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Bernardo Provenzano
Sono convinto…..che
questa lunghissima
latitanza sia stata resa possibile dalla vasta, intricata, resistente ma
invisibile rete di protezione che si era creata attorno a lui. Una rete certamente composta in buona parte da persone
insospettabili, politici, imprenditori, professionisti. E siccome nel
corso di questi quarantatre anni tanti di coloro che
aiutarono all’inizio la latitanza di Provenzano devono essere morti di vecchiaia , ne consegue che la
protezione del boss è stata lasciata in eredità ai figli, nipoti, parenti, amici,
soci. Voglio dire, e non prendetelo per un paradosso, che due generazioni di insospettabili sono stati complici diretti o indiretti
del boss. E’ questa la vastità del male, anzi, di una parte del male. E non credo di azzardare troppo dicendo
che oltre a essere insospettabili alcuni dei protettori forse erano ( e sono)
difficilmente “ toccabili”. E fino a che questa gente resterà a piede libero
corriamo rischio di tornare a sporcarci
E poi vorrei che tutti, passata
l’euforia, ci ricordassimo che la mafia, da tempo, non è solo ( o forse non è
più) Provenzano, antiquato custode dell’orticello che i suoi più potenti
colleghi mafiosi gli hanno lasciato coltivare finchè non è diventato un peso.
Perchè contrariamente al detto comune << morto un papa se ne fa un
altro>>, nella mafia, appena il papa s’ammala se ne fa un altro.
Andrea Camilleri, 13 aprile 2006
Era scomparso ,
il 18 settembre del 1963. Quel giorno i carabinieri della compagnia di
Corleone lo denunciarono per la prima volta "in stato di
irreperibilità", il rapporto portava il numero 392/4 e fu spedito
al giudice istruttore di Palermo Cesare
Terranova. Il "nominato" era ricercato per omicidio.
Una settimana prima un contadino si era presentato in caserma per fare una
deposizione. "Mentre tornavo in paese a dorso
di mulo - aveva raccontato il contadino - ho visto sul viottolo di contrada
Pirrello un cadavere con il viso sfigurato e con solo quattro dita nella mano
sinistra...". Il cadavere era quello di un mafioso che si chiamava
Francesco Paolo Streva, l'ordine di ucciderlo l'aveva dato Bernardo
Provenzano. Così è cominciata la storia dell'ultimo capo di Cosa Nostra
siciliana. Domani il vecchio boss, classe 1933, "festeggia" i suoi
quattro decenni alla macchia. Una latitanza senza precedenti in Europa e
forse nel mondo intero. Più lunga di quella dei gerarchi nazisti riparati in
Sudamerica, più misteriosa di quella di alcuni
terroristi internazionali come il famigerato Carlos. Dal 1963 il
"don" di Corleone è un fantasma. L'ultima volta che lo videro
libero fu all'ospedale dei Bianchi, proprio dietro corso
Bentivegna, la strada principale del suo paese. Era una sera di agosto e lui entrò nella stanza del pronto soccorso con
la camicia inzuppata di sangue. Era ferito alla testa, una pallottola di
striscio in mezzo a una sparatoria. Disse al medico:
"Stavo passeggiando, ho sentito un forte dolore, ho perso i sensi e non
mi sono accorto di niente". Il medico non fece domande.
In quell'estate gli omicidi a Corleone erano già stati 52 e i
tentati omicidi 21. Poi Bernardo sparì per sempre. Quel suo primo mandato di
cattura - depositato in cancelleria il 13 settembre del 1963 - lo firmò
l'esperto del tempo di "cose corleonesi", il giudice Terranova,
valoroso magistrato che sedici anni dopo (settembre '79) fu ucciso a colpi di
mitraglia proprio dagli sgherri di Luciano Liggio, Totò Riina e di Bernardo
Provenzano: "Tra Giovanni Simone, Salvatore, Bernardo e Simone, figura
di maggior rilievo è quella di Bernardo, esecutore materiale di numerosi
delitti con Bagarella Calogero (fratello maggiore del più noto Leoluca ndr),
suo indivisibile compagno... tutti sono implicati nelle sanguinose vicende
del 1958/1963... tali delitti vengono inquadrati
nella lotta per il predominio nel corleonese...".
Una
catena di morti aperta con l'agguato al vecchio capomafia di Corleone Michele
Navarra e chiusa con l'eliminazione di quel Francesco Paolo Streva sul
viottolo che scendeva verso il feudo di Strasatto. Da quel momento Bernardo
Provenzano è diventato imprendibile e anche invisibile. La sua foto più
"recente" è una sbiadita segnaletica del 1959, quando l'allora
giovane boss emergente fu "invitato" in caserma per un
interrogatorio e poi schedato con una grande "M" stampata sul
fascicolo: mafioso. Dentro quell'antico dossier c'è ancora scritto: "E'
un personaggio di cattiva condotta, la voce pubblica lo addita come
responsabile di molti reati. Politicamente non manifesta alcuna
ideologia".
Latitante nei campi intorno a Corleone e poi latitante a
Palermo. Dal paese alla città, dagli abigeati al "sacco" edilizio. E poi la droga e gli appalti pubblici. Una
carriera criminale nell'ombra, un'ascesa al vertice della Cupola omicidio
dopo omicidio. Dai delitti "eccellenti" palermitani degli
Anni Ottanta fino all'uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino firmata con Totò
Riina, sempre libero, sempre nascosto chissà dove ma sempre vicino alla sua
Corleone.
Per almeno vent'anni nessuno l'ha mai cercato. La caccia
vera è cominciata soltanto dopo la strage di Capaci. Nel 1992 sulla sua testa
c'era una "taglia" di 2 miliardi di vecchie lire, nel 1996 i
miliardi diventarono 3, oggi - raccontano sottovoce gli investigatori - i
reparti antimafia hanno a disposizione 2 milioni e mezzo di
euro come "compenso" a chi lo farà catturare. Ma nessuno fino ad ora l'ha mai tradito.
Una volta lo inseguono tra i
palazzoni di viale Strasburgo a Palermo e un'altra volta nel casolare
abbandonato al confine con la provincia agrigentina, fanno missioni in
Germania dove abita un suo fratello, tengono d'occhio giorno e notte la
vecchia casa di Corleone dove dal 1992 vivono la
moglie Saveria Palazzolo e i figli Angelo e Francesco Paolo. Su ogni auto di
polizia e carabinieri che circola per la Sicilia c'è sempre una foto formato gigante di un uomo che
potrebbe essere lui, un identikit, un'immagine ricostruita al computer sulle
indicazioni che di tanto in tanto fornivano i pochi collaboratori di
giustizia che l'hanno visto da vicino.
L'ultimo dei pentiti che l'ha incontrato è quel suo
"braccio destro" Antonino Giuffrè, uno spacciato come il
"nuovo Buscetta" che poi si è rivelato però un mafioso piccolo piccolo. Anche lui ha
parlato tanto di Bernardo Provenzano: senza mai dire nulla. Sembra proprio
che la latitanza del vecchio boss sia stata in pericolo solo due volte. Alla
fine degli anni 90, quando fu fermato da una pattuglia della
"stradale" a un posto di blocco su una
stradina in provincia di Enna: gli agenti non riconobbero - così ha
confessato il pentito Angelo Siino - l'amabile vecchietto che avevano
davanti.
E poi nel gennaio del 2001, quando
una squadriglia di poliziotti era certa di averlo individuato in un covo
vicino al paese di Mezzojuso. Lui riuscì a fuggire anche in quella circostanza. Storie
di blitz falliti. Di intercettazioni ambientali e di
pedinamenti costati milioni e milioni di euro. Di trattative segrete con
pezzi dello Stato.
Negli ultimi tempi gli esperti di mafia lo hanno dipinto
come l'uomo della "pace" dopo l'attacco mafioso allo Stato degli
Anni 90, come il boss che ha imposto la strategia del silenzio in tutta la Sicilia. E intanto,
intorno al misteriosissimo boss di Corleone fioriscono leggende e si inseguono sospetti. Di lui dicono tutto e il contrario
di tutto. Che è molto malato ("Soffre di reni") e che è sano come
un pesce ("E' firrignu, fatto di ferro"), che è il vero garante di ogni "famiglia" di Cosa Nostra e che fa
catturare con soffiate quelli che gli stanno antipatici, che mangia come un
uccellino e che è un gran divoratore di bistecche.
Di sicuro è uno che non ama i telefoni. Soprattutto i
cellulari. Con il suo popolo parla solo attraverso i "pizzini",
bigliettini di carta che vanno e vengono con fedeli messaggeri. Detta ordini su lavori pubblici da assegnare e su soldi da
incassare. E' religiosissimo. Ogni suo messaggio si apre con un
"grazie a dio" e si chiude con "il Signore vi protegga e vi
benedica". Sono le sue uniche tracce dopo 40 anni. E
poi il buio completo. Da quel 18 settembre del 1963.
