Avvenimenti Italiani

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Carlo Reviglio della Venaria

La strage al carcere di Alessandria

 

<< Ad Alessandria abbiamo salvato lo Stato>>, ripete convinto. Ad Alessandria lo Stato era minacciato da, due detenuti(politici) che, catturati armi alla mano quindici ostaggi, pretendevano di mercanteggiare la vita dei prigionieri con la propria libertà. Guidò le operazioni. Ora rimpiange: << Purtroppo le guardie carcerarie ci avevano informato male, ci avevano detto che la porta  si sfondava con un niente, su questo presupposto abbiamo deciso di fare un’operazione rapidissima, in modo da salvare il maggior numero possibile di ostaggi, o di salvarli tutti>> Bilancio : sette morti e quattordici feriti, di cui 7 molto gravi.

Quanto accadde,l’11 maggio 1974, Carlo Reviglio della Venaria era diventato procuratore generale per il Piemonte e per la Valle d’Aosta da tre giorni. Aveva già deciso di prendere nelle sue mani anche l’inchiesta sul rapimento del sostituto procuratore Mario Sossi sequestrato dalle Brigate rosse, affidata alla magistratura torinese dalla suprema corte di cassazione.

Alle spalle ha una lunga carriera. Nato a Torino il 65 marzo 1906, entra in magistratura nel 1932. Sarà sostituto procuratore a Vercelli e parteciperà alla guerra di Liberazione con le formazioni dei partigiani <<bianchi>>, con orgoglio ricorda che una studentessa lo ha citato nella sua tesi di laurea. Poi è a Roma, presidente della sezione penale presso la corte di cassazione.

 

La linea rapida deve essere applicata in ogni situazione, asserisce. Più volte ripete che in caso di sequestro di persona è assolutamente contrario alla sospensione delle indagini, anche se a chiederlo è la famiglia stessa del rapito. << Lo Stato non può abdicare>>. Viene accusato da più parti di essere un <<uomo di potere>>, un esecutore fidato. I suoi discorsi per le inaugurazioni dell’anno giudiziario hanno suscitato forti polemiche.

In una di queste disse;<< In questo anno, notevole è stato purtroppo in tutto il paese, l’incremento della delinquenza, triste ombra che accompagna la civiltà nel suo progressivo cammino e ne rivela le piaghe profonde. Si assiste così non solo al già più volte segnalato aggravamento della criminalità sotto l’aspetto qualitativo ed al suo diffondersi in strati di popolazione prima immuni da ogni tendenza a delinquere, ma – ed è il lato maggiormente grave – ad un suo atteggiarsi a forme associative cospicue  per numero di persone e per qualità di mezzi, scaltrite ed agguerrite nell’uso di ogni più moderna tecnica, con ramificazioni estese oltre frontiera, capeggiate spesso da persone in possesso di particolare cultura e preparazione.

La maggior parte di tali organizzazioni  criminali rivestono carattere politico, o affermano di  rivestirlo per procurarsi i mezzi per agire ed estendersi, compiono oltre ai reati più propriamente politici, delitti comuni gravissimi, quali rapine ed estorsioni, sequestri di persona, rapine, con conclusioni tragiche per le efferate uccisioni.>>

Prevenire il crimine, prevenire le cause che lo determinano ,<< richiede tempi lunghi e il fattore economico ha la sua importanza determinante sulla delinquenza per cui essa aumenta fatalmente in periodi di depressione come quello che si sta attraversando in questo momento..>>

 

L’operazione”militare” nel carcere di Alessandria, venne condotta dai carabinieri del generale Dalla Chiesa.

 

Alcuni stralci del libro: Camminando sotto il cielo di Sante Notarnicola

Il silenzio della trattativa viene rotto dalle raffiche di mitra alle 19,30. Dalla conclusione del primo colloquio ufficiale è appena passata un'ora e mezza. Niente faceva prevedere una decisione precipitosa di questo genere, considerato anche il fatto che non c'era per gli ostaggi nessun pericolo immediato.

Come è maturata questa decisione?

La porta dell'ufficio del direttore del carcere, dove è situato il quartier generale, è inaccessibile a estranei e giornalisti, ma qualcosa è trapelato ugualmente. Certo non possiamo dire se e come ci siano state consultazioni con Roma, anche se è del tutto ovvio che il Ministero degli Interni deve essere stato messo al corrente della decisione imminente. La decisione di andare subito all'assalto non avviene certo con l'accordo di tutte le autorità presenti, anzi. Il procuratore Generale di Alessandria Buzio e il sostituto Parola sono presenti. Essi, con la trattativa della Giarola, hanno già dimostrato di non approvare la soluzione di forza. Qui la loro posizione diviene aperta e verrà ribadita la mattina seguente da Parola che dichiara: 'Oggi abbiamo 50 evasi, domani ne avremo 53 e non mi sembra un prezzo troppo alto per la vita degli ostaggi'.

