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Le stragi
del 1993
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La strage di via D’Amelio

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L’intervista
a Paolo Borsellino
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L'OMBRA
DELLE STRAGI DI MAFIA
Dalla Sicilia, nuove preoccupazioni
per il presidente del Consiglio. L'ultima sentenza per la strage di via D'Amelio dice che Borsellino è stato ucciso anche per
un'intervista concessa a due giornalisti francesi in cui faceva i nomi di Berlusconi e Dell'Utri
Dopo aver ricevuto una bruciante sconfitta
sul fronte Nord, Berlusconi resta ancora pericolosamente impegnato sul
fronte Sud. Nelle settimane precedenti la decisione della Cassazione, dalla
Sicilia gli sono arrivati un paio di colpi
durissimi. L’ultimo collaboratore di giustizia, Nino
Giuffré, braccio destro del capo dei capi Bernardo Provenzano, ha rivelato
durante un’udienza del processo per mafia contro Marcello Dell’Utri, che Berlusconi avrebbe
incontrato, nella sua villa di Arcore,
l’allora capo di Cosa nostra, Stefano Bontate.
Venticinque anni fa – racconta Giuffré – «con la
scusa di andare a trovare» il boss Vittorio Mangano assunto da Berlusconi come fattore della villa di Arcore, Bontate si recò da
Palermo a Milano per incontrare l’imprenditore emergente Silvio Berlusconi. Giuffré ha
raccontato anche i rapporti tra Cosa nostra e Forza Italia: «Il popolo era
stufo della Dc, degli uomini politici, u ’nni putiva ’cchiù e non ne può più. Allora ha visto in Forza Italia un’àncora... E noi, furbi, abbiamo cercato di prendere al
balzo la palla, è giusto? Tutti Forza Italia. E
siamo qua (...). Forza Italia era vista allora come
la nuova Dc, come l’àncora
di salvezza di noi mafiosi (...), in cambio di favori, dell’eliminazione
dell’ergastolo, del 41 bis, della confisca dei beni...».
Dichiarazioni sconvolgenti sul capo del governo e il suo
partito. Eppure i quotidiani e le tv, che pure fino al
giorno prima avevano presentato Giuffré come
testimone attendibile, tengono bassa la notizia, non la ritengono (tranne
l’Unità di Furio Colombo) degna della prima pagina. Il New
York Times commenta: «In molti Paesi accuse
di tale serietà potrebbero quantomeno condurre a voci di un imminente crollo
del governo, ma in Italia sono a malapena registrate
(...). Decenni di accuse sull’influenza della mafia
sulla politica italiana, alcune reali, altre immaginate, hanno intorpidito
gli italiani a tal punto che i quotidiani danno più spazio alle notizie sul
maltempo».
Il secondo colpo a Berlusconi è ancora più duro e
ancora più invisibile sui media. La
Corte d’assise d’appello di Caltanissetta
poco prima di Natale ha depositato le motivazioni della sentenza bis sulla
strage di via D’Amelio in cui sono morti Paolo
Borsellino e gli uomini della sua scorta: con molte pagine che riguardano Berlusconi. Non c’è solo mafia nella strage, ribadisce la sentenza. Anzi, ammazzare Borsellino – in
maniera così spettacolare e a poche settimane dall’omicidio di Giovanni
Falcone – è stata per Cosa nostra una scelta addirittura controproducente,
nel breve periodo, perché ha innescato una dura reazione antimafia dello
Stato. Eppure Cosa nostra l’ha ammazzato: perché aveva garanzie «esterne» e
trattative in corso.
«Poco prima della strage di Capaci, Ganci gli aveva confidato (a Cancemi, ndr) che Riina si era incontrato con persone importanti», scrive la sentenza. «È bene precisare che Cancemi non ha mai affermato che queste persone fossero
Dell’Utri e Berlusconi, e
ha anzi detto che nessuno gli aveva mai confermato
esplicitamente che questo incontro vi era stato, anche se il Cancemi non ha nascosto di avere elaborato quell’idea. Cancemi, quindi,
avanzava solo sul piano deduttivo un collegamento fra la consumazione delle
stragi e gli incontri con “persone importanti”, di cui aveva
parlato in precedenza, finalizzati ai mutamenti legislativi cui Riina aspirava. Cancemi
istituiva un collegamento di tipo logico tra i rapporti personali che il Riina manteneva, le stragi e i mutamenti legislativi per
bloccare e screditare i pentiti. Per Cancemi la
motivazione principale della strage di via D’Amelio
era di ottenere una modifica immediata della legislazione sui pentiti. Così Riina spiegava l’urgenza di portare a termine l’uccisione
del dr. Borsellino. La strage era l’adempimento di un impegno, di un obbligo
che aveva contratto con chi gli aveva promesso la modifica della legge».
