Valerio Fioravanti, detto “Giusva”… la sua storia finisce qui.

 

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Giuseppe Valerio Fioravanti

 

Alle 10 di sera è come se fosse già notte fonda lungo il canale Scaricatore. A illuminare l’argine, il prato e il viottolo di terra e ghiaia c’è solo un minuscolo spicchio di luna. Quando si spegne il motore della Golf nera, il silenzio torna ad avvolgere tutto. Ma è solo per un attimo, dal piccolo fiume artificiale ora arrivano altri rumori: le portiere delle auto che si aprono e chiudono, qualche voce, dei passi sull’erba. Mirko Bettella si affaccia alla finestra di casa, che da proprio sul canale, e vede una sagoma scendere verso il canneto e l’acqua, un’altra che lo segue, il profilo di una macchina scura ferma e quello di un’altra, più chiara, che all’improvviso accende il motore e si allontana. Il lungo argine è mal frequentato di sera, ci vengono fidanzati a fare l’amore, ma anche ladri  e drogati che vogliono nascondersi alla città per regolare i loro conti e bucarsi, pescatori di frodo. Bettella si insospettisce, decide di chiamare i carabinieri, telefona, e torna a guardare.

E’ in questo scenario che si consumerà l’ultimo atto di un ragazzo, di un terrorista neo-fascista , pericoloso, che ha  già ucciso, egli è Valerio Fioravanti, detto Giusva. E’ il  5 febbraio 1981, un rigido e invernale giovedì. Sulle rive del canale Scaricatore, alle porte di Padova, sono in azione gli  uomini dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari. Sono i volti nuovi del terrorismo neo-fascista, ritratti tante volte nelle foto segnaletiche delle Questure : Cristiano e Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini, Giorgio Vale. Da un po’ di tempo agiscono nel Veneto, per lo più rapinano Banche e gioiellerie: nelle ultime settimane ne hanno visitate quattro o cinque fra Trieste, Lambrate  e Treviso. Con loro ‘è anche un “ comune “, tale Fiorenzo Trincanato. Insieme hanno fatto solo qualche rapina: fa parte del giro malavitoso ai quali normalmente ci si appoggia per comprare  le armi o le auto rubate che servono per le rapine. Fiorenzio stasera è venuto per una faccenda di armi. Lui le vorrebbe lasciare in fondo al canale, ma Valerlo ha detto di no, bisogna riprendersele , ed è stato meglio non insistere.

 

Adesso sono lì a tentare di ripescare pistole, mitra, bombe a mano e divise di finanziere. Ma il progetto per quel giorno era un altro, si doveva rapinare una società finanziaria di Milano, un colpo che avrebbe forse fruttato qualche miliardo, che avrebbe potuto sistemare le cose definitivamente. Il gruppo di terroristi dei Nar ormai pensa solo a definire le << pratiche pendenti>>, per poi dichiarare il << rompete le righe>> : la lotta armata è finita. Il tempo della rivoluzione pure. Si tratta solo di racimolare i soldi necessari per aiutare quelli che stanno in galera e garantire una tranquilla latitanza all’estero per chi è ancora libero. Due di loro, Stefano Sederini e Pasquale Belsito, a quest’ora sono già in Svizzera, con sessanta milioni in tasca.

La rapina alla finanziaria dovrebbe fruttare bene, poi ci sono in cantiere un paio di rapimenti, una certa Alessandra Costato, figlia di un commerciante di Rovigo , e di un membro della famiglia Benetton. Ma su questo non c’è accordo, Valerlo e Francesca non sono d’accordo,si oppongono al sequestro. Non c’è accordo nemmeno sul paese in cui rifugiarsi, quei due se ne sono andati in Svizzera, ma la maggioranza preferisce il Libano, dove si può continuare a combattere al fianco dei Cristiano-Maroniti e dei falangisti. Oppure, come propone Gabriele che c’è già stato e che è venuto fino a Padova per parlarne con Valerio e Francesca si possono semplicemente fare affari mettendo un’attività commerciale.

