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Tommaso Buscetta
Il supermercato è
grande, come tutto è grande in America. E anche
il carrello della spesa a cui Tommaso Buscetta si
aggrappa sembra più grande di quelli che normalmente si adoperano da noi. E appare per quello che in realtà è in questo momento: una
base d'appoggio indispensabile per un uomo che non ha più la forza di un
tempo. Buscetta è stato un lottatore, uno che ha
sempre trovato in se stesso l'energia per andare avanti, anche in momenti
durissimi della sua vita, come quando gli uccisero i
figli Antonio e Domenico. Anche oggi, che deve fare i conti con un tumore
cattivo, conserva questo impulso vitale. Se non l'avesse dentro di sé, dicono i medici, sarebbe già stato
sconfitto.
Eppure i segni della malattia si cominciano a vedere, a
partire da una tossetta che lo scuote ogni
tanto. In primavera era sembrato che la cura Di Bella avesse fatto il
miracolo. Ma non è stato così. La proteina maligna
che si è annidata nel suo corpo continua a farsi
strada. E, di pari passo, il pentito più famoso d'Italia che vive in una
località segreta degli States ha
dovuto rinunciare alle sue abitudini: di mattina presto, una passeggiata di
una decina di chilometri, qualche volta una nuotata in piscina, e poi la
spesa. Sì, proprio come un normale padre di famiglia: a Buscetta
piace scegliere la frutta ("Ma l'uva - dice
scuotendo la testa - non avrà mai il sapore di quella siciliana"), le
verdure ("Sa, non tutte le melanzane sono uguali"), gli spaghetti
giusti, quel particolare barattolo di salsa che gli consente di risentire il
sapore di casa.
Fino a prima dell'estate, gli acquisti per la famiglia
erano un divertimento. Adesso ci va lo stesso, ma è costretto a utilizzare quel carrello come fosse un bastone da
passeggio. Alle due è a casa. Va in onda il telegiornale
italiano e Buscetta si concentra sul video:
"Sentiamo com'è andato a finire questo benedetto processo". Ecco Ingargiola. Ecco la sentenza. E
lui china il capo.
La giustizia ha perso?
"Voglio rispondere anch'io come hanno fatto in molti oggi: le sentenze
vanno rispettate".
È stata una "sua" sconfitta?
"No, non credo proprio. Io ho solo detto quello che mi era stato
riferito. Non ho aggiunto niente di mio e quindi non mi posso considerare uno
sconfitto, così come non avrei detto di aver vinto
se il senatore fosse stato condannato".
Però molti ricordano che lei fu il primo, nel '92, a parlare di Andreotti.
"Non è vero. Quel nome io non lo feci. Parlai genericamente di un
referente romano".
Hanno perso i pentiti?
"No, non è affatto così. Questa sentenza non è
una débacle. La verità è che, purtroppo, i
collaboratori hanno perduto da tempo. Tutti, e soprattutto negli ultimi due
anni, non hanno fatto altro che parlare male di loro".
A sentire Ingargiola
forse le prove non sono bastate.
"Debbo ammettere che, giuridicamente, non sono
ferrato. Anch'io, come tutti, per capire dovrò
aspettare le motivazioni".
Il senso del dispositivo è che qualche indizio
c'era, ma non ha raggiunto la veste di prova. Ci volevano più riscontri?
"Io l'ho sempre detto che sono necessari.
La parola di un pentito non è mai oro colato. Chi fa le indagini deve
verificare se i fatti raccontati sono la verità. È questo il modo corretto
per utilizzare i pentiti e non distruggere le loro dichiarazioni".
Che risponde a Berlusconi
che parla di "processo politico"?
"Dico che ha torto. E comunque
io non faccio parte della politica, non ho mai saputo niente della politica,
non mi sono mai prestato a fare dichiarazioni che potessero favorire qualche
linea politica".
Le accuse contro Andreotti
erano un "teorema"? "Non è così. La gente ha la
memoria corta. Il "teorema" era quello del maxi-processo. E ci si riferiva al fatto che la commissione di Cosa
nostra era responsabile di tutti i delitti commessi dagli uomini d'onore. Le
dichiarazioni su Andreotti sono semplicemente il
racconto di fatti che altri mi avevano riferito e
che io ho a mia volta raccontato ai giudici".
La
Santa Sede ha espresso
soddisfazione...
