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Armi e rifiuti. Ilaria e il muro di gomma Parla Gianpiero Sebri,
l'uomo che ha svelato i retroscena dei traffici Il "Progetto Urano"
in Africa (e Somalia). I riferimenti all'omicidio Alpi «Incredibile ma mi trovo io ad essere sotto accusa. Le
indagini che riguardano l'oggetto delle mie dichiarazioni
sono ferme o archiviate, mentre vanno avanti le denunce di chi si sente
diffamato da ciò che ho detto, un vecchio copione. Si sta cercando di darmi
del mentitore». Parole amare, quelle di Gianpiero Sebri,
l'uomo che nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con
le sue dichiarazioni, ha consentito alla Procura di Milano di avviare
un'inchiesta su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi. Sebri non solo aveva raccontato di aver
fatto parte dell'organizzazione internazionale, non solo aveva detto di aver
operato in prima persona per preparare l'arrivo di alcuni
carichi di rifiuti tossici in Centroamerica, ma
aveva anche spiegato il funzionamento e la composizione dell'organizzazione,
dal livello dei "colletti bianchi" che agiscono negli studi e nelle
banche svizzere fino alle aderenze massoniche, dalle coperture politiche
garantite dal Psi di quegli anni al coinvolgimento
della criminalità organizzata. Di più. Sebri aveva
riferito di alcuni sviluppi del più colossale
progetto di smaltimento di rifiuti tossico nocivi mai ideato, il
"Progetto Urano", e della sua realizzazione in diversi Paesi
africani tra cui Nel primo incontro, avvenuto nell'ottobre 1993, Marocchino
lamentava il fatto che una giornalista in possesso
di informazioni e documenti, stava creando problemi. Problemi
che andavano risolti. Queste dichiarazioni Sebri
le ha ripetute davanti alla Corte d'Assise d'Appello
di Roma in occasione del processo ad Hashi Omar Hassan, il somalo condannato a 26 anni di reclusione come
membro del commando che uccise a Mogadiscio i due giornalisti italiani il 20
marzo 1994. Ebbene Sebri,
a che punto siamo? Siamo al punto che l'inchiesta di Milano, condotta dal
dottor Maurizio Romanelli, è stata archiviata nel
luglio dell'anno scorso, pur riconoscendo il magistrato che erano stati trovati i riscontri sui traffici realizzati
negli anni Ottanta e primi anni Novanta. A quel che capisco, però, i reati
connessi a quelle operazioni sono prescritti, mentre quella più recente, che
doveva portare rifiuti tossico nocivi in Mozambico a
partire dal 1999, nella quale il magistrato era riuscito a inserire un
infiltrato e a realizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali di
tutti i personaggi coinvolti, non si è poi conclusa, per ragioni che non ho
mai compreso fino in fondo. Lei diceva anche di essere finito sotto
accusa. In seguito all'intervista a
"Famiglia Cristiana" pubblicata due anni fa, è in corso il processo
ad Alba per diffamazione, dove l'imputato sono io. Non solo ho ricevuto, due giorni
fa, la convocazione all'udienza preliminare a Roma per un processo
intentatomi da Marocchino e Rajola per le
dichiarazioni che ho reso al processo contro il somalo condannato per
l'omicidio Alpi-Hrovatin. La magistratura ha
accertato la veridicità delle sue dichiarazioni? Non lo so. Lo chieda al magistrato, il dottor Franco Ionta. Di sicuro non si sa nulla riguardo a sviluppi in
quella direzione, mentre corrono veloci le accuse contro di me di falsa
testimonianza. Per cui anche a Roma rischio di essere
io l'imputato. Sono molto preoccupato di come vanno le cose. E non per me stesso. Sapevo quali rischi avrei corso. Sono
preoccupato perché la verità su quegli anni e quei fatti non emerge. C'é qualcuno che non fa ciò che dovrebbe? Non sta a me dirlo. Ma penso che sia mio diritto non di
essere creduto, ma che si accerti fino in fondo se ho detto
la verità. Per quel che mi riguarda, sono pronto a ripetere parola per parola ciò che ho dichiarato, in qualsiasi sede. Per il
semplice motivo che io quelle cose le ho fatte, le ho viste e le ho sentite.
Così come ho potuto osservare con i miei occhi l’effetto sulla salute della
gente ad Haiti dei rifiuti tossici mandati dalla mia
organizzazione. Cosa significherebbe
«accertare fino in fondo la verità»? Alla luce di quanto è accaduto da quando ha deciso di parlare alla magistratura e ai
giornali, oggi rifarebbe tutto? Certamente sì. Non solo. Vorrei ribadire
che andrò avanti, e che non ho alcuna intenzione di fermarmi. L'unico modo
per farmi tacere è di farmi fare la fine dell'autista di Ilaria
Alpi che, come è noto, è stato ucciso cinque giorni dopo essere tornato a
Mogadiscio, dopo che era finito il programma di protezione in Italia. Perché ha puntato il dito su Giancarlo Marocchino? Perché il suo ruolo era lo stesso che avevo io ad Haiti. Se io avevo un certo compito ad
Haiti, Marocchino aveva lo stesso incarico in Somalia. E io non ero andato ad Haiti per vendere caramelle, ma per far arrivare
illegalmente in territorio haitiano carichi di rifiuti pericolosi. Sono
pronto a qualsiasi confronto con chi nega le cose che ho raccontato.
