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Totò Riina e le elezioni politiche “concordate” con Andreotti

 

I rapporti con il capo dei capi, Totò Riina e Giulio Andreotti, secondo i pentiti e la pubblica accusa del tribunale di Palermo

La pubblica accusa di Palermo ha sostenuto che il senatore dovette affrontare la questione elettorale anche con Totò Riina durante uno storico incontro che è stato il vero colpo di teatro al processo di Palermo. Si parla del presunto incontro con”bacio” tra Andreotti e Totò Riina. A raccontarlo fu il poco affidabile pentito Balduccio Di Maggio, ora di nuovo in carcere con l’accusa di avere commesso vari delitti durante una dei suoi permessi premio.

All’epoca dei fatti Di Maggio era guardia del corpo e autista di Totò Riina ( che contribuirà a far arrestare nel gennaio del 93). Il pentito disse di aver accompagnato, nel settembre 87, Riina a casa di Ignazio Salvo, che era agli arresti domiciliari, e di aver visto entrare il senatore Andreotti.

A quel punto il boss si avvicinò ad Andreotti baciandolo su entrambi le guance, segno di riappacificazione e di rispetto. Questa tesi è stata sempre mantenuta dalla pubblica accusa e ribadita poi in appello. Non tutti i magistrati della procura di Palermo, credono al bacio, ma non vi sono dubbi sull’incontro del 20 settembre 1987, tre mesi dopo le elezioni di giugno, nell’agenda di Andreotti vi sarebbe un buco tra le 14 e le 17,30 negli impegni dell’allora ministro degli Esteri quel giorno a Palermo, e proprio in quell’asso di tempo vi sarebbe stato l’incontro con il capo dei capi di Cosa nostra.

Questo con Riina è uno degli otto incontri , con boss mafiosi, contestati al senatore nel corso del processo, ma cinque sono stati segnalati da pentiti come Angelo Siino, che non sono stati in grado di dare indicazioni precise sulla data e hanno riferito questi episodi “de relato”. In sostanza gli incontri importanti sono stati solo tre. Il primo, come sappiamo, risale all’estate dell’ 80, pochi mesi dopo l’omicidio Mattarella, quando, a dire del pentito Francesco Marino Mannoia, Andreotti avrebbe subito un arrogante altolà di Stefano Bontate : << dovete fare come diciamo noi, altrimenti vi leviamo i voti dalla Sicilia, di Reggio Calabria e di tutta l’Italia meridionale. Potete contare solo sul Nord, dove c’è la maggioranza dei comunisti>>.

Il secondo incontro sarebbe invece avvenuto nell’85 a Mazara del Vallo, nell’hotel Hopps, secondo l’accusa Andreotti sarebbe rimasto per una decina di minuti in una saletta privata, in compagnia di Andrea Manciaracina, giovane boss della zona, latore di un messaggio di Riina.

Il terzo sarebbe appunto quello con Riina e il relativo bacio,nel quale, a tre mesi dalle elezioni, si sarebbe proprio discusso di voti. Un episodio che, come abbiamo detto, la Procura di Palermo ha riproposto in appello, sostenendo la seguente tesi:<<  Cosa nostra tornò a sostenere elettoralmente i suoi antichi referenti ma quando si videro traditi uccisero Salvo Lima, uomo molto vicino al senatore>>. La Procura di Palermo ha teorizzato dunque che Andreotti abbia fatto in quell’occasione qualche promessa esaudibile, se non nell’immediato, almeno quando il Maxiprocesso fosse arrivato a Roma in Cassazione. Ma i giudici d’appello, come sappiamo non l’hanno creduto

Va detto che Andreotti, alle elezioni europee dell’89, fu eletto in un collegio del Nord-Est con un buon risultato; dunque era ugualmente forte anche senza l’appoggio dell’elettorato siciliano.

E a conti fatti l’ipotetica minaccia di Bontate, messa in atto da Riina, non aveva avuto esito: la mafia non sembrava in grado di portare a termine alcuna determinate” punizione”; poteva al massimo spostare qualche migliaia di voti, che non impediva alla DC di restare il primo partito di maggioranza ( anche se in quella tornata elettorale la Dc perse molti voti) almeno nel contesto degli anni ’80.

 

Racconterà nel 2002 l’ultimo pentito , Nino Giuffrè , che il cambiamento del cartello elettorale impegnò non poco i capibastone, talvolta senza successo: << Siamo dovuti andare casa per casa a discutere con la gente umile, i contadini, che non capivano nulla di quello che dovevano fare; sempre avevano votato DC e questa era stata la nostra indicazione, quando andavamo a prenderli con i camion nelle campagne>>. Un rito che si ripeteva ad ogni elezioni, fin dal 1947, Giuffrè, per rendere ancora più convincente la sua deposizione, ha aggiunto un aneddoto:<< Negli anni cinquanta un comunista cercò di salire sul camion perché non aveva altro modo per andare a votare, ma all’indomani lo trovarono morto>>:

Il vero problema di Andreotti era in realtà l’indebolimento della corrente siciliana della DC. In quegli anni era nato a Palermo il movimento di Leoluca Orlando, in grado di raccogliere una consistente parte dell’elettorato democristiano. Lima, all’elezioni dell’89, riuscì a essere eletto ma perse un terzo dei suoi voti, mentre Orlando, sfilava alla testa dei cortei dove si gridava: << Andreotti belzebù, il capo della mafia sei tu>>.

Orlando aveva avuto con Caponnetto e Falcone un vero e proprio feeling, che successivamente s’incrinerà, ma che sarà in quella stagione all’origine del rinnovamento culturale di una Palermo che viveva finalmente la sua”primavera”.

In questo clima, il 13 dicembre 1987, fu pronunciata la prima sentenza del maxiprocesso; diciannove ergastoli e centinaia di condanne pesantissime. I “teoremi” di Buscetta avevano vinto per la prima volta. La reazione sarà durissima, il 12 gennaio 1988 sarà ucciso l’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco. Erano passate poche settimane dalla sentenza del maxiprocesso e i boss tornano in campo con i Kalashnikow. La tregua era finita. Nel settembre successivo, sulla superstrada Palermo-Caltanisetta vengono trucidati il giudice Saetta e il figlio. Il giudice era stato nominato presidente del collegio al processo d’appello contro i quattrocento boss. Il giorno dopo a Trapani, fu ucciso anche Mauro Rostagno, ex leader di Lotta Continua, speaker di una locale radio privata, dai cui microfoni quotidianamente attaccava l’imprenditoria e le collusioni politico – mafiose. Pochi giorni prima, nella stessa zona era stato ucciso il magistrato Alberto Giacomelli, anch’esso per una vendetta della mafia. La tregua era definitivamente rotta, si preparavano altre morte morti, altri attentati ben più terribili, si erano forse già pianificate le morti di Falcone e Borsellino.

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