Ma cosa aveva in mente?
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Scheda della
memoria : Pier Paolo Pasolini
Un articolo di Alberto
Moravia scritto il 9 novembre 1975
In principio c’è stata l’omosessualità, intesa però come
rapporto con il reale,come filo d’Arianna nel
labirinto della vita.
Chi era, che cercava Pasolini? In
principio c’è stata- perché non ammetterlo- l’omosessualità, messa però nella
stessa maniera dell’eterosessualità: come rapporto con il reale, come filo di Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo un momento
solo alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella cultura occidentale
l’amore: come dall’amore siano venute le grandi costruzioni dello spirito, i
grandi sistemi conoscitivi; e vedremo che l’omosessualità ha avuto nella vita
di Pier Paolo lo stesso ruolo che ha avuto l’eterosessualità in quella di tante
vite non meno intense e creative della sua
Accanto all’amore, in principio, c’era anche la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, si
guadagnava la vita insegnando nelle scuole medie della periferia. E’ in
quel tempo che si situa la sua grande scoperta: quella del sottoproletariato,
come società rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane,
ossia portatrici di un inconscio messaggio di ascetica
umiltà da contrapporre alla società borghese edonista e superba.
Questa scoperta corregge il comunismo,
fino allora probabilmente ortodosso di Pasolini, gli
dà il suo carattere definitivo. Non sarà, dunque, il suo , un comunismo di rivolta, e neppure illuministico, e ancor
meno scientifico; né insomma veramente marxista. Sarà un comunismo populista,”romantico”, cioè animato da una pietà patriarcale, non
comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell’utopia. E’
superfluo dire che un comunismo simile era
fondamentalmente sentimentale ( da qui alla parola”sentimentale” un senso esistenziale,
creaturale, e irrazionale). Perché
sentimentale? Per scelta, in fondo, culturale e critica; in
quanto ogni posizione sentimentale consente contraddizioni che l’uso della
ragione esclude. Ora Pasolini aveva scoperto
molto presto che la ragione non serve ma va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono l’affermazione della
personalità. Ragionare è anonimo, contraddirsi, personale.
Le cose stavano a questo punto, quando Pasolini
scrisse : Le ceneri di Gramsci, La religione
del nostro tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta, e esordì nel cinema con
Accattone.
In quel periodo , che si può
comprendere tra gli anni cinquanta e gli anni Sessanta, Pasolini
riuscì a fare per la prima volta nella storia della letteratura italiana
qualche cosa di assolutamente nuovo: una poesia civile di sinistra. La poesia
civile era sempre stata a destra in Italia, almeno dall’inizio dell’Ottocento a oggi, cioè Foscolo, passando per Carducci su su fino a D’Annunzio.
I poeti italiani del secolo scorso avevano sempre inteso la
poesia civile in senso repressivo, trionfalistico ed eloquente. Pasolini riuscì a compiere un’operazione nuova oltremodo difficile:
il connubio della moderna poesia decadente con l’utopia socialista. Forse una
simile operazione era riuscita in passato soltanto a Rimbaud,
poeta della rivoluzione e tuttavia, in eguale misura, poeta del decadentismo.
Ma Rimbaud
era stato assistito da tutta una tradizione giacobina
e illuministica. La poesia civile di Pisolini nasce invece, miracolosamente, in
una letteratura da tempo ancorata su posizioni conservatrici, in una società
provinciale e retriva.
Questa poesia raffinata, manieristica ed estetizzante che fa
ricordare Rimbaud e si ispirava
a Machado e ai simbolisti russi, era tuttavia legata
all’utopia di una rivoluzione sociale e spirituale che sarebbe venuta dal
basso, dal sottoproletariato, quasi come una ripetizione di quella rivoluzione
che si era verificata duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei
reietti che avevano abbracciato il cristianesimo.
