Cinque anni ai tempi di Aldo Moro
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sulle Brigate rosse - Assassinio di D’antona
I Sette presunti brigatisti
fermati per gli attentati ai professori di diritto del lavoro D'Antona e Biagi avevano lo stesso obiettivo di quelli che
sequestrarono e assassinarono Moro nel '78: la costruzione del partito
comunista combattente, quanto a dire del partito rivoluzionario. È scritto
nell'atto d'accusa: volevano come Moretti, come Bonisoli,
come Morucci, passare dal terrorismo agitatorio e propagandistico alla fase prerivoluzionaria.
Dalla morte di Aldo Moro che vide il fallimento di
quel progetto sono passati 25 anni, più di quanto siano durati regimi come il
fascista e il nazista che parvero eterni (i fermati Proietti e Costa erano
bambini di 5 e 8 anni) ma in condizioni mutate al punto da sembrare
imparagonabili.
Certamente meno adatte a una rivoluzione. Perché a distanza di decenni rispunta questa utopia, questo impulso rivoluzionario fallimentare? Saremmo
tentati di rispondere: perché nella storia italiana non esiste una vera forte
tradizione rivoluzionaria, ma piuttosto una anarchica
in cui il gesto fine a se stesso prevale sul progetto, in cui le minoranze
sovversive non riescono mai a farsi seguire dalle masse.
"Il sequestro
Moro", mi ha
detto Mario Moretti che ne fu la guida, "fu il nostro tetto, il massimo
livello. La rivoluzione in quei giorni pareva scendere dal cielo come cose
vagheggiate, sembrava possibile, progettabile: la richiesta di un mutamento
reale che ci investì fu grande, più grande di quanto
voi immaginiate. Bisognava trovare le risorse politiche
adeguate, il partito".
"Ma
noi al momento non le avevamo. Le Brigate rosse lo sapevano fin dalla
fondazione ma speravano che la loro avanguardia, la loro sperimentazione avrebbero aperto la strada. Non è stato così. Secondo me il
pentitismo è il senso di questa sconfitta politica. Però
vorrei aggiungere: può uno Stato credere di aver vinto basando la sua vittoria
sul pentitismo? Può ignorare che continua la crisi politica?". La disfatta
di un terrorismo, che arrivò a contare fra militanti e simpatizzanti migliaia
di persone, è un dato di fatto che al momento sembra irreversibile. Quella che Berlinguer chiamò la spinta
propulsiva della rivoluzione sovietica si è esaurita, ha ucciso l'utopia
comunista. Un progetto rivoluzionario basato sulla lotta di classe, sull'impeto
di chi ha "da perdere solo le sue catene" e all'evidenza impossibile,
data la grande mutazione sociale di un proletariato
operaio che è stato assorbito dal partito medio dei consumi e dell'automazione.
E
allora? Che cosa può aver convinto una donna come Laura Proietti, che nei
giorni del sequestro Moro aveva cinque anni, o Alessandro Costa, che ne aveva otto, a provarci nuovamente? Una prima risposta
molto generica, ma non irreale, è questa: un evento sociale che lascia il segno
come una dittatura, come una guerra civile, come un moto sovversivo non
scompare mai da un momento all'altro, lascia sempre dietro di sé una scia di revancismi, nostalgie, imitazioni che sembrano irrazionali,
sono irrazionali, ma non per questo meno reali.
Studiando il fenomeno delle
Brigate rosse che noi cronisti pensavamo politico, ideologico si è scoperto che
in notevole parte, per non dire in parte preponderante era psicologico, che
nella maggior parte dei casi il disadattamento psicologico personale si era
innestato nell'occasione politica.
Ricordo le parole della
brigatista Aurora Betti: "Non abbiamo voluto
sederci nei posti che ci avevano prenotato. La lotta armata per me è stata la
massima liberazione di una soggettività che rifiutava di essere
addomesticata". Il brigatista che vuole tutto e subito
parte dalla lotta di classe, dalla rivolta sociale ma finisce presto nel
mare magnum movimentista in
cui si confondono i cascami ideologici di ogni provenienza. Se
erano oscuri confusi i documenti delle bierre
storiche, quelli delle nuove bierre sembrano prodotti
da un intellettualismo provinciale e autodidatta, un misto di retorica
populista più che comunista e di sociologismo mal
digerito. Colpisce soprattutto la mediocrità delle azioni, la scelta delle
vittime. Studiosi come D'Antona, come Biagi, che si
limitano all'analisi dei rapporti di lavoro, decisi dalla grande
macchina capitalistica, a cui al massimo suggeriscono delle correzioni
riformistiche. Professori disarmati, senza scorta, da
aspettare sulla porta di casa e da colpire senza il minimo rischio. Di
cui, immagino, i vecchi brigatisti un po' si
vergognino.
Giorgio Bocca – 25 ottobre
2003
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