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Salvatore Riina detto "Totò u curtu",
nacque a Corleone il 16 novembre Oltre a conquistare il predominio
all'interno di Cosa Nostra, sterminando il superboss di Cosa Nostra Stefano Bontade
e i suoi fedelissimi, Riina lanciò una pesante sfida allo
Stato, eliminando numerosi rappresentanti delle istituzioni e della
magistratura e valenti uomini delle forze dell'ordine. Trascorse ventitre
anni di latitanza, in assoluta libertà e per lo più a Palermo, nonostante le
tracce lasciate dal matrimonio nell'aprile del 1974 con Antonietta Bagarella
e dai battesimi dei suoi quattro figli. Fu arrestato dagli uomini del ROS dei
Carabinieri il 15 gennaio 1993. Già condannato con sentenza passata in
giudicato dalla Corte di cassazione a due ergastoli,
a lui vengono anche attribuiti tutti gli omicidi eccellenti decisi da Cosa
Nostra negli ultimi decenni. Attualmente è imputato in tutti i più importanti
processi per mafia in corso nel nostro paese, a partire da quelli per le stragi
in cui persero la vita i magistrati Falcone e Borsellino. Fino al
luglio del 1997 Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in
Sardegna: in seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad
Ascoli dove, fino alla decisione di ieri della Corte d'Assise d'Appello, era
sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia (art. 41
bis). E’ a partire dal 1979 che si afferma in Sicilia il potere dei "viddani", cioè dei villici, le cosche di Corleone,
capeggiate da Totò Riina. Cosa
nostra, o almeno parte di essa, penserebbe ad una "dissociazione".
Non solo, ma lo stesso capo dei capi della mafia, Totò Riina, potrebbe
"aprirsi" nei confronti dello Stato. Queste le analisi e le ipotesi
contenute nella relazione semestrale della Dia, Ipotesi ed analisi che confermano
i retroscena anticipati da "Repubblica" il 6 febbraio scorso, dove
si rivelava che Stato e Mafia erano tornati a "trattare". Una ipotesi di resa in cambio di sconti di pena e di un
carcere meno duro per i corleonesi, una
"dissociazione" dei boss per firmare una sorta di armistizio a
quasi dieci anni dalle stragi del '92 e del '93 che fecero tremare l'Italia. Una trattativa che è stata
affidata proprio al braccio destro di Totò Riina, Salvatore Biondino, che
s'incontrò con il procuratore nazionale antimafia, Pierluigi Vigna.
Quest'ultimo smentì, disse che non si doveva parlare di
"trattativa" ma di "colloqui investigativi". A tre mesi di distanza l'indiretta
conferma della Dia che, nell'analizzare la nuova realtà mafiosa, scrive
"che tra gli obiettivi che Cosa nostra perseguirà in futuro"
"ci sarà quello di individuare alcune favorevoli soluzioni come, ad
esempio, la possibilità di ricorrere alla "dissociazione" che,
quantomeno, consentirebbe di sottrarsi ai rigori del regime detentivo
speciale". Ed in questo contesto si potrebbe
registrare, secondo Ma il legale di Totò Riina,
l'avvocato Salvatore Fileccia, ha escluso
un'eventuale "apertura" del suo assistito. Nella relazione della
Dia viene anche descritto il nuovo organigramma di Cosa nostra dove Bernardo
Provenzano avrebbe ancora un ruolo di primo piano anche se affiancato da
altri tre latitanti, Matteo Messina Denaro, Antonino Giuffrè
e Salvatore Lo Piccolo. La vera storia
dell’arresto di Riina Alla Procura della Repubblica di
Palermo c.a. dott. Pietro Grasso Al Comando del Raggruppamento Operativo
Speciale dei carabinieri c.a. gen.Sabato Palazzo A
tutti gli organi di stampa La vera storia dell'arresto di Riina e della
mancata perquisizione del suo covo di Giorgio Bongiovanni
La cattura del capo di Cosa Nostra Totò Riina e la mancata perquisizione del
covo dove trascorreva la sua latitanza fanno certamente parte dei tanti
misteri d'Italia. Come si arrivò a catturarlo? Perché la villa di via Bernini
non è stata sorvegliata in modo da impedire che venisse ripulita dai vari
gregari del boss? Tutti hanno dato la loro versione lasciando spazio ad ogni
tipo di teorema: il complotto, la collusione, la copertura e il semplice
malinteso. Abbiamo indagato e condotto molte interviste che oltre ad
aggiungere preziosi elementi, vanno a confermare quanto il Capitano Ultimo ha
dichiarato nel libro di Maurizio Torrealta Ultimo.
