Mino Pecorelli - Dalla Chiesa e il diario del presidente

 

 

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Scomparsi in circostanze ancora da chiarire tutti i personaggi legati al ritrovamento del diario del presidente Dc

Un memoriale e una scia di morti mai chiarite. Nel brano che segue vengono ricordate le relazioni che intercorrono fra il memoriale di Aldo Moro ritrovato nel covo Br di via Montenevoso e la morte di tutti coloro i quali hanno avuto modo di leggerne i contenuti, ossia Mino Pecorelli, direttore dell’agenzia-rivista Op e il generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Entrambi, come si sa, assassinati a bordo delle proprie auto in circostanze tuttora poco chiare. Ma il memoriale è legato anche ad un altro personaggio: il colonnello dell’Arma, Umberto Bonaventura. Fu lui, agente del Sismi, nel settembre del 1978 a guidare il blitz nell’appartamento milanese rifugio delle Brigate rosse nel quale furono trovati gli scritti dell’ex presidente democristiano. Fu lui, a fotocopiare il faldone e a spedirlo al generale Dalla Chiesa. Bonaventura, come si sa, è morto in circostanze misteriose, poco prima di poter deporre di fronte alla commissione Mitrokhin...

«La bomba Moro non è scoppiata. Il memoriale, almeno quella parte recuperata nel covo milanese, non ha provocato gli effetti devastanti tanto a lungo paventati [...]. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato ma a spianare il suo cammino hanno contribuito una serie di circostanze solo in parte fortuite». Il 31 ottobre 1978, un mese dopo il ritrovamento del “memoriale” di Aldo Moro nella base brigatista di via Monte Nevoso, a Milano, un articolo di “Op” intitolato Memoriali mal confezionati; l’ultimo messaggio è il primo, rivelava come lo scottante documento fosse stato censurato prima di venire divulgato - secondo l’informatissimo Pecorelli, principale beneficiario dell’operazione era il solito Andreotti.
La “bomba Moro”, dunque, non esplose in quella occasione, né esploderà in tempi successivi: le uniche due persone a conoscenza del dirompente “memoriale” integrale scritto dal presidente democristiano assassinato dalle Br, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo stesso Pecorelli, verranno entrambi assassinati.
Il 9 giugno 1993, la Procura della Repubblica di Roma, con un atto firmato dal sostituto procuratore Giovanni Salvi e dal procuratore Vittorio Mele, inoltrava al Senato domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti, per «omicidio volontario aggravato dalla premeditazione nei confronti di Carmine Pecorelli, in concorso con ignoti e con Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Stefano Bontate, Igazio e Antonino Salvo». La richiesta della Procura di Roma prendeva le mosse dalle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, il quale, riferendosi alla confidenze fattegli in carcere da Bontate e Badalamenti, sosteneva che Pecorelli fosse stato assassinato «perché stava appurando cose politiche segretissime collegate al sequestro Moro», e che «Andreotti ora preoccupato che potessero trapelare quei segreti». Nel corso dei cinquantacinque giorni del rapimento Moro, Pecorelli aveva sottolineato come la “cattura di Moro” rappresentasse «una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un Paese industriale», con obiettivo primario «senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area del potere».
Dopo aver svelato numerosi retroscena relativi agli sviluppi dell’inchiesta sul rapimento del presidente Dc, il 18 aprile 1978 Pecorelli scriveva: «[...] Si sente ripetere dal solito coro dei giornali che c’è il pericolo che Moro riveli alle Br segreti di Stato. Non prendiamoci in giro. Questo non è uno Stato che ha segreti da custodire. Il pericolo vero è che Moro riveli segreti di uomini politici e di partiti».
I due successivi, e misteriosi, ritrovamenti dei “memorabili” di Moro (ottobre 1978, e ottobre 1990), avrebbero pienamente confermato le tesi di Pecorelli - Moro aveva infatti rivelato ai brigatisti alcuni importanti retroscena della recente storia repubblicana, spaziando dalle trame nere alle “deviazioni” dei servizi segreti, dallo scandalo Lockheed allo scandalo Italcasse, dalla politica verso il Medio oriente alle malversazioni dei governi Andreotti.
Pecorelli sapeva molto circa i “memoriali” di Moro: arrivò anche a indicare al maresciallo Angelo «Incandela, capo degli agenti di custodia nel carcere di massima sicurezza di Cuneo (dove erano detenuti alcuni leader delle Br), la presenza nel penitenziario di un plico contenente copia dei manoscritti originali, nonché il metodo utilizzato per introdurveli. Il maresciallo Incandela, molti anni dopo i fatti, confermerà di aver rinvenuto il plico segnalato da Pecorelli e di averlo successivamente consegnato al generale Dalla Chiesa, lasciando un interrogativo sospeso: Pecorelli era effettivamente entrato in possesso dei “memoriali” di Moro (come sostengono Buscetta e Incandela, e come affermano anche gli ex collaboratori di “Op” Corsini e Limongelli), oppure stava per riceverlo, come sostiene l’altro redattore di “Op” Paolo Patrizi? In ogni caso, gli elementi che collegano l’uccisione di Pecorelli con i “memoriali” di Moro sono molti.

Tratto da I veleni di Op di Francesco Pecorelli e Roberto Sommella, Kaos Edizioni

 

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