I quarant’anni di latitanza di Bernardo Provenzano

 

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Bernardo Provenzano

 

Sono convinto…..che questa lunghissima latitanza sia stata resa possibile dalla vasta, intricata, resistente ma invisibile rete di protezione che si era creata attorno a lui. Una rete certamente composta in buona parte da persone insospettabili, politici, imprenditori, professionisti. E siccome nel corso di questi quarantatre anni tanti di coloro che aiutarono all’inizio la latitanza di Provenzano devono essere  morti di vecchiaia , ne consegue che la protezione del boss è stata lasciata in eredità ai figli, nipoti, parenti, amici, soci. Voglio dire, e non prendetelo per un paradosso, che due generazioni di insospettabili sono stati complici diretti o indiretti del boss. E’ questa la vastità del male, anzi, di una parte del male. E non credo di azzardare troppo dicendo che oltre a essere insospettabili alcuni dei protettori forse erano ( e sono) difficilmente “ toccabili”. E fino a che questa  gente resterà a piede libero corriamo rischio di tornare a sporcarci

E poi vorrei che tutti, passata l’euforia, ci ricordassimo che la mafia, da tempo, non è solo ( o forse non è più) Provenzano, antiquato custode dell’orticello che i suoi più potenti colleghi mafiosi gli hanno lasciato coltivare finchè non è diventato un peso. Perchè contrariamente al detto comune << morto un papa se ne fa un altro>>, nella mafia, appena il papa s’ammala se ne fa un altro.

Andrea Camilleri, 13 aprile 2006

 

Era scomparso , il 18 settembre del 1963. Quel giorno i carabinieri della compagnia di Corleone lo denunciarono per la prima volta "in stato di irreperibilità", il rapporto portava il numero 392/4 e fu spedito al giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova. Il "nominato" era ricercato per omicidio. Una settimana prima un contadino si era presentato in caserma per fare una deposizione. "Mentre tornavo in paese a dorso di mulo - aveva raccontato il contadino - ho visto sul viottolo di contrada Pirrello un cadavere con il viso sfigurato e con solo quattro dita nella mano sinistra...". Il cadavere era quello di un mafioso che si chiamava Francesco Paolo Streva, l'ordine di ucciderlo l'aveva dato Bernardo Provenzano. Così è cominciata la storia dell'ultimo capo di Cosa Nostra siciliana. Domani il vecchio boss, classe 1933, "festeggia" i suoi quattro decenni alla macchia. Una latitanza senza precedenti in Europa e forse nel mondo intero. Più lunga di quella dei gerarchi nazisti riparati in Sudamerica, più misteriosa di quella di alcuni terroristi internazionali come il famigerato Carlos. Dal 1963 il "don" di Corleone è un fantasma. L'ultima volta che lo videro libero fu all'ospedale dei Bianchi, proprio dietro corso Bentivegna, la strada principale del suo paese. Era una sera di agosto e lui entrò nella stanza del pronto soccorso con la camicia inzuppata di sangue. Era ferito alla testa, una pallottola di striscio in mezzo a una sparatoria. Disse al medico: "Stavo passeggiando, ho sentito un forte dolore, ho perso i sensi e non mi sono accorto di niente". Il medico non fece domande.
In quell'estate gli omicidi a Corleone erano già stati 52 e i tentati omicidi 21. Poi Bernardo sparì per sempre. Quel suo primo mandato di cattura - depositato in cancelleria il 13 settembre del 1963 - lo firmò l'esperto del tempo di "cose corleonesi", il giudice Terranova, valoroso magistrato che sedici anni dopo (settembre '79) fu ucciso a colpi di mitraglia proprio dagli sgherri di Luciano Liggio, Totò Riina e di Bernardo Provenzano: "Tra Giovanni Simone, Salvatore, Bernardo e Simone, figura di maggior rilievo è quella di Bernardo, esecutore materiale di numerosi delitti con Bagarella Calogero (fratello maggiore del più noto Leoluca ndr), suo indivisibile compagno... tutti sono implicati nelle sanguinose vicende del 1958/1963... tali delitti vengono inquadrati nella lotta per il predominio nel corleonese...".

 

Una catena di morti aperta con l'agguato al vecchio capomafia di Corleone Michele Navarra e chiusa con l'eliminazione di quel Francesco Paolo Streva sul viottolo che scendeva verso il feudo di Strasatto. Da quel momento Bernardo Provenzano è diventato imprendibile e anche invisibile. La sua foto più "recente" è una sbiadita segnaletica del 1959, quando l'allora giovane boss emergente fu "invitato" in caserma per un interrogatorio e poi schedato con una grande "M" stampata sul fascicolo: mafioso. Dentro quell'antico dossier c'è ancora scritto: "E' un personaggio di cattiva condotta, la voce pubblica lo addita come responsabile di molti reati. Politicamente non manifesta alcuna ideologia".

Latitante nei campi intorno a Corleone e poi latitante a Palermo. Dal paese alla città, dagli abigeati al "sacco" edilizio. E poi la droga e gli appalti pubblici. Una carriera criminale nell'ombra, un'ascesa al vertice della Cupola omicidio dopo omicidio. Dai delitti "eccellenti" palermitani degli Anni Ottanta fino all'uccisione di Giovanni Falcone   e Paolo Borsellino firmata con Totò Riina, sempre libero, sempre nascosto chissà dove ma sempre vicino alla sua Corleone.

Per almeno vent'anni nessuno l'ha mai cercato. La caccia vera è cominciata soltanto dopo la strage di Capaci. Nel 1992 sulla sua testa c'era una "taglia" di 2 miliardi di vecchie lire, nel 1996 i miliardi diventarono 3, oggi - raccontano sottovoce gli investigatori - i reparti antimafia hanno a disposizione 2 milioni e mezzo di euro come "compenso" a chi lo farà catturare. Ma nessuno fino ad ora l'ha mai tradito.

 

Una volta lo inseguono tra i palazzoni di viale Strasburgo a Palermo e un'altra volta nel casolare abbandonato al confine con la provincia agrigentina, fanno missioni in Germania dove abita un suo fratello, tengono d'occhio giorno e notte la vecchia casa di Corleone dove dal 1992 vivono la moglie Saveria Palazzolo e i figli Angelo e Francesco Paolo. Su ogni auto di polizia e carabinieri che circola per la Sicilia c'è sempre una foto formato gigante di un uomo che potrebbe essere lui, un identikit, un'immagine ricostruita al computer sulle indicazioni che di tanto in tanto fornivano i pochi collaboratori di giustizia che l'hanno visto da vicino.

L'ultimo dei pentiti che l'ha incontrato è quel suo "braccio destro" Antonino Giuffrè, uno spacciato come il "nuovo Buscetta" che poi si è rivelato però un mafioso piccolo piccolo. Anche lui ha parlato tanto di Bernardo Provenzano: senza mai dire nulla. Sembra proprio che la latitanza del vecchio boss sia stata in pericolo solo due volte. Alla fine degli anni 90, quando fu fermato da una pattuglia della "stradale" a un posto di blocco su una stradina in provincia di Enna: gli agenti non riconobbero - così ha confessato il pentito Angelo Siino - l'amabile vecchietto che avevano davanti.

E poi nel gennaio del 2001, quando una squadriglia di poliziotti era certa di averlo individuato in un covo vicino al paese di Mezzojuso. Lui riuscì a fuggire anche in quella circostanza. Storie di blitz falliti. Di intercettazioni ambientali e di pedinamenti costati milioni e milioni di euro. Di trattative segrete con pezzi dello Stato.

Negli ultimi tempi gli esperti di mafia lo hanno dipinto come l'uomo della "pace" dopo l'attacco mafioso allo Stato degli Anni 90, come il boss che ha imposto la strategia del silenzio in tutta la Sicilia. E intanto, intorno al misteriosissimo boss di Corleone fioriscono leggende e si inseguono sospetti. Di lui dicono tutto e il contrario di tutto. Che è molto malato ("Soffre di reni") e che è sano come un pesce ("E' firrignu, fatto di ferro"), che è il vero garante di ogni "famiglia" di Cosa Nostra e che fa catturare con soffiate quelli che gli stanno antipatici, che mangia come un uccellino e che è un gran divoratore di bistecche.

Di sicuro è uno che non ama i telefoni. Soprattutto i cellulari. Con il suo popolo parla solo attraverso i "pizzini", bigliettini di carta che vanno e vengono con fedeli messaggeri. Detta ordini su lavori pubblici da assegnare e su soldi da incassare. E' religiosissimo. Ogni suo messaggio si apre con un "grazie a dio" e si chiude con "il Signore vi protegga e vi benedica". Sono le sue uniche tracce dopo 40 anni. E poi il buio completo. Da quel 18 settembre del 1963.

