|
Avvenimenti
Italiani Facoltà di Sociologia a Trento Altri articoli Da
Trento all’arresto di Renato Curcio |
«Vietato obbedire» Trento…qui la nascita delle Brigate rosse Ivan Carozzi per Girodivite sul libro di
Concetto Vecchio: «in una splendida narrazione il ricordo della mitica
facoltà di Sociologia di Trento» ‘Vietato obbedire’, proprio così. Una specie di ossimoro,
di contraddizione in termini che racchiude tutte le inconciliabili antinomie
di un epoca. ‘Vietato obbedire’, ora, è il titolo del saggio edito dalla Bur
che il giornalista di origini catanesi Concetto Vecchio (che nome strano e
malinconico) ha voluto dedicare ai giorni di fuoco della mitica facoltà di
Sociologia di Trento. Un considerevole lavoro di ricostruzione storica, davvero
stupefacente per la straripante mole di dati, informazioni e aneddoti che
Vecchio è riuscito a mettere insieme e a riversare sulla pagina. Nei
ringraziamenti si legge: ‘Un monumento merita Sergio Mozzi, ex funzionario
dell’università di Trento, che per quasi vent’anni ha raccolto e conservato
tutti gli articoli usciti su Sociologia. Senza quel tesoro di ritagli non
sarei mai riuscito a ricostruire la corretta cronologia dei fatti’. E non solo la cronologia. Dalla narrazione di Vecchio, infatti,
ci viene restituita per intero l’atmosfera di quella città imbalsamata, tutta
alpini e grappini, che un giorno del ’63 cominciò a vedersi invasa di
capelloni, barbudos, freakettoni, intellettuali occhialuti e femministe in
minigonna e con i seni appuntiti. Uno shock. Un happening. Eppure, al di là
degli sviluppi che seguirono, la facoltà di Sociologia nacque da un’idea di
un gruppo di democristiani trentini, particolarmente illuminati. Su tutti Bruno Kessler (futuro rettore dell’università) e
il giovane economista Beniamino Andreatta. Erano quelli gli anni del
centro-sinistra al governo. L’idea moderna e temeraria, e per questo molto
osteggiata, di un corso universitario in sociologia, rappresentò il tentativo
di costruire, in Italia, un percorso formativo nuovo ed originale destinato
ai futuri quadri dirigenziali, alle generazioni cresciute durante il grande
boom economico. Non solo. Da un altro punto di vista, questo corso
universitario nuovo di zecca nasceva non soltanto da un’esigenza di modernizzazione,
ma doveva funzionare pure da sfiatatoio, rispondere cioè al progetto di
offrire al Trentino, regione bianca, cattolica e ipertradizionalista, una via
d’uscita dall’isolamento nel quale si trovava da tempo relegato, soprattutto
rispetto alle altre regioni dell’Italia Settentrionale. E la notizia di Sociologia riesce effettivamente ad
intercettare il fervido entusiasmo di moltissimi giovani, borghesi, alto
borghesi, proletari e poi di tanti, tantissimi cattolici. Ed è l’inizio di
una grande avventura, di un’’effervescenza collettiva’, come disse Emile
Durkheim. A Trento, chi l’avrebbe mai detto, si assiste emozionati all’alba
del ’68, della contestazione, si vede crescere e svilupparsi una fluorescente
Berkeley tutta italiana. Qui, prima che altrove, si sperimentano
l’occupazione, aperta o chiusa, l’università negativa (secondo le tesi di un
opuscolo redatto da Curcio e Rostagno), le comuni, l’amore libero, i giochi
di parole, la politica creativa, e infine è sempre qui, nelle aule di
sociologia, che in una specie di trailer degli anni ’70 si assiste alle prime
prove della lotta armata. A Trento vanno a studiare Marco Boato, Checco Zottis, Toni
Capuozzo, Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceni, Marianella Pirzio Biroli
Sclavi, Renato Curcio
e Margherita Cagol,
Gigi Chiais e Paolo Sorbi. Giovani baby boomers che intrattengono rapporti
familiari, amicali o di semplice filiazione, con nomi importanti
dell’intellighenzia italiana. C’è chi ha studiato con don Luigi Dossetti o
col giovane don Benzi, c’è chi, come Margherita Cagol, ha avuto un nonno
allievo del Carducci, e chi come Curcio, ed è una notizia inedita, è il
figlio non riconosciuto di Renato Zampa, fratello del più noto Luigi.
