La solitudine di Giovanni Falcone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’auto di Giovanni Falcone nel cratere di Capaci

 

 

 

“si muore generalmente  perchè  si è  soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Giovanni Falcone

“ Credo che Cosa Nostra -scriveva Giovanni Falcone in “Cose di Cosa Nostra”- sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina dei  sindaci mafiosi dopo la Liberazione.. Non  pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non siano alleati a Cosa Nostra- per un’evidente convergenza di interessi- nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi”.

Questo, il testamento spirituale di Falcone. Si conclude con amarezza” Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse  erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d’Italia fanno parte  del gioco  politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è ritenuto innocente in Sicilia -ricorda il giudice- né far visita ad un direttore di banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo né un alterco tra deputati un contrasto ideologico all’interno di un partito”.

Qual’è il risultato? “Accade - è l’analisi di Falcone- che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto.

Essi allora diventano vulnerabili  e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo  sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre, erano rimasti isolati  a causa delle loro battaglie politiche in cui erano fortemente impegnati.Il condizionamento dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda conto”

 

Conclude così il giudice:” si muore generalmente  perchè  si è  soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Giovanni Falcone era solo. Non soltanto nel palazzo di giustizia di Palermo,da cui fuggì. Ma anche a Roma.

Un pomeriggio, al ministero della Giustizia, si confidò con la collega Liliana Ferraro.”Aveva presentato la domanda per ricoprire l’incarico in procura nazionale antimafia- racconta il magistrato al processo per la strage di Capaci- ci aveva riflettuto molto, aveva anche telefonato al collega Vigna, per sapere se avesse fatto la domanda. Diceva:” Se la presenta lui, io non la faccio”. Ma Vigna non si era candidato. Presentò allora la domanda. Ma cominciarono tutte le polemiche, che si tradussero nei voti alla commissione del CSM. Mi pare,tre voti al dottor Cordova, due a Giovanni ed uno al dottor Lo Iacono. Quello che amareggiava moltissimo erano gli attacchi di cui fu oggetto in quel periodo dalle parti più disparate: lo accusavano di non poter ricoprire l’incarico di procuratore nazionale antimafia perché autonomo rispetto al potere politico. E ne rimase profondamente ferito. Ferito in maniera paurosa. Un pomeriggio lo visto piangere. Gli dissi:” lascia perdere, dovevi aspettartelo, in fondo non è la prima volta che ti attaccano”. Mi rispose: “ Capisci, io non ho niente, non possiedo niente, possiedo soltanto l’onore e la vita; questi mi vogliono togliere l’onore, e Cosa nostra un giorno mi toglierà la vita”

 

Si ripeteva, si è ripetuto per vent’anni, lo stesso amaro destino. Poco prima di essere assassinato, nell’83, il consigliere Chinnici veniva ascoltato dal Csm e rassegnava quello che diventerà poi il  suo testamento spirituale. I giudici che hanno celebrato il processo ai mandanti e agli esecutori hanno voluto trascriverlo nella sentenza. A futura memoria, allora,per tutte le vittime della mafia:” La morte del procuratore Gaetano Costa- diceva il consigliere istruttore- mi ha veramente turbato: lui era a Palermo da appena due anni, fu ucciso quando, prese coscienza di quello che era veramente l’ambiente che lo circondava, incominciò ad indirizzare un’azione realmente efficace nei confronti della mafia.

Costa è stato ucciso per aver voluto compiere il proprio dovere di magistrato. Io ho nei suoi confronti un ricordo di affetto e di rabbia per la sua morte, perché con quell’omicidio la mafia ha dimostrato tutta la sua efferatezza.

Palermo , in genere è una città sonnolenta: là gli uffici giudiziari- salvo la Procura e L’Ufficio istruzione- non si occupano di queste cose. I colleghi del civile, beati loro, e quelli del dibattimento queste cose non le seguono.

Qualche collega, che è andato via dall’ufficio istruzione, ha detto: “ Io sono tornato a vivere”, con ciò nessuno vuole fare l’eroe o la vittima. Ma l’ufficio istruzione ha solo quattro magistrati che si occupano dei grossi casi di mafia. Non ho parlato mai con nessuno della mia convocazione oggi qui al Consiglio superiore, salvo che a Falcone  e  Borsellino, che sono giudici impegnati, a me molto vicini. Sono venuto qui, ma ho viaggiato con un altro cognome.

 

Gladio:l’ultima pista

Sui computer e i file di Falcone – quelli che ci sono rimasti – qualche indicazione importante si legge comunque. Eccome. I consulenti lavorano innanzi tutto sul databank Casio, che qualcuno ha interamente cancellato e poi fatto ritrovare.

Vanno a Milano e gli ingegneri della casa produttrice fanno il miracolo: recuperano il contenuto della memoria. Si scopre cosi che dopo il delitto del Dc Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1991, Giovanni Falcone aveva progettato un viaggio negli Stati Uniti, probabilmente per incontrare Tommaso Buscetta, che non vedeva da tre anni. Dal suo ufficio del ministero, il giudice non si occupava più di indagini,, ma ha compreso la svolta che con quell’omicidio Cosa nostra vuole imporre. Chiudere un’epoca e aprirne un’altra con lo Stato. Lo spartiacque è la sentenza della Corte di Cassazione per il maxiprocesso, il 30 gennaio del ’92, che mette un punto fermo nella prima grande stagione giudiziaria contro la mafia.

Giovanni Falcone è come sempre solerte. E annota ogni appuntamento sull’agendina Casio. Chi indaga sulla strage di Capaci, capisce cosi il suo interesse per un uomo d’onore, Gaspare Mutolo, che lo aveva contattato perché voleva saltare il fosso, divenire un pentito, un collaboratore di mafia.

E’ però nei computer del suo ufficio al ministero che Giovanni Falcone conserva le sue intuizioni più preziose, per quella grande indagine che non aveva potuto portare a termine a Palermo. E’ l’archivio Gladio. Anche questo viene consultato in tutta fretta dopo la sua morte, ma non sappiamo da chi. I consulenti della Procura riferiscono alla corte del processo: << Le schede sono inserite nell’ambito del programma Perseo.. E non basta conoscere la password per consultarlo , bisogna anche avere una serie di conoscenze approfondite e specifiche sul funzionamento del programma, che è utilizzato solo dalle Procure e da uffici investigativi di altissimo livello. I servizi segreti per intenderci.>>.

Falcone-Borsellino. Mistero di Stato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link

 

 

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