Alcuni dei più noti articoli scritti da Pier Paolo per il
Corriere della Sera
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Paolo
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di Pelosi e Citti
«Voi, diffusori dell’inganno»
di Pier Paolo Pasolini
Roma, 30 aprile 1972
Caro ineffabile Ottone, sarebbe ora ti vergognassi per quello che «fai» scrivere ai
tuoi disonesti redattori sul Vietnam! È un atto vergognoso che solo i servi e
quelli che come te non possiedono alcuna dignità
morale hanno l’impudenza di compiere. Perché non sei
ignorante tu, dal momento che una volta almeno il testo del Trattato di Ginevra
si deve presumere che l’hai letto; sei solo in malafede, tu come il tuo
galoppino Sormani che scrive i suoi sudici e cinici
articoli dal Vietnam perché i lettori benpensanti leggano sul tuo giornale
«tanto serio e autorevole» quello che s’aspettano da una stampa padrona in casa
e serva e servile fuori. Non è poi un caso che non ti salterebbe mai in
testa, né a te né a nessuno della tua immorale falange, di pubblicare per
esteso un documento che parla così chiaro come il testo di quel trattato, che
la tua e la vostra vocazione all’illibertà e la tua e
la vostra mancanza di coraggio morale offendono quotidianamente. E allora,
direttore, con che animo tu, voi avete la spudoratezza di cogliere ogni
occasione per parlare di libertà di stampa, quando tu e voi di questa libertà fate volgare mercimonio irridendo ai suoi valori con
l’inconfessato e inconfessabile scopo di concimare l’ignoranza e diffondere
l’inganno? Dunque, caro Ottone, se t’insegno a chiamare ogni
cosa col nome che gli conviene, vorrai non avertene come uomo (come direttore
sarebbe pretendere l’impossibile) se ti dico che sei una triviale e laida puttana.
A Cesare quel che è di Cesare, alle puttane... E ora seguita
pure a venderti per comprare gli altri. Lascia pure lo spazio della tua
rubrica alla lettera della gentile signorina Cesira che essendosi fratturata la
caviglia sciando a Cortina si interessa tanto ad un
nuovo metodo per aggiustarsela (vivaddio, visto che
non ci hanno regalato la riforma sanitaria è pur
sempre qualcosa che vi interessiate almeno voi di qualche questione spicciola,
davvero!). Infatti comprendo perfettamente che questa
mia non puoi pubblicarla per non solleticare la pruderie dei tuoi cari lettori
che non d’altro arrossirebbero se non di quel «puttana» che ti dò.
Prendi però nota di questo, direttore: anche fra i tuoi lettori sono sempre
meno quelli che accendono i loro «ceri» con la tua lascivia. È un fatto che
potrebbe riuscire utile sapere in Consiglio di amministrazione.
Ma aspetta, dove vai, finisci di leggere la lettera
prima di andarglielo a dire!? Scherzi a parte, caro Ottone, attento che la Crespi non scarichi anche te, sarebbe così cattivona e antidemocratica... che faremo tutti quadrato
intorno a te e a Indro e a Spadolini contro l’attacco
padronale... oibò! Ma tu una
cosa ricorda soprattutto, come
direttore-difensore-della-libertà-di-stampa-e-non-solo-di-questa-ma-anche-delle-libertà-democratiche:
quelli che oggi sono gli sfruttati e gli oppressi spazzeranno via voi e le
vostre libertà. Costoro sanno oggi meglio che mai che questa non è retorica millenaristica.