Il segreto della latitanza
Il maresciallo rovistava nel libro degli indagati,
l´appuntato bruciava le auto degli sbirri... Tutte le informazioni fornite in
tempo reale agli amici del mafioso latitante dal 1963
l colonnello che cercava le «cimici»
era uno, uno dei tanti. C´era poi il maresciallo che rovistava nel libro
degli indagati, c´era quello che faceva la spia gratis, quello che ricattava,
quello che aveva il compito di scoprire gli «intercettati». C´era anche
l´appuntato sospettato di dar fuoco alle auto dei
colleghi troppo «sbirri». E soprattutto c´era quell´altro carabiniere che
sapeva tanto, così tanto che informava giorno dopo
giorno Bernardo Provenzano delle investigazioni che lo riguardavano. Proprio
giorno dopo giorno. Gli ultimi due anni di inchieste dei Ros sul capo dei capi di Corleone sono
state praticamente «bruciate», depotenziate, comunicate in tempo reale agli
amici del boss che è latitante da una notte di luna piena del settembre del
1963. E´ questa l´indiscrezione che filtra dalle pieghe dell´indagine
giudiziaria sulle «talpe» di Palermo, vicenda assai intricata che fa però intuire come il vecchio mafioso sia sempre libero.
Sempre inutilmente ricercato. Sempre un passo avanti agli uomini che gli
danno la caccia.
Talpe di tutte le razze e di tutte le misure circolano a Palermo di questi tempi. Talpe
in divisa. Talpe in borghese. Ufficiali, sottufficiali e truppe scelte. In
mezzo a questa masnada di favoreggiatori c´era anche lui, il maresciallo del
Raggruppamento operativo speciale Giorgio Riolo, esperto in posa di microspie
e trasmissioni, il carabiniere che ha tenuto al corrente
Provenzano di ogni «caccia grossa» che stava partendo dal suo reparto. L´ha
fatto sistematicamente, passando notizie a quel Michele Aiello di Bagheria,
califfo della Sanità privata siciliana e prestanome del superboss di
Corleone.
Soffiate su soffiate. Per ventiquattro mesi. Tutte
precisissime. E, a quanto pare, tutte arrivate a
destinazione. E´ quello che ha accertato l´inchiesta (affidata dalla Procura
proprio ai carabinieri di Palermo che stanno inoltrandosi oltre un confine
fino ad ora inesplorato) ricostruendo gli insuccessi delle loro ultime
operazioni di ricerca, uno smacco dopo l´altro, blitz falliti a ripetizione,
incursioni in casolari ormai deserti, telefoni
improvvisamente muti. Il vecchio Bernardo sapeva sempre tutto prima. Dal
maresciallo Riolo via-Aiello e da tante altre «fonti» che - sospettano gli
inquirenti - infestano le strutture antimafia a ogni
livello. Dal più basso al più insospettabile. Una rete di «copertura» intorno all´ultimo Padrino, una rete che gli garantisce
l´impunità ancora oggi dopo quarantatré anni. Un fantasma con tanti
protettori: eccolo, il segreto del corleonese.
C´era l´esperto in posa di microspie
e c´era il colonnello che quelle microspie voleva toglierle. Un piacere a un amico. Che poi era amico di un
amico che era uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano. Sempre lui.
Storia semplice quella del colonnello Pietro Traina, capo del servizio
amministrativo della «Regione Sicilia» dell´Arma, l´ufficiale che gestiva
anche le gare d´appalto per quelle ditte che forniscono apparecchiature per
indagini tecniche. Microspie. Il colonnello voleva far «controllare» da uno
specialista la Mercedes e la villa di
un tale, uno che era sospettato di avere favorito la latitanza di Salvatore
Sciarabba, un boss nominato capo mandamento proprio da Provenzano. Storia
semplice che si intreccia tutta a Misilmeri, paese
alle porte di Palermo, consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose,
territorio strategico per le «difese» del boss dei boss di Corleone. Il
colonnello Traina cercava di far «bonificare» auto e casa dell´amico, sapeva
che lo stavano controllando, tentava pure di carpire
da qualche collega particolari in più sull´indagine che avevano in corso. Un´indagine poco segreta. Troppo
spifferi. Troppe strane coincidenze. Per esempio: da sei anni i
carabinieri di Misilmeri stavano dando la caccia a quel Salvatore Sciarabba e
non riuscivano a prenderlo mai. Erano sempre lì per acchiapparlo e quello
spariva all´improvviso. Nessuno se ne faceva una
ragione. Era un mistero. Fino a quando Sciarabba è caduto
in una trappola della Squadra mobile. Indagine autonoma partita da
Palermo: senza passare mai da Misilmeri. Paese roccaforte di Bernardo
Provenzano. Che da quelle parti c´è stato. Come
probabilmente ha trovato rifugio nelle vicinanze, tra Baucina e Villafrati, a
Belmonte Mezzagno, a Cefala Diana, tutti paesi del «mandamento» mafioso di
Misilmeri.
Ed è lì che Bernardo Provenzano aveva costruito uno dei suoi «sistemi» protettivi. Dentro
la «famiglia» e fuori. Anche dentro gli apparati
investigativi. La prima «talpa» scoperta era stato un appuntato poi arrestato
e radiato dall´Arma. Si chiama Aldo Vullo.
L´appuntato era il capo equipaggio del «nucleo radiomobile», frequentava i
capi e i capetti della mafia paesana, relazioni
molto pericolose. Quando i mafiosi chiacchieravano
tra loro e parlavano dell´appuntato Vullo, scherzavano sempre. E si dicevano,
uno contro l´altro: «Quello è meglio di te... quello
è un carabiniere ma non è un carabiniere... ».
Attilio Bolzoni
Provenzano
non è più un fantasma – Nuovo Identikit
Bernardo Provenzano non è più un
fantasma. Ha le sembianze dell'identikit preparato dagli esperti della
polizia sulla base delle indicazioni fornite dell'ultima
persona che lo ha incontrato, il pentito Antonino Giuffrè. Eccolo
l'imprendibile capo di Cosa nostra siciliana: il volto scavato da 42 anni di
latitanza e potere, lo sguardo imperturbabile di chi decise l'inferno delle
stragi Falcone e Borsellino e poi all'improvviso decretò la fine della guerra
allo stato, non sappiamo ancora perché. Agli esperti della Scientifica,
Giuffrè ha indicato anche i segni della stanchezza e della malattia nel volto
asciutto di quell'uomo che il 31 gennaio ha compiuto 72 anni: per ben due
volte, negli ultimi quattro anni, il padrino di Corleone ha dovuto sottoporsi
a un'operazione di prostata, l'ultima volta a
Marsiglia. "Ma poi, dopo una dieta appropriata,
è tornato ferrigno come sempre", ha precisato ai magistrati il boss di
Caccamo che un tempo stava al suo fianco e oggi è un collaboratore di
giustizia. L'identikit della primula rossa di Cosa
nostra è stato reso noto nel corso di una conferenza
stampa alla questura di Palermo dal procuratore Pietro Grasso, dal prefetto
Nicola Cavaliere, capo del Dipartimento anticrimine centrale della polizia e
dal questore del capoluogo siciliano Giuseppe Caruso.
La foto è una elaborazione al
computer: fu tracciata nell'estate del 2002, subito dopo il pentimento di
Giuffrè, e da allora è stata la bussola per gli investigatori che sono
impegnati nella ricerca del superlatitante. L'identikit rassegna ancora il
piglio del padrino, lo stesso che 47 anni fa restò impresso nella prima e
unica foto segnaletica di Bernardo Provenzano, scattata nella caserma dei
carabinieri di Corleone: era il 17 settembre 1958, quel giovane di 25 anni
aveva rubato sette quintali di formaggio insieme ad
altri complici poi diventati tristemente famosi anche loro. In carcere
rimasero pochi giorni; poi, il 2 ottobre, a casa di Provenzano arrivò una
diffida della Questura di Palermo, "per le sue frequentazioni
pericolose". Il 9 maggio 1963 seguì una convocazione nella caserma dei
carabinieri di Corleone, "per nuovi accertamenti",
ma quella volta non si presentò nessuno. Il 18 settembre, dopo la
strage in cui morirono tre mafiosi del clan perdente
di Corleone, Provenzano era già ufficialmente latitante.
L'identikit presentato dal procuratore Grasso
è quello mostrato nei giorni scorsi a medici e infermieri di Marsiglia che
hanno avuto in cura il boss, a luglio e a ottobre
2003: quella volta, il capo di Cosa nostra si finse un anonimo pensionato
della provincia di Palermo. "Corporatura robusta, occhi castano chiaro, capelli castano scuri - così ha spiegato Giuffrè -
cercate una cicatrice al collo". Ma qualche anno fa, arrivò una soffiata
agli investigatori: "Provenzano ha fatto ricorso a
un chirurgo plastico". Il mistero continua.