Prosegue la sentenza: «L’accelerazione soggettivistica che Riina ha dato agli avvenimenti nel corso del 1992, il
concentrarsi dell’interesse spasmodico alla soppressione di Paolo Borsellino
proprio quel 19 luglio del 1992, non si giustifica con il movente della
vendetta per il passato del magistrato. La scelta dei tempi per assassinare
il giudice mette in luce la complessità della strategia, elaborata dopo la
sentenza del maxiprocesso e la conseguente svolta epocale che essa
rappresentava nei rapporti tra Stato, politica e mafia. Mette in luce altresì
l’esigenza per Cosa nostra di compiere un’autentica rivoluzione in tali
rapporti, attraverso interventi radicali, per rispondere alla condanna e alle
sue implicazioni. Nello stesso tempo i contraccolpi della prima strage e il
ruolo che Paolo Borsellino stava assumendo nelle settimane successive alla
strage di Capaci imponeva l’esigenza della sua
immediata soppressione e l’assunzione consapevole dei costi che ciò avrebbe
comportato per proseguire nella nuova strategia. Tutto ciò si riflette sul piano
esecutivo con il succedersi frenetico di riunioni e incontri, con la
mobilitazione dell’intero corpo dell’organizzazione e la necessità per Riina non solo di ordinare la strage, ma anche di
spiegarne la necessità e i tempi. Da qui la riunione nella
villa di Calascibetta alla quale Riina partecipa non tanto per sollecitare l’esecuzione e
verificare lo stato dell’organizzazione, ma per spiegare l’assoluta necessità
della perfetta riuscita per le sorti dell’intera organizzazione».
il giudice doveva morire. Borsellino doveva morire. E
subito. A ogni costo: «Non deve sorprendere in quest’ottica che, come ha spiegato Cancemi,
nei mesi successivi anche dopo la stretta repressiva Riina
ostentasse ottimismo e chiedesse ai suoi pazienza e
che Provenzano dopo l’arresto del Riina avesse ribadito che la linea di Riina
dovesse essere proseguita, quasi che fosse stato messo in conto un periodo di
indurimento dello Stato che doveva tuttavia preludere nel tempo a un
progressivo ammorbidimento fino alla conclusione del desiderato accordo di
più ampio respiro, sulla base delle richieste più volte avanzate (...). Riina aveva messo in conto tutto, anche il 41 bis, non
aveva mai dimostrato sorpresa per la reazione dello Stato dopo il 19 luglio,
la sua era una prospettiva di lungo periodo: “Alla
lunga vinceremo noi”».
Prosegue la sentenza: «L’omicidio del dr. Borsellino (era, ndr) da portare a termine in fretta, con “premura”»,
perché era in corso «la trattativa sui benefici che Cosa nostra avrebbe
ottenuto da quella azione. Riina
aveva soggiunto che bisognava mettere in ginocchio le istituzioni e che
dovevano dimostrare di essere i più forti. (...). Ganci, quando la riunione
si era sciolta, nel commentare con Cancemi le
parole di Riina con la frase “questo ci vuole
rovinare tutti” soggiunse che il Riina
“aveva una certezza” e che stava trattando “una cosa enorme”. Nel corso di analoghe successive riunioni nel corso delle quali Riina aveva assicurato tutti che le cose stavano
procedendo secondo i piani, fu affrontato l’argomento del carcere duro che
nel frattempo era stato ripristinato per i mafiosi. Riina
rispondeva che quella situazione momentanea sarebbe stata superata dagli
impegni che lui aveva avuto dalle persone con le quali aveva trattato e che
tutto sarebbe stato superato in futuro; che tutto veniva
fatto per il bene di Cosa nostra. Invitava a stare tranquilli e ad avere
pazienza».