 

Il segreto della latitanza

Il maresciallo rovistava nel libro degli indagati, l´appuntato bruciava le auto degli sbirri... Tutte le informazioni fornite in tempo reale agli amici del mafioso latitante dal 1963

l colonnello che cercava le «cimici» era uno, uno dei tanti. C´era poi il maresciallo che rovistava nel libro degli indagati, c´era quello che faceva la spia gratis, quello che ricattava, quello che aveva il compito di scoprire gli «intercettati». C´era anche l´appuntato sospettato di dar fuoco alle auto dei colleghi troppo «sbirri». E soprattutto c´era quell´altro carabiniere che sapeva tanto, così tanto che informava giorno dopo giorno Bernardo Provenzano delle investigazioni che lo riguardavano. Proprio giorno dopo giorno. Gli ultimi due anni di inchieste dei Ros sul capo dei capi di Corleone sono state praticamente «bruciate», depotenziate, comunicate in tempo reale agli amici del boss che è latitante da una notte di luna piena del settembre del 1963. E´ questa l´indiscrezione che filtra dalle pieghe dell´indagine giudiziaria sulle «talpe» di Palermo, vicenda assai intricata che fa però intuire come il vecchio mafioso sia sempre libero. Sempre inutilmente ricercato. Sempre un passo avanti agli uomini che gli danno la caccia.

 

Talpe di tutte le razze e di tutte le misure circolano a Palermo di questi tempi. Talpe in divisa. Talpe in borghese. Ufficiali, sottufficiali e truppe scelte. In mezzo a questa masnada di favoreggiatori c´era anche lui, il maresciallo del Raggruppamento operativo speciale Giorgio Riolo, esperto in posa di microspie e trasmissioni, il carabiniere che ha tenuto al corrente Provenzano di ogni «caccia grossa» che stava partendo dal suo reparto. L´ha fatto sistematicamente, passando notizie a quel Michele Aiello di Bagheria, califfo della Sanità privata siciliana e prestanome del superboss di Corleone.

Soffiate su soffiate. Per ventiquattro mesi. Tutte precisissime. E, a quanto pare, tutte arrivate a destinazione. E´ quello che ha accertato l´inchiesta (affidata dalla Procura proprio ai carabinieri di Palermo che stanno inoltrandosi oltre un confine fino ad ora inesplorato) ricostruendo gli insuccessi delle loro ultime operazioni di ricerca, uno smacco dopo l´altro, blitz falliti a ripetizione, incursioni in casolari ormai deserti, telefoni improvvisamente muti. Il vecchio Bernardo sapeva sempre tutto prima. Dal maresciallo Riolo via-Aiello e da tante altre «fonti» che - sospettano gli inquirenti - infestano le strutture antimafia a ogni livello. Dal più basso al più insospettabile. Una rete di «copertura» intorno all´ultimo Padrino, una rete che gli garantisce l´impunità ancora oggi dopo quarantatré anni. Un fantasma con tanti protettori: eccolo, il segreto del corleonese.

 

C´era l´esperto in posa di microspie e c´era il colonnello che quelle microspie voleva toglierle. Un piacere a un amico. Che poi era amico di un amico che era uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano. Sempre lui. Storia semplice quella del colonnello Pietro Traina, capo del servizio amministrativo della «Regione Sicilia» dell´Arma, l´ufficiale che gestiva anche le gare d´appalto per quelle ditte che forniscono apparecchiature per indagini tecniche. Microspie. Il colonnello voleva far «controllare» da uno specialista la Mercedes e la villa di un tale, uno che era sospettato di avere favorito la latitanza di Salvatore Sciarabba, un boss nominato capo mandamento proprio da Provenzano. Storia semplice che si intreccia tutta a Misilmeri, paese alle porte di Palermo, consiglio comunale sciolto per infiltrazioni mafiose, territorio strategico per le «difese» del boss dei boss di Corleone. Il colonnello Traina cercava di far «bonificare» auto e casa dell´amico, sapeva che lo stavano controllando, tentava pure di carpire da qualche collega particolari in più sull´indagine che avevano in corso. Un´indagine poco segreta. Troppo spifferi. Troppe strane coincidenze. Per esempio: da sei anni i carabinieri di Misilmeri stavano dando la caccia a quel Salvatore Sciarabba e non riuscivano a prenderlo mai. Erano sempre lì per acchiapparlo e quello spariva all´improvviso. Nessuno se ne faceva una ragione. Era un mistero. Fino a quando Sciarabba è caduto in una trappola della Squadra mobile. Indagine autonoma partita da Palermo: senza passare mai da Misilmeri. Paese roccaforte di Bernardo Provenzano. Che da quelle parti c´è stato. Come probabilmente ha trovato rifugio nelle vicinanze, tra Baucina e Villafrati, a Belmonte Mezzagno, a Cefala Diana, tutti paesi del «mandamento» mafioso di Misilmeri.

 

Ed è lì che Bernardo Provenzano aveva costruito uno dei suoi «sistemi» protettivi. Dentro la «famiglia» e fuori. Anche dentro gli apparati investigativi. La prima «talpa» scoperta era stato un appuntato poi arrestato e radiato dall´Arma. Si chiama Aldo Vullo. L´appuntato era il capo equipaggio del «nucleo radiomobile», frequentava i capi e i capetti della mafia paesana, relazioni molto pericolose. Quando i mafiosi chiacchieravano tra loro e parlavano dell´appuntato Vullo, scherzavano sempre. E si dicevano, uno contro l´altro: «Quello è meglio di te... quello è un carabiniere ma non è un carabiniere... ».

Attilio Bolzoni

 

Provenzano non è più un fantasma – Nuovo Identikit

Bernardo Provenzano non è più un fantasma. Ha le sembianze dell'identikit preparato dagli esperti della polizia sulla base delle indicazioni fornite dell'ultima persona che lo ha incontrato, il pentito Antonino Giuffrè. Eccolo l'imprendibile capo di Cosa nostra siciliana: il volto scavato da 42 anni di latitanza e potere, lo sguardo imperturbabile di chi decise l'inferno delle stragi Falcone e Borsellino e poi all'improvviso decretò la fine della guerra allo stato, non sappiamo ancora perché. Agli esperti della Scientifica, Giuffrè ha indicato anche i segni della stanchezza e della malattia nel volto asciutto di quell'uomo che il 31 gennaio ha compiuto 72 anni: per ben due volte, negli ultimi quattro anni, il padrino di Corleone ha dovuto sottoporsi a un'operazione di prostata, l'ultima volta a Marsiglia. "Ma poi, dopo una dieta appropriata, è tornato ferrigno come sempre", ha precisato ai magistrati il boss di Caccamo che un tempo stava al suo fianco e oggi è un collaboratore di giustizia. L'identikit della primula rossa di Cosa nostra è stato reso noto nel corso di una conferenza stampa alla questura di Palermo dal procuratore Pietro Grasso, dal prefetto Nicola Cavaliere, capo del Dipartimento anticrimine centrale della polizia e dal questore del capoluogo siciliano Giuseppe Caruso.

 

La foto è una elaborazione al computer: fu tracciata nell'estate del 2002, subito dopo il pentimento di Giuffrè, e da allora è stata la bussola per gli investigatori che sono impegnati nella ricerca del superlatitante. L'identikit rassegna ancora il piglio del padrino, lo stesso che 47 anni fa restò impresso nella prima e unica foto segnaletica di Bernardo Provenzano, scattata nella caserma dei carabinieri di Corleone: era il 17 settembre 1958, quel giovane di 25 anni aveva rubato sette quintali di formaggio insieme ad altri complici poi diventati tristemente famosi anche loro. In carcere rimasero pochi giorni; poi, il 2 ottobre, a casa di Provenzano arrivò una diffida della Questura di Palermo, "per le sue frequentazioni pericolose". Il 9 maggio 1963 seguì una convocazione nella caserma dei carabinieri di Corleone, "per nuovi accertamenti", ma quella volta non si presentò nessuno. Il 18 settembre, dopo la strage in cui morirono tre mafiosi del clan perdente di Corleone, Provenzano era già ufficialmente latitante.
L'identikit presentato dal procuratore Grasso è quello mostrato nei giorni scorsi a medici e infermieri di Marsiglia che hanno avuto in cura il boss, a luglio e a ottobre 2003: quella volta, il capo di Cosa nostra si finse un anonimo pensionato della provincia di Palermo. "Corporatura robusta, occhi castano chiaro, capelli castano scuri - così ha spiegato Giuffrè - cercate una cicatrice al collo". Ma qualche anno fa, arrivò una soffiata agli investigatori: "Provenzano ha fatto ricorso a un chirurgo plastico". Il mistero continua.

