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Avvenimenti
Italiani Mario Tuti
-1975 La scheda i vagoni
squarciati del treno dell’Italicus la scheda Altri articoli
Mario
Tuti
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I'ltalicus La notte del 4 agosto 1974 una
bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma
una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba
fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un
testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano
su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». I
due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano:
«Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno
si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato
assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è
arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella
vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le
loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente
poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già
esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi
in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto
che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è
buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al
centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di
orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva
esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una
vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo». I
neofascisti non nascondono di essere gli esecutori.
Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto
dimostrare alla nazione che siamo in grado di
mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e
come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno;
seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori
brancolano nel buio fino a quando un
extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini,
evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La
bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal
Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito
Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla
stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi». Eppure la polizia era
informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo
e una donna aveva addirittura dichiarato a un
giudice che l'autore della strage era proprio lui. Risultato:
la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane.
Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario
Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2. Si entra così nei misteri
della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la
vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata
nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a
diffidare del la magistratura aretina. Scrive Giampaolo
Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda:
«Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase
strafottente pronunciata da Luciano Franci, il
luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l'arresto: «Non
preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella,
che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle
più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi
non ottenne risposta. Protestò e allora l'ammiraglio Casardi,
capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme
che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i
Servizi segreti l'avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti. Comunque,
all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che
i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla
porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L'uomo
riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia
francese lo rintraccia a Saint-Rapha‰ l dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del
quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno
sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel
carcere di Porto Azzurro che terrà l'Italia con il fiato sospeso per alcuni
giorni. Le indagini sull'Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il
fronte dell'omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il
giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare
sulle alte complicità cala la serrana del «segreto
di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del '75 viene arrestato a
Milano l'avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa»,
movimento d'ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di
Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se
devono perquisire l'alloggio dell'avvocato, ma da
"Gli anni del terrorismo" di Giorgio Bocca (pagg. 291-293) |
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