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Il cavaliere nero – Da piazzale
Loreto al governo
LA
VOCE sempre più insistente che al ministero degli Esteri potrebbe andare il
leader del Msi e ora di An, il prima neofascista e ora postfascista
Gianfranco Fini non desta particolare stupore: non ci sono limiti nell'Italia
di Berlusconi alla devastazione della democrazia e
della sua immagine.
Perché una nomina del genere si può girarla come si vuole,
sdoganarla come si crede, giustificarla con l'unione nazionale cara al
presidente della Repubblica, ma il dato di fatto è questo: che a
cinquantaquattro anni dalla sua Costituzione la Repubblica fondata sulla
Resistenza, nata perché l'Italia dei partigiani aveva allontanato la monarchia filofascista, vede al governo gli eredi del fascismo più
bieco, quello alleato al nazismo fino all'ultima ora.
Sarò un reduce prigioniero delle sue memorie, ma il boccone è troppo indigesto per mandarlo giù. Dobbiamo davvero essere grati al cavalier Berlusconi di questo sdoganamento preparato e accompagnato da una campagna di
diffamazione dell'antifascismo e dell'azionismo a cui
si sono prestati i nostri intellettuali voltagabbana. Sarà che il potere ha un
fascino irresistibile per chi ne sta al margine, ma la convergenza al governo
del moderatismo italiano con il neofascismo è una delle operazioni politiche
più vergognose della nostra storia pur ricca di giravolte indecenti: per
compierla i moderati hanno dimenticato la tradizione democratica del vecchio
Partito popolare e poi della Dc di De Gasperi e i neofascisti si sono sbarazzati del populismo mussoliniano e del partito delle Mani pulite da opporre
alla corrotta democrazia, pur di entrare anche loro nella sgangherata ma
devastante guerra alla magistratura di Tangentopoli.
Se si pensa alla irrefrenabile corsa dei socialisti
alle cadreghe e alle automobili blu dei ministeri, si
può ben capire che la burocrazia neofascista abbia accettato con entusiasmo la
possibilità di andare alla greppia lasciando i furori e gli ideali al povero Rauti. La vera normalizzazione del postfascismo
di Alleanza nazionale non è stato, a ben guardare, il
convegno di Fiuggi e le recite democratiche che ne sono seguite, visita a Auschwitz, alle Fosse Ardeatine,
crociera sulla Achille Lauro con corona di fiori in memoria dell'ebreo Leon Khinghoffer, seguita
dall'arrivo festoso al Congresso americano, la vera normalizzazione è stata la
prova che il postfascismo era pronto a pagare tutti i
prezzi chiesti dal berlusconismo, tutte le
progressive mosse verso un potere senza avversari e temiamo senza opposizione.
Quando il procuratore della Repubblica di Milano D'Ambrosio può pubblicamente
dichiarare "ormai non c'è più limite, è la notte della democrazia",
senza che i custodi della Costituzione intervengano, quando un ministro della
Giustizia può trasferire un giudice per rendere impossibile un processo in cui
sono implicati i nuovi potenti, quando l'opposizione non trova di meglio che
organizzare un comizietto al Campidoglio in una
piazza dove stanno trecento persone, allora la speranza democratica si fa davvero
fioca. La svolta democratica di Fiuggi è stata un'abile manovra di un abile
politico quale è Fini, per uscire dall'isolamento e
per aprire le porte del potere. Resa possibile e facile dalla caduta dei valori
democratici, dal fatto che un ceto politico ed economico passato per
Tangentopoli, terrorizzato da un inizio di punizione, è arrivato alla ferma
decisione di continuare nella corruzione, ma questa volta nella
assoluta impunità e perciò ha voluto ad ogni costo, l'alleanza con il postfascismo.
E a Fiuggi Fini ha risposto di sì ripudiando il
fascismo populista e recuperando quello di regime.
Un giro di valzer nella tradizione italiana però forse troppo
rapido perché un ministro degli Esteri come Gianfranco Fini possa, senza
scandalo, adattarsi all'immagine democratica dell'Italia in un'Europa
democratica.
Fini è un politico abile, forse il meno gaffeur dell'attuale governo, forse uomo di governo
migliore delle scamorze radunate dal Cavaliere, ma non è stato fascista per
caso, era il pupillo di Almirante, quello che ci sparava addosso in Val Sesia,
è stato, se non militante, simpatizzante dello squadrismo nero, ha allevato lui
i colonnelli del Msi, compreso il Gasparri
che censura non solo la televisione ma anche i libri non graditi. E ancora nel
'94 esultava per il successo di Le Pen
ed era contro il Trattato di Maastricht. Una sera al Piccolo teatro di Milano Servan Scheiber, direttore
dell'Express, passato dal radicalismo di Mendes France
al gaullismo, a chi glielo ricordava rispose
sprezzante: "Solo gli stupidi non cambiano idea". Certo cambiare idea
si può, ma cambiar padrone non è poi cosa tanto nuova e commendevole.
Giorgio Bocca – 10 Gennaio 2002
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