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Placido Rizzotto
La
presente testimonianza é stata raccolta da Alfredo Pecoraro ed inserita, con altre, nel volume
"Dai campi e dalle officine. Storie di operai e contadini
nella Sicilia dal 1947 al 1970", edizioni Doramarkus,
Palermo, marzo 2003, pubblicato con la collaborazione del Sindacato
Pensionati della Cgil di Palermo.
Pensavo a tante cose e a niente in quella mattina di
novembre del '50. Seduto sulla panca di legno del cellulare della polizia che sfrecciava verso Palermo, nella mia
mente passavano mille pensieri. Ma solo su uno di essi
concentrai l'attenzione: i miei muli, che sarebbero rimasti nella stalla,
mentre c'era tanto bisogno di lavorare in campagna. Frastornato, guardavo i
volti riarsi dal sole degli altri contadini seduti accanto a me, e non
riuscivo a decifrare i loro pensieri.
La sensazione veramente dolorosa la provai
osservando il portone dell'Ucciardone che si
apriva, per poi richiudersi alle nostre spalle. Nel cortile del carcere la
confusione era incredibile: decine e decine di contadini come noi scendevano da altri cellulari e venivano spinti nelle
celle. Ne riconobbi alcuni. Di San Giuseppe Jato, San Cipirello, Partinico. Riconobbi anche il senatore Nicola Cipolla,
uno dei dirigenti provinciali del movimento, arrestato pure lui. Inutile dire che la prima notte in carcere non riuscii a dormire
e, insieme a me, nemmeno i miei compagni.
A Corleone eravamo stati arrestai
in 40 come delinquenti perché avevamo occupato il feudo Poira,
uno dei tanti latifondi incolti del nostro territorio. Chiedevamo che venisse assegnato alla cooperativa agricola "B.
Verro", di cui ero vice-presidente, ma la polizia di Scelba
rispose con gli arresti in massa e il carcere. Mi faceva rabbia vederci in
galera, mentre i gabelloti e i campieri
mafiosi restavano in libertà. Rimasi in carcere 15 giorni e rividi la luce
del sole solo grazie ad una amnistia che intervenne
poco dopo.
Eppure la lotta per l'occupazione delle terre fu una
stagione politica molto importante per Corleone e
gli altri comuni del feudo della Sicilia. Ricordo che, subito dopo la guerra,
guidati da mio cognato Placido Rizzotto, costituimmo la cooperativa agricola "B. Verro"
per chiedere l'applicazione dei decreti Gullo. Uno
dei primi feudi su cui marciarono i contadini di Corleone fu il feudo "Gristina",
che ci venne concesso con decreto del tribunale. Ma il
primo giorno che ci recammo sul posto per quotizzarlo e dividerlo tra noi
contadini, per poco non accadde una tragedia. I mafiosi cominciarono a
spararci addosso dalle vicine montagne, costringendoci ad una precipitosa
fuga. Ma il giorno dopo, con l'intervento dei
carabinieri, chiamati dal compagno Michele Zangara,
dirigente locale del Pci, ci recammo di nuovo su
quel feudo e iniziammo a coltivarlo.
Le intimidazioni mafiose non si fermarono perché avevamo troppa fame di terra
per lasciarci impaurire. Poi, la sera del 10 marzo 1948, una terribile tragedia
si abbatté sul movimento contadino e sulla mia famiglia: la mafia sequestrò
ed uccise il segretario della Camera del lavoro, Placido Rizzotto,
mio cognato. Per riorganizzare il movimento arrivò da Palermo il compagno Pio La Torre
e, nel novembre '49, le lotte ripresero impetuose. Occupammo i feudi Malvello, S. Ippolito, Patria, Celso, Santo Porto e
persino Strasatto, di cui era gabelloto
Luciano Liggio. La lotta durò 28 giorni e, alla
fine, il tribunale, cui avevamo chiesto la
concessione di quei feudi, non accettò le nostre domande.
Per niente scoraggiati, riprendemmo le occupazioni nella primavera del '50,
ma gli arresti di centinaia di contadini delusero ancora le nostre speranze.
Io e altri fummo nuovamente denunciati per l'occupazione del feudo Marosi e
subimmo un processo, che fortunatamente si concluse
con l'assoluzione per insufficienza di prove. Solo alla fine del '50, con
l'approvazione della legge di riforma agraria, la situazione cambiò. Nel giro
di pochi anni il latifondo fu distrutto, anche se diversi contadini poveri
non ebbero lo stesso la terra e furono costretti a
emigrare al Nord Italia o all'estero.
Quella stagione di lotte, comunque, mi fece crescere
molto dal punto di vista politico e sociale e ancora oggi la ricordo come uno
dei momenti più importanti della mia vita.
Il
movimento sindacale contadino
Le lotte contadine possono considerarsi l'esempio più
rilevante di un movimento di massa che nelle sue varie fasi ha sostenuto un
lungo e sanguinoso scontro con la mafia, ottenendo risultati significativi ma concludendosi con una sostanziale sconfitta,
fino alla dissoluzione finale nell'emigrazione.
Il movimento contadino si scontra con la mafia, e innesca la sua sanguinosa
reazione, perché si batte per il miglioramento delle condizioni di vita, la
riforma dei contratti agrari e la riforma fondiaria,
la partecipazione democratica, toccando gli interessi dei proprietari
terrieri e dei mafiosi, in buona parte affittuari dei latifondi (gabelloti) o monopolisti di risorse fondamentali come
l'acqua. In tutta la storia del movimento contadino in Sicilia
il ricorso alla violenza è stato una costante e si può dire che sia
stato legittimato attraverso l'impunità. Talvolta la violenza mafiosa si è
coniugata con quella istituzionale, nell'intento
comune di salvaguardare assetti di potere messi in forse dalle organizzazioni
contadine, sia sindacali che di partito (spesso le due dimensioni si
sovrapponevano e coincidevano).
Il movimento contadino si sviluppa nella società siciliana fin dall'ultimo
decennio del XIX secolo, con i Fasci siciliani
(1891-94), riprende negli anni precedenti e successivi alla prima guerra
mondiale e vive la sua fase più alta nel secondo dopoguerra.
Umberto Santino
Cenno
biografico
Nacque a Corleone da Giovanna Moschitta e Carmelo Rizzotto.
Primo di sette figli, perse la madre quando era
ancora bambino. In seguito all’arresto del padre, con l’accusa di far parte
di un’associazione mafiosa, fu costretto ad abbandonare la scuola per
occuparsi della famiglia.
Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio
nell’esercito sui monti della Carnia, in Veneto,
con il grado di caporale prima, di caporal
maggiore poi e infine di sergente. Dopo l’8
settembre si unì ai partigiani della Brigata Garibaldi.
Rientrato a Corleone al termine
della guerra, iniziò la sua attività politica e sindacale. Ricoprì l’incarico
di Presidente dei reduci e combattenti dell’ANPI di Palermo e quello di
segretario della Camera del lavoro di Corleone.
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