Ma quali erano i motivi di tanta fretta? «La precipitazione e la concitazione
con la quale si addivenne alla esecuzione del piano
contro Borsellino è da ascrivere, invece, a tre eventi esterni che si
connettono tra loro e assumono senso alla luce delle inquietanti
dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (...). La tradizionale
attenzione di Cosa nostra nel calibrare le proprie azioni in rapporto ai
possibili riflessi sulle decisioni di natura
politico-giudiziaria, avrebbe dovuto comportare un’astensione da
condotte idonee a far precipitare quelle decisioni in un senso sfavorevole
all’organizzazione. Un’azione eclatante di Cosa nostra, in pendenza di
situazioni incerte che da quell’azione avrebbero potuto essere pregiudicate (in effetti la strage
di via D’Amelio determinò la conversione del decreto legge sul carcere duro
con aggravamenti) si giustifica soltanto se, a fronte di quel costo, si fossero
prospettati benefici di ben più ampia portata e sia pure a lungo termine
(...). A fronte dei malumori dei detenuti nel periodo successivo alle stragi,
Bernardo Brusca, compare di Riina,
soleva ricordare che certamente il suo compare aveva dovuto con la strage
accontentare “qualcuno a cui non poteva dire di no” e quindi ribadiva il concetto fondamentale che ciò che poteva
apparire un “male” si sarebbe rivelato nel lungo periodo un bene per Cosa
nostra».
Infatti
«fra i vecchi boss detenuti, tutti vecchi compagni d’arme di Riina (...) era, quindi, diffusa l’opinione che nella
strage di via D’Amelio vi fosse stato un
“suggeritore” esterno, al quale il Riina non si era
potuto sottrarre. Tale “suggeritore” andava ricercato tra gli interessati
all’indagine su mafia e appalti nella quale il dr. Borsellino aveva
dichiarato, imprudentemente, di volersi impegnare a fondo, nello stesso
momento in cui Tangentopoli cominciava a profilarsi all’orizzonte. In questo
senso tanto il Brusca che il Calò ritenevano che la
decisione di uccidere il dr. Borsellino, nel momento meno opportuno, dovesse
risalire proprio a Bernardo Provenzano,
dei due capi corleonesi certamente il più sensibile
all’argomento appalti pubblici».
Borsellino e lo stalliere di arcore.
I tre «eventi esterni»
che spiegano la fretta di Cosa nostra nell’eliminare a
ogni costo Borsellino, per i giudici di Caltanissetta
sono:
1.
L’intervista rilasciata nel 1991 da Borsellino al giornalista francese
Fabrizio Calvi, in cui «racconta la carriera criminale del Mangano, esponente
della famiglia mafiosa di Porta Nuova, estorsore e grande trafficante di stupefacenti, ed espone quanto è a
sua conoscenza e quanto ritiene di rivelare sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Nel corso
dell’intervista il dr. Borsellino, pur mantenendosi cauto e prudente per non
rivelare notizie coperte da segreto o riservate, consultando alcuni appunti
in suo possesso, forniva indicazioni sulla conoscenza di Mangano con il Dell’Utri e sulla possibilità che il Mangano avesse operato, come testa di ponte della mafia a Milano
in quel medesimo ambiente (...).«Ma, se così è, non è detto che i contenuti
di quell’intervista non siano circolati tra i
diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le
dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte
ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage
gli interessi di persone che intendeva “garantire per ora e per il futuro”,
senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese
o dover mantenere promesse. Alla fine di maggio del 1992, dopo la strage di Capaci, Cosa nostra era in condizione di sapere che
Paolo Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista televisiva a dei
giornalisti stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su possibili
rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri e Berlusconi, rapporti che avrebbero potuto nuocere
fortemente sul piano dell’immagine, sul piano giudiziario e sul piano
politico a quelle forze imprenditoriali e politiche alle quali fanno
esplicito riferimento le dichiarazioni di Angelo Siino,
sulle quali i capi di Cosa nostra decisamente puntavano per ottenere quelle
riforme amministrative e legislative che conducessero in ultima istanza ad un
alleggerimento della pressione dello Stato sulla mafia e alla revisione della
condanna nel maxi processo. «Con quell’intervista
Borsellino mostrava di conoscere determinate vicende; mostrava soprattutto di
non avere alcuna ritrosia a parlare dei rapporti tra mafia e grande
imprenditoria del nord, a considerare normale che le indagini dovessero
volgere in quella direzione; non manifestava alcuna sudditanza psicologica ma
anzi una chiara propensione ad agire con gli strumenti dell’investigazione
penale senza rispetto per alcun santuario e senza timore del livello al quale
potessero attingere le sue indagini, confermando la tesi degli intervistatori
che la mafia era non solo crimine organizzato ma anche connessione e
collegamenti con ambienti insospettabili dell’economia e della finanza. Riina aveva tutte le ragioni di essere preoccupato per quell’intervento che poteva rovesciare i suoi progetti di
lungo periodo, ai quali stava lavorando dal momento in cui aveva chiesto a
Mangano di mettersi da parte perché intendeva gestire personalmente i
rapporti con il gruppo milanese. È questo il primo argomento che spiega la
fretta, l’urgenza e l’apparente intempestività della strage. Agire prima che in base agli enunciati e ai propositi impliciti
di quell’intervista potesse prodursi un qualche
irreversibile intervento di tipo giudiziario».
