Bollettino d’informazione dell’Associazione Italia – Vietnam

Edizione on-line

Comitato laziale – Via dei Laterensi,30  00174 Roma – Tel./Fax 0697602207

 e-mail: ass.italiavietnam@fastwebnet.it

Anno 3 Maggio 2004

 

 

Numeri precedenti

 

 

MONTAGNARD: MENZOGNE RADICALI 

 


Quest’anno le feste pasquali sono state rovinate dal maltempo che non solo ci ha costretti a rimanere a casa, ma anche a sorbirci lo show messo in scena da Pannella sul caso Sofri e sui presunti massacri e persecuzioni delle minoranze etniche in Viet Nam. Infatti, tutti i telegiornali hanno trasmesso fino alla noia lo spot radicale. Ma, a proposito di professionalità, non bisognava sentire, come si dice, l’altra campana o almeno una voce diversa? Identico comportamento ha tenuto la stampa che ha del tutto ignorato le posizioni ufficiali del Governo vietnamita e le opinioni di esperti e studiosi italiani o di altri paesi.

Ormai calunniare il Viet Nam è una delle “fisse” del digiunatore di professione che da diversi anni periodicamente ritorna sul tema delle minoranze, i cosiddetti “montagnards”. E, del resto, ha facile gioco data anche l’ignoranza che regna sovrana in materia. Per cominciare a fare luce riportiamo un saggio dello studioso Francesco Montessoro apparso su “Vietnam” ClupGuide, Utet Libreria, 1998.

Ci si renderà così conto che i dissapori tra i contadini delle pianure e i montanari rientra nel millenario contrasto tra nomadi e sedentari verificatosi in tutti i paesi del mondo, inclusa l’Italia. Pensiamo ai nomadi italiani, gli zingari. Ebbene il rapporto tra loro e il resto della popolazione certamente non è idilliaco, anzi spesso scoppiano scontri anche violenti. Ma si può dire che lo Stato e i governi italiani perseguitano volutamente e sistematicamente gli zingari? 

 

Associazione Italia Vietnam – Comitato  Roma e Lazio

 


 


LE MINORANZE

 

di Francesco Montessoro


 

Il Vietnam non è un paese etnicamente omogeneo, perché alla maggioranza vietnamita si affiancano numerosi gruppi linguistici che rappresentano circa il 12-13% della popolazione complessiva. Questi gruppi appaiono in gran parte lontani e distinti dall’etnia principale, viet o kinh:figli di mondi culturali diversi, anche se vicini geograficamente, si sono a lungo ignorati o avversati. Sotto il profilo storico ed economico, i contatti sono stati sporadici, irrilevanti, difficili e solo negli ultimi decenni, nel corso delle guerre d’Indocina, si sono fatti significativi.

I vietnamiti, come i cinesi, hanno lasciato un’impronta duratura e hanno dato vita a una società raffinata e complessa, a uno Stato che ha esercitato un controllo stabile sul territorio e sui suoi confini. La civiltà del Vietnam si è caratterizzata per un modello agricolo intensivo, retto su opere idrauliche complesse, fondate su una fitta rete di canali e dighe che soltanto uno stato centralizzato e potente, alimentato dal tributo in cereali, avrebbe potuto concepire, realizzare e conservare in efficienza. Questa società improntata al modello cinese, si è caratterizzata anche per la presenza di una struttura sociale gerarchica, fondata su un ceto di contadini proprietari legati a villaggi gelosi della propria autonomia, e su un’élite burocratica

 

 

costituita, come in Cina, da letterati e intellettuali; si tratta di una società in parte urbana, sofisticata,

con tratti culturali ereditati da una lunga influenza cinese e segnati dalla scrittura in caratteri e dal confucianesimo.

 

Ma in Vietnam esistono anche altri modelli culturali, relativamente più semplici perché espressione di società che non hanno elaborato forme politiche statuali e hanno conservato un’organizzazione di tipo tribale. Queste società,

 

localizzate sulle montagne, lontane dalle pianure irrigue dei vietnamiti, si reggono su un’economia  

fondata  sull’agricoltura itinerante, che solo recentemente, nel corso dell’ultimo secolo, è stata

affiancata da attività agricole moderne non connesse alla pura sussistenza, come la produzione del papavero d’oppio.