Ciao e a presto
Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene
chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe"
istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi
mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi
fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali
delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle
stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della
tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase
antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto
della Cia (e in second'ordine
dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente
fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre
con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono
ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del
"referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni
e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di
riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani
neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione
anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per
sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i
nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici
come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente,
a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei
personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici
ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni,
siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e
stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto
ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto
ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un
intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano
regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che
sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che
non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi
riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti
altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in
quanto intellettuale e romanziere. Perché la
ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il
'68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione -
sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici:
cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo
esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i
suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1°
novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno,
degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle
prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il
necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere,
e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè
un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma
egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici
col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è
fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore
di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o
intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi
partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed
indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la
ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica
col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose
inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente
disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente
alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e
ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito
(come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei
chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del
potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche
un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione
è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente
al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande
partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza
dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese
onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un
Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese
consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso
in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di
dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un
"Paese separato", un'isola. Ed è proprio per
questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere
effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici,
quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali
sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È
possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso",
realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una
"alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno
nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul
Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente
negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato
fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non
compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata,
credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica
con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non
comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda,
anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se
l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico -
ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come
probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili
reali, cioè politici, dei comici golpe e delle
spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in
cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità
politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi
mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale
non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data
l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo
codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia
italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe
politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica:
quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a
servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei
responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di
questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera
classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo
nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo
nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare
ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che
questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè
non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di
tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e
delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o
almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo
"diplomaticamente" di concedere a un'altra
democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli
saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere:
come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel
caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo
di Stato.
"Il vuoto del potere"
ovvero "l'articolo delle lucciole"
di Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 1
febbraio 1975
La distinzione tra fascismo aggettivo e
fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale
"Il Politecnico", cioè all'immediato dopoguerra..." Così
comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo
tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul
"Politecnico" non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere
ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il
regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime
fascista. Ma una decina di anni fa, è successo
"qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non
solo ai tempi del "Politecnico", ma nemmeno un anno
prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).
Il confronto reale tra "fascismi" non può essere dunque
"cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo
democristiano: ma tra il fascismo fascista e il fascismo radicalmente,
totalmente, imprevedibilmente nuovo che è nato da quel "qualcosa" che
è successo una decina di anni fa.
Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri
scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario
di quel fenomeno che è successo in Italia una decina di anni
fa. Ciò servirà a semplificare e ad abbreviare il nostro discorso (e
probabilmente a capirlo anche meglio).
Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto,
in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge
trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato
fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più. (Sono ora
un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un
tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque
non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel "qualcosa" che è accaduto una decina di anni
fa lo chiamerò dunque "scomparsa delle lucciole".
Il regime democristiano ha avuto due fasi assolutamente distinte, che non solo
non si possono confrontare tra loro, implicandone una certa continuità, ma sono
diventate addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale
regime (come giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è
quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda
fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a
oggi. Osserviamole una alla volta.
Prima della scomparsa delle lucciole
La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è
completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito, si diceva anche
allora, magari appunto nel "Politecnico": la mancata epurazione, la
continuità dei codici, la violenza poliziesca, il disprezzo per la
Costituzione. E mi soffermo su ciò che ha poi contato
in una coscienza storica retrospettiva. La democrazia che gli antifascisti
democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine,
gestiti dal Vaticano. Tale gestione del Vaticano era possibile solo se fondata
su un regime totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che
contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la
famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità.
Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche
reali": appartenevano cioè alle culture
particolari e concrete che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in cui venivano
assunti a "valori" nazionali non potevano che perdere ogni realtà, e
divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del
potere fascista e democristiano. Provincialità,
rozzezza e ignoranza sia delle "élites"
che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante il fascismo sia
durante la prima fase del regime democristiano. Paradigmi di questa
ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.
Tutto ciò che risulta chiaro e inequivocabilmente
oggi, perché allora si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli
oppositori, insensate speranze. Si sperava che tutto ciò non fosse
completamente vero, e che la democrazia formale contasse in fondo qualcosa.
Ora, prima di passare alla seconda fase, dovrò dedicare qualche riga al momento
di transizione.
Durante la scomparsa delle lucciole
In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascismo operata sul
"Politecnico" poteva anche funzionare. Infatti sia il grande paese che si stava formando dentro il
paese - cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI - sia gli
intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le
lucciole stavano scomparendo". Essi erano informati abbastanza bene dalla
sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell'analisi
marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in
sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che
sarebbe stato l'immediato futuro; né identificare
quello che allora si chiamava "benessere" con lo "sviluppo"
che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il
"genocidio" di cui nel "Manifesto" parlava Marx.
