|
Totò Riina
e gli amici del Nord |
|||||||||
|
A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Totò Riina al maxiprocesso Totò Riina
cerca qualcuno in grado di garantirgli che il maxiprocesso in cui lui stesso è imputato, non si concluderà con una condanna. Dei
tradizionali referenti DC, si fida sempre meno, mentre Craxi, visto il piglio deciso con cui ha sempre
affrontato le indagini della magistratura che hanno coinvolto il suo partito,
gli sembra uno su cui contare. Per arrivare a lui, l’allora capo dei capi
pensa di battere due strade. La prima è rappresentata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi,
notoriamente legato a Bettino Craxi e suo grande finanziatore occulto. La seconda pensa invece passa
per il gruppo Ferruzzi di Ravenna, all’epoca il più
grande gruppo industriale italiano dopo Il canale che avrebbe dovuto
portare alla Fininvest, secondo i giudici che lo
hanno condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa,
è rappresentato dal creatore di Publitalia e
ideatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri. Il manager palermitano ha rapporti, da lui stesso ammessi,
con esponenti di Cosa Nostra che risalgono agli anni ’60. Uno dei suoi
migliori amici, anzi << l’amico di una vita>>, come dirà proprio
Dell’Utri, è il gestore di una minuscola tintoria
di Palermo, imparentato attraverso la moglie con due boss del calibro di Stefano Bontade e Mimmo Teresi. Si chiama Tanino Cinà e. pur essendo solo omonimo di Antonino
Cinà, il medico consiglieri di zio Binu e zio Totò, dietro i modi gentili e l’aspetto da
omino gracile e piccolissimo, nell’onorata società ricopre un ruolo
importante. Oggi Tanino Cirà non c’è più.
Nel 2006, dopo essere stato condannato a sette anni di carcere per mafi, è morto all’improvviso trascinandosi nella tomba
molti segreti e la fama, certificata dalla sentenza, di essere stato un
soldato della famiglia mafiosa di Malaspina, un
clan schierato a fianco di Provenzano. Poi c’è Vittorio Mangano, l’ex amministratore della
proprietà di Berlusconi ad Arcore.
Nel 1986 Mangano è ancora in carcere per droga, ma nel 1990, non appena
liberato, comincia a farsi vivo con Dell’Utri e,
come ammetterà proprio il big boss di Publitalia, lo va più volte a trovare, anche dopo le
stragi di mafia, quando Mangano è stato ormai promosso reggente della
famiglia mafiosa di Porta Nuova. Cosa
Nostra comunque non ha amici solo a Milano. Al Nord
conosce molto bene anche i manager della Ferruzzi, una multinazionale prevalentemente agroalimentare che ha molti interessi in Sicilia nel
campo delle costruzioni. In quegli anni Un dato che non stupisce: Panzavolta, ex partigiano ed ex dirigente delle
cooperative rosse, è un uomo dalle maniere spicce, abituato a infrangere la legge per fare quello che considera il
bene dell’azienda. Finito più volte in manette a Milano durante Mani Pulite
per le tangenti versate ai partiti per conto di Gardini,
di fronte alla galera non ha mai battuto ciglio. Buscami da subito lo ammira e lo prende in simpatia, tanto
da arrivare a dire ad Angelo Siino:<< Quello è un duro, è meglio di un uomo
d’onore>>. Trattare con Cosa Nostra è però pericoloso
. Se ne accorgono a loro spese i dipendenti
della IMEG, una grande cava di marmo di Massa Carrara che a metà degli
Ottanta il gruppo Ferruzzi acquista dall’Eni. In Toscana arriva subito, per sovrintendere i lavori,
Girolamo Cimino, il cognato di Buscami. Cimino fa il bello e il cattivo tempo. I cavatori della IMEG, convinti che dietro Alessio Gozzani, il proprietario
di una piccola impresa fornitrice, nel corso di una discussione con Cimino lo chiama incautamente<< terrone>>. E il 9
aprile 1991 viene ucciso in un agguato, senza che
l’inchiesta sia in grado di trovare i colpevoli. Ma non basta: proprio in coincidenza
dell’intensificarsi dei rapporti economici tra il gruppo Ferruzzi
e la mafia, qualcuno fa sparire dalla tomba la salma del vecchio Serafino, il
capostitipe della famiglia di industriali.
