«Per non dimenticare»: la memoria delle stragi italiane e delle vittime senza verità e giustizia
di Gianni Barbacetto
«Per non dimenticare». Fu lo slogan – il titolo, il
grido, l’invocazione – di mille manifestazioni, cortei, incontri, ricordi,
articoli, iniziative: per anni, che anniversario dopo anniversario diventavano
decenni. Tutto cominciò il giorno in cui l’Italia perse l’innocenza: quel 12
dicembre 1969 in cui il terrore, il terrore indiscriminato, entrò nella storia
del Paese. La bomba, un oggetto programmato per uccidere, quel giorno acquistò
dignità di soggetto politico: intimidazione, o attacco, o punizione, o ricatto,
o messaggio; comunque, atto per fare politica – anzi, per fare storia. Politica
nuova, fuori dai riti e dalle regole comunemente usati in democrazia, con
azioni che giungevano da un qualche luogo nell’ombra e avevano il programma di
cambiare il corso della storia. A quel giorno seguirono altri giorni, a quella
bomba altre bombe, a quei morti altri morti. A chi restava, rimaneva il senso
di un’offesa subita, di una perdita irreparabile, di una ingiustizia che
perdura. Perché la violenza era rivolta contro cittadini inermi, scelti solo
dal caso mentre erano in una banca, in una piazza, in una stazione, su un
treno, senza altra colpa che quella di trovarsi lì. E perché mentre gli anni
passavano e le conoscenze aumentavano, su quelle storie di bombe e di morti
restava l’impossibilità di avere giustizia: le indagini giravano a vuoto, i
processi finivano con assoluzioni, gli apparati dello Stato imbrogliavano le
carte, sottraevano i testimoni, inventavano piste inesistenti.
«Per non dimenticare»: la rabbia per la violenza subita e l’ingiustizia
perdurante era via via alimentata dalla coscienza di sapere la verità, ma di
non poterla dire. «Io so», scriveva Pasolini. In questo paradosso, mentre la
forza vinceva spietatamente sulla ragione, al tempo sembrava consegnato il
compito di stemperare il ricordo dell’offesa, di spegnere il vigore della
rabbia, di anestetizzare la voglia di verità. E, dunque, «per non dimenticare»
diventava programma minimo di resistenza umana e politica, di sopravvivenza
della ragione e delle buone ragioni, perfino contro il buon senso del tempo che
passa e – per fortuna – lenisce il dolore dei famigliari e degli amici e
addolcisce la rabbia dei compagni. Gli anniversari delle stragi italiane si
trasformano così nell’occasione, oggettivata dal calendario, per celebrare i
riti collettivi della memoria. Le lapidi diventano frammento di una storia
ancora contesa (come dimostrano le battaglie per esporle: mitica quella di
piazza Fontana, ora raccontata in un saggio da uno storico inglese, John Foot).
E i famigliari delle vittime si trovano a dover essere – unico Paese al mondo
dove questo succede – una sorta di informale partito che chiede verità e
giustizia, dialoga e si scontra con la politica e con la magistratura.
Strana categoria, quella dei «famigliari delle vittime»: loro – i feriti, i
parenti dei morti – non dimenticano: portano scritto per sempre nella carne o
nell’anima un dolore imposto dal caso e da una politica forse impazzita, certo
incomprensibile. Sono costretti a un ruolo politico di cui avrebbero fatto
volentieri a meno. Eppure sono periodicamente esibiti, o insultati, o
sospettati (come poi i famigliari delle vittime di mafia): di esibito
protagonismo, di essere venali per le pretese di risarcimento, di aver fatto
carriera in quanto figli o mariti o fratelli di morti incolpevoli. Inchiodati,
anche in questo, in un ruolo che certamente avrebbero preferito non giocare (ne
ha scritto pagine drammatiche Nando dalla Chiesa, che racconta come i
famigliari delle vittime si trovino addirittura costretti a doversi talvolta
scusare per la loro ingombrante presenza, per il peso che senza volere
impongono alla memoria collettiva; e Claudio Fava è giunto fino a gridare la
sua ribellione «contro il destino precipitato sulle spalle di chi è rimasto, di
un figlio che è stato costretto ad assumere su di sé la morte del padre»,
«condannato a essere per sempre testimone della vita e della violenza che l’ha
spezzata»). «Per non dimenticare», allora, a dispetto dei depistaggi degli
apparati, del tempo e dell’anima.
