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Toni Negri e il suo “68” Toni
Negri, dall’università veneziana, attraverso la fondazione di
Autonomia Operaia e all’arresto del 7 aprile 1979 Conversazione con Anne Dufourmantelle Ho vissuto
a Venezia dal 1963 al 1971. I miei primi due figli sono nati a Venezia e a
Venezia ho vissuto il “68”. Non è stata tanto un
rifugio quanto un punto di partenza. E’ da Venezia che mi sono avventurato
nel mondo. Cosa è successo a
Venezia nel “68” Era
straordinario…in realtà tutto era cominciato molto prima: la facoltà di architettura era uno dei poli principali della
resistenza studentesca già a partire dal 1965. Era una facoltà davvero bella,
di livello molto alto. D’altra parte c’erano artisti importanti che a quel
tempo abitavano in città. Se però si attraversano i ponti verso la
terraferma, c’era Porto Marghera, il polo chimico e
petrolifero d’Italia. E’ li che ho cominciato a
militare Che tipo di
militanza? Facevo
degli interventi politici militanti dall’inizio degli anni sessanta al fine
di costruire strutture di autogestione operaia. Dal
“63” siamo riusciti a formare dei comitati di base, poi
abbiamo organizzato il primo grande sciopero. Nel “68” abbiamo riunito
gli studenti di Venezia e Padova con gli operai di Porto Marghera. La
cosa ha funzionato molto bene dato i rapporti tra operai e studenti erano stati preparati da una decina d’anni d’agitazione.
La facoltà di Architettura era diventata un luogo di
riunione per la classe operaia. Gli
intellettuali veneziani come Luigi Nono o Emilio Vedova
erano sempre a fianco del movimento. Abbiamo contestato e bloccato la
Biennale d’arte nel giugno del “68”; ne abbiamo
impedito l’inaugurazione- le esposizioni sono state aperte solo tre mesi
dopo! La stessa cosa è accaduta nel mese di settembre con la Mostra del
Cinema…..c’era un casino incredibile! Per
militarizzare la zona, la polizia aveva messo una piccola bomba al Lido - era
quello che di solito faceva la polizia quando non sapeva come bloccare le
proteste. Dopo
il “68” ci sono stati gli eventi del 1 agosto 1970, primo giorno di ferie , a Porto Marghera…con il
blocco di quell’area si paralizzava tutta la
circolazione stradale e ferroviaria del Nordest :strade,autostrade e ferrovia
corrono accanto agli stabilimenti. Abbiamo costruIto
barricate dappertutto, in modo particolare nei punti di passaggio del
traffico turistico del Nord Europa. Nella
stazione di Mestre è stato bruciato un treno merci che si è venuto a trovare
là in mezzo. Quella lotta è stata una
delle cose più impressionanti che ho visto nella mia vita e Dio sa quante ne ho viste.! Rido ancora oggi, ma allora c’era poco da ridere.