7 maggio 2005 Salvo Palazzolo
La pentita Vitale:''Ho
visto Provenzano vestito da vescovo''
’ex boss in gonnella di Cosa Nostra è
stata ascoltata dalla terza Corte di Assise di Palermo come testimone nel
procedimento per l’omicidio di un rivale del clan che guidava
‘’Ho incontrato Bernardo
Provenzano nel ‘92 durante un summit che si tenne in un casolare situato
nelle campagne del palermitano. Era vestito da vescovo’’. A rivelarlo davanti
alla terza Corte di Assise di Palermo, presieduta da
Roberto Morgia e in trasferta per motivi di sicurezza a Roma, è Giusy Vitale,
l’ex boss in gonnella di Cosa Nostra, diventata capo della cosca dei
Partinico dopo l’arresto dei fratelli Vito e Leonardo. La Vitale è stata sentita
oggi per la prima volta in veste di testimone nell’ambito del procedimento
per l’omicidio di un rivale del mandamento che guidava. Pentita ‘’per amore
dei figli e della sua famiglia'', una famiglia che non vede da anni, la donna
33enne, ha deciso lo scorso febbraio di uscire allo scoperto e di
collaborare, come ha ripetuto lei stessa oggi
nell’aula bunker di Rebibbia. Protetta da un paravento Giusy ha raccontato di
aver visto il superlatitante una volta accompagnando
suo fratello Leonardo ad una riunione. ‘’Gli chiesi
-ha detto- chi era quella persona vestita in maniera così insolita. Poi seppi
che si trattava di Provenzano''. ‘’Con lui -ha poi
spiegato- non c’era accordo’’
La Vitale ha parlato anche di
quando venne ‘’promossa’’ al ruolo di boss. ''Quando fui indicata dai miei fratelli a capo della cosca
- ha riferito rispondendo alle domande dei pm - mio fratello Leonardo, con
cui avevo colloqui in carcere, mi disse di comunicare questa decisione agli
altri boss tra i quali Matteo Messina Denaro. Gli feci recapitare un biglietto ma non ho mai avuto risposta''. Giusy Vitale,
che dai pm della Dda di Palermo Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene, è
stata definita ‘’la prima vera donna di mafia che
comincia a collaborare con la giustizia’’, cominciò a pensare seriamente alla
possibilità di collaborare nell’estate del 2004. La stessa pentita ha
confermato di aver chiesto nel luglio scorso un colloquio con i pm della
Procura di Palermo, rivelando di essere stata convinta a questo passo da
Alfio Garozzo, suo convivente, pregiudicato per reati di mafia, attraverso un
fitto scambio di lettere. La donna ha anche ricostruito gli schieramenti
all’interno di Cosa Nostra, confermando i contrasti esistenti tra la famiglia
Vitale, della fazione degli irriducibili, e il gruppo di Provenzano.
16 maggio 2005
Il ''fantasma di Corleone'' va materializzandosi: di Bernado
Provenzano adesso si conosce anche la voce
Prima di Lui si aveva
solo una foto in bianco e nero che ritraeva il volto fiero di un giovane
ventenne e una, probabile, ricostruzione che lo
invecchiava di parecchi anni. Poi, grazie al computer e alla descrizione dei
collaboratori di giustizia, che a Lui di faccia lo conoscevano bene, si è
conosciuto il vero volto (almeno così dicono pure i medici francesi che lo
hanno operato senza sapere di avere a che fare con il ''boss
dei boss'' di Cosa Nostra) di Bernardo Provenzano.
Oggi di Provenzano, il super ricercato e latitante da
42 anni, si ha a disposizione anche qualche frammento di discorso. Si ha la
sua voce, insomma. Registrata per la prima volta dalle
cimici piazzate dagli investigatori in un casolare di Mezzojuso, nelle
campagne del Palermitano. Ad accertare che si
tratta proprio delle parole pronunciate della vecchia ''Primula rossa di Corleone'' è stato il pentito Nino Giuffrè, al quale il nastro magnetico è stato fatto ascoltare dai
magistrati della Dda di Palermo durante un interrogatorio al quale è stato sottoposto lo scorso mese.
La conversazione del boss latitante è molto lunga.
Finora la sua voce non era mai stata captata.
Il tono delle sue parole è pacato,
l'accento dialettale è forte e si avverte il senso di ''rispetto'' che hanno
le persone che parlano con lui, come si conviene insomma ad una persona
ritenuta il boss dei boss.
Il capomafia discute in un casolare nelle campagne di
Mezzojuso, lo stesso in cui il 31 gennaio 2001 è stato arrestato il boss
Benedetto Spera. La registrazione risale al dicembre 2000, ma solo adesso è
stato possibile identificare le persone che partecipavano al summit.
A quella riunione, infatti, erano presenti anche
Giuffrè, Spera e Cola La Barbera,
l'allevatore titolare del casolare, arrestato per il favoreggiamento del capo
di Cosa nostra. Bernardo Provenzano diventa sempre meno uomo invisibile.
Adesso se ne conosce il volto, il vero timbro di voce e le inflessioni
dialettali. Presto se ne conoscerà anche la consistenza fisica, perché non ci
si può nascondere per sempre.
29 aprile 2005
Prosciolto
Provenzano nel processo contro la mafia siciliana
Bernardo
Provenzano, Pietro
Aglieri, Stefano Ganci, Filippo e Giuseppe
Graviano, Carlo Greco, Salvatore
Lo Piccolo, Francesco
Madonia, Giovanni
Marcianò, Giovanni
Matranga, Giuseppe
Montalto, Calogero
Passalacqua, Bartolomeo
Spatola, Franco
Spatola, Benedetto
Spera, Antonino
Troia e Mariano Troia, Giuseppe Calò, Domenico Ganci.
Visti così, tutti insieme, questi nomi che evocano gran parte della
storia negativa della Sicilia, si potrebbe pensare servano per formare
virtualmente un'imbattibile squadra di ''fantamafia'',
all'interno di un gioco sicuramente di cattivo gusto.
Invece, dietro questa terribile lista, tra
l'altro parziale, c'è un grave rischio, quello che vede tutti i
possessori di questi nomi di nuovo liberi, fuori dalle carceri o dalle loro
colpevolezze.
La Cassazione ha infatti
deciso di smantellare una delle più importanti sentenze contro la mafia
siciliana. La VI Sezione
penale ha annullato, con rinvio a nuovo giudizio, l'ergastolo al superboss
latitante Bernardo Provenzano e a decine di altri
capi e killer in relazione al processo per 127 omicidi di Cosa Nostra
avvenuti, a Palermo e provincia, tra gli anni '70 e i primi anni '90.
Molti dei delitti, ora senza colpevole, riguardano
uccisioni di mafiosi ammazzati dai corleonesi nella guerra per impadronirsi
del controllo del capoluogo siciliano. Ma alcune delle vittime erano uomini
delle forze dell'ordine (come il capitano dei carabinieri Mario
D'Aleo, ucciso nel 1983, e l'agente Calogero Zucchetto ammazzato nell'82) o
cittadini qualsiasi.
Una sentenza che avrà anche
effetti collaterali pesanti. E' probabile infatti,
che in seguito
a questa decisione, alcuni personaggi, considerati dei killer professionisti
possano tornare rapidamente in libertà,
ed è sicuro che le istanze dei loro avvocati partiranno con la massima
celerità.
L'annullamento con rinvio è stato disposto dalla Suprema Corte anche
per boss del calibro di: Pietro Aglieri, Paolo
Alfano, Giovanni Battaglia, Giovanni Di Gaetano, Vincenzo Di Maio, Giuseppe
Farinella, Stefano Fontana, Stefano Ganci, Filippo e Giuseppe Graviano, Carlo
Greco, Girolamo Guddo, Salvatore Liga, Giovani Lipari, Matteo Lo Duca, Salvatore Lo Piccolo, Francesco Madonia, Giovanni
Marcianò, Giovanni Matranga, Giuseppe Montalto, Calogero Passalacqua,
Antonino Porcelli, Nicola Riolo, Pietro Salerno, Simone Scalici, Giusto
Scarabba, Gaetano Scotto, Bartolomeo Spatola, Franco Spatola, Benedetto
Spera, Francesco e Giuseppe Spina, Antonino Tarantino, Antonino Tinnirello,
Antonino Troia e Mariano Troia.
Tutti questi imputati dovranno essere riprocessati
dalla Corte di assise di appello di Palermo. In totale, di 81 ergastoli, ne
restano in piedi solo una quindicina.
La Cassazione
ha infatti confermato e reso definitive le condanne a vita
per il capo dei Corleonesi Totò
Riina, Leoluca Bagarella, Salvatore Biondo, Michelangelo La Barbera, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Giovanni Buscemi, Giulio Di Carlo, Giovanni Di Giacomo, Raffaele Ganci, Salvatore Giuliano, Antonino Marchese, Biagio Montalbano e Giovanni Motisi.
Proprio in questa ''distinzione''
si possono individuare, forse, le posizioni giuridiche che sono alla base
della sentenza della Cassazione.
Infatti, la Suprema Corte (i
giudici sono stati in camera di consiglio una settimana, dal 13 aprile a oggi) sembra aver applicato la sua stessa giurisprudenza
più recente: quella secondo la quale gli uomini di Cosa Nostra
non possono essere considerati e, quindi, ''condannati'' come facenti parte
di un'organizzazione o di una "cupola" responsabile di tutti i
delitti.
Ciò vuol dire che per ogni singolo delitto, le procure avrebbero
dovuto dimostrare i rapporti precisi tra assassino e mandante: altrimenti il
mandante va considerato innocente.
In quel lungo periodo, poi, Totò Riina prendeva le sue
decisioni consultando poche persone della cerchia ristretta dei corleonesi;
non è quindi dimostrato, secondo la VI sezione, che Provenzano e
altri condannati abbiano partecipato a quelle scelte di morte.
Stesso discorso per i capi mandamento che, in molti
casi hanno ricevuto mandati di cattura per delitti compiuti
mentre erano in carcere.
Per la Cassazione, se un
uomo è in galera, non può essere mandante di un delitto per il solo fatto di
comandare una cosca. Secondo i pentiti e secondo i magistrati che li avevano
condannati, invece, anche dalla prigione, certi personaggi potevano prendere
decisioni importanti, anche ''condanne a morte''. La Suprema Corte ha inoltre
annullato con rinvio, limitatamente ad alcuni capi di imputazione
per singoli omicidi, le condanne all'ergastolo per Giuseppe Calò, Giuseppe Dainotti, Raffaele Galatolo, Domenico Ganci, Domenico Guglielmini e Francesco Gullo.