7 maggio 2005  Salvo Palazzolo

 

La pentita Vitale:''Ho visto Provenzano vestito da vescovo''

’ex boss in gonnella di Cosa Nostra è stata ascoltata dalla terza Corte di Assise di Palermo come testimone nel procedimento per l’omicidio di un rivale del clan che guidava

‘’Ho incontrato Bernardo Provenzano nel ‘92 durante un summit che si tenne in un casolare situato nelle campagne del palermitano. Era vestito da vescovo’’. A rivelarlo davanti alla terza Corte di Assise di Palermo, presieduta da Roberto Morgia e in trasferta per motivi di sicurezza a Roma, è Giusy Vitale, l’ex boss in gonnella di Cosa Nostra, diventata capo della cosca dei Partinico dopo l’arresto dei fratelli Vito e Leonardo. La Vitale è stata sentita oggi per la prima volta in veste di testimone nell’ambito del procedimento per l’omicidio di un rivale del mandamento che guidava. Pentita ‘’per amore dei figli e della sua famiglia'', una famiglia che non vede da anni, la donna 33enne, ha deciso lo scorso febbraio di uscire allo scoperto e di collaborare, come ha ripetuto lei stessa oggi nell’aula bunker di Rebibbia. Protetta da un paravento Giusy ha raccontato di aver visto il superlatitante una volta accompagnando suo fratello Leonardo ad una riunione. ‘’Gli chiesi -ha detto- chi era quella persona vestita in maniera così insolita. Poi seppi che si trattava di Provenzano''. ‘’Con lui -ha poi spiegato- non c’era accordo’’

La Vitale ha parlato anche di quando venne ‘’promossa’’ al ruolo di boss. ''Quando fui indicata dai miei fratelli a capo della cosca - ha riferito rispondendo alle domande dei pm - mio fratello Leonardo, con cui avevo colloqui in carcere, mi disse di comunicare questa decisione agli altri boss tra i quali Matteo Messina Denaro. Gli feci recapitare un biglietto ma non ho mai avuto risposta''. Giusy Vitale, che dai pm della Dda di Palermo Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene, è stata definita ‘la prima vera donna di mafia che comincia a collaborare con la giustizia’’, cominciò a pensare seriamente alla possibilità di collaborare nell’estate del 2004. La stessa pentita ha confermato di aver chiesto nel luglio scorso un colloquio con i pm della Procura di Palermo, rivelando di essere stata convinta a questo passo da Alfio Garozzo, suo convivente, pregiudicato per reati di mafia, attraverso un fitto scambio di lettere. La donna ha anche ricostruito gli schieramenti all’interno di Cosa Nostra, confermando i contrasti esistenti tra la famiglia Vitale, della fazione degli irriducibili, e il gruppo di Provenzano.

16  maggio 2005

 

Il ''fantasma di Corleone'' va materializzandosi: di Bernado Provenzano adesso si conosce anche la voce

Prima di Lui si aveva solo una foto in bianco e nero che ritraeva il volto fiero di un giovane ventenne e una, probabile, ricostruzione che lo invecchiava di parecchi anni. Poi, grazie al computer e alla descrizione dei collaboratori di giustizia, che a Lui di faccia lo conoscevano bene, si è conosciuto il vero volto (almeno così dicono pure i medici francesi che lo hanno operato senza sapere di avere a che fare con il ''boss dei boss'' di Cosa Nostra) di Bernardo Provenzano.
Oggi di Provenzano, il super ricercato e latitante da 42 anni, si ha a disposizione anche qualche frammento di discorso. Si ha la sua voce, insomma. Registrata per la prima volta dalle cimici piazzate dagli investigatori in un casolare di Mezzojuso, nelle campagne del Palermitano. Ad accertare che si tratta proprio delle parole pronunciate della vecchia ''Primula rossa di Corleone'' è stato il pentito Nino Giuffrè, al quale il nastro magnetico è stato fatto ascoltare dai magistrati della Dda di Palermo durante un interrogatorio al quale è stato sottoposto lo scorso mese.
La conversazione del boss latitante è molto lunga. Finora la sua voce non era mai stata captata.
Il tono delle sue parole è pacato, l'accento dialettale è forte e si avverte il senso di ''rispetto'' che hanno le persone che parlano con lui, come si conviene insomma ad una persona ritenuta il boss dei boss.
Il capomafia discute in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, lo stesso in cui il 31 gennaio 2001 è stato arrestato il boss Benedetto Spera. La registrazione risale al dicembre 2000, ma solo adesso è stato possibile identificare le persone che partecipavano al summit.
A quella riunione, infatti, erano presenti anche Giuffrè, Spera e Cola La Barbera, l'allevatore titolare del casolare, arrestato per il favoreggiamento del capo di Cosa nostra. Bernardo Provenzano diventa sempre meno uomo invisibile. Adesso se ne conosce il volto, il vero timbro di voce e le inflessioni dialettali. Presto se ne conoscerà anche la consistenza fisica, perché non ci si può nascondere per sempre.

29 aprile 2005

 

Prosciolto Provenzano nel processo contro la mafia siciliana

Bernardo Provenzano, Pietro Aglieri, Stefano Ganci, Filippo e Giuseppe Graviano, Carlo Greco,  Salvatore Lo Piccolo, Francesco Madonia, Giovanni Marcianò, Giovanni Matranga, Giuseppe Montalto, Calogero Passalacqua, Bartolomeo Spatola, Franco Spatola, Benedetto Spera, Antonino Troia e Mariano Troia, Giuseppe Calò, Domenico Ganci.

Visti così, tutti insieme, questi nomi che evocano gran parte della storia negativa della Sicilia, si potrebbe pensare servano per formare virtualmente un'imbattibile squadra di ''fantamafia'', all'interno di un gioco sicuramente di cattivo gusto.
Invece, dietro questa terribile lista, tra l'altro parziale, c'è un grave rischio, quello che vede tutti i possessori di questi nomi di nuovo liberi, fuori dalle carceri o dalle loro colpevolezze.
La Cassazione ha infatti deciso di smantellare una delle più importanti sentenze contro la mafia siciliana. La VI Sezione penale ha annullato, con rinvio a nuovo giudizio, l'ergastolo al superboss latitante Bernardo Provenzano e a decine di altri capi e killer in relazione al processo per 127 omicidi di Cosa Nostra avvenuti, a Palermo e provincia, tra gli anni '70 e i primi anni '90.
Molti dei delitti, ora senza colpevole, riguardano uccisioni di mafiosi ammazzati dai corleonesi nella guerra per impadronirsi del controllo del capoluogo siciliano. Ma alcune delle vittime erano uomini delle forze dell'ordine (come il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, ucciso nel 1983, e l'agente
Calogero Zucchetto ammazzato nell'82) o cittadini qualsiasi.        
Una sentenza che avrà anche effetti collaterali pesanti. E' probabile infatti, che in seguito a questa decisione, alcuni personaggi, considerati dei killer professionisti possano tornare rapidamente in libertà, ed è sicuro che le istanze dei loro avvocati partiranno con la massima celerità.

L'annullamento con rinvio è stato disposto dalla Suprema Corte anche per boss del calibro di: Pietro Aglieri, Paolo Alfano, Giovanni Battaglia, Giovanni Di Gaetano, Vincenzo Di Maio, Giuseppe Farinella, Stefano Fontana, Stefano Ganci, Filippo e Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Girolamo Guddo, Salvatore Liga, Giovani Lipari, Matteo Lo Duca, Salvatore Lo Piccolo, Francesco Madonia, Giovanni Marcianò, Giovanni Matranga, Giuseppe Montalto, Calogero Passalacqua, Antonino Porcelli, Nicola Riolo, Pietro Salerno, Simone Scalici, Giusto Scarabba, Gaetano Scotto, Bartolomeo Spatola, Franco Spatola, Benedetto Spera, Francesco e Giuseppe Spina, Antonino Tarantino, Antonino Tinnirello, Antonino Troia e Mariano Troia.
Tutti questi imputati dovranno essere riprocessati dalla Corte di assise di appello di Palermo. In totale, di 81 ergastoli, ne restano in piedi solo una quindicina.

La Cassazione ha infatti confermato e reso definitive le condanne a vita per il capo dei Corleonesi Totò Riina, Leoluca Bagarella, Salvatore Biondo, Michelangelo La Barbera, Antonino Madonia, Salvatore Biondino, Giovanni Buscemi, Giulio Di Carlo, Giovanni Di Giacomo, Raffaele Ganci, Salvatore Giuliano, Antonino Marchese, Biagio Montalbano e Giovanni Motisi.
Proprio in questa ''distinzione'' si possono individuare, forse, le posizioni giuridiche che sono alla base della sentenza della Cassazione.
Infatti, la Suprema Corte (i giudici sono stati in camera di consiglio una settimana, dal 13 aprile a oggi) sembra aver applicato la sua stessa giurisprudenza più recente: quella secondo la quale gli uomini di Cosa Nostra non possono essere considerati e, quindi, ''condannati'' come facenti parte di un'organizzazione o di una "cupola" responsabile di tutti i delitti.

Ciò vuol dire che per ogni singolo delitto, le procure avrebbero dovuto dimostrare i rapporti precisi tra assassino e mandante: altrimenti il mandante va considerato innocente.
In quel lungo periodo, poi, Totò Riina prendeva le sue decisioni consultando poche persone della cerchia ristretta dei corleonesi; non è quindi dimostrato, secondo la VI sezione, che Provenzano e altri condannati abbiano partecipato a quelle scelte di morte.
Stesso discorso per i capi mandamento che, in molti casi hanno ricevuto mandati di cattura per delitti compiuti mentre erano in carcere.
Per la Cassazione, se un uomo è in galera, non può essere mandante di un delitto per il solo fatto di comandare una cosca. Secondo i pentiti e secondo i magistrati che li avevano condannati, invece, anche dalla prigione, certi personaggi potevano prendere decisioni importanti, anche ''condanne a morte''.
La Suprema Corte ha inoltre annullato con rinvio, limitatamente ad alcuni capi di imputazione per singoli omicidi, le condanne all'ergastolo per Giuseppe Calò, Giuseppe Dainotti, Raffaele Galatolo, Domenico Ganci, Domenico Guglielmini e Francesco Gullo.
Annullata con rinvio anche la condanna all'ergastolo di Gioacchino Cillari, Nunzio Milano, Francesco Mulè e Antonio Scimone: anche tutti questi boss mafiosi saranno processati nuovamente dalla Corte di assise di appello di Palermo per rivalutare la loro responsabilità in determinati e specifici omicidi. Ma resta il giudizio della loro colpevolezza per la maggior parte degli episodi sanguinari loro addebitati.
Infine la VI Sezione penale della Cassazione ha stabilito che, per alcuni reati minori, deve essere rideterminata la pena per
Michele Dentici, Antonino Geraci, Giuseppe Lucchese, Salvatore Madonia, Antonino Rotolo, Giovanni Torregrossa.
La rideterminazione è dovuta alla dichiarazione di prescrizione di alcuni reati minori.