"No, per favore, io sono uno che crede in Dio. Ma, secondo me, nessuno
dovrebbe anticipare giudizi prima di una sentenza, soprattutto se si tratta di uomini molto famosi perché questo può influenzare chi
giudica".
A questo punto una pausa è d'obbligo. Conosco Tommaso Buscetta
da sette anni, proprio da quel mese di novembre del '
92. E, da allora, di lui è cambiato solo l'aspetto
fisico. La malattia lo ha improvvisamente invecchiato e dimostra tutti i suoi
71 anni. Ma la sua testa è rimasta la stessa e il
suo comportamento pure. Negli Usa vive come uno
qualsiasi, ma solo le storie italiane lo appassionano. Oggi, in questa casa
semplice con tanti angoli di Sicilia, è una giornata di tristezza per le
dichiarazioni contro i pentiti. Proprio come tristi sono stati questi anni quando, dall'entusiasmo, si è passati alle critiche
sempre più esasperate verso i collaboratori. Una cosa, da testimone oculare, posso dire: in tante conversazioni Buscetta
non ha mai cambiato opinione. E oggi è il momento
giusto per fare un bilancio.
E allora, ci racconti come ha vissuto il periodo del
processo.
"Tranquillamente. Sì, proprio così: in cuor mio, sono stato tranquillo.
Ho cercato di avere sempre il maggior numero di notizie e ho rispettato la
giustizia e i suoi tempi. Vede, la mia non è mai
stata una disputa con lui. Io ho fatto la mia parte: ho detto quello che
sapevo. E non ho mai modificato di una virgola le
mie dichiarazioni. Invece la stampa ha voluto presentarmi a
tutti i costi come il suo antagonista, il suo nemico, l'avversario. È
stata una forzatura".
Eppure, ci siamo abituati a pensare che se il
senatore fosse stato assolto lei sarebbe stato il
perdente.
"Se ne avessi le forze, vorrei fare una guerra contro il mondo. In
questi anni mi è veramente venuto il sangue amaro quando
leggevo le cronache. Perché si trattava spesso di analisi
politiche. Perché era propaganda elettorale. Invece io ci tengo a ripetere - anche oggi - che non c'è stata
alcuna disputa. Io non volevo vincere e quindi non ho perduto".
Non le sembra che, nel frattempo, il clima sia
cambiato?
"Sicuramente ad Andreotti è convenuto che
il processo sia durato tanto tempo. Basta vedere che
cosa è successo all'ultimo congresso del partito popolare
quando l'ex segretario Marini, a proposito delle accuse di Perugia per Pecorelli, ha
affermato: "Tanto lo sapevamo che sarebbe andata a finire così...".
È vero che le sentenze arrivano in un momento
diverso rispetto alla testimonianza.
"Certo, il clima è cambiato sotto ogni profilo. Prima timidamente, poi
in modo sempre più esplicito, Andreotti ha
recuperato un suo spazio e soprattutto un suo ruolo
politico. E, nello stesso tempo, i processi sono
stati visti come una persecuzione. I suoi avvocati si sono sempre lamentati
perché il dibattimento è durato troppo, ma sono stati anche loro ad aver
presentato eccezioni che hanno allungato i tempi".
Lei vuol dire che il
processo è diventato scomodo? "Sì, è diventata una
questione di cui c'era perfino imbarazzo a parlare. E,
di pari passo, è mutato anche l'atteggiamento del senatore nei miei
confronti. All'inizio, lui si è lamentato di accuse
che venivano da Oltreoceano, ha parlato di un complotto americano, ha perfino
chiamato Kissinger a testimoniare in suo favore. Adesso se n'è dimenticato. Così io sono
stato prima un "testimone guidato", poi una "persona
leale". Oggi leggo che sono "uno che ha fatto tanti guai""
Ma
ora Andreotti dice che la rispetta e che lei ha
smentito quanto affermò nel '93.
"La verità è che Andreotti si comporta come un
uomo politico, quale del resto è. Ma a me tutto
questo non fa né caldo né freddo. Sono ormai troppo avanti con gli anni. E non mi lascio influenzare dagli elogi o dalle critiche.
Quanto a Pecorelli, quel verbale me lo sono andato a rileggere e io, proprio nel '93, dissi che
l'omicidio era stato chiesto dai cugini Salvo. Durante i processi, ho ribadito che questo era avvenuto
"nell'interesse" di Andreotti".