Annullata con rinvio anche la condanna all'ergastolo di Gioacchino Cillari, Nunzio Milano, Francesco Mulè e Antonio Scimone: anche tutti questi
boss mafiosi saranno processati nuovamente dalla Corte di assise
di appello di Palermo per rivalutare la loro
responsabilità in determinati e specifici omicidi. Ma
resta il giudizio della loro colpevolezza per la maggior parte degli episodi
sanguinari loro addebitati.
Infine la VI Sezione penale
della Cassazione ha stabilito che, per alcuni reati minori, deve essere
rideterminata la pena per Michele
Dentici, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Salvatore Madonia, Antonino Rotolo, Giovanni Torregrossa.
La rideterminazione è dovuta alla dichiarazione di prescrizione di alcuni
reati minori.
Da “Guida Sicilia –7
maggio 2005
L’intervista
a Pietro Grasso
Quello che segue è il testo integrale dell'intervista del
Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso andata in onda a 'Tv7', su
Raiuno.
"I pizzini (i messaggi di carta che i mafiosi
detenuti passano ai loro affiliati, ndr), è un sistema che sembra antiquato
ma se usassero le più moderne tecnologie probabilmente noi riusciremmo a entrare e a scoprire molte più cose. Quello dei
biglietti è un sistema che ha dei limiti che non riusciamo
a valicare. Nel senso che dovendo seguire la persona che porta i biglietti in
un luogo dove è impossibile seguire quella persona, salvo essere scoperti,
questo viene sfruttato a vantaggio della
comunicazione nell'organizzazione Cosa Nostra. Dalle nostre indagini risulta che spesso siamo noi stessi oggetto di indagini.
Cercano di capire le macchine che sono sul
territorio a chi appartengono e fanno anche delle ricerche attraverso persone
di loro fiducia presso la motorizzazione".
Chi copre la latitanza del capo di Cosa Nostra?
"La coprono rappresentanti delle professioni, la
coprono politici, imprenditori, forze di polizia. Dall'indagine sulla
sua ricerca sono emerse tutte queste categorie, quindi non è soltanto una
copertura da parte di un'organizzazione criminale, ma è una copertura che
viene da intere fasce sociali. Abbiamo scoperto che un imprenditore riceveva
da un sottoufficiale della forza di polizia delle
informazioni sulle nostre indagini. L'imprenditore era collegato a Cosa
Nostra e quindi le indagini nostre venivano
conosciute direttamente da Provenzano. Non abbiamo ancora catturato il
latitante Provenzano che da tanti anni, appunto, è tale, però diciamo che i successi ottenuti nella ricerca del
latitante Provenzano sono assolutamente indiscutibili. Abbiamo arrestato ben
450 suoi favoreggiatori o associati a Cosa Nostra. Sono stati sequestrati
centinaia di milioni di euro di beni, sono state
scoperte tante persone che facevano da prestanome o intestavano
fittizziamente per conto di Provenzano beni di ingente valore. Quindi diciamo che l'organizzazione paga certamente per questa
latitanza".
Perché Provenzano va in Francia a curarsi?
"Mentre in passato Provenzano si era servito di medici palermitani,
adesso, sentendo forse il terreno non sicuro sotto i suoi piedi si è rivolto all'estero. E fra l'altro in
una zona dove parecchi siciliani sono soliti andare per risolvere all'estero
i problemi della sanità, visto che la sanità siciliana non sempre è
all'altezza della situazione. Del resto proprio nel salotto del medico
Guttadauro si sentiva parlare di primari che dovevano prendere
certi posti al posto di altri. Cosa nostra è sempre un'emergenza nel senso
che va a infiltrarsi nel potere, nell'economia e
distrugge quella libertà d'impresa, libertà di mercato che è il fondamento
per lo sviluppo di una regione, di una nazione. Cosa
Nostra ha degli accertati collegamenti con altre regioni d'Italia come la Lombardia, il Veneto, la Toscana, per quello che
ci risulta".
Sono investimenti?
"Ci sono investimenti e ci sono anche, secondo un fenomeno abbastanza
strano, uno scambio di imprese siciliane che
ottengono appalti in queste regioni e imprese di queste regioni che ottengono
degli appalti in Sicilia. Sembra quasi che ciò possa essere in un certo qual
senso coordinato o diretto da una mente che accentra tutto".
A far mettere i timbri sul documento falso di Provenzano è stato l'ex
Presidente del Consiglio di Villa Abate Francesco Campanella, che oggi sta
collaborando con questa Procura. Qual è il valore di questo fatto?
"Certamente questo dà l'esatta misura di come Cosa Nostra riesca a infiltrarsi nelle istituzioni, addirittura non solo
locali ma anche nazionali. Il presidente di un Consiglio
comunale che si presta a mettere un timbro falso su un documento falso per
consentire appunto il viaggio all'estero a Provenzano. Questo mi pare
che sia totalmente devastante per quelli che sono i rapporti sociali.
Campanella è quello che noi possiamo definire l'interfaccia tra Cosa Nostra e
le altre categorie sociali, perché è il Presidente del Consiglio comunale di
Villa Abate, quindi ha dei rapporti con la politica,
ha una finanziaria, ha dei contatti a Roma con vari Ministeri, insomma è quello
che dà veramente la forza dell'organizzazione, la capacità di infiltrarsi e
di avere questi collegamenti con l'esterno".
21
ottobre 2005
E dopo Bernardo Provenzano?
Dopo l’anziano patriarca di Cosa Nostra, data per imminente
la fine della sua carriera mafiosa, chi gli succederà? Il "chi è
chi" della cupola: da Messina Denaro a Lo
Piccolo, da Falsone a Di Gati.
Tommaso Buscetta pentito storico della mafia siciliana
disse, in un intervista rilasciata a Saverio Lodato
nel 1999, sul capo dei capi Bernardo Provenzano: << Con il ritorno
della moglie e dei figli a Corleone anni fa, fece credere di essere morto
mentre era vivo. Partecipando alle riunioni della “commissione”, aveva sempre
la riserva mentale sulle decisioni finali. Oggi sarebbe malato, mentre credo sia vivo e vegeto, tanto da poter allungare i suoi
tentacoli sulle cose siciliane. Un malato potrebbe dirigere gli appalti, come
proverebbero le sue lettere, e contemporaneamente restare tanto nascosto da
essere diventato invisibile a tutti? >> . Volendo prender per buona
l’ipotesi di un Provenzano ormai alla fine della sua carriera criminale, per
la stanchezza di tanti anni di latitanza e per uno stato di salute precario,
chi della ramificata “Cosa Nostra” potrebbe succedergli un giorno o l’altro?
Bernardo Provenzano oggi ha 72 anni, 40 dei quali trascorsi in latitanza. Con
lui tramonterà una dinastia mafiosa, ma i quarantenni già scalpitano.
Sono quattro i possibili successori da tenere d’occhio perché hanno la biografia
giusta per continuare la tragica serie.
Matteo Messina Denaro Nato il 26/04/1962 a Castelvetrano
(TP). Ricercato: Dal 1993, per associazione di tipo mafioso, omicidio,
strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto e
altro; nel 1994 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per
arresto ai fini estradizionali. Matteo è uno che ci sa fare con le donne. Ama
le auto veloci, gli orologi Rolex e foulard. Matteo però non ama le foto, e
questo è bene saperlo. L’ultima risale a una ventina
d’anni fa: mostra un giovane con il volto affilato, gli occhiali a goccia,
l’aria tenebrosa. Suo padre Francesco, alleato dei corleonesi, ha
riorganizzato e dominato le mafia di Trapani. In
vecchiaia, anche lui fu costretto alla latitanza. Ma
quando morì, nel 1998 a 78 anni, la polizia
ritrovò il suo cadavere, vestito di tutto punto, composto e disteso sulla
nuda terra, in quelle campagne dove era voluto tornare da morto. Già allora,
Matteo ricercato da cinque anni, era un cavallo di razza: stirpe illustre,
buoni insegnamenti, si è sempre distinto per ferocia e spietatezza, sintesi
fra tradizione e modernità. Perché sotto l’aspetto
da gentleman, nasconde una tempra d’acciaio. Ha 43 anni, ma da tempo è
indicato come il futuro di Cosa Nostra.
Sandro Lo Piccolo Nato a Palermo
il 16/02/1975 Ricercato: Dal 1998 per omicidio e altro e dal 2001 per
associazione mafiosa, estorsione; deve scontare un ergastolo; dal 2000 sono
state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali.
Sandro Lo Piccolo, trentenne, nato e cresciuto a
Palermo, borgata di San Lorenzo cuore palpitante di Cosa Nostra. E’ il figlio
scapestrato e viziato di Salvatore, accanito fumatore (tanto che il suo
quartiere generale era in una tabaccheria di Sferracavallo) e fama di
dongiovanni. Per esser uno di trent’anni ha già il suo buon curriculum: una
condanna all’ergastolo per due omicidi e sei anni di
latitanza. Ma alla latitanza è avvezzo fin da
bambino, avendo un padre ricercato da venticinque anni. Dal padre ha
ereditato la facilità a innamorarsi: avventure
galanti, discoteche e locali. Ma per non sfigurare,
deve vestir bene. Perfino a Palermo, però non è semplice per un ricercato
andare a fare shopping per le vie del centro. Così Lo Piccolo incaricava un suo soldato. Tonino Lo Brano partiva dallo Zen, il quartiere popolare alla
periferia della città, diretto verso il centro: in tasca aveva migliaia di
euro, entrava nei migliori negozi e comprava giacche, pantaloni, camicie. Fin
quando qualche poliziotto che lo teneva d’occhio, si accorse che il
giovanotto non provava i capi, anzi chiedeva taglie diverse dalla sua.