Da “Guida Sicilia –7 maggio 2005

 

L’intervista a Pietro Grasso

Quello che segue è il testo integrale dell'intervista del Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso andata in onda a 'Tv7', su Raiuno.

"I pizzini (i messaggi di carta che i mafiosi detenuti passano ai loro affiliati, ndr), è un sistema che sembra antiquato ma se usassero le più moderne tecnologie probabilmente noi riusciremmo a entrare e a scoprire molte più cose. Quello dei biglietti è un sistema che ha dei limiti che non riusciamo a valicare. Nel senso che dovendo seguire la persona che porta i biglietti in un luogo dove è impossibile seguire quella persona, salvo essere scoperti, questo viene sfruttato a vantaggio della comunicazione nell'organizzazione Cosa Nostra. Dalle nostre indagini risulta che spesso siamo noi stessi oggetto di indagini. Cercano di capire le macchine che sono sul territorio a chi appartengono e fanno anche delle ricerche attraverso persone di loro fiducia presso la motorizzazione".
Chi copre la latitanza del capo di Cosa Nostra?
"La coprono rappresentanti delle professioni, la coprono politici, imprenditori, forze di polizia. Dall'indagine sulla sua ricerca sono emerse tutte queste categorie, quindi non è soltanto una copertura da parte di un'organizzazione criminale, ma è una copertura che viene da intere fasce sociali. Abbiamo scoperto che un imprenditore riceveva da un sottoufficiale della forza di polizia delle informazioni sulle nostre indagini. L'imprenditore era collegato a Cosa Nostra e quindi le indagini nostre venivano conosciute direttamente da Provenzano. Non abbiamo ancora catturato il latitante Provenzano che da tanti anni, appunto, è tale, però diciamo che i successi ottenuti nella ricerca del latitante Provenzano sono assolutamente indiscutibili. Abbiamo arrestato ben 450 suoi favoreggiatori o associati a Cosa Nostra. Sono stati sequestrati centinaia di milioni di euro di beni, sono state scoperte tante persone che facevano da prestanome o intestavano fittizziamente per conto di Provenzano beni di ingente valore. Quindi diciamo che l'organizzazione paga certamente per questa latitanza".
Perché Provenzano va in Francia a curarsi?
"Mentre in passato Provenzano si era servito di medici palermitani, adesso, sentendo forse il terreno non sicuro sotto i suoi piedi si è rivolto all'estero. E fra l'altro in una zona dove parecchi siciliani sono soliti andare per risolvere all'estero i problemi della sanità, visto che la sanità siciliana non sempre è all'altezza della situazione. Del resto proprio nel salotto del medico Guttadauro si sentiva parlare di primari che dovevano prendere certi posti al posto di altri. Cosa nostra è sempre un'emergenza nel senso che va a infiltrarsi nel potere, nell'economia e distrugge quella libertà d'impresa, libertà di mercato che è il fondamento per lo sviluppo di una regione, di una nazione. Cosa Nostra ha degli accertati collegamenti con altre regioni d'Italia come la Lombardia, il Veneto, la Toscana, per quello che ci risulta".
Sono investimenti?
"Ci sono investimenti e ci sono anche, secondo un fenomeno abbastanza strano, uno scambio di imprese siciliane che ottengono appalti in queste regioni e imprese di queste regioni che ottengono degli appalti in Sicilia. Sembra quasi che ciò possa essere in un certo qual senso coordinato o diretto da una mente che accentra tutto".

A far mettere i timbri sul documento falso di Provenzano è stato l'ex Presidente del Consiglio di Villa Abate Francesco Campanella, che oggi sta collaborando con questa Procura. Qual è il valore di questo fatto?

"Certamente questo dà l'esatta misura di come Cosa Nostra riesca a infiltrarsi nelle istituzioni, addirittura non solo locali ma anche nazionali. Il presidente di un Consiglio comunale che si presta a mettere un timbro falso su un documento falso per consentire appunto il viaggio all'estero a Provenzano. Questo mi pare che sia totalmente devastante per quelli che sono i rapporti sociali. Campanella è quello che noi possiamo definire l'interfaccia tra Cosa Nostra e le altre categorie sociali, perché è il Presidente del Consiglio comunale di Villa Abate, quindi ha dei rapporti con la politica, ha una finanziaria, ha dei contatti a Roma con vari Ministeri, insomma è quello che dà veramente la forza dell'organizzazione, la capacità di infiltrarsi e di avere questi collegamenti con l'esterno".

21 ottobre 2005

 

E dopo Bernardo Provenzano?

Dopo l’anziano patriarca di Cosa Nostra, data per imminente la fine della sua carriera mafiosa, chi gli succederà? Il "chi è chi" della cupola: da Messina Denaro a Lo Piccolo, da Falsone a Di Gati.

Tommaso Buscetta pentito storico della mafia siciliana disse, in un intervista rilasciata a Saverio Lodato nel 1999, sul capo dei capi Bernardo Provenzano: << Con il ritorno della moglie e dei figli a Corleone anni fa, fece credere di essere morto mentre era vivo. Partecipando alle riunioni della “commissione”, aveva sempre la riserva mentale sulle decisioni finali. Oggi sarebbe malato, mentre credo sia vivo e vegeto, tanto da poter allungare i suoi tentacoli sulle cose siciliane. Un malato potrebbe dirigere gli appalti, come proverebbero le sue lettere, e contemporaneamente restare tanto nascosto da essere diventato invisibile a tutti? >> . Volendo prender per buona l’ipotesi di un Provenzano ormai alla fine della sua carriera criminale, per la stanchezza di tanti anni di latitanza e per uno stato di salute precario, chi della ramificata “Cosa Nostra” potrebbe succedergli un giorno o l’altro? Bernardo Provenzano oggi ha 72 anni, 40 dei quali trascorsi in latitanza. Con lui tramonterà una dinastia mafiosa, ma i quarantenni già scalpitano. Sono quattro i possibili successori da tenere d’occhio perché hanno la biografia giusta per continuare la tragica serie.

Matteo Messina Denaro Nato il 26/04/1962 a Castelvetrano (TP). Ricercato: Dal 1993, per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplodente, furto e altro; nel 1994 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali. Matteo è uno che ci sa fare con le donne. Ama le auto veloci, gli orologi Rolex e foulard. Matteo però non ama le foto, e questo è bene saperlo. L’ultima risale a una ventina d’anni fa: mostra un giovane con il volto affilato, gli occhiali a goccia, l’aria tenebrosa. Suo padre Francesco, alleato dei corleonesi, ha riorganizzato e dominato le mafia di Trapani. In vecchiaia, anche lui fu costretto alla latitanza. Ma quando morì, nel 1998 a 78 anni, la polizia ritrovò il suo cadavere, vestito di tutto punto, composto e disteso sulla nuda terra, in quelle campagne dove era voluto tornare da morto. Già allora, Matteo ricercato da cinque anni, era un cavallo di razza: stirpe illustre, buoni insegnamenti, si è sempre distinto per ferocia e spietatezza, sintesi fra tradizione e modernità. Perché sotto l’aspetto da gentleman, nasconde una tempra d’acciaio. Ha 43 anni, ma da tempo è indicato come il futuro di Cosa Nostra.

Sandro Lo Piccolo Nato a Palermo il 16/02/1975 Ricercato: Dal 1998 per omicidio e altro e dal 2001 per associazione mafiosa, estorsione; deve scontare un ergastolo; dal 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali. Sandro Lo Piccolo, trentenne, nato e cresciuto a Palermo, borgata di San Lorenzo cuore palpitante di Cosa Nostra. E’ il figlio scapestrato e viziato di Salvatore, accanito fumatore (tanto che il suo quartiere generale era in una tabaccheria di Sferracavallo) e fama di dongiovanni. Per esser uno di trent’anni ha già il suo buon curriculum: una condanna all’ergastolo per due omicidi e sei anni di latitanza. Ma alla latitanza è avvezzo fin da bambino, avendo un padre ricercato da venticinque anni. Dal padre ha ereditato la facilità a innamorarsi: avventure galanti, discoteche e locali. Ma per non sfigurare, deve vestir bene. Perfino a Palermo, però non è semplice per un ricercato andare a fare shopping per le vie del centro. Così Lo Piccolo incaricava un suo soldato. Tonino Lo Brano partiva dallo Zen, il quartiere popolare alla periferia della città, diretto verso il centro: in tasca aveva migliaia di euro, entrava nei migliori negozi e comprava giacche, pantaloni, camicie. Fin quando qualche poliziotto che lo teneva d’occhio, si accorse che il giovanotto non provava i capi, anzi chiedeva taglie diverse dalla sua.