Dopo la scomparsa delle lucciole
I "valori" nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo
agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano
più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. E non servono neanche più in
quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo
emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i
"valori" di un nuovo tipo di civiltà, totalmente "altra"
rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale.
Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia essa è del
tutto particolare, perché si tratta della prima "unificazione" reale
subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una
certa logica alla unificazione monarchica e alla
ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma
italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il
livellamento industriale ha forse un solo precedente: la
Germania prima di Hitler. Anche
qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla
violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione
di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor
moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile
corpo delle truppe naziste.
In Italia sta succedendo qualcosa di simile: e con ancora maggiore violenza,
poiché l'industrializzazione degli anni Settanta
costituisce una "mutazione" decisiva anche rispetto a quella tedesca
di cinquant'anni fa. Non siamo più di fronte, come
tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una
nuova epoca della storia umana, di quella storia umana le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani
reagissero peggio di così a tale trauma storico. Essi sono diventati in pochi
anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso,
criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Ma,
naturalmente, per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla. Io,
purtroppo, questa gente italiana, l'avevo amata: sia al di fuori degli schemi
del potere (anzi, in opposizione disperata a essi),
sia al di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore
reale, radicato nel mio modo di essere. Ho visto dunque "coi miei sensi" il comportamento coatto del potere dei
consumi ricreare e deformare la coscienza del popolo italiani, fino a una
irreversibile degradazione. Cosa che non era accaduta durante
il fascismo fascista, periodo in cui il comportamento era completamente
dissociato dalla coscienza. Vanamente il potere "totalitario"
iterava e reiterava le sue imposizioni comportamentistiche:
la coscienza non ne era implicata. I
"modelli" fascisti non erano che maschere,
da mettere e levare. Quando il fascismo fascista è
caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è visto
anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo,
il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse
celebrato l'anno prima.
È ridicolo dunque che Fortini retrodati la distinzione
tra fascismo e fascismo al primo dopoguerra: la distinzione tra il fascismo
fascista e il fascismo di questa seconda fase del potere democristiano non solo
non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia.
Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su questo
punto, benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente
articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola.
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti
democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. È
vero: essi continuano a sfoderare radiosi sorrisi, di una sincerità
incredibile. Nelle loro pupille si raggruma della vera, beata luce di buon
umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia
e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare,
quanto la piena felicità. Inoltre, i nostri potenti continuano
imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i
"flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono
appunto delle maschere. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno
un mucchio d'ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La
spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c'è un drammatico vuoto di
potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere
legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un
vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma
un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, "come ci
sono giunti gli uomini di potere?".
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono
passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa
delle lucciole" senza accorgersene. Per quanto ciò possa
sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è
stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi
detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale"
evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato
uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano:
senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a
gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro
di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in
eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fascisti):
e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a
gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti
nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si
dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del
fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino
ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più
limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere,
peggio che totalitario in quanto violentemente totalizzante).
Gli uomini del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di
amministrarselo e soprattutto di manipolarselo. Non si sono accorti che esso
era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di
civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci)
solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella fase di transizione - ossia
"durante" la scomparsa delle lucciole - gli uomini di potere
democristiani hanno quasi bruscamente cambiato il loro modo di esprimersi,
adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il
latino): specialmente Aldo Moro: cioè (per una
enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle
cose orribili che sono state, organizzate dal '69 ad oggi, nel tentativo,
finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere.
Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono
con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale
procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili
apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che
il luttuoso doppiopetto.
Tuttavia nella storia il "vuoto" non può
sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È
probabile che in effetti il "vuoto" di cui
parlo stia già riempiendosi, attraverso una crisi e un riassestamento che non
può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice
ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si
trattasse soltanto di "sostituire" il gruppo di uomini
che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta anni, portando l'Italia al
disastro economico, ecologico, urbanistico, antropologico.