All’assenza di uno Stato per il prevalere di vincoli tribali e di clan, corrisponde l’assenza di “frontiere”, anche se spesso esistono confini assai precisi che definiscono l’occupazione dei suoli: in molti casi sono i limiti altimetrici  a scandire habitat differenti, per i quali certi popoli si localizzano nelle valli o nelle pianure intramontane, altri nelle aree più elevate. Questi gruppi etnici, inoltre, non conoscono la scrittura (e dunque non hanno scritto la propria storia), osservano credenze animistiche e praticano culti in cui trovano larga parte i megaliti e le teste umane, hanno elaborato una civiltà materiale in cui prevale l’abitazione su palafitte. Frequentatori di foreste e di montagne questi popoli tribali sanno cacciare e mettere trappole, pescano nei torrenti facendo uso di veleni vegetali che stordiscono le prede. Le donne, che hanno quasi sempre una forte ascendenza sociale per la presenza di strutture familiari di tipo bilaterale, e talvolta matrilineare, indossano abiti che possono essere ritenuti le insegne dello stesso gruppo tribale: l’abito è diverso da tribù a tribù e talvolta tende a introdurre differenze all’interno di compagini relativamente omogenee; esistono hmong blu, bianchi, neri, “a fiori”, tai neri, rossi e bianchi.

La maggior parte delle oltre cinquanta minoranze etniche del Vietnam è formata da questi popoli che appaiono assai poco differenziati al loro interno, perché non hanno elaborato vere gerarchie né un sistema di classe e neppure hanno sviluppato una vera divisione sociale del lavoro, se si esclude una certa ripartizione dei compiti sulla base del sesso. Si tratta di società che non hanno espresso vere attività mercantili, anche se esistono forme di scambio (matrimoniale o di “doni”) assai elaborate. Il loro modello economico non prevede l’accumulazione di ricchezza (non esiste peraltro neppure la proprietà privata), poiché i beni vengono di solito distribuiti e trasferiti a tutti i membri della comunità nel corso di feste rituali destinate ad accrescere il prestigio di chi le offre. Gli altri, coloro che beneficiano del “dono”, sono obbligati ad estinguere in futuro il proprio debito. La festa che assume il maggior significato simbolico presso queste popolazioni è il sacrificio del bufalo. In queste società, necessariamente poco articolate, queste occasioni permettono una relativa ridistribuzione dei beni e assicurano il mantenimento, o l’allargamento, del potere da parte dei lignaggi dominanti. I beni che vengono così distribuiti garantiscono gli scambi, rinforzano le alleanze con la creazione di legami consuetudinari e matrimoniali.

Queste società hanno sostanzialmente adottato un modello di occupazione del territorio connotato dalla precarietà: i villaggi sono temporanei, e destinati a seguire la migrazione degli stessi spazi agricoli (coltivati con la tecnica del debbio, con cui i raccolti sono assicurati per uno o due anni di seguito in terre disboscate e fertilizzate con l’incendio delle stoppie, cui fa seguito un lungo maggese).

La differenza di modello sociale (e l’adesione a forme di occupazione dello spazio sostanzialmente diverse sotto il profilo ecologico) ha permesso per un lungo periodo la coesistenza, e una effettiva estraneità, tra differenti gruppi etnici: i popoli delle montagne non erano necessariamente in conflitto, e talvolta non venivano neppure in contatto, con le società complesse delle pianure. Se condizioni di belligeranza, o, al contrario, di associazione si manifestavano, ciò non rappresentava comunque una competizione per gli stessi territori e per le stesse risorse.

I vietnamiti, infatti, hanno elaborato comportamenti sociali profondamente diversi da quelli dei popoli delle montagne. Legati a un modello economico fondato sulla cerealicoltura, hanno cercato, come i cinesi, di occupare tutti gli spazi suscettibili di essere trasformati in terra coltivabile. Così facendo, però, non hanno mai varcato le soglie delle montagne, inadatte alla risicoltura. L’agricoltura itinerante elaborata dai popoli delle montagne implica, invece, la presenza di foreste sulle pendici delle catene montuose che sovrastano le pianure alluvionali dei vietnamiti, suscettibili di essere trasformate in un precario suolo coltivabile, a disposizione di comunità umane composte da pochi individui. Un ettaro di risaia irrigua può assicurare la sussistenza a decine di vietnamiti, mentre nelle regioni montuose sono necessari spazi molto più estesi per garantire il cibo a un numero esiguo di membri delle tribù.