Giuseppe Falsone Nato il 28/08/1970
a Campobello di Licata (AG) Ricercato: Dal 1999 per associazione mafiosa,
omicidio e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Quando era un ragazzo e
viveva ancora a Campobello di Licata, paese di vigne e serre in provincia di Agrigento, Giuseppe Falsone montava sul suo cavallo
purosangue e attraversava strade e piazze. Si fermava davanti al suo bar
preferito, legava la cavezza a un palo ed entrava
per un caffè, come un pistolero da film western. Quel cavallo, tra le auto e
i motorini smarmittati, era un segno di potenza: Giuseppe
infatti era il figlio di Vincenzo, da sempre il boss di Campobello. A
quei tempi, Giuseppe Falsone viveva come un principe: riverito con un’aria da
bel moschettiere che faceva impazzire le ragazze. Nel 1991, quando gli
stiddari uccisero suo padre Vincenzo e suo fratello angelo, Giuseppe si ritrovò a rimettere insieme le fila della sua cosca. Aveva
appena 21 anni, ma già una condanna per traffico di droga e omicidio. Si è
fatto le ossa in fretta, ed è subito diventato importante. Da sei anni è
ricercato. Uno come lui, che viene da una famiglia di tradizione mafiose,
aspira naturalmente a essere il capo di Cosa Nostra
in provincia di Agrigento. Dalla sua può vantare un buon rapporto con
Bernardo Provenzano e per questo ha tentato di “invalidare” l’elezione del
suo alleato-avversario Maurizio Di Gati di
Racalmuto. Falsone resta alla macchia, usando amici e parenti per organizzare
i suoi affari. Come molti giovani boss, ha capito che le donne possono esser
valide alleate. E di più di una volta ha mandato sua sorella Maria Carmela,
con la borsetta piena di messaggi scritti (i pizzini che Provenzano usa per
comunicare) a contattare gente e a dare ordini, fin
quando la ragazza non è stata arrestata.
Maurizio Di Gati Nato il 7/10/1966 a Racalmuto (AG)
Ricercato: Dal 1999 per omicidio e associazione mafiosa, truffa e altro; dal
2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai
fini estraddizionali Aveva cominciato poco più che bambino come apprendista
nel salone da barba nella piazza di Racalmuto. La sera, come tanti altri
ragazzi del suo paese, frequentava i bar del corso. Racalmuto, a venti
chilometri da Agrigento, era a quei tempi un paese di mafia tranquillo: un
vecchio capo bastone teneva a bada, senza troppo fatica, un pugno di uomini d’onore quasi in disarmo. Da tempo Racalmuto non
era più nelle cronache nere, semmai compariva nelle pagine culturali per
esser il paese dello scrittore Leonardo Sciascia. Clamorosamente, un giorno
del 1991 venne freddato il vecchio boss che girava
disarmato e solo, sicuro di sé. Nel silenzio erano cresciuti i picciotti della Stidda, una fazione dissidente di Cosa
Nostra che voleva imporsi a colpi di pistola. Da quel momento nulla fu più
come prima. E nel mese di luglio del 1991, cambiò
anche la vita dell’apprendista barbiere. Una sera d’estate, con la gente in
piazza, i killer della Stidda arrivarono in auto:
balzarono giù, le pistole in mano e fecero carneficina. A terra restarono
quattro persone. Tra i morti: Diego Di Gati, 36 anni,
fratello maggiore di Maurizio. Dopo la mattanza diventò un uomo
d’onore per vendicare il fratello. Aveva 25 anni: Il barbiere diventò un
boss. Cosa Nostra sconfisse i nemici. E i giovani
che si erano fatti valere in quel conflitto fecero
carriera. Maurizio Di Gati, latitante dal 1999 diventerà presto una stella
nel firmamento delle cosche. Gli investigatori lo hanno capito la sera del 14
luglio 2002, dopo aver fatto irruzione in una masseria di Santa Margherita
Belice. Trovano e arrestano quindici persone, compreso un medico analista,
consigliere provinciale di Forza Italia: era un summit di mafia per decidere
il nuovo capo di Cosa Nostra della provincia di Agrigento.
La scelta, a quanto pare, è caduta su Di Gati, che
prudentemente si è tenuto alla larga dalla masseria. Buscetta, nella stessa
intervista a Lodato, è molto scettico sulla fine del fenomeno mafioso.
Ritiene anzi che “la mafia ha vinto”, riuscendo a ricostruirsi al suo interno
ed ad accumulare nuove ricchezze, nonostante la valida attività di contrasto
delle forze dell’ordine. Non nasconde il timore che è ben lontana la fine di Cosa Nostra, tanto da non
riuscire a prevederne o ipotizzarne nemmeno la possibilità: << La mafia
futura sarà la mafia degli eredi. Le persone che non si sono pentite, e sono
tante, hanno lasciato in eredità soldi e principi. Ma non vi dice le dice
nulla il silenzio di gente stracarica di ergastoli
che continua a rispondere no ai tentativi dei giudici di svelare almeno
alcuni dei loro segreti? Non volersi pentire, oggi, nel 2000, è una dimostrazione
palese: è il segnale per chi sta fuori. Significa: continuate. Resistete ma
continuate. Se tu, Tano Badalamenti, non ti penti,
dopo essere stato condannato in America - non in Italia, che fa sempre
qualche differenza - a quarantacinque anni di carcere, la spiegazione non può
essere solo l’orgoglio del vecchio padrino. Una volta si poteva capire:
l’unico pentito mafioso ero io. Ma oggi non è più
così. In un modo o nell’altro, il mio esempio è stato seguito. Nonostante tutto, credo di poter capire perché Badalamenti non si
pente: Ha due figli liberi e ricchi. Forse si rende conto che il suo
silenzio può servire ad ammorbidire le cose. >>
Cesare Piccitto
Il film su Provenzano
Questo il titolo del film, è la storia del leader
indiscusso della mafia siciliana e della sua latitanza dorata interpretata
sullo schermo da Donatella Finocchiaro, Marcello Mozzarella e Vincent
Schiavelli, ma soprattutto raccontata dai suoi protagonisti: i procuratori Roberto Scarpinato, Antonio Lo Forte, il
capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, il colonnello dei Ros
Michele Riccio e numerosi collaboratori di giustizia.
La docu-fiction, come si chiama in gergo, si apre con il monito del pentito
Nino Calderone (“andatevene in un altro posto, in un altro
continente, in un altro mondo, il più possibile distante dalla Sicilia. Perché qui – dice – va a finire sempre allo stesso modo.
Va a finire che si muore…”) e si chiude con le rivelazioni di
altri due collaboratori di giustizia (cestinate nella versione tv che
sarà trasmessa a fine aprile) Nino Giuffrè e Salvatore Cancemi. “Provenzano
ci dà queste informazioni – dice Giuffrè – e noi ci
mettiamo in cammino per portare avanti il discorso di Forza Italia”. “Riina –
racconta Cancemi – mi disse che Berlusconi e
Dell’Utri se li era messi nelle mani”.
Il lungometraggio sarà nelle sale dal 30 marzo prossimo e in Rai subito dopo
le prossime elezioni politiche (così hanno voluto i vertici aziendali) monco,
però, dei suoi fotogrammi più scomodi. “Al cinema – racconta ad Simonetta Amenta, produttrice del film e sorella del
regista – vedremo la versione completa, ma la Rai che ha partecipato alla
produzione per il 10% preferisce tagliare di netto alcune scene”. Quelle,
manco a dirlo, che si riferiscono al premier, al suo braccio destro Marcello
Dell’Utri e agli atti della procura di Caltanissetta che nel 2002 ha archiviato il
processo sui mandanti a volto coperto contro i due big di Forza Italia (in relazione al reato di strage) per “friabilità del
quadro indiziario”.
Niente di nuovo, insomma. Fatti già noti alle cronache che
però, nonostante il tempo e la pubblicità (poca), innescano ancora un vespaio
di polemiche. Il fantasma di Corleone, infatti, è sì un film su
Bernardo Provenzano, ma non solo. E' lo specchio dei labirinti di una burocrazia
inceppata, dei meandri di uno stato assente e che per vent’anni non si è mai
preoccupato delle sorti del super latitante. Solo dopo Capaci e Via D’Amelio,
le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava. Il boss, comunque, è sempre riuscito a giocare d’anticipo. Come mai
i suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina, sono stati
catturati con una puntuale “facilità”, in momenti cioè
in cui la mafia era in crisi, ed era strategicamente necessario dare qualcuno
in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose? Come
ha fatto il boss a rinnovare la propria carta d’identità, a gestire la
documentazione pensionistica dei propri familiari, a “volare” indisturbato a
Marsiglia? Perché – come ha raccontato Giuffrè e
confermato Angelo Siino – alla fine degli anni 90, Provenzano fu femato ad un
posto di blocco su una stradina in provincia di Enna e gli agenti non
riconobbero il viso del vispo vecchietto che avevano d’avanti? Gli
interrogativi potrebbero continuare, ma Amenta è comunque
convinto, ricordando forse un vecchio adagio di Giovanni Falcone, che prima o
poi Provenzano verrà catturato. Il problema vero è però stabilire se questa
vittoria segnerà una vera sconfitta della mafia, o solo un mero cambio di strategia.