Il clima di violenza era estremo. Non bisogna mai dimenticare che a Porto Marghera, a due chilometri dalla città più bella del mondo, centinaia di operai morivano di cancro, letteralmente
avvelenati dal loro lavoro. Ha vissuto a Venezia ancora due anni dopo il “68” ? Si,
poi mi sono trasferito a Milano. Da quel momento ho iniziato a militare
all’Alfa Romeo. Ma già nel frattempo, avevamo costituito dei comitati alla Fiat di Torino, e poi
alla Pirelli,
alla Siemens e in tutte le altri grandi fabbriche
dell’area milanese. A
partire dal 1971-72 abbiamo messo in piedi quella che più avanti sarebbe
diventata Autonomia Operaia. All’inizio degli anni settanta c’era ancora
Potere Operaio, più tardi abbiamo deciso di dissolvere l’organizzazione in
una serie di piccole strutture distribuite sul territorio ,
in particolare attraverso l’esperienza dell’autogestione delle lotte. Milano
è diventata il centro dell’esperienza di Autonomia
Operaia. Sino a quanto e durata ? Sino
al nostro arresto. Allora ritenevamo che il punto più acuto della crisi fosse
stato già raggiunto. Nel “77” ci fu un ciclo di lotte molto vasto con enormi
manifestazioni a cui è seguita una repressione molto
violenta. Temevamo che sarebbe accaduto qualcosa di grave, in realtà allora
non accadde nulla . Ma solo un po’ più tardi, il 7
aprile 79, una raffica di arresti con cui ci hanno
mandato in carcere in una sessantina ci ha colto tutti di sorpresa, nessuno
ci credeva. Ma veramente
non ve l’aspettavate? Temevo
di essere arrestato prima, nel 1979 sembrava tutto tranquillo, e non potevo
certo prevedere che sarei stato arrestato con l’accusa di essere l’assassino
di Moro! Quando ho sentito il capo
s’accusa sono rimasto annichilito, era una cosa assolutamente
impensabile…incredibile. E’ vero che fu un pentito a discolparla da questa
accusa? Il
21 dicembre 1979 hanno ottenuto la confessione di un pentito che mi ha
accusato di una serie di cose del tutto diverse da
quelle a cui avevano pensato. Hanno liberato il pentito e hanno continuato a tenermi
in galera: bastava cambiare del tutto il capo di imputazione. Le
nuove accuse erano sostanzialmente aberranti quanto le precedenti, ma almeno
mi avevano tolto dal caso Moro. La
destra e la sinistra erano d’accordo, in questo modo tutti venivano
accontentati: si poteva criminalizzare un movimento sociale e politico che
lottava da più di dieci anni appiattendolo sul fenomeno marginale del
terrorismo. Quel terrorismo, di fronte aun decennio
di lotte e malgrado quello che se ne dice oggi, era un fenomeno politicamente
marginale. Chi la difendeva? Mi
difendevano degli avvocati straordinari: Spazzali in Italia, Kiejman in Francia. Mi sosteneva anche un comitato
internazionale e una serie di avvocati parigini: Badinter non poteva difendermi perché era stato nominato
ministro, ma ci siamo scritti. C’erano gli amici, i colleghi universitari e
tanti altri. C’è una cosa che non riesco a capire.
Che cosa è stato il terrorismo nell’Italia degli
anni “70”? Oggi ci dicono che siamo in guerra totale con il terrorismo. C’è
qualche analogia con il terrorismo contemporaneo? Non
c’è alcuna analogia. Il terrorismo legato alla
classe operaia non è stato mai nichilista, assomigliava piuttosto a una forma di estremismo politico che tavolta
trasformava le lotte nelle fabbriche e lo scontro politico in azioni armate. In
generale, il terrorismo degli anni settanta, con qualche eccezione, è stato una continuazione della politica con altri mezzi.
Alcuni hanno visto in questo tipo di
comportamento un atteggiamento radicalmente antisistemico: un rifiuto,
una rinuncia alla mediazione, anche a quella conflittuale- con altri attori
sociali. Questa definizione forse è un po’ semplicistica, tuttavia
corrisponde a comportamenti assai comuni della classe operaia industriale. Bisogna
essere davvero degli ottusi per considerarla come una deriva. Tavolta dico a me stesso che è un po’ come se dei nuovi antidreyfusarrdi
attaccassero ancora una volta Zola. Era un vero peccato- ci ripetevano
questi”critici”- che questi movimenti antisistemici e ipercritici fossero finalmente riusciti a distruggere i sistemi
totalitari del colonialismo e del socialismo reale! Gli autori che ancora oggi continuano a parlare degli anni settanta
come di un decennio di terrorismo sono dei falsificatori della storia, e,
teoricamente, ciechi. Spostano
il livello del conflitto dal terreno del confronto politico sui desideri ( e cioè da un insieme di lotte che cercano di produrre vita)
a quello dello scontro tra culture e tra civiltà nel quale l’apologia
dell’identità paralizza qualsiasi discorso critico. Oggi
il vero terrorismo ha il volto del nichilismo identitario, è apologia distruttiva dell’identità
e della chiusura. Il terrorismo che ci sta di fronte è forma del conflitto
tra le differenti èlite imperiali che lottano per il
dominio. Avvenimenti Italiani |