Il grande
processo a Cosa Nostra
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Nel dicembre 1987 si concluse a
Palermo con pesanti condanne il primo
grande processo a Cosa Nostra degli ultimi trenta anni, istituito grazie
all’attività dell’ufficio diretto prima da Rocco Chinnici e quindi dopo la sua
uccisione da Antonino Caponnetto, e da un pool
di giudici composto da Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino,
Leonardo Guarnotta, e Giuseppe Di Lello. Cosa Nostra
tuttavia fu in grado di articolare una risposta a livello militare,riprendendo le uccisioni di rappresentanti delle
istituzioni e di politici: il 12 dicembre1988 fu ucciso Giuseppe Insalaco, ex sindaco di Palermo, il 14 dello stesso mese
l’agente di polizia Natale Mondo, tra Canicattì e
Caltanisetta , il giudice Antonino Saetta e
suo figlio Stefano. Il 26 settembre a Valderice,
nei pressi di Trapani, fu ucciso Mauro Rostagno,
fondatore di una comunità di recupero per tossicodipendenti” Saman”.Il 5 agosto l’agente di polizia Antoni Agostino con la moglie Ida Catelluccio.
Il 15 marzo 1990 scompare l’ex poliziotto Emanuele Piazza.
Il 9 maggio toccò a Giovanni Monsignore, onesto funzionario della Regione
Sicilia, e il 21 settembre ad Agrigento fu assassinato il giudice Rosario Livatino,
il più giovane giudice siciliano, aveva 38 anni, il 29
agosto fu assassinato l’imprenditore Libero Grassi,
che aveva denunziato pubblicamente la richiesta di “pizzo” da parte della
mafia.
Ma a ottenere successo fu
soprattutto la reazione sul terreno politico e istituzionale contro coloro che
avevano contribuito al buon successo del maxi-processo:essa si manifestò
attraverso una serie di decisioni, ognuna delle quali rappresentava un momento
di un disegno complessivo volto a delegittimare chi aveva indagato, con
successo, sulla mafia. Si passò così dalla bocciatura di Falcone alla carica di
consigliere istruttore lasciata vacante da Antonino Caponnetto fino al successivo smantellamento del pool
dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Fu un disegno portato avanti
come esecutori da molti magistrati del tribunale di Palermo e da componenti maggioritarie del Consiglio superiore della
magistratura, a volte per ripicca o gelosia professionale verso colleghi che,
con la professionalità acquisita nella lotta alla mafia, avevano raggiunto una
notorietà internazionale, tuttavia gli strateghi vanno cercati altrove, nei palazzi romani del potere, in
ampi settori del mondo politico , soprattutto quelli più direttamente coinvolti
dai sospetti di collusione con la criminalità organizzata.
Una simile azione ottenne incredibile
sostegno anche in alcuni settori dell’opinione pubblica. Leonardo Sciascia,
lo scrittore che tanto aveva contribuito a far prendere coscienza del fenomeno
mafioso con le sue opere, arrivò, in una serie di articoli,
al punto di deplorare i cosiddetti “professionisti dell’antimafia”, indicando
fra questi persone come Leoluca Orlando, sindaco di Palermo e il giudice Paolo
Borsellino fiero oppositore della mafia. Questo isolamento dei magistrati più
esposti sul fronte della lotta alla mafia può essere letto come un segno della
fondamentale dipendenza di Cosa Nostra, in alcuni casi solo psicologica, in
altri effettiva, di molti degli uomini che operavano in politica, nelle
istituzioni, o dell’opinione pubblica.
L’organizzazione ormai non solo deteneva un reale politico
in Sicilia, ma si mostrava anche in grado di contattare da posizioni di forza
con i massimi poteri istituzionali e con esponenti politici
di primo . E quando questi cercheranno di sganciarsi o, più
semplicemente, non riusciranno a mantenere le promesse di intervento a favore di
Cosa Nostra, il messaggio lanciato da quest’ultima
sarà inequivocabile: il 12 marzo del 1992 viene ucciso il potentissimo Salvo
Lima, eurodeputato democristiano e
referente di Giulio Andreotti
in Sicilia, presumibilmente perché non riusciva più a garantire la copertura
politica, e in particolare la protezione giudiziaria, all’organizzazione. L’on
Lima, scrivono i giudici sintetizzando la deposizione del “pentito” Gaspare Mutolo, fu ucciso perché <considerato il maggior simbolo
di quella componente politica che, dopo aver attuato
per moltissimi anni un rapporto di pacifica convivenza e di scambio di favori
con Cosa Nostra, che riservava su questa i propri voti, non aveva tutelato gli
interessi dell’associazione proprio in occasione del processo più
importante>.
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