Sono trascorsi ormai più di trent’anni dal giorno in cui l’innocenza è andata
perduta in Piazza Fontana, incipit della guerra invisibile chiamata strategia
della tensione. Più di ventisei sono passati dalla strage di piazza della
Loggia a Brescia (28 maggio 1974), cruenta conclusione della prima fase di
quella stagione di bombe e movimenti eversivi. Ma in 15 anni, tra il 1969 e il
1984, dalla strage della Banca dell’Agricoltura a quella del treno 904, vi sono
stati 150 morti e oltre 600 feriti. Le cifre diventano imponenti, fino a
superare le 400 vittime, se si contabilizzano anche altri episodi, da Portella
delle Ginestre alla strage di Ustica.
Gli ultimi processi, le ultime indagini per quei fatti sono ancora in corso. La
gran mole di conoscenze comunque fin qui accumulate e il tanto tempo trascorso
sembrerebbero però rendere finalmente possibile, oggi, raccontare serenamente
che cosa è accaduto nel nostro Paese nella stagione delle stragi e
dell’eversione. Per acquietare la memoria. E per realizzare una prima messa a
punto storica di quelle vicende: in fondo, sono passati ben dieci anni dal
crollo del blocco sovietico e quindi dalla fine della guerra invisibile
combattuta (anche) nel nostro Paese tra Occidente e fronte comunista; uno dei
due antagonisti non esiste più, e il mondo è radicalmente cambiato. Invece, mai
come in questo momento la polemica su questi temi si è fatta furibonda e i toni
esasperati. Dire che cosa è successo sotto i nostri occhi è diventato più
difficile – eppure qualcosa è successo: una guerra, con centinaia di morti e
feriti. Accanto al revisionismo storico grande, sul passato remoto del fascismo,
del nazismo, della Shoah, si è insediato nel nostro Paese un revisionismo
piccolo, sul passato prossimo della vicenda italiana, l’eversione, le stragi.
Un revisionismo preventivo: che precede, invece di seguire e «rivedere» una
messa a punto della storia degli ultimi decenni.
Che cosa dunque è successo?
1. Dopo la guerra mondiale il fronte dei vincitori si è scomposto, una parte
(l’Occidente) ha attinto forze e uomini anche dal fronte degli sconfitti per
combattere il nuovo nemico, il blocco comunista. La nuova guerra, non
dichiarata e invisibile, si è combattuta in modo particolare in Italia, marca
di confine tra Occidente e campo comunista.
2. Questa guerra è stata, tecnicamente, una «low intensity war», un conflitto a
bassa intensità, teorizzato in un certo momento come «guerra non ortodossa»;
una guerra non dichiarata, sotterranea, combattuta con mezzi non convenzionali.
3. L’Italia ha sempre fatto parte del campo occidentale, e quel campo ha
dispiegato per decenni una forte attività, ha messo in moto finanziamenti
politici e dispositivi militari, anche «riservati», ha promosso e lasciato
agire gruppi segreti.
4. Il campo avverso ha avuto, almeno per un periodo di tempo, piani d’attacco,
progetti d’invasione militare; e ha contato, all’interno, sul più grande
partito comunista dell’Occidente.
Fin qui, la memoria è comune, l’accordo è, probabilmente, generale. Ma quale è
stata la natura dell’intervento dell’Occidente in Italia? Quale il peso
dell’intervento sovietico e che gioco ha giocato il partito comunista italiano?
Su questo, la memoria è divisa, lo scontro è in corso.
Il 12 marzo 1947 il presidente degli Stati Uniti Harry Truman pronunciò di
fronte al Congresso Usa il celebre discorso sulla disponibilità degli Stati
Uniti a intervenire in qualsiasi zona del mondo minacciata dai sovietici e
intossicata dal comunismo. La «dottrina Truman» per l’Italia venne declinata
nei successivi documenti del National Security Council (Nsc). Il documento Nsc
numero 1/3 dell’8 marzo 1948, alla vigilia delle cruciali elezioni italiane del
18 aprile, pone direttamente il problema della possibile conquista del potere
dei comunisti «attraverso sistemi legali», a cui gli Stati Uniti devono reagire
immediatamente, anche fornendo «assistenza militare e finanziaria alla base
anticomunista italiana». Nella direttiva Nsc 10/2 del 18 giugno 1948 (a
pericolo scampato: la Dc ha appena battuto il Fronte popolare) si afferma che
comunque le attività ufficiali all’estero saranno affiancate da «covert
operations», operazioni coperte di cui non deve essere possibile risalire alla
responsabilità del governo degli Stati Uniti. Un delicato documento Nsc del
1951 (il numero 67/3 del 5 gennaio), disponibile ancor oggi soltanto in una
redazione pesantemente mutilata dalla censura, prevede iniziative degli Stati
Uniti «mirate a impedire la presa del potere da parte dei comunisti».