La latitanza di Provenzano è finita
Da Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca, da Nitto
Santapaola a
Totò Riina: i capimafia catturati negli ultimi anni
La latitanza ultraquarantennale di Bernardo Provenzano è
finita in un casolare non lontano da Corleone, dove i poliziotti hanno
trovato una macchina per scrivere e gli ormai leggendari «pizzini» usati per
impartire ordini ai suoi luogotenenti. Ma nella guerra tra mafia e Stato,
sono molti negli ultimi anni i boss finiti in manette al termine di blitz più o meno spettacolari delle forze dell'ordine.
- Il 24 giugno 1995, fu Leoluca Bagarella, fratello di Antonietta Riina,
moglie di Salvatore, a cadere nella trappola tesagli dalla Dia: «Luchino»,
esponente di primo piano dei corleonesi e fama di killer
spietato, era già finito all'Ucciardone nel settembre del '79 dopo
l'esecuzione del commissario Boris Giuliano, per tornare latitante tredici
anni più tardi nel pieno dello scontro con il clan Aglieri.
- Il boss di quest'ultimo, Pietro, detto «ù signurinu» per la sua eleganza,
originario del rione palermitano della Guadagna, studi in seminario e
servizio militare come parà della Folgore, fu arrestato il 6 giugno del '97
alla periferia di Bagheria: nel suo covo gli investigatori trovarono una
piccola cappella votiva e numerosi testi sacri e filosofici, alimentando
l'equivoco di un possibile pentimento. Due anni prima il britannico «The
Guardian» lo aveva indicato, provocatoriamente, come l'italiano più
conosciuto al mondo.
- La cattura di Giovanni Brusca, detto «ù verru» (il maiale), tristemente
noto soprattutto come il «boia di Capaci» - fu lui ad azionare
il telecomando che fece esplodere l'autostrada lungo la quale transitavano in
auto il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta - data 20 maggio 1996:
le forze dell'ordine lo sorpresero a Cannitello, in provincia di Agrigento,
in compagnia del fratello Vincenzo. Tra i numerosi omicidi
addebitatigli, quello di Giuseppe, il figlio undicenne di Santino Di Matteo,
strangolato e sciolto nell'acido dopo una prigionia di due anni per
convincere il padre a ritrattare.
- Benedetto «Nitto» Santapaola, «il cacciatore», dopo undici anni di
latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una
masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine
dell'operazione denominata in codice «Luna Piena». L'ex venditore ambulante
di scarpe e articoli da cucina, già titolare di una concessionaria di auto, finì con l'imporsi come uno dei capi mafia più
potenti e sanguinari della Sicilia orientale. La sua ascesa fu senza dubbio
agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina, ma
diversi collaboratori di giustizia avrebbero denunciato le commistioni tra
lui e il «comitato d'affari» composto da politici, imprenditori e magistrati
corrotti che controllava Catania negli anni '80.
- Il 20 febbraio dell'86 a finire
nelle mani della polizia era stato Michele Greco, ribattezzato «il papa» per
la sua riconosciuta abilità nel mediare le dispute tra le diverse famiglie.
Frequentatore dei salotti della Palermo bene, la sua tenuta di Ciaculli, «La Favarella»,
era aperta a politici, banchieri, professionisti e aristocratici decaduti, ma
era anche sede di covi sicuri per i latitanti e di una raffineria di eroina. Mandante, con il fratello Salvatore,
dell'omicidio del consigliere istruttore Rocco Chinnici, fu liberato con
altri boss dalla Cassazione nel marzo del 1991 per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva: un decreto voluto da Falcone
avrebbe poi ripristinato la detenzione per lui e per i suoi colleghi.
- Giuseppe «Pippo» Calò, il «cassiere» di Cosa Nostra, noto come «la
salamandra» per la capacità di uscire indenne dalle situazioni più scabrose,
finì in manette invece il 30 marzo 1985, in
una villa a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti: nel suo covo fu
ritrovato un vero arsenale da guerra. Il capo del mandamento di Porta Nuova,
all'inizio degli anni '70 si trasferì a Roma dove, sotto la finta identità di
Mario Agliarolo, antiquario, fece numerosi investimenti nel settore edilizio
e riciclò, per conto delle cosche, ingenti quantità di denaro stringendo
alleanze anche con la banda della Magliana.
- Nell'aprile del 1992, la settimana santa - proprio come oggi a Provenzano -
fu fatale a Leonardo Messina, detto «Narduzzo», catturato mentre stava per
tendere un agguato mafioso ad un altro uomo d'onore, suo rivale nella corsa
alla guida della famiglia di San Cataldo. Era già finito in carcere due volte
in precedenza, ma stavolta la paura di ritorsioni nei confronti dei familiari
lo spinse a collaborare con la giustizia: dai
verbali delle sue dichiarazioni originò uno spettacolare blitz delle forze
dell'ordine, la cosiddetta «Operazione Leopardo», che il 17 novembre del 1992
portò all'esecuzione di oltre duecento ordini di cattura in tutta Italia.
- La latitanza di Gaetano Badalamenti, a lungo nascosto in Brasile, finì in
Spagna, a Madrid, nell'aprile del'84: da qui fu estradato negli Stati Uniti,
dove era emigrato clandestinamente da giovane, prima di iniziare una carriera
criminale che l'avrebbe portato, tra l'altro, ad ordinare l'omicidio del
militante di estrema sinistra Giuseppe Impastato
che, dai microfoni della radio locale »Aut Aut«, ne denunciava i traffici di
droga.
- In un ovile, con addosso i biglietti e gli appunti
degli »affari« da portare a termine (appalti, racket, favori da concedere)
finì nell'aprile 2002 anche la fuga di Antonino Giuffrè, detto »Manuzza« per
via della mano destra strappata da una fucilata durante una battuta di
caccia: qualche anno addietro gli uomini della Dia erano già arrivati al suo
rifugio di Caccamo, ma il boss era riuscito a dileguarsi uscendo dalla porta
di servizio.
- Totò Riina, l'altro superboss della mafia, fu arrestato il 15 gennaio 1993
dopo una lunga latitanza. La sua «carriera» fu parallela, soprattutto agli
inizi, a quella di Provenzano. Entrambi infatti
respirarono l'aria di mafia guidati dall'allora boss Luciano Liggio. Quando quest'ultimo, nel '74, fu arrestato, per i due boss
si spalancarono le porte dell'ascesa al vertice. Conquistato a colpi di
kalashnikov.
La vera storia di Provenzano Siino:
"Sparava come un dio"
Quarantatrè anni fa a
Corleone. Era il 18 settembre del 1963. Quella notte Luciano Liggio chiude i
conti con quei fitusi degli amici del dottor Michele Navarra. Una sparatoria
dopo l'altra. Fanno secco Francesco Streva, Biagio Pomilla, Antonino Piraino.
Lasciano mezzo morto a faccia in giù Francesco Paolo Streva.
Quella notte - nella notte dei tempi in cui comincia la latitanza di Bernardo
Provenzano - nasce anche la favola del picciotto che
spara "come un dio". Binnu spara come un diavolo. È feroce, ferino,
sadico. Dentro Cosa Nostra, di generazione in generazione, dicono
che, quella notte a Corleone, prima azzoppano quei cristi e poi, quando sono
a terra nel loro sangue, Binnu - ha trent'anni - si fa avanti, appoggia
lentamente la canna della pistola alla fronte di quei disgraziati e li fa
secchi con il piacere di vedere nei loro occhi l'orrore. Dice Angelo Siino
(l'iconografia parla di lui come "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa
Nostra" fino ai primi anni '90) che, quella buona reputazione di assassino senza compassione, diventa leggenda a Palermo
sei anni dopo.
È l'inverno del 1969. È il 10 dicembre, le 6 e 45 del pomeriggio. Cinque
uomini con la divisa da poliziotti entrano in una palazzina per uffici a un solo piano di viale Lazio. Devono liquidare Michele
Cavataio. Quello è armato. Lo chiamano "il Cobra" e, come un
serpente, si difende, spara e spara sostenuto dai
suoi guardiaspalle, quattro. Uccidono Calogero Bagarella. Feriscono Mimmo
Caruso che si ritrova con la sua Mauser Bolo inceppata. Chi lo sa, dice
Siino, come sarebbe finita se Bernardo Provenzano non avesse fatto, presto,
il suo lavoro. Binnu ha in mano un moschetto automatico Beretta 38/A, capace
di 600 colpi al minuto. Fa fuoco all'impazzata.
Salva la situazione. A terra resta il Cavataio con quei quattro.
Dice Angelo Siino che di ammazzatine ne sa poco. Dice che conosce meglio il modo di fare gli affari dei
mafiosi, i loro legami con la buona società, i canali di riferimento con le
burocrazie dello Stato. Dice Siino che quando ha visto per la prima volta
Bernardo Provenzano, la storia del picciotto che
sparava "come un dio" passava ancora di bocca in bocca dentro Cosa
Nostra, ma era acqua andata via per sempre, ormai.
Binnu è ora solo lo Zio. Rispettato, temuto, anche amato. Un
cervello fino come può essere fine e affiliato l'acume di un contadino che ha
patito molta fame. Dice Siino che la prima volta lo vide in una
conceria di Bagheria, un luogo dove tutto ricordava la carne marcia e odorava
di putrefazione. Era la conceria di Francesco Baiamonte. Lavoravano il
perfosfato d'ossa, ossa di animali tritate e acido
solforico. Olezzo di morte. Non ci si avvicina allo Zio come se fosse un tipo
qualsiasi, dice Siino. Bisogna essere "presentati" e puoi essere presentato se sei all'altezza, se hai lo status adeguato.