I Buscami, ma anche i Brusca, si danno da fare per
tentare di recuperarla. La ricerca è spasmodica, decine di mafiosi vengono mobilitati. Senza risultato. Gardini,
secondo Angelo Siino, << rimase assai grato
ai Buscami e si mise a disposizione per
aggiustamenti di processi grazie ad amicizie che vantava tra i
politici>>. In cambio, stando ai collaboratori di giustizia, viene concesso all’Ingegner Giovanni Bini, responsabile
del gruppo Ferruzzi in Sicilia, l’onere e l’onore
di sedere, accanto a Pino Lipari (ministro
dei lavori pubblici di Provenzano), a “ u tavulinu”. Il problema è che del nuovo corso di Cosa Nostra se ne accorge in tempo reale Giovanni Falcone. Nell’aprile
1986 Non per niente gli agenti americani della DEA, infiltrati
nelle organizzazioni, nelle loro relazioni di servizio riportano confidenze
di uno dei colletti bianchi della mafia che a Lugano gestiva l denaro dei clan : soldi impolverati di eroina che
arrivano dalla ICRE di Bagheria, l’azienda di
chiodi e reti dove Bernardo Provenzano
aveva stabilito il suo ufficio. Il cassiere
elvetico di Cosa Nostra ha proposto agli infiltrati un affare; reinvestire
trecento miliardi di lire frutto delle tangenti accumulate da funzionari e
ministri del governo italiano. Così alle 7, 30 di una mattina di
sole del 20 giugno 1989, come spiegherà lo stesso Falcone, si
verifica per la prima volta la<< saldatura, la coincidenza
d’interessi>>. Cinquantotto candelotti di dinamite vengono
trovati sulla scogliera dell’Addura dove il
magistrato siciliano avrebbe dovuto tuffarsi in mare con i colleghi svizzeri
Carla Del Ponte e Claudio Lehman, in visita a
Palermo per lavoro. L’esplosivo, spiegherà il giudice antimafia, fa parte di
un piano ideato da << menti raffinatissime>>, ed è stato piazzato
grazie alle complicità di<< qualcuno che conosceva e il programma di
lavoro e i movimenti miei e dei miei colleghi>> Qualcuno che
stava dentro lo Stato. Tra attentati mancati, promesse tradite, accordi segreti,
il clima in Sicilia, in quello scorcio di fine anni Ottanta,
sembra ormai quello che precede il temporale. Le nuvole si ammassano
all’orizzonte, sempre più nere, sempre più cariche di pioggia, tra gli uomini
d’onore si attende solo il primo tuono. L’unico motivo
per cui Cosa Nostra, dopo aver fallito all’Addura,
non si muove nuovamente è il maxiprocesso. Il dibattimento, istruito da
Falcone e Borsellino e gli altri dello storico pool antimafia, dopo le
condanne sta per arrivare in Cassazione. Man mano che passano i giorni, le
speranze di riuscire a far annullare a Roma il verdetto di primo grado e
secondo grado, però, diminuiscono. In Italia la situazione politica sta
cambiando rapidamente. I conti pubblici sono un
disastro. Cresce la sfiducia popolare nei confronti del sistema dei partiti.
In Lombardia A crearla è stato un avvocato iscritto alla Loggia p2 che
vorrebbe candidare anche il venerabile Licio Gelli. Quasi un affronto per una
nazione in cui le statistiche segnalano un continuo aumento dei reati. I giornali e un’opinione pubblica sempre più allarmata chiedono a gran voce interventi decisivi. Il 21
settembre 1990, sulla statale Agrigento- Canicatti,
viene ammazzato il giudice Rosario Livatino.
Andava al lavoro
senza scorta nonostante si occupasse di Cosa Nostra e Stidda Dopo il cordoglio di Stato, non accade nulla. Il primo
ministro Giulio Andreotti promette norme severe per
combattere il crimine organizzato, ma nei fatti non riesce, tra l’ilarità
generale. Ad andare al di là dal proporre di mettere al
bando tutti i fucili da caccia dalle regioni del Mezzogiorno. Per questo motivo, il primo febbraio 1991, quando Claudio
Martelli viene nominato ministro di Grazie e Giustizia, il nuovo
guardasigilli si trova in condizioni di giocare una carta che può fargli
guadagnare decine di migliaia di consensi: l’ordine pubblico. Immediatamente telefona a Giovanni Falcone e gli domanda
di diventare direttore degli Affari Penali del
ministero. Il giudice accetta e in molti gridano al tradimento. Lo fanno i
boss. Che dopo aver votato socialista,erano certi di
avere Martelli dalla loro parte: in
segno d’intimidazione alcuni colpi di pistola vengono esplosi a Roma contro
la sua scorta. Lo fa quasi tutta la sinistra che dice :
<< Falcone si è venduto ai socialisti>> Lirio Abbate e
Peter Gomez in “ I
complici” |
Inviaci i tuoi commenti e/o
notizie sull’argomento |
|||||||