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Il covo delle Brigate
Rosse e la battaglia
di via Fracchia |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Una mano scosta le tendine bianche
dell’appartamento al secondo piano di via Fracchia
4. Centocinquanta metri più sotto, in fondo alla discesa, un muro di
carabinieri lascia appena intravedere la fine tragica di un’avventura. Dal numero 12 di via Fracchia esce prima una bara in legno chiaro, sul cofano
una croce nera, dentro il cadavere di una giovane donna,una brigatista. Poi
dal portoncino a vetri esce un’altra bara, dentro
il corpo di un uomo. E ancora altre due bare, una di legno,
e una di zinco. Quattro morti,quattro
terroristi delle Brigate rosse. Alle quattro del mattino su Genova
piove e tuona. Nel quartiere di Oregina,
al numero sedici di via Fracchia, una signora di
mezza età sente il suo cane guaire. Si alza, da un’occhiata fuori dalla finestra. Lungo la stradetta
in discesa e a fondo cieco, vede delle ombre scure. Sta per iniziare
l’assedio al numero 12 di via Fracchia.
Le ombre sono carabinieri con i giubbotti antiproiettili e
caschi, sotto le luci al neon dei lampioni sembrano apparizioni di un
altro mondo. Dentro, all’interno numero 1 del civico
12, dormono quattro persone, quattro giovani. Le ombre aprono la porta a vetri. Scendono una breve rampa
di scale e si fermano davanti all’interno 1. Qualcuno preme il campanello o
bussa . Una voce dice: << Aprite siamo
carabinieri>>. Pochi secondi dopo arriva una risposta, una frase
soffocata: << Non sparate ci arrendiamo>>.Rinaldo
Benà, 39 anni maresciallo dei carabinieri sposato,
un figlio di quattro anni, tira un sospiro di sollievo
e alza la visiera antiproiettile. La porta si apre e, da questo momento in
avanti, quel che è accaduto sul pianerottolo e nell’appartamento non si
conosce, si può solo supporre. Un colpo di pistola,poi raffiche
di mitra, molte scariche violentissime. Gli inquilini della palazzina a
quattro piani si svegliano. <<Sembrava il far west
>>, ricorda uno di loro. E nei racconti di chi ha sentito la
sparatoria, gli attimi durano una eternità. Ma i mitra hanno crepitato solo il tempo di poche
raffiche. A far fuoco saranno stati soltanto due o tre carabinieri. Finita la sparatoria a terra rimangono il maresciallo Benà
con l’occhio sfondato da un
proiettile, (ma se la caverà diranno poi i medici dell’ospedale San Martino)
e i quattro cadaveri dei brigatisti. Sul
pavimento insanguinato vestiti sommariamente, quasi nudi, tranne uno che
indossa un paio di jeans e un giubbetto della stessa stoffa, sono stesi i
brigatisti dell’appartamento. Vicino ai cadaveri le armi impugnate
nell’ultimo momento, tolte forse da sotto i cuscini. Uno addirittura
stringe ancora in mano una bomba a mano del tipo
“ananas”. Se l’avesse lanciata sarebbe stata una
strage di altre proporzioni. Il magistrato di turno dirà: << Stesi
lungo il corridoio c’erano tre uomini e una donna. Il corpo di un uomo era dietro la porta, forse è stato lui ad aprirla. Uno dei
quattro ha sparato verso il basso. La porta era sfondata, per terra molti
bossoli, un mare>>. Alle nove e trenta, quando il magistrato lascia
l’appartamento di via Fracchia,
non si conoscono ancora i nomi dei quattro brigatisti. Gli inquirenti
lasciano capire che si tratta di quattro terroristi responsabili degli ultimi
attentati a Genova, ma per ora non vogliono rivelare i nomi per non
intralciare le indagini. Si suppone solo che la ragazza sia l’intestataria
dell’appartamento ; Anna Maria
Ludman 32 anni,insegnante di francese alla scuola Gallierà. Una giovane, tranquilla e
riservata, che abita nella via da oltre 16 anni. Prima
con i genitori poi per un breve periodo col marito tabaccaio da cui è
separata. Da qualche tempo, Anna Maria,
viveva con un ragazzo più giovane di lei, distinto, anche lui tranquillo,
poco vistoso. I vicini li ricordano con due:
<<brave persone>>. In una stanza dell’appartamento,
sono stati ritrovati i documenti dei quattro. Forse carte d’identità, forse
patenti, non si sa se veri o falsi. A tarda sera sembra che il compagno della Ludman sia stato
identificato, si tratterebbe di Luciano Betassa, 28
anni. Non se ne sa di più. Gli altri due, invece sarebbero ancora cadaveri
senza nome. All’interno dell’appartamento,120 mq,
sette stanze, il più grande della palazzina, ha un curatissimo giardino, cosa
hanno trovato i carabinieri ? Quanto basta per definirla una “base operativa
di notevole importanza”. In effetti dalle
indiscrezioni risulta che nell’appartamento c’è di tutto, armi leggere, corte
e lunghe, cioè rivoltelle, fucili e mitra, delle bombe a mano contenute in
una borsa, infine alcuni candelotti di dinamite uguali a quelli usati in un
attentato a Torino (caserma “ Tra il materiale trovato nel covo vi sarebbero anche tre
bandiere con il simbolo delle BR, di quelle che i terroristi mettono alle
spalle dei sequestrati per poi fotografarli. Tutto questo è avvenuto tra le 4 del mattino, di una
piovosa domenica di marzo, e le 22 di quella stessa domenica, a Genova, il 30
marzo del 1980. Dai giornali dell’epoca: “ Anna
Maria Ludmann La “lotta armata” non ha rappresentato la follia di donne
e uomini incapaci di vivere serenamente il proprio tempo. Non si è neppure
rivelata la disperata condotta di persone alla deriva di sé
stesse. Pensarlo significherebbe sottrarre da responsabilità una società in
seno alla quale lo spaventoso feto fu concepito.
Interpretare quegli anni con le semplificazioni in uso al nostro tempo non
facilita la comprensione, in sostanza. Ecco perché interpretazioni quali
“scritti farneticanti” o “tesi deliranti” circa il materiale prodotto dalle Br paiono perlomeno
superficiali. Chiamarli “terroristi” identifica un soggetto, ma non ne spiega
la genesi. Prima che divampasse la “lotta armata” le
persone che ne avrebbero animato gli intenti vivevano in famiglia, in
fabbrica, a scuola o all’università. In una parola animavano un tessuto sociale comune a milioni di individui. Tra questi Annamaria Ludmann,
militante “irregolare”delle Brigate rosse morta a Genova in via Fracchia il 28 marzo 1980. Lorenzo Podestà |
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