In realtà, i popoli delle montagne sono assai eterogenei; se l’insediamento umano nelle pianure alluvionali è assicurato dai vietnamiti, veri “contadini dell’aratro”, sulle montagne i gruppi tribali si dividono almeno in due gruppi. Nelle aree forestali, e ad altitudini relativamente modeste, spesso nelle strette valli fluviali, si incontrano popolazioni anche assai diverse sotto il profilo linguistico o socioculturale (come i muong o alcuni gruppi tai) ma accomunate dal fatto di essere composte da agricoltori sedentari o semi-sedentari.  L’ubicazione degli insediamenti non muta; i campi debbiati rimangono all’interno di quello che potrebbe essere definito il finage del villaggio, ma sono sottoposti a un maggese lunghissimo, di venti o trenta anni. Spesso, come nel caso dei muong, si è verificata una sostanziale adesione al modello economico sino-vietnamita. Diverso è il caso delle popolazioni di alta montagna (insediate tra i 1.500 e i 2.000 metri di altitudine), legate a un vero modello di agricoltura itinerante che implica lo sfruttamento di un’area forestale per un breve periodo e il suo successivo abbandono: le tribù migrano poi verso nuove terre, considerate vergini, abbandonando i vecchi villaggi.

I rapporti tra i vari gruppi sono sempre stati modesti, per incompatibilità geografica e di habitat oltreché per l’insistenza di lingue veicolari. L’identità tribale e i segni dell’appartenenza allo stesso gruppo appaiono forti e i popoli delle montagne, anche quelli che competono per l’occupazione della stessa nicchia ecologica, si distinguono per l’estrema frammentazione sulla base di elementi di riconoscimento e di esclusione. Solo gli eventi più recenti, soprattutto dopo la riunificazione del Vietnam, hanno portato a un rimescolamento degli equilibri etnici, favorendo spesso trasformazioni radicali delle caratteristiche sociali ed economiche delle tribù, sempre più frequentemente costrette ad aderire a un modello di vita sedentario.


 

 

 

 

 

Ambasciata del Viet Nam

COMUNICATO STAMPA

 

In questi giorni nell’ambiente politico e sui diversi mezzi d’informazione di massa in Italia circolano voci, alimentate principalmente dalla dichiarazione del Partito Radicale Italiano, secondo le quali lo scorso fine settimana migliaia di montanari cristiani degli altopiani del Viet Nam avrebbero partecipato alle manifestazioni contro il Governo per aver bruciato le loro chiese costringendoli a fare la preghiera di Pasqua all’aperto e per chiedere la tutela dei loro diritti fondamentali ed il Governo vietnamita avrebbe ordinato una dura repressione contro i manifestanti provocando più di 400 morti.

            Di fronte a tali inattendibili informazioni, l’Ambasciata del Viet Nam in Italia è autorizzata a dichiarare quanto segue:

1. Si smentiscono in modo più categorico le informazioni fornite principalmente dal Partito Radicale e riportate poi dai mezzi di informazione di massa italiani e si dichiara che quelle informazioni erano completamente false e prive di ogni fondamento. Il fatto è che lo scorso fine settimana in alcune località delle province di Dak Lak e di Gia Lai dell’altopiano centrale poche centinaia di persone appartenenti alle minoranze etniche, e non esclusivamente montanari cristiani come si voleva far credere, che popolano la zona, hanno manifestato contro le irregolarità e gli errori commessi dalle autorità locali durante l’esercizio del loro potere, soprattutto quelli che riguardavano l’uso del terreno coltivabile. La maggior parte dei manifestanti, dopo aver ricevuto dalle autorità locali le assicurazioni di un pronto rimedio degli errori e irregolarità commessi, si è ritirata ritornando nelle proprie abitazioni, ma gruppi di irriducibili hanno attaccato, occupato e distrutto alcune sedi delle autorità locali e hanno provocato intenzionalmente lo scontro con le forze dell’ordine causando numerosi feriti in tutte e due le parti. Alcuni manifestanti più scatenati che erano diretti responsabili per gli scontri e disordini sono stati fermati  dalle forze dell’ordine, ma non c’è stata nessuna vittima. Dopo gli scontri, la vita nelle suddette località è tornata alla normalità e si augura che fra breve la zona possa essere nuovamente visitata dai turisti e giornalisti stranieri.

2. Il pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo e dei gruppi etnici è la base della politica di solidarietà nazionale del Partito Comunista e del Governo del Viet Nam. Tutte le etnie, anche quelle di minoranza, vengono trattate in modo uguale. Il diritto alla preservazione e allo sviluppo della propria cultura e tradizioni, nonché al libero credo religioso ed altri diritti essenziali di ogni gruppo

