Il Movimento del “77”
Articoli da leggere : Gli anni di piombo - Il febbraio del ‘77’
Le ragioni del baratro che si
stava aprendo tra il PCI e una parte della gioventù italiana non
erano solo politiche, ma anche sociali
ed economiche. La crisi significava disoccupazione crescente, sia nel settore
manuale sia in quello intellettuale. In realtà la
distanza trai due settori si stava restringendo sempre
più numerosi erano i giovani che frequentavano la scuola superiore e le università, le quali, in assenza di
qualsiasi riforma, divenivano sempre più affollate, e al termine del tunnel
educativo si presentavano sempre meno possibilità di lavoro. Nelle diverse città
si sviluppò un diverso movimento giovanile. Disamorati dalla politica
tradizionale, spesso incapaci o riluttanti a trovare un’occupazione che non
fosse solo marginale o precaria, desiderosi soprattutto di stare insieme e di
divertirsi, i giovani del movimento del “settantasette” differivano radicalmente da i
loro idealisti e ideologizzati
del 68. Il movimento prese le mosse dai
bisogni reali dei suoi componenti: l’autoriduzione veniva praticata non per le
bollette della famiglia, bensì per i biglietti dei concerti pop.
A Milano gruppi di giovani
occupavano edifici e li trasformavano in centri sociali: alla fine
del 77 ne erano
stati creati una cinquantina, con una partecipazione di circa 5-7000 giovani.
Le loro principali attività erano i concerti, film,
laboratori di fotografia e di musica,
centri di discussione, lezioni di yoga, e inoltre servizi consultorio per
tossicodipendenti, poiché in quegli anni le droghe pesanti, soprattutto
l’eroina, si erano largamente diffuse nelle città italiane, con conseguenze
spaventose per una generazione sottoccupata e disillusa.
In termini generali è
possibile differenziare il movimento del 77 in due tendenze, anche se spesso si intrecciarono. La prima era”spontanea”
e “creativa”, sensibile al discorso femminista, ironica e irriverente, incline
a creare strutture alternative piuttosto
che a sfidare il potere. Gli”indiani metropolitani”, con il loro
abbigliamento e la faccia dipinta simbolo del rifiuto della società
industriale, ne erano i rappresentanti più vivaci. La
seconda tendenza, “autonoma” e militarista, intendeva valorizzare la cultura
della violenza degli anni precedenti e organizzare i “ nuovi soggetti sociali”
per una battaglia contro lo Stato.
Questa strategia venne espressa teorizzata e praticata dai gruppi di
“autonomia organizzata”, che comprendevano al proprio interno intellettuali ed
ex leader di Potere operaio come Toni Negri
e Oreste Scalzone.
Nel febbraio del 1977 gli studenti occuparono l’università di Roma per protestare contro i propositi
di riforma del ministro della pubblica istruzione Franco Maria
Malfatti, l’occupazione divenne presto un punto di raccolta per tutti i
malcontenti della capitale.
Il controllo di questa lotta
cadde presto nelle mani di “Autonomia operaia”, con grande
disappunto dei gruppi delle femministe
che criticarono l’autoritarismo di quel gruppo e i limiti posti alla libertà di
parola. Il 19 febbraio Luciano Lama, segretario della CGIL. Protetto dai
militanti del PCI e del servizio d’ordine del sindacato, arrivò a tenere un
comizio all’interno dell’università. Sia l’ala “creativa” che quella”militarista” si mobilitarono
contro di lui, e in una tragica scena di incomprensione
reciproca, Lama venne zittito e scoppiarono violenti scontri tra gli autonomi e
i militanti del PCI. Quindici giorni più tardi una manifestazione di 60mila
giovani a Roma, degenerò in una battaglia urbana di quattro ore con la polizia;
furono sparati copli
di pistola da entrambi le parti, e alcuni dimostranti inneggiarono in modo
macabro alla P38, la pistola prediletta
dagli autonomi.
Da Roma ,
il movimento si spostò a Bologna, l’11 marzo 77, dopo un’assemblea di Comunione
e Liberazione interrotta da studenti di sinistra, scoppiarono gravi incidenti
nella zona universitaria. Il rettore chiamò i carabinieri i quali, come era spesso successo in passato, aprirono il fuoco senza
necessità: Francesco Lorusso, simpatizzante di Lotta continua, fu
colpito a morte. Ne seguirono scontri furiosi tra i giovani e la polizia, non
solo a Bologna ma in tutte le città principali.
A Bologna la situazione divenne così grave e preoccupante che le strade
furono pattugliate da mezzi blindati. La città, orgoglio e gioia dei comunisti,
celebrata dappertutto come una tra le meglio amministrate in Europa, era improvvisamente diventata un campo di battaglia ai
limiti dell’insurrezione armata.
Nel settembre 1977 fu
organizzato a Bologna un convegno sulla
repressione nella società italiana, con enfasi particolare sul ruolo svolto dal
PCI. Circa 30mila giovani invasero la città per tre giorni. Fu un momento estremamente delicato. Anche perché
Berlinguer scelse proprio quei giorni per definire i
seguaci del movimento dei”poveri untorelli”. Il PCI bolognese rispose alla
sfida con un esempio mirabile di “tolleranza repressiva”: cibo,alloggi, spazi incontro, le piazze principale della città,
furono rese disponibili dalla giunta comunale, ben consapevole del fatto che
sarebbe stata comunque posta sul banco degli accusati.
Il convegno si rilevò un
fiasco, caratterizzato dagli interventi
opportunisti dei nouveaux philosophes francesi e
da squallide scazzottature
per controllare i microfoni durante l’assemblea al palasport. La manifestazione
finale si svolse, fortunatamente, senza incidenti .
Da allora il movimento
cominciò a spegnersi rapidamente. L’ala militarista non aveva ottenuto ciò che
sperava e la maggior parte del movimento , per quanto
disgustata dei governi di solidarietà nazionale, non era pronta a
prendere le armi. I centri giovani di Milano
e altrove scomparirono o si trasformarono un po’ alla volta, abbandonati
a se stessi dalle sospettose autorità locali.
La maggior parte di questi
giovani ingrassò le file del “riflusso”; la grande
ritirata nella vita privata, l’abbandono
dell’azione collettiva,la penosa resa dei conti con la sconfitta
Avvenimenti
Italiani ![]()
![]()
www.rifondazione-cinecitta.org