Giuseppe Falsone Nato il 28/08/1970 a Campobello di Licata (AG) Ricercato: Dal 1999 per associazione mafiosa, omicidio e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Quando era un ragazzo e viveva ancora a Campobello di Licata, paese di vigne e serre in provincia di Agrigento, Giuseppe Falsone montava sul suo cavallo purosangue e attraversava strade e piazze. Si fermava davanti al suo bar preferito, legava la cavezza a un palo ed entrava per un caffè, come un pistolero da film western. Quel cavallo, tra le auto e i motorini smarmittati, era un segno di potenza: Giuseppe infatti era il figlio di Vincenzo, da sempre il boss di Campobello. A quei tempi, Giuseppe Falsone viveva come un principe: riverito con un’aria da bel moschettiere che faceva impazzire le ragazze. Nel 1991, quando gli stiddari uccisero suo padre Vincenzo e suo fratello angelo, Giuseppe si ritrovò a rimettere insieme le fila della sua cosca. Aveva appena 21 anni, ma già una condanna per traffico di droga e omicidio. Si è fatto le ossa in fretta, ed è subito diventato importante. Da sei anni è ricercato. Uno come lui, che viene da una famiglia di tradizione mafiose, aspira naturalmente a essere il capo di Cosa Nostra in provincia di Agrigento. Dalla sua può vantare un buon rapporto con Bernardo Provenzano e per questo ha tentato di “invalidare” l’elezione del suo alleato-avversario Maurizio Di Gati di Racalmuto. Falsone resta alla macchia, usando amici e parenti per organizzare i suoi affari. Come molti giovani boss, ha capito che le donne possono esser valide alleate. E di più di una volta ha mandato sua sorella Maria Carmela, con la borsetta piena di messaggi scritti (i pizzini che Provenzano usa per comunicare) a contattare gente e a dare ordini, fin quando la ragazza non è stata arrestata.

Maurizio Di Gati Nato il 7/10/1966 a Racalmuto (AG) Ricercato: Dal 1999 per omicidio e associazione mafiosa, truffa e altro; dal 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estraddizionali Aveva cominciato poco più che bambino come apprendista nel salone da barba nella piazza di Racalmuto. La sera, come tanti altri ragazzi del suo paese, frequentava i bar del corso. Racalmuto, a venti chilometri da Agrigento, era a quei tempi un paese di mafia tranquillo: un vecchio capo bastone teneva a bada, senza troppo fatica, un pugno di uomini d’onore quasi in disarmo. Da tempo Racalmuto non era più nelle cronache nere, semmai compariva nelle pagine culturali per esser il paese dello scrittore Leonardo Sciascia. Clamorosamente, un giorno del 1991 venne freddato il vecchio boss che girava disarmato e solo, sicuro di sé. Nel silenzio erano cresciuti i picciotti della Stidda, una fazione dissidente di Cosa Nostra che voleva imporsi a colpi di pistola. Da quel momento nulla fu più come prima. E nel mese di luglio del 1991, cambiò anche la vita dell’apprendista barbiere. Una sera d’estate, con la gente in piazza, i killer della Stidda arrivarono in auto: balzarono giù, le pistole in mano e fecero carneficina. A terra restarono quattro persone. Tra i morti: Diego Di Gati, 36 anni, fratello maggiore di Maurizio. Dopo la mattanza diventò un uomo d’onore per vendicare il fratello. Aveva 25 anni: Il barbiere diventò un boss. Cosa Nostra sconfisse i nemici. E i giovani che si erano fatti valere in quel conflitto fecero carriera. Maurizio Di Gati, latitante dal 1999 diventerà presto una stella nel firmamento delle cosche. Gli investigatori lo hanno capito la sera del 14 luglio 2002, dopo aver fatto irruzione in una masseria di Santa Margherita Belice. Trovano e arrestano quindici persone, compreso un medico analista, consigliere provinciale di Forza Italia: era un summit di mafia per decidere il nuovo capo di Cosa Nostra della provincia di Agrigento. La scelta, a quanto pare, è caduta su Di Gati, che prudentemente si è tenuto alla larga dalla masseria. Buscetta, nella stessa intervista a Lodato, è molto scettico sulla fine del fenomeno mafioso. Ritiene anzi che “la mafia ha vinto”, riuscendo a ricostruirsi al suo interno ed ad accumulare nuove ricchezze, nonostante la valida attività di contrasto delle forze dell’ordine. Non nasconde il timore che è ben lontana la fine di Cosa Nostra, tanto da non riuscire a prevederne o ipotizzarne nemmeno la possibilità: << La mafia futura sarà la mafia degli eredi. Le persone che non si sono pentite, e sono tante, hanno lasciato in eredità soldi e principi. Ma non vi dice le dice nulla il silenzio di gente stracarica di ergastoli che continua a rispondere no ai tentativi dei giudici di svelare almeno alcuni dei loro segreti? Non volersi pentire, oggi, nel 2000, è una dimostrazione palese: è il segnale per chi sta fuori. Significa: continuate. Resistete ma continuate. Se tu, Tano Badalamenti, non ti penti, dopo essere stato condannato in America - non in Italia, che fa sempre qualche differenza - a quarantacinque anni di carcere, la spiegazione non può essere solo l’orgoglio del vecchio padrino. Una volta si poteva capire: l’unico pentito mafioso ero io. Ma oggi non è più così. In un modo o nell’altro, il mio esempio è stato seguito. Nonostante tutto, credo di poter capire perché Badalamenti non si pente: Ha due figli liberi e ricchi. Forse si rende conto che il suo silenzio può servire ad ammorbidire le cose. >>

Cesare Piccitto

 

Il film su Provenzano

Questo il titolo del film, è la storia del leader indiscusso della mafia siciliana e della sua latitanza dorata interpretata sullo schermo da Donatella Finocchiaro, Marcello Mozzarella e Vincent Schiavelli, ma soprattutto raccontata dai suoi protagonisti: i procuratori Roberto Scarpinato, Antonio Lo Forte, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares, il colonnello dei Ros Michele Riccio e numerosi collaboratori di giustizia.
La docu-fiction, come si chiama in gergo, si apre con il monito del pentito Nino Calderone (“andatevene in un altro posto, in un altro continente, in un altro mondo, il più possibile distante dalla Sicilia. Perché qui – dice – va a finire sempre allo stesso modo. Va a finire che si muore…”) e si chiude con le rivelazioni di altri due collaboratori di giustizia (cestinate nella versione tv che sarà trasmessa a fine aprile) Nino Giuffrè e Salvatore Cancemi. “Provenzano ci queste informazioni – dice Giuffrè – e noi ci mettiamo in cammino per portare avanti il discorso di Forza Italia”. “Riina – racconta Cancemi – mi disse che Berlusconi e Dell’Utri se li era messi nelle mani”.
Il lungometraggio sarà nelle sale dal 30 marzo prossimo e in Rai subito dopo le prossime elezioni politiche (così hanno voluto i vertici aziendali) monco, però, dei suoi fotogrammi più scomodi. “Al cinema – racconta ad Simonetta Amenta, produttrice del film e sorella del regista – vedremo la versione completa, ma la Rai che ha partecipato alla produzione per il 10% preferisce tagliare di netto alcune scene”. Quelle, manco a dirlo, che si riferiscono al premier, al suo braccio destro Marcello Dell’Utri e agli atti della procura di Caltanissetta che nel 2002 ha archiviato il processo sui mandanti a volto coperto contro i due big di Forza Italia (in relazione al reato di strage) per “friabilità del quadro indiziario”.
Niente di nuovo, insomma. Fatti già noti alle cronache che però, nonostante il tempo e la pubblicità (poca), innescano ancora un vespaio di polemiche. Il fantasma di Corleone, infatti, è sì un film su Bernardo Provenzano, ma non solo. E' lo specchio dei labirinti di una burocrazia inceppata, dei meandri di uno stato assente e che per vent’anni non si è mai preoccupato delle sorti del super latitante. Solo dopo Capaci e Via D’Amelio, le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava. Il boss, comunque, è sempre riuscito a giocare d’anticipo. Come mai i suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina, sono stati catturati con una puntuale “facilità”, in momenti cioè in cui la mafia era in crisi, ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose? Come ha fatto il boss a rinnovare la propria carta d’identità, a gestire la documentazione pensionistica dei propri familiari, a “volare” indisturbato a Marsiglia? Perché – come ha raccontato Giuffrè e confermato Angelo Siino – alla fine degli anni 90, Provenzano fu femato ad un posto di blocco su una stradina in provincia di Enna e gli agenti non riconobbero il viso del vispo vecchietto che avevano d’avanti? Gli interrogativi potrebbero continuare, ma Amenta è comunque convinto, ricordando forse un vecchio adagio di Giovanni Falcone, che prima o poi Provenzano verrà catturato. Il problema vero è però stabilire se questa vittoria segnerà una vera sconfitta della mafia, o solo un mero cambio di strategia.