Insomma, a studiare nomi, cognomi e biografie, come ha fatto Vecchio, ne
viene fuori una sorta di album di famiglia molto, molto particolare, tutto da
sfogliare, quasi un confluire di correnti carsiche che per qualche hegeliana
ragione si sono ritrovate sotto il pavè della città conciliare. Ma soprattutto fra di loro c’è Mauro Rostagno, il leader
carismatico, il marxista libertario e irresistibile tombeur de femmes. Fra le
studentesse circola addirittura una leggenda su di lui, e cioè che se gli
avessi baciato l’anello, al Rostagno, saresti diventata una rivoluzionaria,
per tutta la vita. Anche Sofri,
Guido Viale, Mario Capanna e gli altri
leader del movimento studentesco, non mancano di
affacciarsi a Trento, di tanto in tanto, per vedere che cosa bolle in pentola
e trovare un po’ d’ispirazione. Ma la partenza dell’università, bisogna dirlo, è quanto
mai travagliata. Non soltanto governo e ministri non intendono riconoscere la
laurea in sociologia, ma ci si mettono pure gli studenti, che contestano i
docenti, che vorrebbero buttare a mare i programmi (chiedono più Marcuse,
Horkeimer e Adorno), che s’inventano l’istituto del voto politico, quasi lo
brevettano, e che vorrebbero aprire la facoltà a seminari e lezioni
autogestite. A risolvere la situazione arriverà un giovane professore
della Cattolica, Francesco Alberoni, che sbarca a Trento in spider e con
l’inconfondibile girocollo sotto la giacca (niente cravatta, quindi). Sarà
lui il nuovo rettore e sotto il suo dicastero inizierà un confronto aperto e
inedito fra l’accademia e gli studenti, un dialogo che in Italia non ha
precedenti e che per molti versi farà scandalo. Dove si era mai visto che un
rettore d’università si mettesse a frequentare le case degli studenti, le
comuni, addirittura, a fare bisboccia e a discutere di politica fino a tarda
notte? Eppure, nonostante questo breve e sfolgorante idillio, presto si
allungano le ombre dei ‘vietato vietare’, dei ‘vietato obbedire’, degli
imperativi camuffati da giochi di parole. L’atmosfera si fa cupa, c’è la pioggia di sangue del
Vietnam, c’è una classe politica indolente che a sinistra come a destra è
incapace di cogliere le istanze sollevate dai movimenti, e poi ci sono i
movimenti che di riflesso cominciano a farsi prendere da strane smanie e
sussulti, che prendono a sproloquiare di rivoluzione con un vocabolario sempre
più lugubre e burocrate. La sinistra extraparlamentare si frammenta in una
grottesca quantità di sigle e gruppuscoli: maoisti, marxisti leninisti,
guevaristi, lottacontinuisti, potopini. L’odore dolciastro del patchouli cede
a quello acre e urticante dei gas lacrimogeni, e iniziano così a circolare
gli esplosivi, le molotov, e i cittadini benpensanti cominciano a guardare in
tralice quei rompiscatole dei capelloni e delle femministe. Botte da orbi. Ci
si mettono di mezzo pure gli alpini, infatti, e i reduci della grande guerra,
quando un giorno Saragat, invitato a Trento per una commemorazione, viene
duramente contestato dai sociologi e nel corteo impavesato di medaglie,
gagliardetti e militaria, si scatenano scene da guerriglia urbana, pestaggi
indiscriminati e, soprattutto, incomprensioni a non finire, visto che gli
studenti quel giorno ce l’avevano con una classe politica trombona, sempre
pronta a far retorica sui settecentomila caduti italiani del ‘15-‘18, ma che
pure non è in grado di riconoscere una pensione decorosa ai vecchi
combattenti. A partire da quell’episodio, più o meno, inizia il declino
di Sociologia, iniziano gli anni ‘70. Eppure, Toni Capuozzo, il famoso
giornalista del TG5, racconta commosso a pag. 183: ‘Sociologia di Trento è
stata molte cose, per me: e anche una galleria di giorni e notti, e nomi, e
volti, e quasi, ancora, una parola magica, di quelle che pronunciate creano
una complicità. Ed è stata anche l’apprendimento di un metodo di
conoscenza, di una disciplina in anni indisciplinati, e un gusto mai perso di
capire cosa muova le persone’. Succedeva quarant’anni fà. Amen. Quando Curcio arriva a Trento Renato Curcio vi arriva nel giugno del |
|
|
|
||