|

A
V
V
E
N
I
N
T
I
I
T
A
L
I
A
N
I
|

Renato Guttuso. Portella della
Ginestra
Sessantesimo della strage di Portella
1° maggio 1947, la strage che cambiò
l’Italia, a sessant’anni da quei fatti, la verità
ancora non è venuta definitivamente a galla. Chi armò la banda Giuliano?
Spararono solo loro, o anche e solo i criminali fascisti di Junio Valerio Borghese?
Quale fu il ruolo del ministro degli interni Mario
Scelba? Tutte domande ad oggi senza risposta.
Portella:tutta la verità In un libro, la
partecipazione documentata nella strage di X Mas e servizi segreti americani.
A colloquio con gli autori E' uscito da pochi giorni ed è già alla seconda
ristampa. Un meritato successo per il libro "Portella
della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia" firmato
dai due studiosi Angelo La Bella e Rosa Mecarolo (Teti ed., pp. 298, euro 18.00). I loro nomi forse li avete in
testa, perché di loro abbiamo già parlato sulle pagine del nostro giornale e
perché risultano sui titoli di testa del film
"Segreti di Stato" di Paolo Benvenuti, di cui sono stati consulenti
storici. A dirla tutta, è proprio dai materiali del loro libro, frutto di
dieci anni di ricerche, che buona parte del film di Benvenuti ha trovato
sostanza. Vi potrete infatti trovare le pagine più
scottanti degli atti giudiziari di Viterbo, quel lungo processo svoltosi in
due tappe (dal 12 giugno al 18 luglio 1950 la prima, dal 9 aprile 1951 al 3
maggio '52, la seconda) che vide protagonista il luogotenente di Salvatore
Giuliano, Gaspare Pisciotta e le sue confessioni,
messe poi in soffitta con il veleno. Diecimila pagine di processo e
soprattutto di inchieste in fase istruttoria, quelle
che ebbero luogo a Palermo, ricche di referti medici in cui si parla di
"schegge di granata" (non in possesso del clan di Giuliano) nei
corpi di morti e feriti e di diverse postazioni di tiro, oltre quella dei
banditi. Documenti in cui risultano incontrovertibili
i ruoli centrali sia di elementi della ex X Mas, sia dei servizi segreti
americani, come ci spiega lo stesso Antonio La Bella. Con l'uscita
del vostro libro, possiamo dire una parola definitiva su chi partecipò a
quella strage e chi ne furono i mandanti?
I documenti parlano chiaro. C'è una lettera di James
Angleton, capo dell'allora Oss
(successiva Cia, ndr), in
cui questi chiede esplicitamente al comando americano centrale in Italia, che
detiene diversi fascisti della X Mas catturati dopo la liberazione, di poter
usufruire di un certo numero di questi uomini per poterli addestrare e utilizzzare in Sicilia. Ci sono i documenti che
dimostrano come Angleton in persona si recò a nord per sottrarre Junio Valerio
Borghese dalla giustizia dei partigiani e caricarlo
sulla sua jeep, vestito da ufficiale americano, per condurlo sano e salvo a
Roma.
A Roma, sotto la
protezione del Vaticano? Sul coinvolgimento del Vaticano
negli eventi di Portella non ci sono documenti
ufficiali. Ma le nostre deduzioni si basano sul
riscontro di tanti fatti dimostrati. Diciamo che è
lecito supporre l'interessamento di Montini nella
vicenda Borghese, sia come uomo da utilizzare per contrastare il
"pericolo comunista", sia perché discendente di un casato che ha
avuto un posto eminente nella storia della Chiesa.
Fine quindi delle teorie di storici e politici che sostengono, ancora oggi,
che Portella fu strage voluta dai latifondisti
agrari, in combutta con la mafia... Evidentemente
queste persone non hanno mai letto tutti gli atti del processo di Viterbo.
Del resto si tratta di 14 faldoni giudiziari,
qualcosa come 10 mila pagine, a cui noi abbiamo dedicato dieci anni di
studio.
Portella e il ruolo di Giuliano sono
stati al centro, negli ultimi mesi, di nuove importanti attenzioni, grazie al
film di Benvenuti. Sposate tutte le tesi di quel lavoro?
Non esattamente. Con Paolo non siamo d'accordo su due punti fondamentali. Il
primo è la presunta partecipazione di Girolamo Li Causi
a quel comizio nella piana di Portella. Non è vero.