 

Cristiano Fioravanti

 

Valerio e Francesca però non se la sentono di seguire gli altri su questa strada, E neppure Cavallini. Ne hanno discusso molte volte, se proprio devono scegliere una parte, nello scontro medio-orientale, preferiscono i palestinesi e la loro causa: non per antisemitismo, anche Israele  ha i suoi diritti, ma in questo momento e la potenza occupante. Sarà pure un atteggiamento anomalo e mal digerito negli ambienti della destra radicale, ma è così. In fondo hanno smesso da tempo di ragionare con gli schemi degli schieramenti precostituiti , quelli per cui sei fascista devi stare di qua e se sei comunista di là, per forza, senza rifletterci su.

 

Era saltata fuori pure un’altra idea: chi li avrebbe portati da Arafat li poteva spedire in Nicaragua, perché non rifugiarsi laggiù? E’ vero, da due anni i sandinisti, hanno fatto una rivoluzione << di sinistra>>, ma è meglio la loro che quella dei generali golpisti negli altri Paesi latino-americani, dove sono andati i vecchi fascisti, quelli di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale. In fondo i sandinisti stanno facendo un bell’esperimento, c’è anche li una causa nazionale oltre che ideologica, hanno compiuto il bel gesto di << graziare>> i somozisti lasciandogli il tempo di scappare prima di occupare Managua. Ma quanto potrà durare?

La via più semplice, in fin dei conti, sembra proprio quella libanese che propone Gabriele, un lavoro normale senza dover imbracciare un mitra per conto di qualcun altro. Laggiù ha conosciuto persone che fanno al caso loro, figli di famiglie benestanti, tutta gente con tanto di passaporto diplomatico che li può aiutare davvero. In fondo bastano un appartamento in affitto, un po’ di soldi e delle nuove identità: documenti falsi ben fatti e, se serve, la plastica facciale. Il Libano non ha nemmeno un accordo di estradizione con l’Italia. Comunque non c’è fretta di scappare, Oltre ai<<camerati>> da aiutare, dentro e fuori il carcere, c’è ancora da consumare qualche vendetta prima di sparire. Ma ora bisogna riprendersi quelle maledette armi in fondo al canale.

La sparatoria con i carabinieri

La sparatoria è finita, sul canale Scaricatore torna il silenzio. A terra ci sono i corpi dei due carabinieri uccisi e Valerio ferito alle gambe, perde molto sangue. Con grande freddezza Cristiano spegne la macchina dei carabinieri e toglie le chiavi, poi insieme a Francesca carica Valerio sulla Golf, Cerca di recuperare qualche arma, compreso il mitra dei carabinieri. Sul prato, tra le canne dell’argine e lungo il viottolo sono sparse pistole, decine di proiettili e bossoli, la maschera e le pinne, la torcia elettrica.

I tre non sanno dove andare.<< Valerio sta male, dove lo portiamo adesso?>>. << Non lo so?>> << Dobbiamo cercare “il negro”, è lui che conosce la città>> << Scaricatemi davanti all’ospedale e andateneve >> dice Valerio. << E come ci arriviamo?. Tu sai dov’è?>>. << Bisogna seguire le indicazioni per il Santo, è lì vicino>>. Interviene Francesca:<< No, prima facciamolo guardare da un dottore e vediamo se si può evitare l’ospedale>>.

 

Andiamo all’appartamento di via San Francesco, decide Francesca. E’ la casa dell’”architetto”, la base operativa padovana di Valerio e della Mambro. Arrivano davanti al portone, portare su il ferito è un problema, bisogna salire fino al terzo piano. Valerio si trascina per le rampe di scale a quattro zampe, ma perde sangue , molto sangue.Riescono ad entrare nell’appartamento , ma le scale sono tutte macchiate di rosso Cristiano e Francesca escono per pulirle, incrociano un vicino che domanda>> Che cosa è successo?>> << Niente un nostro amico è caduto per le scale e si è ferito>>. Il vicino non sembra convinto, il sangue in terra è troppo.. Cristiano è ancora vestito con la muta da sub e pure lui è sporco di sangue. Anche dal secondo si affaccia una signora che richiude subito..

Valerio sviene in continuazione, suo fratello comincia a temere di essere coperto, perde tutta la calma che aveva mostrato prima al fiume.

Insiste per lasciarlo all’ospedale, ma Francesca non vuole saperne di abbandonare il suo uomo: << No , io non vengo, rimango qui con Valerio>>. La discussione si fa animata, si trasforma quasi in una lite. Anche Valerio insiste perchè gli altri due se ne vadano: <<E’ meglio così, non c’è altro da fare. La storia finisce qui, voi scappate. Senza Cavallini come ci muoviamo per il Veneto?>>. << No , io resto con te>>, ripete Francesca, e inizia a organizzarsi per la notte.