Vista dall’Italia, la guerra invisibile diventa più concreta. Francesco Cossiga
ha parlato apertamente di armi in circolazione, nel 1948, anche nella disponibilità
di civili anticomunisti. Vi erano piani segreti pronti a scattare nel caso il
Fronte popolare avesse vinto legittimamente le elezioni. Vincenzo Vinciguerra
(l’autore dell’attentato di Peteano e oggi, dall’ergastolo volontariamente
accettato, «storico della guerra politica» italiana) ha raccontato che il 18
aprile 1948 «nella sede centrale del Msi campeggiava una mitragliatrice Breda
37, dotata di adeguato munizionamento»; questa non proveniva da segreti
arsenali fascisti, ma era «fornita dall’esercito italiano sulla base dei piani
di difesa (e di offesa) previsti per quel giorno». Il blocco sovietico, d’altra
parte, fino agli anni Cinquanta aveva piani d’attacco e d’invasione
dell’Italia, affidati all’Ungheria.
Ma è a metà degli anni Sessanta che avviene una svolta. Inizia la fase del
«disgelo», del «dialogo». I due blocchi cominciano a parlarsi. È allora che il
fronte anticomunista si divide: una parte si impegna nel confronto, punta sulla
progressiva democratizzazione del fronte avversario; un’altra invece si
radicalizza, teorizzando che le dottrine del «dialogo» e della «coesistenza»
tra i blocchi segnino non già una minore pericolosità del comunismo, bensì una
nuova, più insidiosa offensiva. La terza guerra mondiale, sostiene questa
parte, è già iniziata, seppure non nelle forme tradizionali del conflitto
dichiarato: il fronte comunista è all’opera con mezzi politici e psicologici. A
questi bisogna contrapporsi, subito, a ogni costo, con durezza e mezzi
adeguati, sullo stesso terreno. È una visione paranoica del nemico (che
oltretutto ha finito per spingere verso il comunismo, in tutto il mondo,
milioni di giovani che chiedevano semplicemente più democrazia, più libertà).
Ma è diventata la teoria della «guerra rivoluzionaria» o «non ortodossa», per l’Italia
messa a punto nel maggio 1965 nel celebre convegno del Parco dei Principi,
organizzato da un istituto di studi strategici finanziato dagli ambienti
militari e dai servizi segreti italiani, presenti molti appartenenti alle
gerarchie militari, accanto ad alcuni dei protagonisti, a vario titolo, della
successiva stagione di bombe e depistaggi: Guido Giannettini, Pino Rauti,
Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino.
La dottrina della «guerra non ortodossa» è subito messa in pratica. Inizia la
stagione dell’infiltrazione a sinistra, delle «bombe anarchiche», delle stragi
da attribuire ai «rossi», a cui doveva seguire la restaurazione dell’ordine da
parte dei militari sostenuti da gruppi di civili in armi. Stragi e progetti
golpisti sono due momenti della stessa strategia: creare disordine, per far
ristabilire l’ordine. A fornire il personale per realizzare queste operazioni
sono i gruppi neonazisti (principalmente Ordine nuovo di Pino Rauti e
Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie), o gli oltranzisti anticomunisti
di Edgardo Sogno. Ma la strategia era fornita da piani militari, ben presenti
agli alti gradi dell’Esercito italiano e ai vertici dei servizi di sicurezza
militare (Sifar, poi Sid) e civile (Ufficio affari riservati del ministero
dell’Interno), oltre che agli apparati Usa presenti in Italia. È il «doppio
Stato» al lavoro: i membri del grande, invisibile, trasversale «partito
atlantico» sono soggetti a una doppia obbedienza, a una doppia fedeltà:
l’obbedienza formale e ufficiale alla Costituzione e alle istituzioni dello
Stato, e quella sotterranea e segreta alle esigenze e agli ordini (anche
extralegali) dell’Occidente, in nome dell’anticomunismo.
