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Calvi, Andreotti e l’Opus Dei

 

La vicenda dell’Ambrosiano diventò uno strumento di potere in mano a persone e gruppi che approfittando dell’occasione, strinsero amicizie, alleanze e cercarono di condizionare le scelte di governo e soprattutto realizzarono grandi affari con relativi enormi profitti.

Per esempio, si registrò anche un terremoto all’interno dei saloni solitamente ovattati e silenziosi della Santa Sede. La”battaglia” si era ovviamente risolta a favore del gruppo che faceva capo al segretario di Stato, Monsignor Agostino Casaroli, da sempre molto vicino a Giulio Andreotti. Il divino Giulio era molto soddisfatto per la situazione che si era venuta a creare, il suo fido scudiero Ciarrapico aveva messo le mani sull’acqua di Fiuggi, preziosa non solo per le sue proprietà terapeutiche e per il business che derivava, ma anche perché la località termale era roccaforte strategica del feudo andreottiano

 

L’operazione Fiuggi, portata a termine con il denaro di Calvi, in quel periodo aveva determinato anche la tanto attesa ricompattazione dei più fedeli collaboratori di Andreotti, sempre in guerra tra loro a causa delle reciproche diffidenze e del desiderio di ciascuno di essere considerato il più vicino al cuore del <<nume>> tutelare. Giuseppe Ciarrapico aveva goduto fino al quel momento del più profondo e palese disprezzo-ricambiato- da parte del senatore Claudio Vitalone, che lo considerava soltanto una specie d’impresentabile maneggione per conto del “principale”, come Andreotti veniva definito dall’esuberante “acquarolo ciociaro”.

 

Dopo l’Operazione Fiuggi anche Ciarrapico il “Ciarra , così ribattezzato nell’ambiente politico romano, era diventato, così come “lo squalo” Sbardella, Paolo Cirino Pomicino e Salvo Lima, un <<grande elettore>> del divino Giulio. E, quindi, Vitalone da quel momento doveva rispettarlo, anzi per alcuni aspetti doveva dipendere da lui. Non a caso è proprio in quell’anno, successivo al crack dell’Ambrosiano che l’avvocato Maurizio Di Pietropaolo, da sempre considerato il legale del gruppo Vitalone, diventò anche il difensore del Ciarrapico.

 

Andreotti, dunque, era soddisfatto per la piega che avevano preso, al di qua e al di là del Tevere, gli assestamenti provocati dal terremoto-Ambrosiano. In quel periodo, la segreteria di Stato nominò una specie di commissione di probiviri chiamati a stabilire se c’era stata una corresponsabilità dello Ior nel dissesto del Banco. In questa terna era presente solo un italiano, e naturalmente molto vicino ad Andreotti, Pellegrino Capaldo. I tre probiviri,naturalmente, arrivarono alla conclusione che lo Ior non aveva avuto nulla a che vedere con la vicenda. Comunque sia, unicamente per <<ragioni umanitarie>>, il Vaticano estrasse da portafogli circa 300 miliardi di lire, tale somma serviva a mettere una pietra sopra a tutta quella spiacevole storia che macchiava indelebilmente la Santa Sede.

Il denaro non uscì dalle casse di San Pietro ma da quelle dell’Opus Dei, la celeberrima, potentissima e chiacchierata organizzazione-ecclesiastica che alcuni definiscono << la massoneria della chiesa>> una sorta di p2 all’interno dei sacri palazzi del Vaticano.

In quel momento, l’Opus Dei stava passando momenti non propriamente floridi e felici nella penisola Iberica. Sviluppatasi nel periodo franchista, con il sostegno incondizionato del generalissimo Francisco Franco. L’organizzazione comunque, anche dopo la morte del <<Caudillio>>,al momento del passaggio alla democrazia riuscì a mantenere inalterato il suo potere e forse ampliarlo col governo di centrodestra di Adolfo Suarez.

Nel 1982 con l’avvento del governo socialista di Felipe Gonzales le cose cominciarono a complicarsi, il segno più evidente di questo mutato clima di benevolenza nei confronti dell’organizzazione era stato lo scandalo che aveva portato al tracollo del più grande e potente gruppo finanziario spagnolo,quello facente capo capo a Josèè Maria Mateos, lo stratega e il polmone economico dell’Opus Dei spagnola. Alla quale proprio in quel periodo,occorreva un’azione di rilancio che, partendo dall’esterno della Spagna, la potenziasse e la rinforzasse all’interno del cattolicissimo paese iberico ridandole il prestigio di un tempo.

 

Ecco le ragioni dell’aiuto finanziario elargito al Vaticano in quel momento così difficile per le esauste casse dello Ior. Dopo aver dimostrato tanta buona volontà, l’Opus Dei ebbe il privilegio di diventare una prelatura personale del Santo Padre e non del cardinale preposto allo scopo. Cioè il cardinale Palazzini. Il debito di riconoscenza del Vaticano, venne anche ripagato qualche tempo dopo in un altro modo: Escrivà de Balanguer, il fondatore dell’Opus Dei, fu beatificato in pompa magna in Vaticano dal Papa, con una cerimonia cui l’organizzazione diede risonanza mondiale.

Pellegrino Capaldo, terminato il suo lavoro nella commissione dei probiviri , fu nominato, naturalmente su proposta di Giulio Andreotti, presidente della potentissima Cassa di Risparmio di Roma