In realtà la falsa sostituzione di queste "teste di legno" (non meno,
anzi più funereamente carnevalesche), attuata
attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere fascista,
non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa"
sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le "teste di legno" hanno servito senza
accorgersi della sua realtà: ecco qualcosa che potrebbe aver già riempito il
"vuoto" (vanificando anche la possibile partecipazione al governo del
grande paese comunista che è nato nello sfacelo dell'Italia: perché non si
tratta di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo
immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali
"forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che
l'hanno preso per una semplice "modernizzazione"
di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche
interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei
l'intera Montedison per una lucciola.
Aboliamo la tv e la scuola
dell'obbligo
di Pier Paolo Pasolini
Corriere della Sera, 18 ottobre 1975
I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza
abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un
modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa.
Infatti i criminali non sono solo i neofascisti.
Ultimamente un episodio (il massacro di una ragazza al Circeo) ha
improvvisamente alleggerito tutte le coscienze e fatto tirare un grande respiro di sollievo: perché i colpevoli del massacro
erano appunto dei pariolini fascisti. Dunque c'era da rallegrarsi per due ragioni: 1) per la
conferma del fatto che sono solo e sempre fascisti la colpa di tutto; 2) per la
conferma del fatto che la colpa è solo e sempre dei borghesi privilegiati e
corrotti. La gioia di sentirsi confermati in questo antico
sentimento populista - e nella solidità dell'annessa configurazione morale - non
è esplosa solo nei giornali comunisti, ma in tutta la stampa (che dopo il 15
giugno ha una gran paura di essere a meno appunto dei comunisti). In realtà la
stampa borghese è stata letteralmente felice di poter colpevolizzare i
delinquenti dei Parioli, perché, colpevolizzandoli
tanto drammaticamente, li privilegiava (solo i drammi
borghesi hanno vero valore e interesse) e nel tempo stesso poteva crogiolarsi
nella vecchia idea che dei delitti proletari e sottoproletari è inutile
occuparsi più che tanto, dato che è aprioristicamente assodato che proletari e
sottoproletari sono delinquenti.
Io penso dunque che anche il massacro del Circeo abbia scatenato in Italia la
solita offensiva ondata di stupidità giornalistica. Infatti,
ripeto, i criminali non sono affatto solo i neofascisti, ma sono anche allo
stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari, che
magari hanno votato comunista il 15 giugno. Si pensi al delitto dei fratelli
Carlino di Torpignattara, o all'aggressione di Cinecittà (un ragazzo percosso brutalmente e chiuso dentro
il baule della macchina e la ragazza violentata e seviziata da sette giovani
della periferia romana). Questi delinquenti "popolari" - e per ora mi
riferisco, con precisione documentata, ai soli fratelli Carlino - godevano
della stessa identica libertà condizionale che i delinquenti dei Parioli; godevano cioè della
stessa impunità. E' assurdo dunque accusare i giudici che hanno mandato in giro
"a piede libero" i neofascisti se non si accusano nello stesso tempo
e con la stessa fermezza i giudici che hanno mandato in giro "a piede
libero" i fratelli Carlino (e altre migliaia di giovani delinquenti delle
borgate romane).
La realtà è la seguente: i casi estremi di
criminalità derivano da un ambiente criminaloide di
massa. Occorrono migliaia di casi come quelli della festicciola sadica del
Circeo o di aggressività brutale per ragioni di
traffico, perché si realizzino casi come quelli dei sadici pariolini
o dei sadici di Torpingnattara. Quanto a me, lo dico
ormai da qualche anno che l'universo popolare romano è universo
"odioso". Lo dico con scandalo dei benpensanti; e soprattutto con
scandalo dei benpensanti che non credono di esserlo. E ne ho anche indicato le
ragioni (perdita da parte di giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi
di comportamento eccetera). E a proposito, poi, di un universo criminaloide come quello popolare romano bisognerà dire che
non valgono le consuete attenuanti populistiche: è necessario munirsi della
stessa rigidità puritana e punitiva che siamo soliti
sfoggiare contro le manifestazioni criminaloide
dell'infima borghesia neofascista. Infatti i giovani
proletari e sottoproletari romani appartengono ormai totalmente all'universo
piccolo borghese: il modello piccolo borghese è stato loro definitivamente
imposto, una volta per sempre. E i loro modelli
concreti sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei
tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e ripugnanti
nullità. Non per niente i seviziatori sottoproletari della ragazza di Cinecittà, usando di lei come di una "cosa", le
dicevano: "Bada che ti facciamo quello che hanno fatto a Rosaria Lopez". La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale
- che oppongo ancora una volta all'offensiva astrattezza e approssimazione dei
giornalisti e dei politici che non vivono queste cose - m'insegna che non c'è
più alcuna differenza vera nell'atteggiamento verso il reale e nel conseguente
comportamento tra i borghesi dei Parioli e i
sottoproletari delle borgate. La stessa enigmatica faccia sorridente e livida
indica la loro imponderabilità morale (il loro essere sospesi tra la perdita di
vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi: la totale mancanza di ogni opinione sulla propria "funzione").