Le forze di P. S. sono pure presenti: il loro parere è contrario alla soluzione di forza in quelle condizioni, perché ritengo non essere possibile nessuna azione di sorpresa.

Questa opposizione viene tacitata e le forze di P. S. vengono escluse da questo compito di 'ordine pubblico', che dovendo svolgersi all'interno delle mura del carcere, è formalmente di competenza del corpo dei Carabinieri. La soluzione di questo conflitto di competenza non avviene senza attriti, ma è indubbio che l'azione militare, una volta decisa, non poteva avere esecutori poco convinti.

Queste garanzie potevano darle soltanto i Carabinieri, dal Generale Dalla Chiesa in giù, tutti assertori convinti della necessità di non cedere e di ricorrere all'uso immediato della forza"

Alle ore 17 ha inizio l'assalto conclusivo. Il Procuratore Generale Reviglio della Venaria ha dato l'ordine al Generale dei Carabinieri Dalla Chiesa, suo braccio destro e comandante in campo.

Il gruppo degli assalitori è composto da una quindicina di uomini, guidati dal Colonnello Pagani, dal Tenente Colonnello Musti, dal Capitano Fichera e dal Maresciallo Angioi; con loro partecipano circa dieci guardie carcerarie, al comando del Maggiore Raffa, e agenti della Criminalpol. (...)

Un candelotto rotola attraverso la corsia piccola verso la porta dello stanzino che è socchiusa. Viene subito rinchiusa con un calcio, ma il candelotto esplode avvolgendo tutto di un fumo denso e acre. Uno o più candelotti vengono sparati dall'esterno contro la finestra della corsia piccola, vetri vengono infranti, mentre la cortina di fumo si fa impenetrabile.

Subito dopo echeggiano i colpi d'arma da fuoco. Colpi isolati e raffiche di mitra. Sono momenti di grande confusione e tensione, durante i quali la strage si compie. Dalle cronache e dalle testimonianze dei giorni seguenti sarà difficile ricostruire la meccanica dell'assalto, ma proprio questo era il significato dell'assalto immediato, in fondo al vicolo cieco dell'infermeria, prima che detenuti e ostaggi decidessero di uscire. (...)

Cosa fanno i tre banditi? Essi speravano ormai di potercela fare, quando il lancio del primo candelotto lacrimogeno ha fatto bruscamente crollare le loro illusioni. Da questo momento la loro reazione istintiva è di sopravvivenza, ma anche di rabbia. Il comportamento dei tre non è lo stesso. Levrero è l'unico a salvarsi, perché resta relativamente lucido e segue il comportamento degli ostaggi cercando riparo e mescolandosi tra loro. Egli entra ed esce da uno dei gabinetti, poi si getta a terra, si "arrende" a uno degli ostaggi, una guardia carceraria, ed infine si finge morto in attesa che tutto sia finito.

Sul comportamento degli altri due invece le testimonianze sono più contrastanti. Infatti assistiamo, su tutta la stampa nazionale, ad un capovolgimento totale delle versioni e dei ruoli nel giro di poche ore. I giornali di sabato 11 indicano il mostro del detenuto Concu, riportando le testimonianze di uno degli insegnanti, Demanuelli, e di sua figlia che attribuiscono proprio al Concu l'uccisione della Giarola. Egli avrebbe trascinato l'assistente sociale in uno dei due gabinetti e le avrebbe sparato un colpo al collo. Il giorno successivo la versione viene però modificata: è lo stesso testimone a dichiarare che la Giarola era sì, vicino a lui, accovacciata presso un lavandino, ed è stato il Concu a trascinarla via, ma, prosegue, 'non posso dire che abbia sparato. Don Martinengo mi ha detto che la pistola di Concu si è inceppata al primo colpo. Io ho visto Di Bona sparare sulle guardie. A bruciapelo. E' stato lui ad uccidere Gaeta e Cantiello'.

Il mostro dunque è Di Bona. Su questa versione concordano prevalentemente le altre versioni finora note. Ma lo scivolone giornalistico su Concu mostro sanguinario e ...di sinistra, è dovuta solamente al caso? (...)

Egli, quando esce dallo stanzino, non viene subito riconosciuto, anche perché è vestito da guardia carceraria. La versione dei carabinieri e che egli si sia lanciato sparando contro di loro, ma con che cosa, se la sua pistola ha continuato a fare cilecca? Un'altra versione, in definitiva più attendibile, è che egli ha gridato per farsi riconoscere e per arrendersi. In ogni caso, appena identificato, viene colpito con una raffica di mitra e colpi di pistola in più parti del corpo. (...)

Cosa fanno le forze dell'ordine nel frattempo? Cosa avviene fuori dallo stanzino in cui si compie la strage?

Le testimonianze in questo caso sono solo quelle 'ufficiali' di Reviglio della Venaria e di Dalla Chiesa. Le falsità contenute in queste versioni ci portano a giudicarle non attendibili. Eppure non risulta difficile ricostruire il comportamento dei carabinieri durante questi tre minuti.