Il capitano dei carabinieri Ultimo, allora parte dei ROS (Raggruppamento
operativo speciale), oggi maggiore in servizio al NOE (Nucleo operativo
ecologico) e suoi uomini si sono insediati per mesi all'interno del
centralissimo mandamento della Noce e per ventiquattro ore su ventiquattro
hanno spiato e ascoltato, con l'ausilio dei pochi mezzi tecnici a
disposizione, i movimenti degli uomini d'onore legati al boss. E' stata però
la giusta intuizione di seguire da vicino i Ganci a portarli dritti al covo
di Riina in via Bernini, nel cuore di Palermo. Era
proprio in una di quelle ville che si nascondeva "u' zu
Totò", lo aveva confermato il tanto discusso collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio che aveva riconosciuto in un filmato
di sorveglianza Ninetta Bagarella, fedele moglie
del boss, il giardiniere di fiducia e uno dei figli. Sarà lui ad identificare
il volto di Riina. Pronti per entrare in azione, hanno atteso che il capo di
Cosa Nostra uscisse di casa con il suo braccio destro e uomo d'onore tra i
più fidati, Salvatore Biondino. I due hanno percorso qualche
centinaia di metri quando, al primo stop, si sono ritrovati assediati
dagli uomini di Ultimo. Li hanno immobilizzati e trascinati alla centrale dei
carabinieri di Palermo mettendo così fine ad una latitanza di 25 anni e
assestando un duro colpo a Cosa Nostra. Una ricostruzione lineare,
un'operazione da manuale. Perfetta. E di routine, per i servizi speciali se
non si fosse trattato del boss dei boss. Mistero
nel mistero. Innanzitutto la villa di via Bernini. Ultimo chiese
espressamente ai suoi superiori di non procedere alla perquisizione della
casa, voleva prendere anche gli altri: capi di Cosa Nostra e fiancheggiatori,
come i Sansone, incensurati e insospettabili prestanome
per gli affari miliardari degli appalti. Ma Ultimo e i suoi uomini hanno
smontato di guardia il pomeriggio stesso, lasciando ad alcuni colleghi l'onere
di sorvegliare l'abitazione. Per quel famoso quanto misterioso malinteso tra
la procura e i carabinieri però, dopo solo un giorno, la casa viene lasciata
incustodita e i soldati di Riina hanno avuto ben 18 giorni a disposizione per
svuotare tutto e persino imbiancare i muri. All'interno anche il vano
predisposto per una cassaforte, poteva contenere alcuni dei segreti di Cosa
Nostra? Secondo quanto dichiarato da Ultimo nel libro, per sua esperienza un
capo mafia non tiene documenti importanti nello stesso luogo dove risiede con
la sua famiglia, piuttosto, al momento dell'arresto, portava nelle tasche
alcuni bigliettini con indizi importanti che sono poi passati al vaglio della
magistratura di Palermo. Ma è veramente questo il mistero della cattura di
Riina? Sia durante i primi appostamenti che nei giorni precedenti
l'operazione, venne suggerito a Ultimo e ai suoi uomini di spostarsi altrove,
e se non fosse stato per una precisa e ferma presa di posizione del capitano,
sicuro della pista che avevano seguito fino a quel momento, oggi
probabilmente Riina sarebbe ancora latitante. Chi non voleva che gli uomini
del Crimor prendessero il capo di Cosa Nostra? Chi
ha voluto depistarlo? Sono forse le stesse persone che garantiscono a
Provenzano la sua incredibile latitanza? Sono coloro che hanno fatto sì che
Ultimo lasciasse Palermo e si dedicasse ad altro? A parte la mancata
perquisizione sul cui caso sta indagando la magistratura, forse sarebbe il caso di
occuparsi anche di rispondere a queste domande, soprattutto se si pensa che
tra i vari riscontri e accertamenti effettuati sul campo Ultimo e i suoi avevano
documentazioni filmate e registrate che non fanno altro che infittire il
mistero nel mistero. Macchine della polizia entrare nel cantiere di Ganci e
fermarsi amichevolmente a parlare in presenza del boss Raffaele e persone
scendere da macchine del Ministero di Giustizia di via Arenula
e della presidenza della regione Sicilia ed entrare nella macelleria "di
famiglia". Una cosa è certa. Se non sono riusciti ad impedire a Ultimo
di catturare Riina, hanno fatto sì che non prendesse Provenzano. DESTABILIZZAZIONE
INTERNA Secondo le deposizioni dei collaboratori di giustizia Riina aveva
uomini infiltrati ovunque ed era in grado di disporre di informazioni molto
riservate con un margine di anticipo tale da consentirgli un ampio spazio di
manovra. E' per questo che la sua cattura si è rivelata così imprevista da
suscitare dubbi e sospetti tanto nelle istituzioni quanto all'interno Cosa
Nostra. Era preciso intento di Ultimo creare all'interno dell'organizzazione
una sorta di destabilizzazione interna per cui non perquisendo la casa di
Riina, nei mafiosi si insinuasse il sospetto che qualcuno potesse aver
venduto il capo per prenderne il posto. Salvatore Cancemi,
boss mafioso reggente del mandamento di Porta Nuova, oggi collaboratore di giusitzia, non appena si fu consegnato ai carabinieri di
Palermo, chiese di vedere Ultimo. Lo voleva avvertire che Provenzano durante
una riunione della Commissione aveva dichiarato di aver l'opportunità di
prendere il capitano vivo per torturarlo e fargli rivelare come era riuscito
a prendere Riina. Secondo la ricostruzione di Brusca come riportata nel libro
Ho ucciso Giovanni Falcone(ediz.
