Toni Negri e le Brigate rosse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le Brigate rosse -  Conversazione con  Anne Dufourmantelle 

Bisogna stare attenti a non considerare le Brigate rosse come la totalità  del movimento degli anni Settanta e questo movimento come una parentesi storica, un elemento isolato, singolare e separato: in realtà,il movimento è stato  una traiettoria, un percorso comune a gran parte della mia generazione.

C’è ancora chi, degli ingenui o più spesso degli stupidi,continua a ritrarmi come il capo delle Brigate rosse,il loro cervello perverso. Il fatto che io fossi professore e nello stesso tempo militante, docente universitario e comunista significava che ero un “cattivo maestro

C’è da rimanere costernati.

Come spiega questa singolarità italiana?

Di recente, molti giornalisti americani, sulla scia di “Impero”, il libro scritto insieme al filosofo americano Micheal Hardt, mi hanno chiesto com’è possibile che l’Italia non abbia mai digerito il “68”. Infatti è una storia assurda. Potrei presentarle delle persone che sono attualmente al potere nei governi europei e che hanno condiviso le mie stesse esperienze. Io però sono in prigione! Tutto è andato al contrario: Manon è tanto la mia storia a essere interessante, è piuttosto  quella di un’intera generazione che andrebbe raccontata e andrebbe anche spiegato perché questa storia può essere ricostruita soltanto oggi, nel 2003.

Alcuni protagonisti di quella generazione sono ancora in carcere, altri sono diventati potenti. I più vivono felici senza  occuparsi di politica. Ma torniamo al problema.

Bisogna ricordare che l’Italia è un paese cattolico: a metà degli anni Settanta, per reagire al 68 c’è stata un’alleanza perversa tra il cattolicesimo e lo stalinismo. Lo chiamarono compromesso storico tra il PCI e la DC. Per stringere questo patto, i comunisti abbandonato qualsiasi ideale rivoluzionario e hanno smesso di  rappresentare i poveri e i lavoratori: in Italia la grande repressione ha riguardato tutti coloro  che denunciavano il compromesso storico.

Dopo il “68” , in Italia come del resto anche altrove, si era manifestata un’enorme  speranza di cambiamento sostenuta dalle lotte nelle fabbriche, nelle università, nei gruppi femministi: questa speranza è stata distrutta da compromesso storico.

Non rimaneva altro che la repressione.  Inoltre, l’intera intellighenzia europea di sinistra sosteneva il PCI in quanto manteneva una certa indipendenza dell’Urss. In realtà il PCI pagava questa libertà con un’alleanza stretta con i maggiori poteri del paese e questo comportava la morte, il tradimento, la delazione e le provocazioni.

E’ in quel momento che nelle manifestazioni hanno cominciato a circolare le armi?

Si, ne abbiamo già parlato. In Italia. Tra il 43 e il 45 c’è stata una resistenza armata estremamente forte. Venticinque anni più tardi, nel 68, la memoria era ancora intatta dato che l’antifascismo era legato alla lotta di classe. In Italia, il proletariato, almeno al nord era fortemente antifascista. A partire degli anni Settanta, la sinistra extraparlamentare è penetrata in tutti  i settori sociali, in particolare nelle fabbriche. La rottura con il PCI  è avvenuta su questo terreno e il fatto  che l’opposizione fosse diventata operaia ha determinato la grave regressione del PCI.

Non è facile immaginare queste cose oggi. Inoltre il PCI era particolarmente aperto ai valori occidentali, autonomo e reattivo ne confronti della linea sovietica e dunque reprimere l’estrema sinistra significava entrare a pieno titolo nel consesso dei partiti del “mondo libero”.La reazione era inevitabile : immaginatevi  che cosa sarebbe successo se in Francia. Alla Renault o alla Citroèn , ci fosse stata una maggioranza di operai di estrema sinistra. In Francia nel maggio 68 gli operai non c’erano; per lo più erano intellettuali a spingere la rivolta, non gli operai. In Italia erano stati gli operai che rifiutavano il compromesso storico a guidare le lotte, non gli intellettuali. I detenuti con i quali ero in carcere negli anni ottanta,  e dopo il mio ritorno , nel 1977 erano tutti di estrazione proletaria. Essi credevano veramente che la rivoluzione avrebbe potuto vincere.

Non hanno mai pensato ad una soluzione pacifica?

Nessuno lo pensava, nemmeno io: ancora oggi credo che alla violenza dello Stato si possa rispondere in modo non violento, ma sicuramente non “pacifico”…si tratta, pur  sempre di una resistenza non “pacifica”… si tratta pur sempre di resistenza. Neanche il capitalismo è pacifico!!Non può sopravvivere senza violenza. Ci vengono a dire che il capitalismo è qualcosa di naturale e che il mercato e lo scambio sono le forme naturali della vita civile: ci fanno credere che non c’è altro modo di immaginare e di realizzare forme di produzione e di riproduzione della ricchezza e della vita. Tutto questo non è violenza!?

Il problema  allora non era quello della ricerca di una via pacifica. Si trattava di scegliere tra la resistenza a questa violenza, e io ero di quest’idea, e l’utilizzo di questa –armata- come hanno fatto le Brigate rosse . Per battere il terrorismo, il governo e le forze di polizia hanno montato operazioni diverse: la prima era la criminalizzazione degli intellettuali che partecipavano alle lotte e la seconda è stata la delazione. Il riconoscimento giuridico della delazione -il pentitismo- ha accordato la libertà a tutti coloro che  erano disposti a “confessare” qualunque fosse il loro capo d’imputazione.

Alcuni pentiti che avevano commesso decine di omicidi sono  stati immediatamente liberati!Molti di loro hanno raccontato qualsiasi cosa pur di uscire. Quelli che solo la pensavano in un certo modo sono stati criminalizzati mentre i criminali sono stati usati per accusarli. Quando i militanti venivano arrestati con le armi in pugno, la polizia diceva loro:” caro amico, sta a te decidere: o marcire in carcere oppure parli”. Alcuni hanno detto la verità. Il che era una cosa di per se tragica dato costava decine di arresti, altri  hanno raccontato menzogne e hanno fatto condannare degli innocenti.

Bisogna ricordare ancora una voltaiche la maggior parte degli accusati al “processo 7 aprile” sono stati prosciolti dopo sei/sette anni di prigione dura. Ancora oggi è in vigore lo stesso metodo: tra tutti i delitti che vengono commessi. La polizia ne persegue solo alcuni considerati esemplari, che corrispondono ai cliché statistici e per i quali si inventano delle forme di repressione di carattere dimostrativo.

Tutti quelli che credono che la polizia sia un corpo al servizio dei cittadini si sbagliano di grosso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Toni Negri e gli arresti del 7 aprile

Il ‘68’ di Tony Negri

Lo Stato terrorista e stragista

 

 

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