Conosciamo innanzitutto la loro posizione all'inizio dell'assalto: al di qua della corsia piccola, nel corridoio e oltre la porta del corsia grande. Di qui partono i lacrimogeni. La versione ufficiale e la testimonianza di alcuni graduati dei carabinieri dichiarano che, a questo punto, è seguito un assalto in piena regola, con grande sprezzo del pericolo e con l'irruzione all'interno dello stanzino. Una specie di corpo a corpo con i banditi. I carabinieri, dice Dalla Chiesa, si sono salvati solo perché muniti di giubbotto antiproiettile. Questa tempestività d'intervento avrebbe impedito perdite più gravi tra gli ostaggi. L'azione quindi è stata condotta in modo magistrale, conclude Reviglio.

Ma veniamo ai fatti:

- nessuno dei testimoni ricorda o parla di questa irruzione. Nei racconti sono presenti loro stessi e i banditi, i movimenti reciproci dentro lo stanzino, ma non si parla mai dei carabinieri;

- nello stanzino, alla fine, ci sono ben quattro morti e un ferito, tutto ad opera di un solo bandito, il Di Bona, che si è suicidato, questo anche secondo la versione ufficiale;

- il Concu è l'unico bandito ucciso dalle forze dell'ordine e viene colpito fuori dallo stanzino;

- dopo il lancio del primo candelotto lacrimogeno, la porta dello stanzino viene aperta successivamente tre volte: dall'agente di custodia Caporaso e dall'insegnante Gay, dai due ostaggi sfuggiti durante la sparatoria, e dal Concu alla fine, prima di essere ucciso;

- solo i due ostaggi fuggiti nel corso dell'assalto parlano della presenza delle forze dell'ordine, che incontrano nella corsia grande dell'infermeria e nel corridoio, esattamente dove si trovavano già fin dall'inizio.

Durante questo assalto, se così lo vogliamo ancora chiamare, non c'è proprio nessuna intenzione da parte dei carabinieri, che hanno sparato restando fermi nelle loro posizioni di partenza. (...)

A questo punto c'è veramente da chiedersi quante sarebbero state le vittime se il Di Bona non si fosse suicidato, ma se avesse proseguito il massacro, che l'assalto aveva provocato, ma che nessuno si preoccupava di impedire?

Quando il fuoco delle armi tace gli assaltatori avanzano con cautela verso lo stanzino. Prima di entrare gridano ancora: 'venite fuori!', ma gli rispondono le voci terrorizzate degli ostaggi che pregano di non sparare più. Dei banditi solo Levrero è ancora in vita, ma resta in silenzio, tra gli ostaggi, come fosse morto. I carabinieri prendono possesso dello stanzino. Levrero e i corpi di Di Bona e Concu agonizzante vengono trascinati via. (...)

Il Procuratore Generale di Torino, Reviglio della Venaria: '...Il piano d'attacco era stato concordato con abilità. Purtroppo abbiamo avuto qualche perdita, ne avremmo avute di più se non fossimo intervenuti. I banditi volevano proteggersi la fuga con altri ostaggi. Chiedevano un magistrato, un prete, oppure tre giornalisti. Abbiamo rifiutato perché avrebbe voluto dire mettere in pericolo altre vite. Quando stava per scadere l'ultimatum abbiamo attaccato. Gli agenti hanno trovato la signora Giarola morta, con la gola squarciata. Era già fredda: trucidata malvagiamente prima che noi intervenissimo. Non si poteva più aspettare. La nostra è stata un'azione meravigliosa, condotta in modo magistrale'.

Dopo quanto già detto non è necessario spendere altre parole per dimostrare le falsità e il grottesco di queste versioni ufficiali, cosa di cui loro stessi debbono essersi resi conto se Reviglio, il giorno dopo, ha aggiunto: 'Abbiamo lasciato a loro, ai delinquenti, l'iniziativa. Loro hanno sparato per primi, e noi siamo intervenuti, scrivetelo, mi raccomando, per impedire ulteriori atti di violenza. Noi non abbiamo incominciato con le armi, ma soltanto con i gas'.

Con questa dichiarazione il Procuratore Generale ha, si può dire, aggravato la sua posizione. Infatti, mentre le dichiarazioni precedenti erano all'insegna del giustificazionismo e della menzogna, questa si avvicina più alla realtà dei fatti. Spari e sgozzamenti vengono momentaneamente lasciati da parte, per dichiarare esplicitamente che sono state le forze dell'ordine ad iniziare, ma soltanto con i gas, lasciando l'iniziativa ai delinquenti, che sono stati quindi i primi ad iniziare a sparare. (...)

L'attacco è dunque stato una iniziativa cosciente per provocare ritorsioni dei tre detenuti contro gli ostaggi?"