etnico vengono garantiti e sanciti dalla Costituzione dello Stato. In Viet Nam attualmente convivono pacificamente 54 gruppi etnici, legati tra essi da vincoli di fratellanza e di rispetto reciproco; ci sono poi 6 religioni principali, tra le quali la religione cristiana con circa 6 milioni di credenti. Nelle zone dell’altopiano centrale come in tutto il Viet Nam, i cristiani, i protestanti, i buddisti eccetera, possono esercitare liberamente la loro religione nei propri luoghi di culto ed hanno buoni rapporti di collaborazione con le autorità locali; anche in occasione della recente festa di Pasqua, la messa e la preghiera comune sono state organizzate in tutte le chiese del Viet Nam, comprese quelle sugli altopiani. Gli incoraggianti risultati ottenuti negli ultimi tempi dal Viet Nam in questo settore sono stati riconosciuti pienamente dalla stragrande parte dei Paesi del mondo, dalle numerose Organizzazioni Non-Governative Internazionali, comprese quelle che operano da molto tempo in Viet Nam, e dalle Organizzazioni delle Nazioni Unite. Certamente, il sistema legale ed amministrativo del Paese non è ancora perfetto e va ulteriormente migliorato; nella vita sociale delle popolazioni esistono ancora casi d’ingiustizia e di disuguaglianza che vanno eliminati passo dopo passo, ma affermare che il Governo del Viet Nam abbia violato i diritti umani tollerando la distruzione dei luoghi di culto e la repressione delle persone che chiedono il rispetto delle loro libertà individuali è semplicemente assurdo ed inaccettabile. Ci sono forze ostili al Viet Nam che da tempo cercano di approfittare dell’ arretratezza delle zone montuose, soprattutto quelle dell’altopiano centrale, e del basso livello di istruzione delle popolazioni locali per fomentare disordini ed istigare la gente delle etnie minoritarie alla ribellione e alla fuga clandestina all’estero con lo scopo di distruggere l’unità nazionale del Viet Nam, di provocare l’instabilità politica e sociale della regione e di danneggiare l’immagine e il prestigio internazionale del Viet Nam. Questo disegno oscuro sarà combattuto nel modo più deciso dal Popolo vietnamita e sarà destinato al totale fallimento. Il Viet Nam, con la cooperazione e l’appoggio della comunità internazionale, compirà ulteriori sforzi per consolidare la solidarietà e l’integrità nazionale, per migliorare sempre più gli essenziali aspetti di vita del proprio popolo e per preservare e aumentare ancora maggiormente il suo prestigio internazionale.

 

 

 

 

Roma, 14 aprile 2004


 


 

 

 

GLI STUDENTI INCONTRANO IL VIETNAM

 


 

ROMA - Aula magna dell’Istituto Tecnico per il Turismo “Livia Bottardi”: erano circa 200 tra studenti e insegnanti ad assistere alla conferenza “Vietnam: memoria e futuro”. Dopo la proiezione del video “Vietnam ieri e oggi” del giornalista RAI Fulvio Grimaldi, sono intervenuti Dang Khanh Thoai, vice-ambasciatore del Vietnam in Italia, e Pino Tagliazucchi, autore di una recente biografia politica su Ho Chi Minh e di altri scritti.

Tagliazucchi si è soffermato in particolare sulla storia del Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale e sulle conseguenze degli eventi bellici che ancora persistono a trent’anni dalla fine del conflitto. Il diplomatico ha esposto invece la realtà odierna del Paese fornendo dati sull’economia, l’istruzione, la sanità e sui rapporti del Vietnam con gli altri Stati della regione e del resto del mondo. In particolare è stato evidenziato il disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti che hanno riaperto l’ambasciata ad Hanoi e che hanno promesso un aiuto contro gli effetti del “fattore orange”, agente chimico impiegato in massicce dosi proprio dagli americani durante la guerra.

Nel corso dell’incontro, coordinato dal professor Franco Iachini, dal pubblico sono state poste numerose domande agli ospiti, soprattutto in materia di turismo, condizioni sociali ed economiche e sulle prospettive dei rapporti tra il Vietnam e i Paesi europei, in particolare con l’Italia. Nella sala addobbata con le bandiere del Vietnam ed il nostro tricolore, è stato distribuito ai partecipanti un dossier con dati e informazioni sul Paese , mentre nell’atrio dell’Istituto era possibile scorrere una mostra su alcuni aspetti della realtà vietnamita.

 

 


Francesco Cinti e Alessio Vagniluca, IV As

 

 


  

 

 

 


Presso la sede di via dei Laterensi,30 aperta dal lunedì al sabato dalle ore 17.00 alle 19,30 sono in vendita

 Manifesti e T-Shirt di Ho Chi Minh oltre a  libri, video e cd sul Vietnam –

Dal prossimo mese do ottobre corso di lingua vietnamita

 Quote associative annuali

Euro 15

Euro 25 con abbonamento a “Mekong

Euro 50 con abbonamento alla rivista trimestrale “ Mekong” e  “Quaderni Vietnamiti”