 

Si avvicina al divano, lo spinge per metterlo dietro la porta, in modo da bloccare l’entrata dell’appartamento. Se viene la polizia si sparerà, armi e munizioni non mancano.. meglio affrontare insieme un altro conflitto a fuoco che separarsi e perdersi, forse per sempre. Valerio si sorprende a gridare, l’aveva fatto pochissime volte con Francesca, ma trattarla bruscamente adesso sembra l’unico sistema:<< Insomma basta, devi andartene !>>. Cristiano è agitatissimo, continua a dire che ormai sono stati scoperti, che la polizia arriverà da un momento all’altro. Raccoglie le pistole sparse per casa, senza farsi vedere prende anche quella che Francesca aveva infilato sotto il cuscino su cui era appoggiato Valerio. Ripete alla ragazza di scappare con lui,  e lei alla fine si lascia convincere: << Va bene, andiamo, ma appena ho trovato un dottore torno>>.

Se ne sono andati, Valerio è rimasto solo, sa che non torneranno.

Valerio  viene arrestato e portato in ospedale.

Valerio continua a perdere molto sangue, afferra altri cuscini e cerca di tamponarsi le ferite. Bisogna far passare un po’ di tempo prima di telefonare o chiamare qualcuno, per permettere a Cristiano e Francesca di allontanarsi. Si trascina verso la finestra, apre il vetro e prende un po’ d’aria: respira a fondo, come un ubriaco alla guida che fa entrare il vento dai finestrini della macchina per sentirsi meglio. Quando decide di telefonare all’ospedale si accorga di non avere il numero. Chiama il 113 e se lo fa dare, ma poi riattacca prima che rispondano. “ Se vengono qui ci va di mezzo il proprietario dell’appartamento”, pensa. Si mette ad aspettare l’arrivo della fine, con tutto il sangue che ha perso non ci vorrà molto a morire ; è meno peggio di quello che si poteva immaginare, il dolore quasi non si sente.

 

In fondo non sta succedendo altro che quello a cui ha pensato tante volte, durante e dopo gli infiniti discorsi tra<< camerati>> sulla  << mistica del suicidio>>. Gli altri del gruppo, quando ci si ritrova dopo un conflitto a fuoco o una giornata passata a scappare dai posti di blocco, dicevano che, sparati tutti i colpi meno uno sui poliziotti, l’ultima pallottola doveva essere  per loro stessi: era meglio uccidersi piuttosto che cadere nelle mani del nemico.

Per Valerio invece no.  Per lui l’eroe non non  esiste, vale solo chi combatte lealmente ed è disposto a tutto, riesce ad accettare tutto, è pronto a vincere ma anche a perdere. Da soli non ci si ammazza, sarebbe come non accettare la sconfitta che invece fa parte del gioco; il suicidio è una soluzione troppo facile, se deve venire la morte la porterà il destino.

E’ quello che sta accadendo ora, mentre Valerio non ripensa alle cose fatte e non fatte, a quelle buone e a quelle cattive, ma a Francesca e Cristiano che scappano, “ chissà se ce la faranno, adesso non ci sono più io a proteggerli, a coprirgli le spalle quando serve. Come se la caveranno?

All’improvviso, da dietro la porta, arrivano dei rumori. Valerio chiama aiuto. Entrano alcuni ragazzi. <<Ecco>> , dice mentre si cava dei soldi dalla tasca, <<prendete questi. Chiamate un’autoambulanza e aspettate qui con me>>. Quelli non capiscono bene che cosa è successo, uno scende al bar e telefona all’ospedale, qualcun altro chiama la polizia. Arrivano i barellieri e il medico, poi i poliziotti con le pistole spianate.

 

Addosso Valerio Fioravanti ha due documenti falsi, una patente e una carta di identità intestati a Flavio Caggiula, la foto con un paio di occhiali da miope e l’aria un po’ imbranata. Ai poliziotti si dichiara <<prigioniero politico>>, non dive il suo vero nome. Quando insistono dice di chiamarsi Mario Rossi. E’ il primo nome che gli viene in mente, il più comune. Solo più tardi si renderà conto di aver dato, con quella banale risposta dettata dall’istinto, le generalità di uno dei <<camerati >> che intendeva  proteggere col suo silenzio e i suoi depistagli. Al pronto soccorso cambia versione. Nome e cognome? <<Enrico De Angeli>>.