Pisolini supponeva che le disperate
e umili borgate avrebbero coesistito a lungo, vergine e intatte con i cosiddetti
quartieri alti, fino a quando non fosse giunto il momento maturo per la
distruzione di questi e la palingenesi generale: pensiero, in fondo, non tanto
lontano dalla profesia di Marx secondo il quale alla
fine non ci sarebbero stati che un pugno di espropriatori
e una moltitudine di espropriatori che li avrebbero
travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pisolini aveva
bisogno, per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa
condizione; più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull’esistenza
di un sottoproletariato urbano rimasto fedele appunto, per umiltà profonda e
inconsapevole, al retaggio di un’antica cultura contadina.
Ma a questo punto è sopravvenuto quello che, in maniera
curiosamente derisoria, gli italiani chiamano “ il boom”, cioè
si è verificata ad un tratto l’esplosione del consumismo. E cos’è successo col”boom” in Italia, e per contraccolpo nella
ideologia di Pasolini?
E’ successo che gli umili, i sottoproletari di Accattone e di Una vita violenta quegli umili che nella Passione secondo Matteo Pasolini aveva
accostato ai cristiani delle origini, invece di cercare i presupposti di una
rivoluzione apportatrice di totale palingenesi, cessavano di essere umili nel
duplice senso di psicologicamente modesti
e di socialmente inferiori per diventare un’altra cosa.
Essi continuavano naturalmente ad essere
miserabili, ma sostituivano la scala di valori contadina con quella
consumistica. Cioè,diventavano, a livello ideologico,
dei borghesi. Questa scoperta della borghesizzazione
dei sottoproletari è stata per Pasolini un vero e
proprio trauma politico,cultural e ideologico
Se i sottoproletari delle borgate, i ragazzi che attraverso
il loro amore disinteressato gli avevano dato la chiave per comprendere il
mondo moderno, diventavano ideologicamente dei borghesi prima ancora di esserlo
davvero materialmente, allora tutto crollava,a
cominciare dal suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari del Quarticciolo erano. Oppure aspiravano, il che faceva lo
stesso, ad essere deoi borghesi anche i sovietici che
pure avevano fatto la rivoluzione del 1917, anche i cinesi che avevano lottato
per più di un secolo contro l’imperialismo, anche i popoli del Terzo mondo che
una volta si erano configurati come la grande riserva
rivoluzionaria del mondo.
Non è esagerato dire che il
comunismo irrazionale di Pasolini non si è più risollevato dopo questa scoperta.
Pasolini, è rimasto, questo si, fedele all’utopia, ma
intendendola come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro nella realtà e
che di conseguenza era una specie di sogno di vagheggiare e da contemplare ma
non più da realizzare e tanto meno da difendere e imporre come progetto
alternativo e inevitabile. Da quel momento Pasolini non
avrebbe più parlato a nome dei sottoproletari contro i
borghesi, ma a nome di se stesso contro l’imborghesimento generale. Lui solo contro tutti,
Da qui l’inclinazione a privilegiare la vita pubblica, purtroppo borghese,
rispetto alla vita interiore, legata all’esperienza dell’umiltà. Nonché una certa ricerca dello scandalo non già a livello
del costume ma a quello della ragione.
Pasolini non voleva scandalizzare la
borghesia, troppo consumistica ormai per non consumare anche lo scandalo. Lo
scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro si,
non potevano fare a meno di credere alla ragione. Da qui pure un continuo
intervento nella discussione politica, basato su una sottile e brillante
ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizione.
Ancora una volta Pisolini si teneva
alla propria esistenzialità, alla propria creaturalità.
Solo che un tempo l’aveva fatto per sostenere l’utopia del sottoproletariato
salvatore del mondo, e oggi lo faceva per criticare la società consumistica e l’edonismo
di massa. Aveva scoperto che il consumismo era penetrato ben dentro l’amata
civiltà contadina. Ciononostante, questa scoperta non l’avrebbe allontanato dai
luoghi e dai
personaggi che un tempo, grazie ad una straordinaria esplosione poetica l’avevano
così potentemente aiutato a cercarsi la
propria visione del mondo.
Affermava in pubblico che la gioventù era immersa in un
ambiente criminaloide di massa, ma in privato si illudeva, pur sempre, che ci potessero essere delle eccezioni
a questa regola.. La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e
dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nei suoi romanzi e nei suoi film, le
modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi
personaggi bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva
segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.
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