 

La latitanza di Provenzano è finita

Da Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca, da Nitto Santapaola a
Totò Riina: i capimafia catturati negli ultimi anni

La latitanza ultraquarantennale di Bernardo Provenzano è finita in un casolare non lontano da Corleone, dove i poliziotti hanno trovato una macchina per scrivere e gli ormai leggendari «pizzini» usati per impartire ordini ai suoi luogotenenti. Ma nella guerra tra mafia e Stato, sono molti negli ultimi anni i boss finiti in manette al termine di blitz più o meno spettacolari delle forze dell'ordine.

- Il 24 giugno 1995, fu Leoluca Bagarella, fratello di Antonietta Riina, moglie di Salvatore, a cadere nella trappola tesagli dalla Dia: «Luchino», esponente di primo piano dei corleonesi e fama di killer spietato, era già finito all'Ucciardone nel settembre del '79 dopo l'esecuzione del commissario Boris Giuliano, per tornare latitante tredici anni più tardi nel pieno dello scontro con il clan Aglieri.

- Il boss di quest'ultimo, Pietro, detto «ù signurinu» per la sua eleganza, originario del rione palermitano della Guadagna, studi in seminario e servizio militare come parà della Folgore, fu arrestato il 6 giugno del '97 alla periferia di Bagheria: nel suo covo gli investigatori trovarono una piccola cappella votiva e numerosi testi sacri e filosofici, alimentando l'equivoco di un possibile pentimento. Due anni prima il britannico «The Guardian» lo aveva indicato, provocatoriamente, come l'italiano più conosciuto al mondo.

- La cattura di Giovanni Brusca, detto «ù verru» (il maiale), tristemente noto soprattutto come il «boia di Capaci» - fu lui ad azionare il telecomando che fece esplodere l'autostrada lungo la quale transitavano in auto il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta - data 20 maggio 1996: le forze dell'ordine lo sorpresero a Cannitello, in provincia di Agrigento, in compagnia del fratello Vincenzo. Tra i numerosi omicidi addebitatigli, quello di Giuseppe, il figlio undicenne di Santino Di Matteo, strangolato e sciolto nell'acido dopo una prigionia di due anni per convincere il padre a ritrattare.

- Benedetto «Nitto» Santapaola, «il cacciatore», dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice «Luna Piena». L'ex venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina, già titolare di una concessionaria di auto, finì con l'imporsi come uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale. La sua ascesa fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina, ma diversi collaboratori di giustizia avrebbero denunciato le commistioni tra lui e il «comitato d'affari» composto da politici, imprenditori e magistrati corrotti che controllava Catania negli anni '80.

- Il 20 febbraio dell'86 a finire nelle mani della polizia era stato Michele Greco, ribattezzato «il papa» per la sua riconosciuta abilità nel mediare le dispute tra le diverse famiglie. Frequentatore dei salotti della Palermo bene, la sua tenuta di Ciaculli, «La Favarella», era aperta a politici, banchieri, professionisti e aristocratici decaduti, ma era anche sede di covi sicuri per i latitanti e di una raffineria di eroina. Mandante, con il fratello Salvatore, dell'omicidio del consigliere istruttore Rocco Chinnici, fu liberato con altri boss dalla Cassazione nel marzo del 1991 per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva: un decreto voluto da Falcone avrebbe poi ripristinato la detenzione per lui e per i suoi colleghi.

- Giuseppe «Pippo» Calò, il «cassiere» di Cosa Nostra, noto come «la salamandra» per la capacità di uscire indenne dalle situazioni più scabrose, finì in manette invece il 30 marzo 1985, in una villa a Poggio San Lorenzo, in provincia di Rieti: nel suo covo fu ritrovato un vero arsenale da guerra. Il capo del mandamento di Porta Nuova, all'inizio degli anni '70 si trasferì a Roma dove, sotto la finta identità di Mario Agliarolo, antiquario, fece numerosi investimenti nel settore edilizio e riciclò, per conto delle cosche, ingenti quantità di denaro stringendo alleanze anche con la banda della Magliana.

- Nell'aprile del 1992, la settimana santa - proprio come oggi a Provenzano - fu fatale a Leonardo Messina, detto «Narduzzo», catturato mentre stava per tendere un agguato mafioso ad un altro uomo d'onore, suo rivale nella corsa alla guida della famiglia di San Cataldo. Era già finito in carcere due volte in precedenza, ma stavolta la paura di ritorsioni nei confronti dei familiari lo spinse a collaborare con la giustizia: dai verbali delle sue dichiarazioni originò uno spettacolare blitz delle forze dell'ordine, la cosiddetta «Operazione Leopardo», che il 17 novembre del 1992 portò all'esecuzione di oltre duecento ordini di cattura in tutta Italia.

- La latitanza di Gaetano Badalamenti, a lungo nascosto in Brasile, finì in Spagna, a Madrid, nell'aprile del'84: da qui fu estradato negli Stati Uniti, dove era emigrato clandestinamente da giovane, prima di iniziare una carriera criminale che l'avrebbe portato, tra l'altro, ad ordinare l'omicidio del militante di estrema sinistra Giuseppe Impastato che, dai microfoni della radio locale »Aut Aut«, ne denunciava i traffici di droga.

- In un ovile, con addosso i biglietti e gli appunti degli »affari« da portare a termine (appalti, racket, favori da concedere) finì nell'aprile 2002 anche la fuga di Antonino Giuffrè, detto »Manuzza« per via della mano destra strappata da una fucilata durante una battuta di caccia: qualche anno addietro gli uomini della Dia erano già arrivati al suo rifugio di Caccamo, ma il boss era riuscito a dileguarsi uscendo dalla porta di servizio.

- Totò Riina, l'altro superboss della mafia, fu arrestato il 15 gennaio 1993 dopo una lunga latitanza. La sua «carriera» fu parallela, soprattutto agli inizi, a quella di Provenzano. Entrambi infatti respirarono l'aria di mafia guidati dall'allora boss Luciano Liggio. Quando quest'ultimo, nel '74, fu arrestato, per i due boss si spalancarono le porte dell'ascesa al vertice. Conquistato a colpi di kalashnikov.

 

La vera storia di Provenzano Siino: "Sparava come un dio"
Quarantatrè anni fa a Corleone. Era il 18 settembre del 1963. Quella notte Luciano Liggio chiude i conti con quei fitusi degli amici del dottor Michele Navarra. Una sparatoria dopo l'altra. Fanno secco Francesco Streva, Biagio Pomilla, Antonino Piraino. Lasciano mezzo morto a faccia in giù Francesco Paolo Streva.
Quella notte - nella notte dei tempi in cui comincia la latitanza di Bernardo Provenzano - nasce anche la favola del picciotto che spara "come un dio". Binnu spara come un diavolo. È feroce, ferino, sadico. Dentro Cosa Nostra, di generazione in generazione, dicono che, quella notte a Corleone, prima azzoppano quei cristi e poi, quando sono a terra nel loro sangue, Binnu - ha trent'anni - si fa avanti, appoggia lentamente la canna della pistola alla fronte di quei disgraziati e li fa secchi con il piacere di vedere nei loro occhi l'orrore. Dice Angelo Siino (l'iconografia parla di lui come "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra" fino ai primi anni '90) che, quella buona reputazione di assassino senza compassione, diventa leggenda a Palermo sei anni dopo.
È l'inverno del 1969. È il 10 dicembre, le 6 e 45 del pomeriggio. Cinque uomini con la divisa da poliziotti entrano in una palazzina per uffici a un solo piano di viale Lazio. Devono liquidare Michele Cavataio. Quello è armato. Lo chiamano "il Cobra" e, come un serpente, si difende, spara e spara sostenuto dai suoi guardiaspalle, quattro. Uccidono Calogero Bagarella. Feriscono Mimmo Caruso che si ritrova con la sua Mauser Bolo inceppata. Chi lo sa, dice Siino, come sarebbe finita se Bernardo Provenzano non avesse fatto, presto, il suo lavoro. Binnu ha in mano un moschetto automatico Beretta 38/A, capace di 600 colpi al minuto. Fa fuoco all'impazzata. Salva la situazione. A terra resta il Cavataio con quei quattro.
Dice Angelo Siino che di ammazzatine ne sa poco. Dice che conosce meglio il modo di fare gli affari dei mafiosi, i loro legami con la buona società, i canali di riferimento con le burocrazie dello Stato. Dice Siino che quando ha visto per la prima volta Bernardo Provenzano, la storia del picciotto che sparava "come un dio" passava ancora di bocca in bocca dentro Cosa Nostra, ma era acqua andata via per sempre, ormai.
Binnu è ora solo lo Zio. Rispettato, temuto, anche amato. Un cervello fino come può essere fine e affiliato l'acume di un contadino che ha patito molta fame. Dice Siino che la prima volta lo vide in una conceria di Bagheria, un luogo dove tutto ricordava la carne marcia e odorava di putrefazione. Era la conceria di Francesco Baiamonte. Lavoravano il perfosfato d'ossa, ossa di animali tritate e acido solforico. Olezzo di morte. Non ci si avvicina allo Zio come se fosse un tipo qualsiasi, dice Siino. Bisogna essere "presentati" e puoi essere presentato se sei all'altezza, se hai lo status adeguato. Non era così al tempo e, dice Siino, gli accade di vedere lo Zio da una distanza di molti metri. Piddu Madonia, a bassa voce, senza farsi sentire dagli altri, glielo indica però: "Quello laggiù è lo Zio!".