Comincia il tira e molla con i carabinieri che hanno invaso l’ospedale, le loro divise nere sono più numerose dei camici bianchi di medici e infermieri. Valerio ha già perso due litri di sangue, ha cinque ferite alle gambe, e anche se le pallottole non sono rimaste dentro una ha tagliato l’arteria femorale. I dottori dicono che bisogna operare immediatamente,sono stupiti che quel ragazzo sia ancora vivo. Ma gli ufficiali dell’arma vogliono prima sapere con chi hanno a che fare. Ogni mossa dei medici deve avere il consenso  della polizia, bisogna fare la prova del guanto di paraffina, prendere le impronte digitali. Valerio guarda questo mondo in bianco e nero dal lettino, gli vogliono togliere la fedina dal dito per vedere se c’è inciso un nome o una data, lui la ingoia prima che la prendano, anche se non ci sono indicazioni. Riesce a tenere con se pure quell’orsacchiotto portafortuna che Francesca gli ha regalato a Lugano, e che da allora non ha mai abbandonato. Quando gli iniettano lo iodio per fare l’artroscopia non sanno che è allergico a questa sostanza, e il collasso arriva in pochi minuti, indolore come la morte che se lo stava prendendo un’ora prima. Si sente soffocare, respira  a fatica rubando ogni tanto brevissime boccate d’aria, vede i medici con la maschera d’ossigeno. Non gliela danno, forse i carabinieri non vogliono, “ mi vogliono ammazzare così”, vorrebbe urlare per l’ultima volta il  suo disprezzo e la sua ribellione a chi gli  sta intorno, ma non ha la forza.

Poi l’ossigeno arriva, torna la vita che però continua a ballare su un filo. Si entra nella sala operatoria, fra il primario e i suoi collaboratori spunta il carabiniere con il mitra in mano e la mascherina sulla bocca.

Ora sanno chi è quel ragazzo. Le foto segnaletiche corrispondevano, ma solo dal  confronto delle impronte digitali gli investigatori hanno avuto la certezza di aver arrestato Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusta, oppure semplicemente Valerio, il capo dei Nar, che adesso sta dormendo dopo quattro ore di operazione,ancora sotto l’effetto dell’anestesia.

Estratti da “A mano armata” di Giovanni Bianconi

 

Fioravanti "semilibero"
Curerà un sito umanitario

L'ex terrorista, condannato per la strage di Bologna e
altri delitti, lavorerà per "Nessuno tocchi Caino"

Curerà il sito Internet di "Nessuno tocchi Caino", l'associazione che si batte contro la pena di morte, Valerio Fioravanti, da ieri fuori dal carcere, in regime di semilibertà, dopo 18 anni di reclusione. Ad accoglierlo per sei giorni alla settimana, durante il giorno, sarà lo stesso ufficio del partito radicale dove lavora sua moglie, Francesca Mambro: entrambi, ricordiamolo, sono stati condannati per la strage di Bologna dell'80, che provocò la morte di 85 persone. Ma già da tempo l'ex terrorista dei Nar, autore di numerosi omicidi negli anni del terrorismo "nero", collabora con l'associazione. "Ad esempio - racconta il presidente di "Caino", Sergio D'Elia - in occasione della presentazione del rapporto '99 sulla pena di morte nel mondo, Giusva ha curato la traduzione dall'inglese. Ora, invece, lavorerà al sito Internet, che fotografa in tempo reale i dati delle esecuzioni nel mondo e l'evoluzione del dibattito internazionale su quest'argomento".Secondo D'Elia, la collaborazione con Fioravanti e Mambro, anche se caratterizzata da continui controlli di polizia e degli agenti di custodia, è una sorta di "investimento produttivo". "Sono gli unici due - dice il presidente - in un gruppo di volontari, che timbrano il cartellino e garantiscono l'apertura della sede in un orario continuato". E' stata la Mambro, che si occupa della redazione della rivista di "Nessuno tocchi Caino", a contattare per prima l'associazione, circa due anni fa. Poi è nata l'offerta del lavoro esterno al carcere, estesa, con la concessione del regime di semilibertà, anche a Giusva. Questa collaborazione con i due ex terroristi, però, non è motivata solo da fatti contigenti (come la continua necessità di nuovi volontari), ma anche dalla convinzione che la persona condannata a scontare una pena, dopo molti anni, è diversa da quella che ha commesso il reato. "Una giustizia che non voglia cedere al principio della vendetta - ha commentato Sergio D'Elia - deve sapere cogliere questa differenza, che è alla base del nostro impegno contro la pena di morte e anche contro l'ergastolo. I familiari delle vittime della strage di Bologna devono però sapere che i responsabili non sono né in galera né nella sede della nostra associazione, ma sono liberi, perché nonostante il marchio d'infamia della condanna per quella strage, Giusva e Francesca non devono rispondere di quella accusa".Il riferimento è al fatto che i due sono stati riconosciuti colpevoli dell'attentato alla stazione del capoluogo emiliano, compiuto il 2 agosto del 1980: Mambro e Fioravanti, che hanno riconosciuto tutti gli altri crimini attribuiti loro, per la strage si sono sempre

