l’aria un po’ imbranata. Ai
poliziotti si dichiara <<prigioniero politico>>, non dive il suo
vero nome. Quando insistono dice di chiamarsi Mario Rossi. E’ il primo nome
che gli viene in mente, il più comune. Solo più tardi si renderà conto di
aver dato, con quella banale risposta dettata dall’istinto, le generalità di
uno dei <<camerati >> che intendeva proteggere col suo silenzio e i suoi
depistagli. Al pronto soccorso cambia versione. Nome e cognome?
<<Enrico De Angeli>>. Comincia il tira
e molla con i carabinieri che hanno invaso l’ospedale, le loro divise nere
sono più numerose dei camici bianchi di medici e infermieri. Valerio ha già
perso due litri di sangue, ha cinque ferite alle gambe, e anche se le
pallottole non sono rimaste dentro una ha tagliato l’arteria femorale. I dottori
dicono che bisogna operare immediatamente,sono
stupiti che quel ragazzo sia ancora vivo. Ma gli ufficiali dell’arma vogliono
prima sapere con chi hanno a che fare. Ogni mossa dei medici deve avere il
consenso della
polizia, bisogna fare la prova del guanto di paraffina, prendere le impronte
digitali. Valerio guarda questo mondo in bianco e nero dal lettino, gli
vogliono togliere la fedina dal dito per vedere se c’è inciso un nome o una
data, lui la ingoia prima che la prendano, anche se non ci sono indicazioni.
Riesce a tenere con se pure quell’orsacchiotto portafortuna che Francesca gli
ha regalato a Lugano, e che da allora non ha mai abbandonato. Quando gli
iniettano lo iodio per fare l’artroscopia non sanno che è allergico a questa
sostanza, e il collasso arriva in pochi minuti, indolore come la morte che se
lo stava prendendo un’ora prima. Si sente soffocare, respira a fatica rubando ogni tanto brevissime
boccate d’aria, vede i medici con la maschera d’ossigeno. Non gliela danno,
forse i carabinieri non vogliono, “ mi vogliono ammazzare così”, vorrebbe
urlare per l’ultima volta il suo disprezzo e la sua ribellione a
chi gli sta intorno, ma non ha la
forza. Poi l’ossigeno arriva, torna la
vita che però continua a ballare su un filo. Si entra nella sala operatoria,
fra il primario e i suoi collaboratori spunta il carabiniere con il mitra in
mano e la mascherina sulla bocca. Ora sanno chi è quel ragazzo. Le
foto segnaletiche corrispondevano, ma solo dal confronto delle impronte digitali
gli investigatori hanno avuto la certezza di aver arrestato Giuseppe Valerio
Fioravanti, detto Giusta, oppure semplicemente Valerio, il capo dei Nar, che adesso sta dormendo dopo quattro ore di
operazione,ancora sotto l’effetto dell’anestesia. Estratti da “A mano armata” di
Giovanni Bianconi Fioravanti
"semilibero" L'ex
terrorista, condannato per la strage di Bologna e Curerà il sito Internet di "Nessuno tocchi Caino", l'associazione che si batte
contro la pena di morte, Valerio Fioravanti, da ieri fuori dal carcere, in
regime di semilibertà, dopo 18 anni di reclusione. Ad accoglierlo per sei
giorni alla settimana, durante il giorno, sarà lo stesso ufficio del partito
radicale dove lavora sua moglie, Francesca Mambro:
entrambi, ricordiamolo, sono stati condannati per la strage di Bologna
dell'80, che provocò la morte di 85 persone. Ma già da tempo l'ex terrorista
dei Nar, autore di numerosi omicidi negli anni del
terrorismo "nero", collabora con l'associazione. "Ad
esempio - racconta il presidente di "Caino", Sergio D'Elia - in
occasione della presentazione del rapporto '99 sulla pena di morte nel mondo,
Giusva ha curato la traduzione dall'inglese.
Ora, invece, lavorerà al sito Internet, che fotografa in tempo reale i dati
delle esecuzioni nel mondo e l'evoluzione del dibattito internazionale su
quest'argomento".Secondo D'Elia, la collaborazione con Fioravanti e Mambro, anche se caratterizzata da continui controlli di
polizia e degli agenti di custodia, è una sorta di "investimento
produttivo". "Sono gli unici due - dice il presidente - in un
gruppo di volontari, che timbrano il cartellino e garantiscono l'apertura
della sede in un orario continuato". E' stata Cristiano
Fioravanti racconta Parla l’ex
pentito dei Nar, fratello di Giusva,
<<noi non centriamo con la strage di Bologna>> Cristiano Fioravanti, lei è stato scarcerato nel ‘92? Una vita nuova? 25 gennaio 2007 |
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