Siino timidamente allunga lo sguardo. Le cose vanno meglio qualche tempo dopo. Più o meno nel 1989. Negli uffici di Gino Scianna al vallone Despuches a Bagheria c'è una riunione per decidere l'appalto di una galleria in contrada Sclafani-Bagni. Provenzano deve decidere. Non è allora l'ometto rattrappito di oggi. È vero, nessuno lo ha mai visto con una cravatta al collo se non in quelle ingiallite foto segnaletiche della polizia, ma a quel tempo - un tempo non troppo lontano, meno di venti anni fa - lo Zio veste sempre casual, ma i suoi pullover sono Ballantyne, di cachemire, e i pantaloni e le scarpe e le sciarpe sempre firmate.

Questa storia del contadino che non riesce a star lontano dalla sua vita arcaica è una favola, dice Siino. Quando lo Zio era latitante a Capo Mulini a Catania sotto la protezione di un Cavaliere del Lavoro la sua vita è allegra e movimentata. Non è che se la passa male nemmeno a Bagheria dove si nasconde più o meno per due decenni. Non rinuncia nemmeno a qualche scappatella. Un'estate Pino Lipari gli offre la sua barca per una crociera e lo Zio se ne va a prendere il sole tra le isole Egadi e poi in Tunisia con una sua amichetta.
Provenzano e Bagheria (il mandamento di Bagheria) sono stati "una sola cosa". Provenzano ha fatto la fortuna di Bagheria e Bagheria di Provenzano. Anche Riina, dice Siino, riconosceva che era meglio girare intorno a quelle terre. U' zù Totò diceva ai suoi: "A Bagheria si saluta e si va via". Provenzano da quelle parti ha fatto tutti i ricchi. I profitti dell'agricoltura e degli aranceti sono finiti nel saccheggio edilizio di quella perla del barocco; e i profitti del mattone nella sanità; e i piccioli della sanità ancora nei grandi appalti e nell'ecologia dello smaltimento rifiuti. Tutti ricchi sono diventati, dice Siino. È a Bagheria che Provenzano mette a punto, per così dire, il suo "metodo di governo" che, al contrario della "politica" di Riina, include e non esclude.
Dentro anche le cooperative rosse e quel tipo, Tronci, che dice di essere il rappresentante delle Botteghe Oscure. Dentro i politici che ci stanno, gli assessori che si rendono disponibili, i professionisti che non aspettano altro, i segretari comunali che non hanno scelta. Provenzano pensa a far soldi. Riina a far la guerra. E non è che zù Totò, dice Siino, non lo sappia, non se ne accorga, non se ne lamenti. "Binnu - dice il Corto - vuole fare niente, vuole fare morire tutti... pensa solo ai piccioli e alle sue imprese".
La verità, dice Siino, è che Provenzano prima delle stragi si mette a portello, si mette alla finestra a guardare quel che succede. Alla finestra e ben protetto e dice: fate, fate. Quelli fanno - uccidono Lima, Falcone, Borsellino, Ignazio Salvo - e organizzano le bombe di Roma, Firenze, Milano e si consumano e lo Zio attende ancora per muoversi. Attende che acchiappino anche Leoluca Bagarella, capace di sparare e poi parlare, e finalmente Provenzano monta in cattedra e cambia il gioco.
Con Riina lo schema è chiaro: di ogni appalto il 2% va ai politici; il 2% a Cosa Nostra (Riina lo divide tra l'acquisto di armi e gli avvocati dei picciotti in carcere); il 2% agli organismi di controllo (corte dei conti, commissioni e tribunali vari); lo 0,8% nella tasca del Corto, suo bonus personale.
Provenzano lo manda per aria. Non chiede niente. Ha le sue imprese, e gli basta. Ogni tanto qualche altro gli offre una quota della sua azienda così per devozione o ringraziamento o ingraziamento. Dice Siino che il vero potere di Provenzano dentro la Cosa Nostra non ha mai avuto la natura violenta della mano di Salvatore Riina, ma sempre la forza della convenienza e dell'equilibrio. Provenzano divide la regione in "grandi mandamenti". Non c'è più la "commissione", non c'è più una "cupola". Bisogna trovare un altro modo per evitare conflitti. Affidandosi a pochi uomini - cinque in tutto, Pino Lipari, Tommaso Cannella, Lo Piccolo, Messina Denaro, Raccuglia - escogita, dice Siino, una sorta di "welfare fiscale".
I mandamenti più ricchi, con più opportunità e affari offrono parte dei loro profitti ai mandamenti meno fortunati cosicché gli introiti dei mandamenti, alla fine della conta, risultato bilanciati e tutti sono soddisfatti. Così vanno letti i "pizzini" che scrive Provenzano. Autorizza. Non autorizza. Invita alla cautela. Chiede buon senso. Consiglia generosità per conservare in equilibrio i conti di tutti. Il suo potere, dice Siino, non è quello di un Capo dei Capi, ma la riconosciuta influenza di un punto di equilibrio. Anche se non ci sono guerre di mafia, è un metodo di lavoro che opprime ancora di più la società, spiega Alfredo Galasso che, parte civile nei grandi processi politici siciliani, cura ora il destino dell'ex-ministro di Lavori pubblici di Cosa Nostra.
La mafia siciliana ormai non conta e non passa. Non ci sono più i grandi traffici internazionali, i contrabbandi, la droga, i cartelli intercontinentali. Quindi, non c'è più bisogno di chi lo sa quale altissima protezione politica e finanziaria. Si cava il sangue soltanto dalla Sicilia e, dice Alfredo Galasso, si spreme ogni piega, in ogni comune e in ogni provincia e in ogni amministrazione locale. Nessuno si può chiamare fuori. Ognuno sente la pressione. L'assessore, il consigliere comunale, la burocrazia amministrativa, il maresciallo dei carabinieri del paesuccio e il grande notaio di città, il farmacista, l'avvocato, il piccolo imprenditore, il commerciante al minuto, il grossista, il primario ospedaliero.
La Cosa Nostra di Bernardo Provenzano, dice Siino, è più oppressiva perché è la mafia della porta accanto, è la Cosa Nostra che incontri al bar, dal barbiere, dal dentista. È una mafia meno rumorosa, meno assassina e violenta ma capace di controllare un comune e i suoi abitanti come un pastore il suo gregge. Ora che Provenzano, dopo quella notte a Corleone del settembre del 1963, è in galera, Cosa Nostra dovrà cercarsi, se non un altro capo, per lo meno un altro modello organizzativo. Chi potrebbe essere quel capo? E quale sarà il modello organizzativo? Voci di dentro in Cosa Nostra propongono tre quadri.
Il primo è il più probabile, in tempi brevi. Cosa Nostra si calabresizza. Come le 'ndrine calabresi, le famiglie mafiose cureranno i loro affari territoriali in autonomia dalle famiglie di altre province. Ognuno per sé. Dopo il welfare fiscale, prende corpo il "federalismo fiscale". I soldi che spremi dal tuo territorio, te li tieni. Gli altri si arrangeranno con i propri mezzi. Nessun controllo verticale. Nessuna "politica" della "commissione". Nessuna commissione. Nessun "punto di equilibrio". Morto il papa, non se ne fa un altro. La "calabresizzazione" di Cosa Nostra, dicono le voci di dentro, è ad alto rischio. A ogni appalto, a ogni affare possono deflagrare gli odi antichi, le eterne ambizioni, le avidità recenti. Un vivamaria, una nuova guerra di mafia, è nelle cose a meno che...
A meno che (secondo quadro) non cresca il carisma e la reputazione di un homo novus. Le voci di dentro dicono che quell'uomo può essere Matteo Messina Denaro non Totò Lo Piccolo, testa corta. Messina Denaro, invece, può farcela, dicono. È giovane. È deciso. Ha uso di mondo. È trapanese di Castelvetrano, ma i suoi rapporti con Palermo sono buoni e stretti e di sangue: ha sposato una Guttadauro, famiglia molto vicina ai Graviano di Brancaccio e a "chi conta" nella politica regionale. Naturalmente, il prestigio di Matteo Messina Denaro può anche non evitare il vivamaria.
Potrebbe non essere, dicono cinici dentro Cosa Nostra, la soluzione peggiore. Anzi, c'è chi attende proprio un repulisti per depurare Cosa Nostra dalla sfrazza, dalla feccia, corleonese. È il terzo quadro. Le famiglie di oggi vanno alla guerra. Sugli spalti già attendono i vincitori di domani, gli sconfitti di ieri, i "principi" regnanti degli anni '80 defenestrati a suon di pallettoni e mitra e strangolamenti dai viddani di Totò Riina.
Il figlio di Totuccio Inzerillo, giovane amato boss ammazzato dai corleonesi, è a Palermo. Rispettatissimo, come la nuova generazione della famiglia Teresi di Santa Maria del Gesù (negli anni '80, misero il lutto per la morte di Mimmo, il più fidato uomo di Stefano Bontade).
Il possibile ritorno al passato sarebbe sostenuto a Milano e a Roma dalla presenza sempre più attiva dei Bono, dei Martello, dei Fidanzati, quelli di sempre, quelli di allora. Come dire che, dopo un quarto di secolo, la storia ritornerebbe là da dove è cominciata. A Palermo. Nelle mani delle famiglie del "bel tempo andato" distrutto dai corleonesi. Tutto cambia. Nulla cambia. Tommaso Buscetta ne avrebbe riso.