 

Cristiano Fioravanti racconta

Parla l’ex pentito dei Nar, fratello di Giusva, <<noi non centriamo con la strage di Bologna>>

Cristiano Fioravanti, lei è stato scarcerato nel ‘92? Una vita nuova?
«Devo tutto ad Angelo Reitano. E' una guardia carceraria. Io depresso, non riuscivo ad accettare il ruolo di pentito. In cella stavo male, pesavo 50 chili. Avevo fatto il liceo, ci sentivamo intellettuali. La guardia mi salvò. Mi disse: “Dai, vieni a lavorare con me”. Accettai, a malincuore. Fu la salvezza. Ho imparato un mestiere. Mio padre lo dice sempre: hai fatto bene, non resterai mai senza lavoro. Quando mi ritrovai, per il mio primo permesso sulla spiaggia di Ischia, scoppiai a piangere come un bambino. Avevo capito che la vita è meravigliosa e va vissuta, sempre. Il br Valerio Morucci mi disse, “Abbiamo rischiato, corso pericoli, subito e fatto violenze in soli dieci anni, che un uomo qualsiasi in cento”. E’ vero».
E il suo percorso politico?
«Avevo 15 anni, nella sezione Msi Monteverde. Lì nacquero i Nar. C’era mio fratello, più vecchio di due anni, e altri, Franco Anselmi, compagno di scuola di Giusva e Alessandro Alibrandi, uccisi entrambi. Si teorizzava la lotta armata: prime azioni, la vendetta contro chi ci aveva attaccato. Siamo nel ‘74. Fu un’escalation inarrestabile».
Le ombre mai chiarite. I Nar erano collegati con i Servizi?
«In senso stretto, cioè addestramento, forniture di armi, strategie, dico no. Certo, “loro” sapevano molto. Chi eravamo e dove, i nostri piani. La scoperta della valigia con le armi sul treno Milano-Taranto: andarono a colpo sicuro. Così di decise di dire basta alla leggenda di noi protetti dalle divise. Attaccammo carabinieri, polizia, magistratura. Lasciammo una scia di morti».
Arsenali e la banda della Magliana? Collegamenti?
«Costruiti da noi, gli arsenali, con le rapine. O con l’assalto al camion dei Granatieri di Sardegna. Ricordo di essermi trovato sul cassone, non so neanche come. Si andava a sparare nelle cave, ci si addestrava da soli. Nessun aiuto esterno. “Romanzo Criminale”, il film di Placido? No, non l'ho visto. Leggo libri, è meglio. I rapporti con la banda della Magliana erano assai labili. Ci rifugiammo, talvolta, in una delle loro basi, c'erano Stefano Sederini e Pasquale Belsito e Marcello Colafigli che era della banda. Il collegamento era Massimo Carminati. Poi c'era Massimo Sparti. Con il suo comportamento, mi indusse a collaborare. Ora è morto, era malato, lo scarcerarono quasi subito. Confessava ma si teneva fuori, accusava x o y. Scoppiai. E proprio Sparti fu il teste chiave della strage di Bologna. Inchiodò Giusva e Francesca. Con Luigi Ciavardini avevano un alibi. Mai verificato. Fu un processo politico, speriamo nella revisione.
Chi erano, secondo lei, gli autori della strage di Bologna, agosto 1980, 85 morti?
«Era il tempo di Ustica, dei Mig libici. L’Italia crocevia del terrorismo internazionale. Forse agenti stranieri: una seconda edizione della strategia della tensione, già globalizzata. Uccidere innocenti non è mai stato nei nostri programmi. Giusva e Francesca: facili bersagli da colpire».
Espiata la pena, scelse il Nord, per cambiare vita.
«Perchè sono zone che non conoscevo. Nar e Tp hanno fatto poco, qui, una rapina, qualche "passaggio" in Svizzera... Stop».
