Bollettino d’informazione dell’Associazione Italia – Vietnam
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Anno I° n° 3 Maggio 2004
Quest’anno le feste pasquali sono state
rovinate dal maltempo che non solo ci ha costretti a
rimanere a casa, ma anche a sorbirci lo show messo in scena da Pannella sul caso Sofri e sui
presunti massacri e persecuzioni delle minoranze etniche in Viet
Nam. Infatti, tutti i
telegiornali hanno trasmesso fino alla noia lo spot radicale. Ma, a proposito
di professionalità, non bisognava sentire, come si dice,
l’altra campana o almeno una voce diversa? Identico comportamento ha tenuto la
stampa che ha del tutto ignorato le posizioni ufficiali del Governo vietnamita
e le opinioni di esperti e studiosi italiani o di
altri paesi.
Ormai calunniare il Viet Nam è una delle “fisse” del digiunatore di professione che da diversi anni periodicamente ritorna sul tema delle minoranze, i cosiddetti “montagnards”. E, del resto, ha facile gioco data anche l’ignoranza che regna sovrana in materia. Per cominciare a fare luce riportiamo un saggio dello studioso Francesco Montessoro apparso su “Vietnam” ClupGuide, Utet Libreria, 1998.
Ci si renderà così conto che i dissapori tra i contadini
delle pianure e i montanari rientra nel millenario
contrasto tra nomadi e sedentari verificatosi in tutti
i paesi del mondo, inclusa l’Italia. Pensiamo ai nomadi italiani, gli zingari.
Ebbene il rapporto tra loro e il resto della popolazione certamente non è idilliaco, anzi spesso scoppiano scontri anche violenti. Ma si può dire che lo Stato e i governi italiani
perseguitano volutamente e sistematicamente gli zingari?
Associazione Italia Vietnam – Comitato Roma e Lazio
LE MINORANZE
di Francesco Montessoro
Il Vietnam non è un paese etnicamente
omogeneo, perché alla maggioranza vietnamita si affiancano numerosi gruppi
linguistici che rappresentano circa il 12-13% della popolazione complessiva.
Questi gruppi appaiono in gran parte lontani e distinti
dall’etnia principale, viet o kinh:figli
di mondi culturali diversi, anche se vicini geograficamente, si sono a lungo
ignorati o avversati. Sotto il profilo storico ed economico, i contatti sono
stati sporadici, irrilevanti, difficili e solo negli
ultimi decenni, nel corso delle guerre d’Indocina, si
sono fatti significativi.
I vietnamiti, come i cinesi, hanno lasciato un’impronta
duratura e hanno dato vita a una società raffinata e
complessa, a uno Stato che ha esercitato un controllo stabile sul territorio e
sui suoi confini. La civiltà del Vietnam si è caratterizzata per un modello
agricolo intensivo, retto su opere idrauliche complesse, fondate su una fitta
rete di canali e dighe che soltanto uno stato centralizzato e potente,
alimentato dal tributo in cereali, avrebbe potuto
concepire, realizzare e conservare in efficienza. Questa società improntata al
modello cinese, si è caratterizzata anche per la presenza di una struttura
sociale gerarchica, fondata su un ceto di contadini proprietari legati a
villaggi gelosi della propria autonomia, e su un’élite burocratica
costituita, come in Cina, da letterati e
intellettuali; si tratta di una società in parte urbana, sofisticata,
con tratti culturali ereditati da una
lunga influenza cinese e segnati dalla scrittura in caratteri e dal
confucianesimo.
Ma in Vietnam esistono anche altri modelli culturali,
relativamente più semplici perché espressione di società che non hanno
elaborato forme politiche statuali e hanno conservato
un’organizzazione di tipo tribale. Queste società,
localizzate sulle montagne, lontane dalle
pianure irrigue dei vietnamiti, si reggono su un’economia
fondata
sull’agricoltura itinerante, che solo recentemente, nel corso
dell’ultimo secolo, è stata
affiancata da attività agricole moderne non
connesse alla pura sussistenza, come la produzione del papavero d’oppio.