Non era così al tempo e, dice Siino, gli accade di
vedere lo Zio da una distanza di molti metri. Piddu Madonia, a bassa voce,
senza farsi sentire dagli altri, glielo indica però: "Quello laggiù è lo
Zio!".
Siino timidamente allunga lo sguardo. Le cose vanno
meglio qualche tempo dopo. Più o meno nel 1989.
Negli uffici di Gino Scianna al vallone Despuches a Bagheria c'è una riunione
per decidere l'appalto di una galleria in contrada Sclafani-Bagni. Provenzano
deve decidere. Non è allora l'ometto rattrappito di oggi.
È vero, nessuno lo ha mai visto con una cravatta al collo se non in quelle
ingiallite foto segnaletiche della polizia, ma a quel tempo - un tempo non troppo lontano, meno di venti anni fa - lo Zio
veste sempre casual, ma i suoi pullover sono Ballantyne, di cachemire, e i
pantaloni e le scarpe e le sciarpe sempre firmate.
Questa storia del contadino che non riesce a star lontano
dalla sua vita arcaica è una favola, dice Siino.
Quando lo Zio era latitante a Capo Mulini a Catania sotto la protezione di un
Cavaliere del Lavoro la sua vita è allegra e
movimentata. Non è che se la passa male nemmeno a Bagheria dove si nasconde più o meno per due decenni. Non rinuncia nemmeno a qualche
scappatella. Un'estate Pino Lipari gli offre la sua barca per una crociera e
lo Zio se ne va a prendere il sole tra le isole Egadi e poi in Tunisia con
una sua amichetta.
Provenzano e Bagheria (il mandamento di Bagheria) sono stati "una sola
cosa". Provenzano ha fatto la fortuna di Bagheria e Bagheria di
Provenzano. Anche Riina, dice Siino, riconosceva che
era meglio girare intorno a quelle terre. U' zù Totò diceva ai suoi: "A
Bagheria si saluta e si va via". Provenzano da quelle parti ha fatto
tutti i ricchi. I profitti dell'agricoltura e degli
aranceti sono finiti nel saccheggio edilizio di quella perla del barocco; e i
profitti del mattone nella sanità; e i piccioli della sanità ancora nei
grandi appalti e nell'ecologia dello smaltimento rifiuti. Tutti ricchi
sono diventati, dice Siino. È a Bagheria che
Provenzano mette a punto, per così dire, il suo
"metodo di governo" che, al contrario della "politica" di
Riina, include e non esclude.
Dentro anche le cooperative rosse e quel tipo, Tronci, che
dice di essere il rappresentante delle Botteghe Oscure. Dentro i politici che ci stanno, gli assessori che si rendono
disponibili, i professionisti che non aspettano altro, i segretari comunali
che non hanno scelta. Provenzano pensa a far soldi. Riina a far la
guerra. E non è che zù Totò, dice Siino, non lo sappia, non se ne accorga, non se ne lamenti. "Binnu - dice il Corto
- vuole fare niente, vuole fare morire tutti...
pensa solo ai piccioli e alle sue imprese".
La verità, dice Siino, è che Provenzano prima delle stragi si mette a
portello, si mette alla finestra a guardare quel che
succede. Alla finestra e ben protetto e dice: fate, fate.
Quelli fanno - uccidono Lima, Falcone, Borsellino, Ignazio Salvo - e
organizzano le bombe di Roma, Firenze, Milano e si consumano e lo Zio attende
ancora per muoversi. Attende che acchiappino anche
Leoluca Bagarella, capace di sparare e poi parlare, e finalmente Provenzano
monta in cattedra e cambia il gioco.
Con Riina lo schema è chiaro: di ogni appalto il 2%
va ai politici; il 2% a Cosa Nostra (Riina lo divide tra l'acquisto di armi e
gli avvocati dei picciotti in carcere); il 2% agli organismi di controllo
(corte dei conti, commissioni e tribunali vari); lo 0,8% nella tasca del
Corto, suo bonus personale.
Provenzano lo manda per aria. Non chiede niente. Ha le sue imprese, e gli
basta. Ogni tanto qualche altro gli offre una quota della sua azienda così
per devozione o ringraziamento o ingraziamento. Dice Siino che il vero potere
di Provenzano dentro la Cosa Nostra non ha
mai avuto la natura violenta della mano di Salvatore Riina, ma sempre la
forza della convenienza e dell'equilibrio. Provenzano divide la regione in
"grandi mandamenti". Non c'è più la
"commissione", non c'è più una "cupola". Bisogna
trovare un altro modo per evitare conflitti. Affidandosi a pochi uomini -
cinque in tutto, Pino Lipari, Tommaso Cannella, Lo Piccolo,
Messina Denaro, Raccuglia - escogita, dice Siino, una sorta di
"welfare fiscale".
I mandamenti più ricchi, con più opportunità e affari offrono parte dei loro
profitti ai mandamenti meno fortunati cosicché gli introiti dei mandamenti,
alla fine della conta, risultato bilanciati e tutti sono soddisfatti. Così
vanno letti i "pizzini" che scrive Provenzano. Autorizza. Non autorizza.
Invita alla cautela. Chiede buon senso. Consiglia generosità per conservare
in equilibrio i conti di tutti. Il suo potere, dice Siino, non è quello di un
Capo dei Capi, ma la riconosciuta influenza di un punto di equilibrio.
Anche se non ci sono guerre di mafia, è un metodo di
lavoro che opprime ancora di più la società, spiega Alfredo Galasso che,
parte civile nei grandi processi politici siciliani, cura ora il destino
dell'ex-ministro di Lavori pubblici di Cosa Nostra.
La mafia siciliana ormai non conta e non passa. Non ci sono più i grandi
traffici internazionali, i contrabbandi, la droga, i cartelli
intercontinentali. Quindi, non c'è più bisogno di
chi lo sa quale altissima protezione politica e finanziaria. Si cava il
sangue soltanto dalla Sicilia e, dice Alfredo Galasso, si spreme ogni piega,
in ogni comune e in ogni provincia e in ogni
amministrazione locale. Nessuno si può chiamare fuori. Ognuno sente la
pressione. L'assessore, il consigliere comunale, la burocrazia
amministrativa, il maresciallo dei carabinieri del paesuccio e il grande notaio di città, il farmacista, l'avvocato, il
piccolo imprenditore, il commerciante al minuto, il grossista, il primario
ospedaliero.
La Cosa Nostra di
Bernardo Provenzano, dice Siino, è più oppressiva perché è la mafia della
porta accanto, è la Cosa Nostra che
incontri al bar, dal barbiere, dal dentista. È una mafia meno rumorosa, meno
assassina e violenta ma capace di controllare un comune e i suoi abitanti
come un pastore il suo gregge. Ora che Provenzano,
dopo quella notte a Corleone del settembre del 1963, è in galera, Cosa Nostra
dovrà cercarsi, se non un altro capo, per lo meno un altro
modello organizzativo. Chi potrebbe essere quel capo? E
quale sarà il modello organizzativo? Voci di dentro in Cosa
Nostra propongono tre quadri.
Il primo è il più probabile, in tempi brevi. Cosa Nostra si
calabresizza. Come le 'ndrine calabresi, le famiglie mafiose cureranno i loro
affari territoriali in autonomia dalle famiglie di altre
province. Ognuno per sé. Dopo il welfare fiscale, prende corpo il
"federalismo fiscale". I soldi che spremi
dal tuo territorio, te li tieni. Gli altri si arrangeranno con i propri
mezzi. Nessun controllo verticale. Nessuna "politica" della
"commissione". Nessuna commissione. Nessun "punto di equilibrio". Morto il papa, non se ne fa un altro.
La "calabresizzazione" di Cosa Nostra, dicono le voci di dentro, è
ad alto rischio. A ogni appalto, a ogni affare
possono deflagrare gli odi antichi, le eterne ambizioni, le avidità recenti.
Un vivamaria, una nuova guerra di mafia, è nelle cose a
meno che...
A meno che (secondo quadro) non cresca il carisma e la reputazione di un homo
novus. Le voci di dentro dicono che quell'uomo può
essere Matteo Messina Denaro non Totò Lo Piccolo, testa corta. Messina
Denaro, invece, può farcela, dicono. È giovane. È
deciso. Ha uso di mondo. È trapanese di Castelvetrano, ma i suoi rapporti con
Palermo sono buoni e stretti e di sangue: ha sposato una Guttadauro, famiglia
molto vicina ai Graviano di Brancaccio e a "chi conta" nella
politica regionale. Naturalmente, il prestigio di Matteo Messina Denaro può
anche non evitare il vivamaria.
Potrebbe non essere, dicono cinici dentro Cosa
Nostra, la soluzione peggiore. Anzi, c'è chi attende proprio un repulisti per
depurare Cosa Nostra dalla sfrazza, dalla feccia, corleonese. È il terzo
quadro. Le famiglie di oggi vanno alla guerra. Sugli
spalti già attendono i vincitori di domani, gli sconfitti di ieri, i
"principi" regnanti degli anni '80 defenestrati a suon di
pallettoni e mitra e strangolamenti dai viddani di Totò Riina.
Il figlio di Totuccio Inzerillo, giovane amato boss ammazzato dai corleonesi,
è a Palermo. Rispettatissimo, come la nuova generazione
della famiglia Teresi di Santa Maria del Gesù (negli anni '80, misero il
lutto per la morte di Mimmo, il più fidato uomo di Stefano Bontade).