C'è questo fratello ingombrante, famoso per i telefilm tv della «Famiglia Benvenuti», sparito e ricomparso come terrorista? Quanto ne fu condizionato?
«La celebrità di Giusva non mi interessava. Quasi un fastidio. Papà lavorava in Rai, mamma casalinga. Ho una sorella gemella. Tutto è iniziato con la politica. All'inizio, separati; dopo, assieme. Io ero quello di cui si fidava ciecamente».
Come vive il suo passato?
«Male. Ho chiesto perdono alle famiglie delle vittime, convivo con un senso di colpa che non mi abbandona mai. Non sono mai stato un confidente. Ho parlato solo con i pm. Non sono mai stato una figura ambigua. I miei valori, sempre gli stessi: fedeltà, lealtà, coraggio. Ho ucciso e salvato delle vite. Non parlo di questo».
E con i vecchi camerati, distacco completo?
Non vedo più nessuno, salvo mio fratello e mia cognata. Resta il disgusto per i cattivi maestri della destra, che spinsero migliaia di ragazzi in buona fede a rapinare, uccidere e ad essere uccisi. Loro scapparono con la cassa in inghilterra o altrove, si sono riciclati nella politica, persino nelle istituzioni. Io sono rimasto di destra, quella moderata: rifiuto il nazismo. Non sono mai stato antisemita; Alibrandi andò a combattere in Libano, con i cristiano-maroniti, alleati di Israele. ll Mein Kampf non è più nella mia libreria. C’è il "Signore degli anelli". Che direi a chi, oggi, ha fatto la scelta del terrorismo? Le mie parole non servirebbero a niente...Finito tutto, molti volevano continuare a combattere. Potevamo seguire Delle Chiaie in Sudamerica o andare in Libano. Ma non volevamo padroni. Restai a Roma. Ma avevo già chiuso con i Nar. Poco tempo prima mi ero ritirato in un casolare. Giusva venne a trovarmi e mi chiese di tornare ad aiutarlo, si fidava solo di me. Mi sentii pieno di orgoglio. Lo seguii. Che errore. La partita era già chiusa».
Quali sono, oggi, i suoi rapporti con suo fratello dopo averlo accusato, tra l’altro, anche dei delitti Pecorelli e Mattarella?
«Quella fase fu il frutto di un terribile equivoco. Mi ritrovai in carcere Angelo Izzo; si era pentito e lo mandarono da noi. Prima, era con mio fratello e altri dei Nar. Mi riferì cose incredibili, lentamente mi avvelenò l’anima. Per reazione, dissi ai pm alcune circostanze... Ero confuso. Nacque la leggenda che avessi accusato Giusva di delitti mai commessi. Colpa di Izzo, allora non sapevo chi fosse. I rapporti ora sono ottimi, ci sentiamo sempre. I Nar volevano uccidermi. Mi consideravano un traditore ed ero pronto ad accettare le conseguenze. Lui non mi avrebbe sparato. Siamo fratelli, stesso sangue. Nel nostro primo confronto, mi disse: "Non voglio più influenzarti, decidi tu cosa fare". Il pentimento, una malattia; l'arresto una liberazione. Non c'era la legge sui pentiti, non l'ho fatto per il premio. Una donna mi disse: "Ti capisco sotto il profilo umano, non su quello politico". Ma Giusva no, tra noi non ci sono più ombre».
Lei è considerato il Patrizio Peci della destra estrema. Paragone corretto?
«Sì. Aveva chiuso con le Brigate rosse, capito gli errori. Tutti. E’ stato coerente».

25 gennaio 2007

 

 

 

 

 

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