Mondadori) a cura di Saverio Lodato, effettivamente si creò all'indomani del
blitz un clima di diffidenza tra le varie fazioni interne a Cosa Nostra. Dice
Brusca "Bagarella pensò subito a Salvatore Cancemi,
di cui non si è mai fidato fino in fondo; a me invece, venne in mente Balduccio di Maggio". Una delle ipotesi più quotate
è senza dubbio la possibilità che sia stato Bernardo Provenzano, il suo
successore a fare in modo che Riina venisse arrestato. Brusca
però non ci crede "Io non credo che Provenzano abbia venduto Riina.
Che l'arresto gli abbia fatto comodo, questo sì. Ma che
abbia avuto contatti diretti con i carabinieri è una tesi che non sta in
piedi". Per la maggiore Brusca crede alla
versione di Ultimo " è una pista autentica. Ecco
la ricostruzione a cui credo sino in fondo". Ma se a indicare la
macelleria giusta, secondo Brusca, sarebbe stato il maresciallo Lombardo,
Maurizio Torrealta attribuisce al capitano
l'intuizione. Quindi Brusca si domanda chi a sua volta potrebbe aver dato il
suggerimento a Lombardo. "Una fonte potrebbe essere stata Francesco Lo Jacono di Partinico, amico personale di Provenzano... Non
era uno a conoscenza di dove si nascondesse Riina, ma era uno che sapeva che,
seguendo i Ganci, lo si poteva individuare." Trame e teorie,
collaborazioni e confidenze, tra le solite metodologie d'Italia il parere più
autorevole ed affidabile rimane senza dubbio quello del capitano Ultimo e dei
suoi uomini. Oggi l'unica vera domanda da porsi realmente su Riina e
Provenzano è, per dirla con Masino Buscetta: "qualcuno ha
fatto un nuovo patto con la mafia?" L'’opinione del Procuratore Rovello
Nelle ultime dichiarazioni prima di lasciare il suo incarico di Procuratore
generale a Palermo per andare in pensione, Vincenzo Rovello commenta gli
eventi più salienti della sua carriera. La cattura di Riina è sicuramente tra
i più incisivi. < L’inferno
del 41 bis Con Riina dietro l e sbarre Cosa
Nostra si trova di fronte a due problemi: il primo e più grande il 41 bis. Solo dopo pochi mesi la firma dei
primi decreti che sanciscono il carcere duro, le famiglie di mafia sono già
allo stremo. Ci sono clan che
di fatto non esistono più: i Madonna di San Lorenzo, i Greco di Ciaciulli, i Milano di Porta Nuova, i Vernengo
di Ponte Ammiraglio, hanno gli uomini in prigione, in libertà restano solo le
donne e i bambini. Dal cortile di Pianosa l’elicottero si alza in volo sempre
più spesso: porta nel continente quelli che non ce la fanno, i mafiosi che
chiedono il perdono e si pentono. Da sempre gli uomini d’onore erano abituati
a ssere trattati con rispetto in prigione. Pe tutti gli anni Settanta e Ottanta il carcere di
Palermo era stato addirittura soprannominato Grand
Hotel Ucciardone: banchetti con le aragoste fresche
fatte arrivare dagli allevamenti di Sa Vito Lo Capo, champagne, secondini sugli attenti
e medici disposti a firmare
certificati falsi a ripetizione
che aprivano le porte dell’ospedale. Adesso invece la prigione e
sofferenza, solitudine e paura. Spiega in quei mesi Tommaso Buscetta:
<< Quello che disturba veramente la mafia è non poter adempiere alle promesse fatte ai carcerati. L’uomo d’onore
va in carcere sicuro che la sua famiglia starà bene, non passerà la fame. E
che la mafia si interesserà al massimo per farlo uscirà prima possibile. Non
ci sarà mai un uomo d’onore, non c’è mai stato – mi correggo – un uomo