All’assenza di uno Stato per il prevalere di vincoli tribali
e di clan, corrisponde l’assenza di “frontiere”, anche se spesso esistono
confini assai precisi che definiscono l’occupazione dei suoli: in molti casi
sono i limiti altimetrici a scandire habitat differenti, per i quali certi
popoli si localizzano nelle valli o nelle pianure intramontane,
altri nelle aree più elevate. Questi gruppi etnici, inoltre, non conoscono la
scrittura (e dunque non hanno scritto la propria storia), osservano credenze
animistiche e praticano culti in cui trovano larga parte i megaliti e le teste
umane, hanno elaborato una civiltà materiale in cui prevale l’abitazione su
palafitte. Frequentatori di foreste e di montagne questi popoli tribali sanno
cacciare e mettere trappole, pescano nei torrenti facendo uso di veleni
vegetali che stordiscono le prede. Le donne, che hanno quasi
sempre una forte ascendenza sociale per la presenza di strutture
familiari di tipo bilaterale, e talvolta matrilineare,
indossano abiti che possono essere ritenuti le insegne dello stesso gruppo
tribale: l’abito è diverso da tribù a tribù e talvolta tende a introdurre
differenze all’interno di compagini relativamente omogenee; esistono hmong blu,
bianchi, neri, “a fiori”, tai neri, rossi e bianchi.
La maggior parte delle oltre cinquanta minoranze etniche del
Vietnam è formata da questi popoli che appaiono assai poco differenziati
al loro interno, perché non hanno elaborato vere gerarchie né un sistema di
classe e neppure hanno sviluppato una vera divisione sociale del lavoro, se si
esclude una certa ripartizione dei compiti sulla base del sesso. Si tratta di
società che non hanno espresso vere attività mercantili,
anche se esistono forme di scambio (matrimoniale o di “doni”) assai elaborate.
Il loro modello economico non prevede l’accumulazione di ricchezza (non esiste
peraltro neppure la proprietà privata), poiché i beni vengono di solito
distribuiti e trasferiti a tutti i membri della comunità nel corso di feste
rituali destinate ad accrescere il prestigio di chi le offre.
Gli altri, coloro che beneficiano del “dono”, sono
obbligati ad estinguere in futuro il proprio debito. La festa che assume il
maggior significato simbolico presso queste popolazioni
è il sacrificio del bufalo. In queste società, necessariamente poco articolate,
queste occasioni permettono una relativa ridistribuzione
dei beni e assicurano il mantenimento, o l’allargamento, del potere da parte
dei lignaggi dominanti. I beni che vengono così
distribuiti garantiscono gli scambi, rinforzano le alleanze con la creazione di
legami consuetudinari e matrimoniali.
Queste società hanno sostanzialmente adottato un modello di occupazione del territorio connotato dalla precarietà: i
villaggi sono temporanei, e destinati a seguire la migrazione degli stessi
spazi agricoli (coltivati con la tecnica del debbio, con cui i raccolti sono
assicurati per uno o due anni di seguito in terre disboscate e fertilizzate con
l’incendio delle stoppie, cui fa seguito un lungo maggese).
La differenza di modello sociale (e l’adesione a forme di occupazione dello spazio sostanzialmente diverse sotto il
profilo ecologico) ha permesso per un lungo periodo la coesistenza, e una
effettiva estraneità, tra differenti gruppi etnici: i popoli delle montagne non
erano necessariamente in conflitto, e talvolta non venivano neppure in
contatto, con le società complesse delle pianure. Se condizioni di
belligeranza, o, al contrario, di associazione si
manifestavano, ciò non rappresentava comunque una competizione per gli stessi
territori e per le stesse risorse.
I vietnamiti, infatti, hanno elaborato comportamenti sociali
profondamente diversi da quelli dei popoli delle montagne. Legati a un modello economico fondato sulla cerealicoltura, hanno
cercato, come i cinesi, di occupare tutti gli spazi suscettibili di essere
trasformati in terra coltivabile. Così facendo, però, non hanno mai varcato le
soglie delle montagne, inadatte alla risicoltura. L’agricoltura itinerante
elaborata dai popoli delle montagne implica, invece, la presenza di foreste
sulle pendici delle catene montuose che sovrastano le pianure alluvionali dei
vietnamiti, suscettibili di essere trasformate in un precario suolo
coltivabile, a disposizione di comunità umane composte da
pochi individui. Un ettaro di risaia irrigua può assicurare la sussistenza a
decine di vietnamiti, mentre nelle regioni montuose sono necessari spazi molto più estesi per garantire il cibo a un numero esiguo di
membri delle tribù.
In realtà, i popoli delle montagne sono assai eterogenei; se
l’insediamento umano nelle pianure alluvionali è assicurato dai vietnamiti,
veri “contadini dell’aratro”, sulle montagne i gruppi tribali si dividono
almeno in due gruppi. Nelle aree forestali, e ad altitudini relativamente
modeste, spesso nelle strette valli fluviali, si incontrano
popolazioni anche assai diverse sotto il profilo linguistico o socioculturale
(come i muong o alcuni gruppi tai)
ma accomunate dal fatto di essere composte da agricoltori sedentari o
semi-sedentari. L’ubicazione degli
insediamenti non muta; i campi debbiati rimangono all’interno di quello che
potrebbe essere definito il finage del villaggio, ma sono sottoposti a
un maggese lunghissimo, di venti o trenta anni. Spesso, come nel caso dei muong, si è verificata una sostanziale adesione al modello
economico sino-vietnamita. Diverso è il caso delle popolazioni di alta montagna (insediate tra i 1.500 e i 2.000 metri di
altitudine), legate a un vero modello di agricoltura itinerante che implica lo
sfruttamento di un’area forestale per un breve periodo e il suo successivo
abbandono: le tribù migrano poi verso nuove terre, considerate vergini,
abbandonando i vecchi villaggi.
