Duilio Poggiolini, il boss della malasanità

 

 

Aveva accumulato una fortuna con le tangenti. Siamo andati a cercarlo. Ecco come vive oggi

Un uomo metodico. Tre volte la settimana fa la spesa da Celestino, il suo fruttivendolo di fiducia. Un mazzo di cicoria, due mele golden e le patate da fare lesse. Rari sfizi, il cartoccio di ciliegie o di fragole quando è stagione, un mango a Natale tagliato a fettine sottili. Salda ogni settimana, puntuale, il suo debito, poco più di 20 euro. «È sempre stato uno molto tirato», chiosa Celestino che conosce Poggiolini da quando faceva il medico della mutua e sconsigliava l'abuso di farmaci. Lo ricordano come un tipo parsimonioso anche allo spaccio di Poggioreale, il carcere dove ha trascorso sette mesi per corruzione. Una fetta di formaggio, la carta igienica e l'acqua minerale. Nessun extra. Ma nemmeno pane e acqua. Pranzo e cena li scroccava dai suoi facoltosi compagni di cella, l'ultimo l'ex ministro Giulio Di Donato, prima di coricarsi sulla branda con la coperta sulla testa per scacciare l'incubo.

Non se la spassava, Poggiolini, nemmeno quando poteva, da miliardario superburocrate che trasformava lo sciroppo in oro e i giornali ribattezzavano il "re Mida della sanità". Era ricco e viveva da tapino. Riempiva i forzieri di oro, quadri e gioielli, moltiplicava tra Italia e Svizzera i conti correnti e portava sempre lo stesso abito grigio, lo stesso cappotto liso. Psichiatri a convegno si sono scervellati sulla patologia di questo Paperone capace di godere solo per quello che Keynes chiamava «un fatto morboso e ripugnante»: l'amore per il denaro come possesso. I giudici non sono stati lì a indagare le vertiginose sottigliezze della psiche e l'hanno condannato a sette anni e mezzo, preferendo liquidare la sua come una "personalità criminale".

Adesso che è ufficialmente nullatenente, il terrore atavico della povertà lo precipita negli eccessi della sobrietà. Via l'autista, la seconda filippina, ridotte all'osso le spese, non esce quasi mai di casa e quando non può andare a piedi si sposta con la sua vecchia Punto. Parla sempre meno, ma scrive molto. Di tutto. Lettere, appunti, memoriali. Uno l'ha anche pubblicato ("Niente altro che la verità", Ed. L'Airone), lui in copertina, il capo chino, il pudore degli strabici. Un insuccesso esemplare. Imbarazzante per gli stessi editori, che hanno mandato le tante copie invendute al macero.

Si rifugia nella devozione l'ex "mostro della malasanità". Che in certi casi sconfina nel misticismo, come quando l'hanno visto implorante ai piedi della Madonna del Divino Amore. Va a messa tutte le mattine, da solo, genuflesso nell'ultima panca. «Non chiede mai nulla, viene, prega, qualche volta prende la comunione e se ne va», racconta don Serafino, il parroco della Regina Pacis, la chiesa di Monteverde, il quartiere romano dove Poggiolini abita. Una volta al mese fa la fila alla posta con tutti gli altri pensionati: 43 mila euro lordi l'anno dal ministero della Sanità più 2 mila euro come ex docente universitario. Spiccioli per uno come lui che ha siglato l'atto più sofferto della sua vita firmando il bonifico che spostava gli 11 miliardi dal suo conto svizzero alla Banca d'Italia. All'inizio lo riconoscevano e mormoravano, qualcuno lo insultava. Adesso nessuno ci fa più caso. Dieci anni dopo, l'odiato simbolo della Tangentopoli più ignobile, quella che lucrava sulla pelle della gente, sta scivolando via nell'invocato oblìo dell'anonimato. È scivolato anche più prosaicamente mesi fa lungo la strada, in una delle sue chilometriche passeggiate, sbattendo rovinosamente la faccia sul selciato e arrivando sfigurato al pronto soccorso. Ma niente lamenti, perché l'espiazione passa anche da questi inciampi. Cortese ma deciso. «Mi spiace, non parlo. Per anni mi sono svegliato con il terrore di vedere il mio nome o la mio foto sui giornali. Io sono e resterò un mito negativo e in Italia i miti, una volta creati, non si cambiano più». In tutti questi anni si è ingegnato a diventare invisibile, "l'ombra che cammina", come lo chiamano gli abitanti della zona. Impresa non facile per uno che ha la silhouette di Nosferatu, alto, magro, sempre curvo, l'occhio sporgente dell'ipertiroideo, le sopracciglia sature. Ha fantasticato il suicidio e si dice che ci abbia anche provato in carcere ma è stata la lettura di Borges a di-stoglierlo: «Le fughe dalla realtà non servono a nulla».

Ora si limita a prendere ipnotici per dormire. Le persiane al quarto piano del palazzo dove abita sono sempre chiuse e ha cancellato il suo nome dall'elenco telefonico. Non vede più nessuno, a parte il fratello architetto con cui va ogni tanto nella casa familiare di Norcia. La madre Lisa con cui viveva è morta, gli amici lo hanno abbandonato. Lo ha scaricato anche monsignor Angelini, il suo omologo al Vaticano, di cui Donat Cattin diceva che era il vero ministro della Sanità. E non vuole più saperne Pierr Di Maria, la moglie-complice con cui, secondo il pubblico ministero, aveva messo su una società a delinquere. Lui firmava, lei incassava. Insieme spiegavano alle industrie farmaceutiche le vie maestre per finire nel paradiso dei prontuari. L'ex lady Poggiolini vive ancora con il figlio cerebroleso in quella villa dell'Eur dove stupefatti carabinieri ci misero 12 ore per catalogare l'immane tesoro nascosto tra forzieri e puff.

A difendere Poggiolini dagli agguati del mondo restano Emmery, la domestica filippina, che non capisce o fa finta di non capire, e Alvaro, il portiere, un'ombra che affiora ostile nella guardiola buia contro chi si azzarda a molestarlo. Era lui a smistare la babele di regali che arrivavano dalle case farmaceutiche a Pasqua, Natale e persino Ferragosto. «Offerte spontanee», come le chiamava l'ex direttore generale. Aspettando la sentenza d'appello, Poggiolini non ha voluto ritirare i tre miliardi che la giustizia gli ha restituito. Un soprassalto di pudore o la stazione più eroica di una via crucis da scontare fino in fondo?

Su di lui premono anche la Procura di Trento che lo ha rinviato a giudizio per il reato di "epidemia colposa" (centinaia di denunce di malati di Aids e di epatite per la trasfusione di sangue infetto) e la Corte dei Conti che ha chiesto il risarcimento per danni morali. Lui in carcere a fare la fila con il vassoio per il rancio non ci vuole tornare. «Un trauma così non potrei più sopportarlo».

Giancarlo Dotto 7 Febbraio 2002

 

 

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