E non solo lo ha smentito Li Causi stesso, ma anche
la decisione della Cgil che per quel 1° maggio sul
palco aveva voluto non un politico ma un sindacalista. A Portella
era stato quindi inviato Francesco Renda, che però giunse
a Portella troppo tardi, a strage già avvenuta,
perché gli si era rotto il mezzo di locomozione lungo la strada. Il secondo
punto su cui dissentiamo riguarda il ruolo e le
decisioni di Togliatti. Il film suggerisce l'idea che Togliatti lesse la strage come un segnale preciso al Pci a tirarsi indietro, in Sicilia e nel resto d'Italia,
una chiara minaccia a non varcare i confini tracciati a Yalta.
Non è così. E lo posso dire non solo come studioso,
ma anche come segretario (allora) di una sezione del Pci
di Roma (la sezione Monti. La segretaria femminile era la mamma di D'Alema). Bene, non fu il Pci a
tirarsi indietro, nelle elezioni del 1948, ma fu la destra a cacciarci via
dal governo. Noi quelle elezioni le volevamo vincere e lottammo per
governare! E' vero però che, subito dopo il 18 aprile, ci fu un rapporto di Togliatti in cui il segretario dichiarò: "E' andata
meglio così, meglio aver perso. Gli americani non ci avrebbero mai permesso
di governare".
Ma perché tu e Rosa vi siete così accaniti su questo
processo? Eppure non siete giornalisti, anche se nella prefazione al libro,
Serventi Longhi vi indica
come esempio da seguire di giornalismo d'inchiesta... Dopo la mia attività di
parlamentare (3 legislature, tra il 1964 e il '76, nelle file del Pci, ndr) scrissi un libro sul
brigante maremmano Tiburzi. Fu l'inizio della
passione per la ricerca negli archivi dell'allora Corte d'Assise di Viterbo,
dove si erano svolti diversi processi celebri. Il caso di Portella
della Ginestra, poi, ci aveva visti, sia me che
Rosa, partecipi in prima persona nei comitati di assistenza alle vittime e ai
sopravvissuti della strage. Uomini e donne poverissimi, che
riuscirono a testimoniare al processo non certo perché assistiti dalle
istituzioni, ma per la solidarietà e l'assistenza materiale fornitagli dal Pci e dalla Camera del lavoro, che misero a disposizione
di quella gente alloggi e cibo durante i lunghi mesi del processo. Da
allora, la nostra voglia di rendere giustizia a quei disgraziati e di cercare
la verità su quell'evento non ci ha più lasciati.
Roberta Ronconi
L’<<Avanti>>il
3 maggio 1947 racconta così la strage
Questo il racconto della strage di Portella della Ginestra,
pubblicato due giorni dopo i fatti (l'indomani i giornali non uscirono) da un
cronista del quotidiano del Partito Socialista Italiano, l’«Avanti!». Il cronista
era presente alla strage
«PALERMO – Ieri mattina folti gruppi di
contadini si sono dati convegno a Portella della
Ginestra per ascoltare, in occasione della festa del lavoro, alcuni oratori
della C.D.L. e dei partiti di sinistra. Lasciati da
un canto i cavalli bardato a festa, i braccianti
agricoli si erano ammassati, alle 10, sulla piana che circonda il paese.
Nel centro un podio di pietra. Quando sulla rudimentale tribuna salì il primo
oratore, il calzolaio Giacomo Schirò, segretario
della sezione socialista di Piana, scoppietarono attorno battimani e, per un attimo ancora, canti festosi,
gli inni dei lavoratori. Poi fu silenzio. Distintamente si udirono le parole
del discorso: “Compagni lavoratori, siamo qui riuniti per festeggiare il
Primo Maggio, la festa dei lavoratori...”. A questo punto il costone di Monte
Pizzuto risuonò di raffiche ed i primi proiettili
fischiarono tra la folla. I primi morti caddero sulla pietraia, i gemiti dei
primi feriti sottolinearono le raffiche. Dall’alto
gli assassini dominavano tutto il paese. Urla e grida riempirono la piana; le
bandiere rosse caddero coprendo gli alfieri colpiti. Anche
alle spalle, sul Monte Cometa, stavano allineati, nettamente visibili contro
il cielo, altri assassini intabarrati, con le armi al piede, pronti ad
intervenire. Dieci muniti di raffiche, dalle 10,30 alle 10,40.
Quando le mitragliatrici tacquero, a terra uomini e donne e
bimbi e vecchi, sotto gli zoccoli dei cavalli impazziti. Sangue sui massi grigi, sangue rosso e le bandiere del lavoro strappate
e lacere. Gli assassini scomparvero all’improvviso: forse dovevano
recarsi immediatamente a riferire dell’esito dell’eccidio, a chi li aveva
mandati a commetterlo. Sulla piana rimanevano i morti».
3 maggio 1947
|
Inviaci i tuoi commenti e/o
informazioni sull’argomento
rondarossa@tiscali.it
|