Un'altra cosa che l'esperienza diretta m'insegna è che questo è un fenomeno
totalmente italiano. Fa parte del conformismo, peraltro antiquato,
dell'informazione italiana il consolarsi col fatto che anche negli altri Paesi
esiste il problema della criminalità: esso esiste, è vero: ma si pone in un
mondo dove le istituzioni borghesi restano solide ed efficienti, e continuano a offrire dunque una contropartita.
Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani,
sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di
più, dall'ansia economica di esserlo? Che cos'è che ha
trasformato le "masse" dei giovani in "masse" di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai
decine di volte: una "seconda" rivoluzione industriale che in realtà
in Italia è la "prima": il consumismo che ha distrutto cinicamente un
mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è
più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza
i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in
loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni
pietà.
Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna
efficienza poliziesca contro la delinquenza. Cioè che
io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto
questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a
che fare con la realtà. Bisogna oggi essere progressisti in un altro mondo;
inventare una nuova maniera di essere liberi,
soprattutto nel giudicare, appunto, che ha scelto la fine della pietà. Bisogna
ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s'intende, una falsa tolleranza, ed è stata una
delle cause più rilevanti nella degenerazione della masse dei giovani. Bisogna
insomma comportarsi, nel giudicare, di conseguenza e non a priori (l'a priori
progressista valido fino a una decina d'anni fa).
Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro
definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere.
1) Abolire immediatamente la scuola media dell'obbligo.
2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli
insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere
mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente
possono essere messi sotto cassa integrazione.
La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla
qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide,
false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita
adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell'autogestione, del
decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e
approfondimento: imparare un po' di storia ha senso solo se si proietta nel
futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni
marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro
non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un
proletario o di un sottoproletario libero (cioè
appartenente a un'altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente
nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d'obbligo è
prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad
ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di
un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo,
presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e
spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato,
perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza
della propria ignoranza. Certo arrivare fino all'ottava classe anziché
alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come
per tutti, l'optimum, suppongo. Ma poiché oggi in
Italia la scuola d'obbligo è esattamente come io l'ho
descritta (e mi angoscia letteralmente l'idea che vi venga aggiunta una
"educazione sessuale", magari così come la intende lo stesso
"Paese Sera"), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di
un altro sviluppo. (E' questo il nodo della questione).
Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola
d'obbligo va moltiplicato all'infinito, dato che si tratta non di un
insegnamento, ma di un "esempio": i "modelli" cioè,
attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si
può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? E' stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della
pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della
stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla
scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi
fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa
minore).
Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è
servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo
Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la
condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere
l'immediata cessazione delle lezioni alla scuola d'obbligo e delle trasmissioni
televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo
senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue
sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di
vita. Posteriore a quello di una volta, e anteriore rispetto
a quello presente. Altrimenti tutto ciò che si
dice sul decentramento è scioccamente aprioristico o in pura malafede. Quanto
ai collegamenti informativi del Quarticciolo - come
di qualsiasi altro "luogo culturale" - col resto del mondo, sarebbero
sufficienti a garantirgli i giornali murali e "l'Unità": e
soprattutto il lavoro, che, in un simile contesto,
assumerebbe naturalmente un altro senso, tenendo a unificare una buona volta, e
per autodecisione, il tenore di vita con la vita.
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