I rapporti tra i vari gruppi sono sempre stati modesti, per
incompatibilità geografica e di habitat oltreché per
l’insistenza di lingue veicolari. L’identità tribale e i segni
dell’appartenenza allo stesso gruppo appaiono forti e i popoli delle montagne,
anche quelli che competono per l’occupazione della stessa nicchia ecologica, si
distinguono per l’estrema frammentazione sulla base di
elementi di riconoscimento e di esclusione. Solo gli eventi più recenti,
soprattutto dopo la riunificazione del Vietnam, hanno portato a un rimescolamento degli equilibri etnici, favorendo spesso
trasformazioni radicali delle caratteristiche sociali ed economiche delle
tribù, sempre più frequentemente costrette ad aderire a un modello di vita
sedentario.
Ambasciata
del Viet Nam
COMUNICATO
STAMPA
In
questi giorni nell’ambiente politico e sui diversi mezzi d’informazione di massa
in Italia circolano voci, alimentate principalmente dalla dichiarazione del
Partito Radicale Italiano, secondo le quali lo scorso fine settimana migliaia
di montanari cristiani degli altopiani del Viet Nam avrebbero partecipato alle
manifestazioni contro il Governo per aver bruciato le loro chiese
costringendoli a fare la preghiera di Pasqua all’aperto e per chiedere la
tutela dei loro diritti fondamentali ed il Governo vietnamita avrebbe ordinato
una dura repressione contro i manifestanti provocando più di 400 morti.
Di fronte a tali inattendibili informazioni,
l’Ambasciata del Viet Nam
in Italia è autorizzata a dichiarare quanto segue:
1. Si smentiscono in modo
più categorico le informazioni fornite principalmente dal Partito Radicale e
riportate poi dai mezzi di informazione di massa
italiani e si dichiara che quelle informazioni erano completamente false e
prive di ogni fondamento. Il fatto è che lo scorso fine settimana in alcune
località delle province di Dak Lak
e di Gia Lai dell’altopiano centrale poche centinaia di persone appartenenti
alle minoranze etniche, e non esclusivamente montanari cristiani come si voleva
far credere, che popolano la zona, hanno manifestato
contro le irregolarità e gli errori commessi dalle autorità locali durante
l’esercizio del loro potere, soprattutto quelli che riguardavano l’uso del
terreno coltivabile. La maggior parte dei manifestanti, dopo aver ricevuto
dalle autorità locali le assicurazioni di un pronto rimedio degli errori e
irregolarità commessi, si è ritirata ritornando nelle proprie abitazioni, ma
gruppi di irriducibili hanno attaccato, occupato e
distrutto alcune sedi delle autorità locali e hanno provocato intenzionalmente
lo scontro con le forze dell’ordine causando numerosi feriti in tutte e due le
parti. Alcuni manifestanti più scatenati che erano diretti responsabili per gli
scontri e disordini sono stati fermati
dalle forze dell’ordine, ma non c’è stata nessuna vittima. Dopo gli
scontri, la vita nelle suddette località è tornata alla normalità e si augura
che fra breve la zona possa essere nuovamente visitata dai turisti e
giornalisti stranieri.