d’onore che avesse temuto qualcosa in proposito. Ora non mantenere questo
impegno preoccupa di molto la mafia.>>. Il secondo
problema di Cosa Nostra è la successione a Riina: Binu
( Provenzano) è convinto che quel posto spetti a lui, ma non ha la forza per
imporsi, Luchino Bagarella, il cognato di Totò, è una potenza: impossibile
solo pensare di mettersi contro. Ma poi si sa come è andata a
finire. Zio Binu conquista il potere assoluto,
ordinando il silenzio delle armi, non più stragi, attentati, ed altre
operazioni militari. Vince l’ala “moderata “ di Cosa Nostra. Il
processo per l’omicidio De Mauro. Riina alla sbarra Trentacinque anni, e la verità
sembra ancora lontana. Trentacinque anni dopo l’omicidio di Mauro De Mauro,
giornalista del quotidiano di Palermo L’Ora, si è finalmente aperto il
processo per uno degli omicidi di mafia più misteriosi e più politicamente
connotati. Unico imputato Totò Riina, che partecipa all’udienza in videocollegamento dal carcere di Milano. «Finalmente ci siamo, con orgoglio
e emozione pronuncio queste parole, ma anche con amarezza e malinconia,
perché dopo 35 anni da quella maledetta sera apriamo il dibattimento per
l'omicidio di Mauro De Mauro» ha esordito il pubblico ministero Antonio Ingroia in apertura del dibattimento. «Dopo
una storia giudiziaria tormentata - afferma Ingroia
- ci ritroviamo qui, finalmente, a processare il capo di Cosa nostra. Ma i 35
anni che separano la scomparsa di De Mauro dall'avvio del processo creano
amarezza e malinconia. Tanti testi non sono più tra noi. E chiederemo che i
verbali di interrogatorio vengano acquisiti». «Questa è un'occasione unica -
aggiunge il pm - per dimostrare che la giustizia arriva sempre anche se a
distanza di tanti anni». Mauro De Mauro scomparve la sera
del 16 settembre 1970 e il suo corpo non venne mai trovato. L'omicidio De
Mauro è ritenuto dall'accusa un «giallo». Nell'aula si rivivrà il film
dell'Italia nera, la stagione dei misteri; sfileranno testimoni eccellenti,
fra cui molti giornalisti, il prefetto Mario Mori, il regista Francesco Rosi
e il senatore Emanuele Macaluso. I consulenti della
Procura parlano della scomparsa di De Mauro come di un buco nero, un giallo
che si innesta in un periodo storico e politico in cui vi era «la strategia»
della tensione, il golpe Borghese, i successivi tentativi di colpi di stato e
l'attentato a Enrico Mattei. «Il delitto di Mauro De Mauro è un
omicidio di mafia e non solo», dice Antonio Ingoia. «La
mafia in questo omicidio ha le proprie responsabilità - afferma il PM - ma ve
ne sono anche di altri ambienti. De Mauro non dava fastidio solo a Cosa
nostra». Secondo il magistrato sin dall'apertura dell'inchiesta vi sono stati
«depistaggi» e i punti su cui ricercare sono fissati in quelli che riguardano
l'attentato a Enrico Mattei, ma anche alla preparazione del golpe Borghese. «Accetteremo il movente di questo complesso delitto -
afferma Ingroia - Cosa nostra si sentiva minacciata
dall'attività di De Mauro. Oggi non conosciamo più quel buon giornalismo
d'inchiesta sulla mafia che conduceva De Mauro». Antonio Ingroia
ha ricordato anche gli altri giornalisti uccisi da Cosa nostra, tra cui Beppe
Alfano, Mauro Rostagno e Mario Francese. «Abbiamo l'esigenza di ricostruire
in aula Red |
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Riina Articoli in archivio Aiutateci a rendere la pagina
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