Però lei viene
ritenuto l'origine di una persecuzione.
"Mi lasci dire e spiegare una questione a cui tengo molto. Tutti si sono
sempre lamentati del fatto che i pentiti raccontavano fatti
che hanno appreso dai morti. Ma per me, in questi
processi, non è stato così. Io ho parlato di un vivo".
Parla di Tano Badalamenti?
"Sì, proprio a lui. Che è ben vivo e vegeto, a
quanto leggo. Lui avrebbe potuto chiedere un confronto, anche qui
negli Usa. Invece se n'è stato zitto fino all' ultimo momento, quando ormai i giudici di Perugia non avrebbero avuto più il tempo di chiamarlo,
anche perché lo avevano dichiarato contumace. Eppure
è stato contattato molte volte anche dagli inquirenti, ma senza risultati.
Non credo che gli italiani lo avrebbero trattenuto
dopo la testimonianza. E non credo neppure che gli
Usa gli abbiano vietato di partire".
Don Tano, in un'intervista, ha detto che lei mente.
"Lui è stato all'angolo a guardare. Adesso parla, ma io dico che si tratta di una cosa orchestrata".
Che vuole dire?
"Dico che l'ha fatto apposta a parlare a
ridosso delle sentenze. E che il "disonorato" - supposto che abbia
veramente usato quest'espressione che in bocca a uno come lui mi suona strana - non sono io, ma è lui e tutta
la sua famiglia. E aggiungo che è anche un bugiardo perché afferma di aver
insistito per venire al processo mentre invece non è
vero".
E perché l'ha fatto?
"Qui dicono: "There is something undercover".
Sì, io penso che ci sia qualcosa di segreto. Dietro il suo comportamento c'è
qualcosa di strano".
Lei insiste: ma perché lui doveva testimoniare a Perugia e ficcarsi nei guai?
"Senta, la storia dei miei rapporti con Badalamenti
è nota. Lui mi ha mandato il suo avvocato di New York che mi riferì: "Il mio cliente viene e fa scena muta".
Il che sta a significare: "Il mio cliente non
la smentirà". In cambio, però, voleva da me una testimonianza che lo scagionasse dall'accusa di traffico di droga che gli è
costata qui 43 anni di carcere. All'avvocato risposi che avevo detto la verità e che, soprattutto, non potevo prendere
accordi in privato. Non basta: in seguito, una giornalista tentò di esibire
un documento falso, attribuendomi cose che non avevo detto, e che andavano a
suo vantaggio".
Che risponde al suo vecchio amico che la contesta?
"Ma come posso parlare di lui se giura il
falso? Basta leggere quanto afferma sui cugini Salvo, quando dice di averli
incontrati furtivamente perché glieli aveva mandati il colonnello Russo. I
Salvo non avevano niente a che fare con la mafia? Nino,
un capodecina, e Ignazio un sottocapo avevano forse bisogno di farsi presentare a Badalamenti da un carabiniere? La storia è completamente
diversa. Allora lui era un soggiornante obbligato, c'era un tenente che gli
rendeva la vita impossibile, e quindi fu escogitato lo stratagemma di Russo.
La verità è che i cugini Salvo vedevano in Badalamenti
un Dio onnipotente, perché allora era il capo della commissione e quindi il
primo uomo della mafia. E invece oggi si trincera
dietro i "se" e si permette pure di affermare "state dicendo
voi che la mafia esiste...".
Ma non sarà che i pentiti hanno perso credibilità. "Gliel'ho detto all'inizio. Sono
accaduti fatti molto gravi che hanno contribuito a denigrare i collaboratori
e a screditare le loro affermazioni. La mia idea però è che chi ha sbagliato
deve pagare, ma che non si può fare di tutt'erba un fascio, coinvolgendo un'intera categoria di
persone. È come se si fosse criminalizzata tutta la polizia dopo i fatti della Uno bianca".
Il risultato è che oggi pochi vi difendono.
"Lo so bene. Però nel '92, dopo la morte di
Falcone, lo Stato è riuscito a far luce sulle stragi. Gli autori, anche
grazie ai pentiti, sono stati individuati. Poi il momento magico è passato. È
entrata in scena la politica, che ha rovinato tutto. In fondo, è stata una
fortuna che gli autori degli attentati - i Brusca, i
Di Matteo, i La Barbera
- abbiano ammesso le loro responsabilità, perché altrimenti sarebbero stati
messi in discussione pure quei risultati".