2. Il pieno rispetto dei
diritti fondamentali dell’individuo e dei gruppi etnici è
la base della politica di solidarietà nazionale del Partito Comunista e del Governo
del Viet Nam. Tutte le
etnie, anche quelle di minoranza, vengono trattate in
modo uguale. Il diritto alla preservazione e allo sviluppo della propria
cultura e tradizioni, nonché al libero credo religioso
ed altri diritti essenziali di ogni gruppo
etnico vengono garantiti e sanciti dalla Costituzione dello
Stato. In Viet Nam attualmente convivono pacificamente 54 gruppi etnici, legati
tra essi da vincoli di fratellanza e di rispetto reciproco; ci sono poi 6
religioni principali, tra le quali la religione cristiana con circa 6 milioni
di credenti. Nelle zone dell’altopiano centrale come in tutto
il Viet Nam, i cristiani, i
protestanti, i buddisti eccetera, possono esercitare liberamente la loro
religione nei propri luoghi di culto ed hanno buoni rapporti di collaborazione
con le autorità locali; anche in occasione della recente festa di Pasqua, la
messa e la preghiera comune sono state organizzate in tutte le chiese del Viet Nam, comprese quelle sugli
altopiani. Gli incoraggianti risultati ottenuti negli ultimi tempi dal Viet Nam in questo settore sono
stati riconosciuti pienamente dalla stragrande parte dei Paesi del mondo, dalle
numerose Organizzazioni Non-Governative Internazionali, comprese quelle che
operano da molto tempo in Viet Nam,
e dalle Organizzazioni delle Nazioni Unite. Certamente, il sistema legale ed
amministrativo del Paese non è ancora perfetto e va ulteriormente migliorato;
nella vita sociale delle popolazioni esistono ancora casi d’ingiustizia e di
disuguaglianza che vanno eliminati passo dopo passo, ma affermare che il
Governo del Viet Nam abbia
violato i diritti umani tollerando la distruzione dei luoghi di culto e la
repressione delle persone che chiedono il rispetto delle loro libertà
individuali è semplicemente assurdo ed inaccettabile. Ci sono forze ostili al Viet Nam che da
tempo cercano di approfittare dell’ arretratezza delle zone montuose,
soprattutto quelle dell’altopiano centrale, e del basso livello di istruzione
delle popolazioni locali per fomentare disordini ed istigare la gente delle
etnie minoritarie alla ribellione e alla fuga clandestina all’estero con lo
scopo di distruggere l’unità nazionale del Viet Nam, di provocare l’instabilità politica e sociale della
regione e di danneggiare l’immagine e il prestigio internazionale del Viet Nam. Questo disegno oscuro
sarà combattuto nel modo più deciso dal Popolo vietnamita e sarà destinato al
totale fallimento. Il Viet Nam,
con la cooperazione e l’appoggio della comunità internazionale, compirà ulteriori sforzi per consolidare la solidarietà e
l’integrità nazionale, per migliorare sempre più gli essenziali aspetti di vita
del proprio popolo e per preservare e aumentare ancora maggiormente il suo
prestigio internazionale.
Roma,
14 aprile 2004
GLI STUDENTI INCONTRANO IL VIETNAM
ROMA - Aula magna dell’Istituto Tecnico per il
Turismo “Livia Bottardi”: erano circa 200 tra studenti e insegnanti ad assistere alla conferenza
“Vietnam: memoria e futuro”. Dopo la proiezione del video “Vietnam ieri e oggi”
del giornalista RAI Fulvio Grimaldi, sono intervenuti
Dang Khanh Thoai, vice-ambasciatore del Vietnam in Italia, e Pino Tagliazucchi,
autore di una recente biografia politica su Ho Chi Minh e di altri scritti.
Tagliazucchi si è soffermato in
particolare sulla storia del Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale e sulle
conseguenze degli eventi bellici che ancora persistono a trent’anni
dalla fine del conflitto. Il diplomatico ha esposto invece la realtà odierna
del Paese fornendo dati sull’economia, l’istruzione, la sanità e sui rapporti
del Vietnam con gli altri Stati della regione e del resto del mondo. In
particolare è stato evidenziato il disgelo delle relazioni con gli Stati Uniti
che hanno riaperto l’ambasciata ad Hanoi
e che hanno promesso un aiuto contro gli effetti del “fattore orange”, agente chimico impiegato in massicce dosi proprio
dagli americani durante la guerra.
Nel corso dell’incontro, coordinato dal professor Franco Iachini,
dal pubblico sono state poste numerose domande agli ospiti, soprattutto in
materia di turismo, condizioni sociali ed economiche e sulle prospettive dei
rapporti tra il Vietnam e i Paesi europei, in particolare con l’Italia. Nella
sala addobbata con le bandiere del Vietnam ed il nostro tricolore, è stato
distribuito ai partecipanti un dossier con dati e informazioni sul Paese , mentre nell’atrio dell’Istituto era possibile scorrere
una mostra su alcuni aspetti della realtà vietnamita.
Francesco Cinti e
Alessio Vagniluca, IV As
Presso
la sede di via dei Laterensi,30
aperta dal lunedì al sabato dalle ore 17.00 alle 19,30 sono in vendita
Manifesti e T-Shirt di Ho Chi Minh oltre a libri, video e cd sul Vietnam –
Dal
prossimo mese do ottobre corso di lingua vietnamita
Quote associative
annuali
Euro 15
Euro 25 con abbonamento a “Mekong”
Euro 50 con abbonamento alla
rivista trimestrale “ Mekong” e “Quaderni Vietnamiti”