Viceversa, vorrei ribadire che quanto dichiarato a
"Famiglia Cristiana" dal finanziere italo americano (su richiesta interessato
non pubblichiamo il nome), per il quale io lavoravo in quegli anni, è falso.
In quell'unica intervista da lui rilasciata ha
negato di aver mai fatto operazioni di traffico illegale di rifiuti e di aver
mai intrattenuto rapporti con trafficanti d'armi. Credo che la magistratura
milanese non avrebbe perso anni dietro alle mie
dichiarazioni se non avesse trovato i riscontri. Io non ho detto cose
generiche. Ho fatto i nomi precisi di persone, di luoghi e di società che
componevano l'organizzazione. Mi faccia un esempio. Volentieri. (su richiesta
interessato non pubblichiamo il nome.) nega di aver conosciuto Guido Garelli, uno dei principali promotori del "Progetto
Urano". Ebbene, Garelli, che mi ha scritto decine di lettere dal carcere dove si trova, mi
ha ribadito più volte non solo che lo conosce, ma che è stato a casa sua e
che con lui ha trattato i contratti di Urano. Aggiunge che non poteva essere
altrimenti, perché il potere decisionale era unicamente nelle mani di (…). Lo
dice lui, non io. Lo si chiami a dire ciò che sa. Ercole Olmi - Giugno 2003 Ecco una cronologia della vicenda dell' omicidio di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin: 20 MARZO 1994 - A Mogadiscio, un commando somalo uccide
Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai, e l' operatore Miran Hrovatin, in Somalia per
seguire la missione Onu 'Restore
Hope'. 22 MARZO 1994 - 4 LUGLIO 1994 - Il padre della giornalista, Giorgio Alpi,
parla di esecuzione, ricordando che la figlia, poco
prima di morire, aveva intervistato il sultano di Bosaso
e aveva annotato tutto su un taccuino poi scomparso. 9 APRILE 1995 - Il sultano di Bosaso,
Abdullahi Mussa Bogar, risulta tra gli indagati quale mandante del delitto. La
sua posizione sara' pero' archiviata. 25 GIUGNO 1996 - per la seconda perizia balistica
il colpo contro Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa distanza.
Alla stessa conclusione arriva la terza perizia il
18 novembre 1997. Per i periti si tratto' di
un'esecuzione. 12 GENNAIO 1998 - viene arrestato
per concorso nel duplice omicidio il somalo Hashi
Omar Hassan, a Roma da due giorni per testimoniare
alla commissione sulle presunte violenze dei soldati italiani in Somalia. Hassan e' identificato
dall'autista di Alpi. 18 GENNAIO 1999 - comincia il processo ad
Hassan. 9 LUGLIO 1999 - Hassan e' assolto. Il pm aveva chiesto lacondanna all'ergastolo. 24 NOVEMBRE 2000 - La corte d'Assise d'Appello di Roma
condanna all'ergastolo Hashi Omar Hassan. Il somalo viene
riconosciuto come uno dei sette componenti del commando che ha ucciso Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin. 10 OTTOBRE 2001 - La prima sezione penale della Cassazione
annulla la sentenza impugnata ''limitatamente
all'aggravante della premeditazione e al diniego delle circostanze attenuanti
generiche''. 10 MAGGIO 2002 - si apre il processo di appello
bis davanti alla corte d'Assise d'Appello di Roma presieduta da Enzo Rivellese. 24 GIUGNO 2002 - il sostituto procuratore generale
Salvatore Cantaro chiede la conferma dell'ergastolo per Hassan.
''E' provato - afferma - che Hassan
era uno dei sette componenti del commando che attese Ilaria e Miran per due ore''. La commissione d'inchiesta dimostra che la
giornalista e l'operatore del «Tg3» furono uccisi per caso. Ma ora si indaga sui depistaggi. Un tentativo di
sequestro andato male, non un omicidio premeditato per nascondere
inconfessabili segreti; e mille depistaggi,
giornalistici e investigativi, su cui indaga la magistratura. È la
conclusione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, giornalista e operatore del Tg3, uccisi in
Somalia il 20 marzo 1994. Una vicenda sulla quale per anni si
è scritto che nascondeva traffico di armi o di
rifiuti tossici di cui Alpi era venuta a conoscenza e per i quali era stata
vittima di una esecuzione, con un colpo di pistola sparato a contatto con il
cranio. Già nello scorso autunno si dimostrò che così
non era, dopo il recupero della Toyota su cui
viaggiava la troupe della Rai e dopo le
accuratissime analisi della polizia scientifica. Fu un
somalo della
scorta a sparare per primo quando vide l'auto
circondata, causando una reazione a colpi di kalashnikov (da oltre Stefano Vespa 24/02/2006 |
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