Chi ha sbagliato?
"È successo tutto in modo così sottile e sopraffino che nessuno si è
reso conto della china verso cui si stava andando. E
oggi non possiamo neppure dire: è successo quell'episodio
in quel preciso momento. Si è trattato di un processo lento e di
un'altrettanto lenta deriva. Certo è che, dal ' 92 a
oggi, il mondo si è capovolto. Basti ricordare i continui attacchi contro la Procura di
Palermo".
Beh, non sono più i tempi in cui l'ex capo della
polizia Parisi annunciava, come una vittoria dello Stato,
che il numero dei pentiti stava aumentando. "Lo so bene.
Adesso, quando leggo certe notizie, mi chiedo se non si vorrebbe una
bacchetta magica per farci sparire tutti".
Non è che di mezzo c'è la politica?
"Quando dissi a Falcone che non volevo parlare di politica lo feci a ragion veduta. Poi, per rispettare la morte di
un servitore dello Stato, ho commesso un errore, il più grave errore della mia vita. Tuttora, quando ci ripenso, lo
giudico gravissimo".
E quale sarebbe?
"Aver parlato dei rapporti della mafia con la politica. Prima
sapevo che dovevo tacere, perché lo Stato non era pronto. Nel '92 mi sono illuso. E ho sbagliato. Se fossi stato zitto
tutto sarebbe filato liscio".
Oggi non lo rifarebbe?
"Ma nemmeno per sogno. Me ne starei in silenzio. Ho fatto 15 nomi di uomini politici, ma quello che ha fatto maggior rumore
è stato quello di Andreotti. E così, con le mie
mani, mi sono fottuto,
perché da quel preciso momento la denigrazione nei miei confronti è stata
continua. Se rinascessi a nuova vita con la politica non
mi immischierei più".
Lei vuol dire che ha pagato un prezzo personale
elevato?
"Altissimo. Sono stato sottoposto a un massacro
persistente e inesorabile. I giornali sono rimasti in silenzio, oppure mi
hanno attaccato. E non c'è stato nessuno che, di
fronte all'opinione pubblica, mi abbia veramente difeso".
Però anche gli altri pentiti sono stati criticati, non solo
lei.
"No, perché non ho visto critiche dello stesso tipo su Mutolo o su Mannoia. Eppure, nel processo Andreotti,
i pentiti erano più di una ventina. Ma perché, continuo a chiedermi, il più
contestato sono sempre stato io?".
Il suo pessimismo riguarda anche la mafia: cosa le
fa credere che lo Stato non l'abbia sconfitta? "Non vedo
all'orizzonte nessuna affermazione seria del tipo:
"Cosa nostra deve scomparire". Nel '92 veniva
detto, oggi non è più così. Forse c'è chi è convinto che la mafia sia già
stata sconfitta. Invece è viva e vegeta, ha solo
cambiato attitudini, non è più quella di Riina,
quando si uccideva la gente giorno dopo giorno. La mafia di
oggi è più sopraffina, ha fatto tesoro delle esperienze vissute e ha
cominciato un'esistenza nuova. Sono convinto, insomma, che la mafia esiste
ancora".
Quali segnali vede?
"Per esempio l'assurdità che non si riesca ad arrestare Provenzano. Ci penso spesso. E
più ci rifletto più mi pare impossibile. In passato, l'omertà copriva
completamente un latitante, ma oggi non è più così.
Basta guardare quello che è successo qualche giorno fa a Firenze: un killer viene arrestato e non passano poche ore che confessa
tutto. Quale momento migliore, allora, per prenderlo?".
Perché lo Stato non ci riesce?
"Una mia idea ce l'ho, ma preferisco
tenerla per me".
Masino, io sto per lasciarla. Ma
non abbiamo parlato della sua malattia...
"Non sta andando bene. Ma c' è una cosa che,
più di qualsiasi altra, mi preme dire in questo momento. Io vorrei essere ricordato come una persona per bene. Nell'84 ho preso un impegno con lo Stato e in tutti questi
anni l'ho mantenuto. Sì, questo davvero ci tengo che
lei lo scriva: da allora, sono stato sempre leale".
(24 ottobre 1999) di Liana Milella
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