Giuseppe D’Avanzo 16 aprile 2006

 

Provenzano agli infrarossi

Gli appostamenti. I controlli al casolare. Le tecnologie sofisticate. Tappa per tappa la cattura del boss

L'elicottero della polizia vola sopra Roma, un po' prima del tramonto di martedì 11 aprile. Lassù ci sono Bernardo Provenzano, 73 anni, capo di Cosa nostra, e gli agenti che hanno appena interrotto la sua fuga cominciata nel 1963. Zu Binu, zio Bino come lo chiamano i mafiosi, avvicina il suo volto da sfinge al grande finestrino e guarda scorrere i palazzi del potere. Sullo sfondo sfilano il tetto di Montecitorio, Palazzo Chigi, il Tricolore che sventola sul Quirinale. Forse non li nota o forse ripensa alla storia d'Italia, andata e che verrà, come soltanto lui e pochi altri conoscono. All'improvviso il pilota muove la barra verso ovest e sotto i piedi di quei pochi passeggeri passano il cupolone di San Pietro e il Vaticano. Provenzano si sporge per guardare meglio. Si fa tre segni della croce, uno dopo l'altro. Tre, come i crocefissi sulla catenina d'oro che ha al collo. Poi stringe le mani e prega in silenzio. Sono le ultime immagini del mondo libero negli occhi di uno degli uomini più feroci d'Europa, così come chi c'era su quel volo le ha raccontate a 'L'espresso'. Poco dopo l'elicottero atterra finalmente nel cortile del carcere di Terni. E, anche per l'imprendibile boss dei boss, l'orizzonte ha ora tutt'altra prospettiva.
I cacciatori di Provenzano, 18 poliziotti della squadra mobile di Palermo e otto del servizio centrale operativo della polizia, hanno più volte rischiato di fallire. E forse, se negli ultimi giorni di ricerche il cielo non fosse stato così limpido, non lo avrebbero mai preso. 'L'espresso' ha ripercorso con loro le tracce che hanno portato al blitz nel covo di Corleone. Ecco i retroscena mai raccontati della cattura.
I pedinamenti Bisogna tornare indietro di alcuni mesi e lasciare Palermo. Nel 2005, i ragazzi della Squadra mobile decidono di ricominciare le ricerche dalla grande villa a due piani della famiglia Provenzano, in contrada Punzonotto, periferia di Corleone. Lì abitano la compagna del boss, Benedetta Saveria Palazzolo, 65 anni, e i figli Angelo, 31, e Francesco Paolo, 24, da poco scelto dal ministero dell'Istruzione per insegnare italiano in una scuola in Germania. Tre mesi fa vedono uscire dalla villa un collega di Angelo Provenzano, Giuseppe Lo Bue, 36 anni. Con il figlio del boss vende e ripara aspirapolveri. Fin qui storia già raccontata. Quel pomeriggio Lo Bue ha in mano un sacchetto azzurro della spazzatura. A casa dei Provenzano si fa vedere una volta ogni dieci giorni, sempre di pomeriggio. Ma è la seconda volta che esce dalla villa con un sacchetto azzurro che poi carica sulla sua Audi 4 Station Wagon: "Se per due volte succede la stessa cosa, vuol dire che c'è una regola", immaginano quel giorno gli investigatori. A inizio febbraio vedono Lo Bue togliere un altro sacchetto dalla sua auto e metterlo sulla Opel Astra del padre, Calogero, 60 anni. La casa di Calogero Lo Bue è a poche centinaia di metri dai Provenzano, sulla strada che sale verso la montagna di Rocca Busambra il bosco della Ficuzza. L'uomo da pedinare adesso è lui. Un aiuto arriva dalle microtelecamere piazzate in paese da polizia e carabinieri in anni in cui le indagini hanno sempre portato qui.

Il pomeriggio di sabato 25 marzo gli agenti sorvegliano la casa di Calogero Lo Bue. Da qualche giorno lì dentro c'è un altro sacchetto. Padre e figlio salgono sull'Opel Astra. Giuseppe al volante, l'altro accanto. Attraversano il centro di Corleone, seguiti da una Golf: è intestata a una donna, alla guida c'è il marito. Si chiama Bernardo Riina, 68 anni e un guaio negli anni '80 per essersi inventato un alibi. Nella salita di via del Calvario, una strada stretta che taglia in due il paese, gli agenti devono interrompere l'inseguimento. Da un punto di osservazione parallello, altri investigatori assistono allo scambio: Calogero Lo Bue con il sacchetto lascia il figlio e sale in macchina con Riina. La Golf riparte. Dopo cento metri incrocia una strada. A destra si va a Campofiorito. A sinistra, verso il bivio per Prizzi. Ancora una volta il capo di Cosa nostra ha vinto. La Golf è persa. Ma poco tempo dopo riappare in paese con i due uomini. La strada per Campofiorito era controllata da agenti nascosti in un bosco. Lo stesso quella per Prizzi. Le due pattuglie raccontano di non avere visto la Golf. Significa che Riina e Lo Bue non hanno lasciato la zona. È lì ci sono soltanto altre due vie senza uscita: quelle che salgono a Montagna dei cavalli.
L'accerchiamento ormai è come un'operazione militare. Il servizio centrale della polizia mette a disposizione termocamere in grado di rilevare la presenza di persone dal loro calore corporeo. Ma diventano inutili: "Il problema sono i cani. Per usare quegli strumenti, bisogna avvicinarsi molto alle masserie e i cani abbaiano", raccontano gli investigatori. Per vedere meglio, i cacciatori di Provenzano decidono di andare il più lontano possibile. Ad almeno 8 chilometri, in un bosco, sopra contrada Casale. Piazzano un Celeston, uno di quei grandi telescopi portatili usati per osservare le stelle. Per ogni loro spostamento, si muovono di notte tra l'una e le tre, quando il paese dorme. A volte devono smontare in fretta l'osservatorio per non essere visti dai guardiani della Forestale. Non si fidano di nessuno. Dal telescopio seguono tante scene di vita quotidiana a Corleone. Lo Bue va a casa di Riina, proprio in fondo alla valle. Un'altra volta Riina sale sulla sua Golf e dopo un po' riappare sulla strada per Montagna dei cavalli. Ma da lì è impossibile scoprire quale sia la meta. Gli alberi nascondono la fine delle indagini. Bisogna salire sulla cima opposta, Montagna vecchia. È un pascolo spoglio, circondato da pareti di roccia verticali. Là sopra nessuna persona si può mimetizzare. Martedì 4 aprile, una settimana prima dell'arresto, entra in funzione la telecamera radiocomandata. Gli agenti l'hanno nascosta tra le pietre sotto la cima di Montagna vecchia. E da adesso, quasi ogni notte, qualcuno deve andare a cambiare le batterie. Salgono dal versante opposto, un'ora a piedi lungo un canalone. Devono anche aggirare i cani e i pastori di guardia a una mandria. Da lassù la telecamera inquadra la Golf di Riina dentro la masseria di Giovanni Marino, 42 anni, un pastore incensurato. Il cielo sereno è d'aiuto, perché con le nuvole non avrebbero visto nulla. Per ricevere le immagini in diretta, viene nascosta un'antenna in una costruzione abbandonata sul versante opposto. Quella mattina i poliziotti rimangono accovacciati fino a notte perché Giovanni Marino porta le sue pecore proprio nel prato accanto al piccolo casolare. Vengono intanto controllati i consumi di elettricità nell'ovile. Si scopre un picco durante l'inverno: qualcuno si è scaldato con una stufa elettrica.
Il primo sguardo "Quando poco prima delle 8,30 dalla telecamera è stato visto quel braccio uscire dalla porta, noi eravamo già pronti al blitz", raccontano gli agenti: "Aspettavamo l'ordine con il cuore a 3 mila, dentro due furgoni chiusi, come per Giovanni Brusca. Avevamo le armi in mano e i passamontagna 'mefisto' sul volto. Anche senza quel braccio, saremmo intervenuti". Fino a domenica 9 aprile, giorno delle elezioni, però c'è ancora un dubbio: che quell'ovile sia solo un punto di transito di pacchi e pizzini. Ma lunedì per ben due volte la telecamera inquadra una stranezza: quando il pastore Marino si avvicina al covo, la porta in ferro e vetro si muove un istante prima che lui appoggi la mano sulla maniglia. Adesso quella vetrata è a pezzi. La reazione di Provenzano l'ha fatta cadere addosso agli agenti. "Chi sei?", urla il caposquadra quando se lo trova davanti. "Voi non sapete quello che fate", risponde il capomafia. Ma a quel punto i suoi cacciatori sono più che sicuri: "Io l'ho capito al primo sguardo, dagli occhi e dagli zigomi. Provenzano ha gli stessi occhi blu del figlio Angelo e i tratti somatici di suo fratello Simone", rivela uno dei primi a entrare. Sulla scrivania, proprio sopra agli ult