2. La trattativa in corso tra Cosa nostra e uomini dello
Stato: «Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi
e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a
conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di
starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa
Borsellino viene massacrato».
3. L’annuncio pubblico, fatto
circolare dopo la morte di Falcone, che Borsellino sarebbe diventato
procuratore nazionale antimafia.
L’ombra dei servizi segreti. C’è, dunque, una trattativa in
corso tra pezzi dello Stato e Cosa nostra, sullo sfondo delle stragi del
1992-93. Ma c’è anche l’ombra dei servizi segreti.
Secondo un consulente tecnico molto valorizzato nella sentenza, il mago delle
analisi dei traffici telefonici Gioacchino Genchi,
personaggi misteriosi (ma non mafiosi) hanno tenuto sotto controllo i
telefoni di Borsellino e forse hanno controllato dall’alto – dal monte
Pellegrino – la zona della strage.
Sul monte Pellegrino sorge il Castello Utveggio,
bizzarra costruzione in cui ha sede il Cerisde, un
misterioso centro studi che, secondo Genchi,
copriva un centro del Sisde, il servizio segreto
civile in quegli anni controllato a Palermo da Bruno Contrada. L’analisi dei
tabulati delle telefonate di un indagato, Gaetano
Scotto, ha evidenziato una chiamata, avvenuta qualche mese prima della
strage, tra Scotto e l’utenza del Castello Utveggio.
Sul luogo della strage, poi, scompare misteriosamente l’agenda di Borsellino,
da cui il magistrato non si separava mai. Un’utenza telefonica clonata, in
possesso di boss mafiosi, chiama uno dei villini che si trovano lungo il
tragitto che l’auto di Borsellino ha percorso la domenica della strage, ma
anche alcune utenze del Sisde. Pochi secondi dopo
l’esplosione, dalla sede del Sisde (sempre vuota la
domenica, tranne quella domenica) parte una telefonata
che raggiunge il cellulare di Contrada. Ma mentre erano in corso queste
delicatissime indagini, aveva spiegato Genchi in aula, la pista dei possibili «aiuti esterni»
viene bruciata dall’intempestivo fermo di Pietro Scotto e lo stesso Genchi è costretto a farsi da parte.
In conclusione, la sentenza afferma che «non vi è ragione di ricorrere a
mandanti occulti o a un terzo livello per ammettere che nei grandi delitti di
mafia esistono complicità e connivenze che il sistema non riesce a
individuare e a portare alla luce». I giudici, richiamando il contributo
portato nel processo da Genchi, sottolineano
i «condizionamenti e i veri e propri divieti opposti a quanti all’interno
degli apparati pubblici agivano con l’esclusivo intento di ricerca della verità,
e nel caso di specie all’indagine su tracce e dati che riconducevano a un
sostegno logistico ed informativo al commando mafioso di non identificati
soggetti appartenenti ad apparati pubblici».
I giudici così concludono: «Questo processo concerne esclusivamente
gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per
schiacciare il bottone del telecomando. Ma questo stesso processo è
impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano
altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che
in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria
rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico
e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage
annunciata che deve essere ancora in parte scritta». Il resto della storia
dovrà essere scritto nei prossimi mesi.
Da: Società civile
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