Il possibile ritorno al passato sarebbe sostenuto a Milano e a Roma dalla
presenza sempre più attiva dei Bono, dei Martello,
dei Fidanzati, quelli di sempre, quelli di allora. Come dire
che, dopo un quarto di secolo, la storia ritornerebbe là da dove è
cominciata. A Palermo. Nelle mani delle famiglie del "bel tempo
andato" distrutto dai corleonesi. Tutto cambia. Nulla cambia. Tommaso
Buscetta ne avrebbe riso.
Giuseppe D’Avanzo 16 aprile 2006
Provenzano
agli infrarossi
Gli appostamenti. I controlli al casolare. Le tecnologie sofisticate. Tappa per tappa la cattura del boss
L'elicottero della polizia vola sopra Roma, un po' prima
del tramonto di martedì 11 aprile. Lassù ci sono Bernardo Provenzano, 73
anni, capo di Cosa nostra, e gli agenti che hanno appena interrotto la sua
fuga cominciata nel 1963. Zu Binu, zio Bino come lo chiamano
i mafiosi, avvicina il suo volto da sfinge al grande finestrino e guarda
scorrere i palazzi del potere. Sullo sfondo sfilano il tetto di Montecitorio,
Palazzo Chigi, il Tricolore che sventola sul Quirinale. Forse non li nota o
forse ripensa alla storia d'Italia, andata e che verrà, come soltanto lui e
pochi altri conoscono. All'improvviso il pilota muove la barra verso ovest e
sotto i piedi di quei pochi passeggeri passano il cupolone di San Pietro e il
Vaticano. Provenzano si sporge per guardare meglio. Si fa tre segni della
croce, uno dopo l'altro. Tre, come i crocefissi
sulla catenina d'oro che ha al collo. Poi stringe le mani e prega in
silenzio. Sono le ultime immagini del mondo libero negli occhi di uno degli uomini più feroci d'Europa, così come chi c'era su
quel volo le ha raccontate a 'L'espresso'. Poco dopo l'elicottero atterra
finalmente nel cortile del carcere di Terni. E,
anche per l'imprendibile boss dei boss, l'orizzonte ha ora tutt'altra
prospettiva.
I cacciatori di Provenzano, 18 poliziotti della squadra mobile di Palermo e
otto del servizio centrale operativo della polizia, hanno più volte rischiato
di fallire. E forse, se negli ultimi giorni di
ricerche il cielo non fosse stato così limpido, non lo avrebbero mai preso. 'L'espresso' ha ripercorso con loro le tracce che hanno
portato al blitz nel covo di Corleone. Ecco i retroscena mai raccontati della
cattura.
I pedinamenti Bisogna tornare indietro di alcuni
mesi e lasciare Palermo. Nel 2005, i ragazzi della Squadra mobile decidono di
ricominciare le ricerche dalla grande villa a due
piani della famiglia Provenzano, in contrada Punzonotto, periferia di
Corleone. Lì abitano la compagna del boss, Benedetta Saveria Palazzolo, 65
anni, e i figli Angelo, 31, e Francesco Paolo, 24, da poco scelto dal
ministero dell'Istruzione per insegnare italiano in una scuola in Germania.
Tre mesi fa vedono uscire dalla villa un collega di Angelo
Provenzano, Giuseppe Lo Bue, 36 anni. Con il figlio del boss vende e ripara
aspirapolveri. Fin qui storia già raccontata. Quel pomeriggio Lo Bue ha in mano un sacchetto azzurro della spazzatura. A
casa dei Provenzano si fa vedere una volta ogni dieci giorni, sempre di
pomeriggio. Ma è la seconda volta che esce dalla villa con un sacchetto
azzurro che poi carica sulla sua Audi 4 Station Wagon: "Se per due volte
succede la stessa cosa, vuol dire che c'è una
regola", immaginano quel giorno gli investigatori. A
inizio febbraio vedono Lo Bue togliere un altro sacchetto dalla sua auto e
metterlo sulla Opel Astra del padre, Calogero, 60 anni. La casa di Calogero Lo Bue è a poche centinaia di metri dai
Provenzano, sulla strada che sale verso la montagna di Rocca Busambra il
bosco della Ficuzza. L'uomo da pedinare adesso è lui. Un aiuto arriva dalle
microtelecamere piazzate in paese da polizia e carabinieri in anni in cui le
indagini hanno sempre portato qui.
Il pomeriggio di sabato 25 marzo gli agenti sorvegliano la casa di Calogero Lo Bue. Da qualche giorno lì dentro c'è un altro
sacchetto. Padre e figlio salgono sull'Opel Astra. Giuseppe al volante,
l'altro accanto. Attraversano il centro di Corleone, seguiti da una Golf: è intestata a una donna, alla guida c'è il
marito. Si chiama Bernardo Riina, 68 anni e un guaio negli anni
'80 per essersi inventato un alibi. Nella salita di via del Calvario, una
strada stretta che taglia in due il paese, gli agenti devono interrompere
l'inseguimento. Da un punto di osservazione
parallello, altri investigatori assistono allo scambio: Calogero Lo Bue con
il sacchetto lascia il figlio e sale in macchina con Riina. La Golf
riparte. Dopo cento metri incrocia una strada. A
destra si va a Campofiorito. A sinistra, verso il bivio per Prizzi. Ancora
una volta il capo di Cosa nostra ha vinto. La Golf
è persa. Ma poco tempo dopo riappare in paese con i
due uomini. La strada per Campofiorito era controllata da agenti nascosti in
un bosco. Lo stesso quella per Prizzi. Le due
pattuglie raccontano di non avere visto la Golf.
Significa che Riina e Lo Bue non
hanno lasciato la zona. È lì ci sono soltanto altre due vie senza uscita:
quelle che salgono a Montagna dei cavalli.
L'accerchiamento ormai è come un'operazione militare. Il servizio centrale
della polizia mette a disposizione termocamere in grado di rilevare la
presenza di persone dal loro calore corporeo. Ma diventano inutili: "Il
problema sono i cani. Per usare quegli strumenti,
bisogna avvicinarsi molto alle masserie e i cani abbaiano", raccontano
gli investigatori. Per vedere meglio, i cacciatori di Provenzano decidono di
andare il più lontano possibile. Ad almeno 8 chilometri, in un
bosco, sopra contrada Casale. Piazzano un Celeston, uno di quei grandi telescopi
portatili usati per osservare le stelle. Per ogni loro
spostamento, si muovono di notte tra l'una e le tre, quando il paese dorme.
A volte devono smontare in fretta l'osservatorio per non essere visti dai
guardiani della Forestale. Non si fidano di nessuno. Dal telescopio seguono
tante scene di vita quotidiana a Corleone. Lo Bue va a casa di Riina, proprio
in fondo alla valle. Un'altra volta Riina sale sulla sua
Golf e dopo un po' riappare sulla strada per Montagna dei cavalli. Ma
da lì è impossibile scoprire quale sia la meta. Gli
alberi nascondono la fine delle indagini. Bisogna salire sulla cima opposta,
Montagna vecchia. È un pascolo spoglio, circondato da pareti di roccia
verticali. Là sopra nessuna persona si può mimetizzare. Martedì 4 aprile, una
settimana prima dell'arresto, entra in funzione la telecamera radiocomandata.
Gli agenti l'hanno nascosta tra le pietre sotto la cima di Montagna vecchia. E da adesso, quasi ogni notte, qualcuno deve andare a
cambiare le batterie. Salgono dal versante opposto, un'ora a piedi lungo un
canalone. Devono anche aggirare i cani e i pastori di guardia a una mandria. Da lassù la telecamera inquadra la Golf
di Riina dentro la masseria di Giovanni Marino, 42 anni, un pastore
incensurato. Il cielo sereno è d'aiuto, perché con le nuvole non avrebbero visto nulla. Per ricevere le immagini in
diretta, viene nascosta un'antenna in una
costruzione abbandonata sul versante opposto. Quella mattina i poliziotti
rimangono accovacciati fino a notte perché Giovanni Marino porta le sue
pecore proprio nel prato accanto al piccolo casolare. Vengono
intanto controllati i consumi di elettricità nell'ovile. Si scopre un picco
durante l'inverno: qualcuno si è scaldato con una stufa elettrica.
Il primo sguardo "Quando poco prima delle 8,30 dalla telecamera è stato
visto quel braccio uscire dalla porta, noi eravamo già pronti al blitz",
raccontano gli agenti: "Aspettavamo l'ordine con il cuore a 3 mila, dentro due furgoni chiusi, come per Giovanni Brusca.
Avevamo le armi in mano e i passamontagna 'mefisto' sul volto. Anche senza quel braccio, saremmo intervenuti". Fino
a domenica 9 aprile, giorno delle elezioni, però c'è ancora un dubbio: che
quell'ovile sia solo un punto di transito di pacchi e pizzini. Ma lunedì per
ben due volte la telecamera inquadra una stranezza: quando il pastore Marino
si avvicina al covo, la porta in ferro e vetro si
muove un istante prima che lui appoggi la mano sulla maniglia. Adesso quella
vetrata è a pezzi. La reazione di Provenzano l'ha fatta cadere addosso agli
agenti. "Chi sei?", urla il caposquadra quando
se lo trova davanti. "Voi non sapete quello che fate", risponde il
capomafia. Ma a quel punto i suoi cacciatori sono
più che sicuri: "Io l'ho capito al primo sguardo, dagli occhi e dagli
zigomi. Provenzano ha gli stessi occhi blu del figlio Angelo e i tratti
somatici di suo fratello Simone", rivela uno dei primi a entrare. Sulla scrivania, proprio sopra agli ult |