Vi è un luogo in cui il meccanismo del doppio Stato si mostra, si rende
visibile, in un’anomalia strutturale delle catene di comando politico-militari
italiane: il direttore dei servizi di sicurezza militari, da cui dipendeva la
pianificazione Stay-behind (Gladio), dal punto di vista istituzionale
rispondeva al presidente del Consiglio, oltre che al ministro della Difesa; dal
punto di vista effettivo, però, in quando capo di Stay-behind era legato a una
catena di comando esterna, in ambito Nato, e rispondeva ai capi dei servizi di
sicurezza Usa; aveva il potere di decidere se comunicare o no l’esistenza della
pianificazione al suo presidente del Consiglio e addirittura di concedergli,
oppure no, il nulla osta sicurezza: e senza quel nulla osta non era possibile
diventare capo del governo in Italia. In questa bizzarria delle catene di
comando politiche-militari vi è la ferita alla Costituzione che fonda la
sovranità limitata dell’Italia e vi è la radice del doppio Stato.
I piani golpisti non arrivarono fino al compimento. Perché non passò nel Paese
la convinzione che le stragi fossero «rosse» (il «per non dimenticare», dunque,
funzionò). E perché l’ala oltranzista del fronte anticomunista evidentemente
non riuscì a prevalere nel suo campo; per ragioni internazionali (fine
dell’amministrazione repubblicana negli Usa nel 1974), ma anche interne: l’ala
moderata dell’anticomunismo, che aveva assistito alla strategia della tensione
e che poi la coprì, si accontentò del risultato comunque raggiunto
(«destabilizzare per stabilizzare»).
Ma l’effetto più dirompente di questa guerra invisibile è, in Italia, la
germinazione di sistemi illegali. La necessità di vincere lo scontro con i
comunisti ha abbassato a tal punto la soglia di legalità (e forse di coscienza
dell’illegalità) da permettere che una élite politica inamovibile per ragioni
internazionali distillasse un sistema di corruzione politica, di finanziamento
illegale dei partiti, di metodica compravendita degli appalti, di spoliazione
del settore delle aziende di Stato e di taglieggiamento di quelle private. Di
più: ha reso possibili alleanze impensabili in altri contesti, quali quelle con
le organizzazioni criminali. Particolarmente documentati i rapporti di una
parte delle istituzioni con Cosa nostra siciliana. Particolarmente
agghiaccianti i contatti avuti da alcuni politici e uomini dei servizi di
sicurezza con un’agenzia criminale quale la Banda della Magliana.
Oggi, mentre anche i protagonisti, i funzionari del doppio Stato (come Edgardo
Sogno) confessano, i teorici del revisionismo piccolo sostengono che la guerra
al comunismo era legittima, anzi meritoria, e dunque se anche qualche errore o
eccesso è stato compiuto, il saldo è comunque positivo: la democrazia ha vinto
e il benessere è stato garantito. Ma questa affermazione può essere fatta
soltanto a costo di una grande rimozione: delle vittime incolpevoli, della
legalità stracciata, del virus che è entrato in circolo e ha fatto ammalare la
politica. Questo rimosso è invece ciò che oggi è «da non dimenticare». Anche in
Francia si è combattuta la guerra invisibile, anche la Germania era terra di
confine tra i blocchi. Eppure ciò che è successo in Italia, altrove non è
accaduto: morti e feriti, depistaggi e coperture istituzionali. L’eversione non
fa bene alla democrazia, neppure se fatta in nome della democrazia: introduce
nel corpo del Paese tossine poi difficili da smaltire. È quanto dimostra la
storia attuale del nostro Paese, su cui continuano a pesare l’eredità e i
ricatti di un passato nel quale ha finito per prevalere una originale
commistione di atlantismo e corruzione, affarismo e gangsterismo.
«Per non dimenticare»: bisognerà pure fare i conti con il nostro passato
recente. Se non per giudicare, almeno per sapere che cosa è successo.
Altrimenti la rimozione vincerà e i fantasmi del passato torneranno a farci
visita, nelle notti future.
Diario, 23 gennaio 2001
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