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Parla Gianpiero Sebri, l'uomo che ha svelato i retroscena dei traffici Il "Progetto Urano" in Africa (e Somalia). I riferimenti all'omicidio Alpi

«Incredibile ma mi trovo io ad essere sotto accusa. Le indagini che riguardano l'oggetto delle mie dichiarazioni sono ferme o archiviate, mentre vanno avanti le denunce di chi si sente diffamato da ciò che ho detto, un vecchio copione. Si sta cercando di darmi del mentitore». Parole amare, quelle di Gianpiero Sebri, l'uomo che nel 1997, con le decine e decine di pagine di verbali riempiti con le sue dichiarazioni, ha consentito alla Procura di Milano di avviare un'inchiesta su una vasta organizzazione di traffico di rifiuti pericolosi e di armi.

Sebri non solo aveva raccontato di aver fatto parte dell'organizzazione internazionale, non solo aveva detto di aver operato in prima persona per preparare l'arrivo di alcuni carichi di rifiuti tossici in Centroamerica, ma aveva anche spiegato il funzionamento e la composizione dell'organizzazione, dal livello dei "colletti bianchi" che agiscono negli studi e nelle banche svizzere fino alle aderenze massoniche, dalle coperture politiche garantite dal Psi di quegli anni al coinvolgimento della criminalità organizzata. Di più. Sebri aveva riferito di alcuni sviluppi del più colossale progetto di smaltimento di rifiuti tossico nocivi mai ideato, il "Progetto Urano", e della sua realizzazione in diversi Paesi africani tra cui la Somalia. Proprio in relazione al Corno d'Africa, il "pentito" aveva narrato di due incontri avuti a Milano con Giancarlo Marocchino (un italiano che dal 1984 vive a Mogadiscio) e con l'allora colonnello del Sismi Luca Rajola Pescarini. Due incontri avvenuti prima e dopo l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nei quali - vista la sua esperienza in materia - lo si invitava ad andare a lavorare in Somalia.

Nel primo incontro, avvenuto nell'ottobre 1993, Marocchino lamentava il fatto che una giornalista in possesso di informazioni e documenti, stava creando problemi. Problemi che andavano risolti. Queste dichiarazioni Sebri le ha ripetute davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Roma in occasione del processo ad Hashi Omar Hassan, il somalo condannato a 26 anni di reclusione come membro del commando che uccise a Mogadiscio i due giornalisti italiani il 20 marzo 1994.

Ebbene Sebri, a che punto siamo?

Siamo al punto che l'inchiesta di Milano, condotta dal dottor Maurizio Romanelli, è stata archiviata nel luglio dell'anno scorso, pur riconoscendo il magistrato che erano stati trovati i riscontri sui traffici realizzati negli anni Ottanta e primi anni Novanta. A quel che capisco, però, i reati connessi a quelle operazioni sono prescritti, mentre quella più recente, che doveva portare rifiuti tossico nocivi in Mozambico a partire dal 1999, nella quale il magistrato era riuscito a inserire un infiltrato e a realizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali di tutti i personaggi coinvolti, non si è poi conclusa, per ragioni che non ho mai compreso fino in fondo.

Lei diceva anche di essere finito sotto accusa.

In seguito all'intervista a "Famiglia Cristiana" pubblicata due anni fa, è in corso il processo ad Alba per diffamazione, dove l'imputato sono io. Non solo ho ricevuto, due giorni fa, la convocazione all'udienza preliminare a Roma per un processo intentatomi da Marocchino e Rajola per le dichiarazioni che ho reso al processo contro il somalo condannato per l'omicidio Alpi-Hrovatin. La magistratura ha accertato la veridicità delle sue dichiarazioni?

Non lo so. Lo chieda al magistrato, il dottor Franco Ionta. Di sicuro non si sa nulla riguardo a sviluppi in quella direzione, mentre corrono veloci le accuse contro di me di falsa testimonianza. Per cui anche a Roma rischio di essere io l'imputato. Sono molto preoccupato di come vanno le cose. E non per me stesso. Sapevo quali rischi avrei corso. Sono preoccupato perché la verità su quegli anni e quei fatti non emerge.

C'é qualcuno che non fa ciò che dovrebbe?

Non sta a me dirlo. Ma penso che sia mio diritto non di essere creduto, ma che si accerti fino in fondo se ho detto la verità. Per quel che mi riguarda, sono pronto a ripetere parola per parola ciò che ho dichiarato, in qualsiasi sede. Per il semplice motivo che io quelle cose le ho fatte, le ho viste e le ho sentite. Così come ho potuto osservare con i miei occhi l’effetto sulla salute della gente ad Haiti dei rifiuti tossici mandati dalla mia organizzazione.

Cosa significherebbe «accertare fino in fondo la verità»?
Credo che non ci si renda pienamente conto di quello che c'è in gioco in questa vicenda e in questi processi
. Non si tratta di stabilire semplicemente se Sebri ha detto il vero o il falso. Si tratta di arrivare a una verità che non è mai stata svelata. Si tratta di aprire uno squarcio su un sistema che ha funzionato per anni, e funziona ancora, per buttare nei Paesi poveri rifiuti e scorie di ogni genere. E di accertare che il business connesso a queste attività era ed è enorme.

Alla luce di quanto è accaduto da quando ha deciso di parlare alla magistratura e ai giornali, oggi rifarebbe tutto?

Certamente sì. Non solo. Vorrei ribadire che andrò avanti, e che non ho alcuna intenzione di fermarmi. L'unico modo per farmi tacere è di farmi fare la fine dell'autista di Ilaria Alpi che, come è noto, è stato ucciso cinque giorni dopo essere tornato a Mogadiscio, dopo che era finito il programma di protezione in Italia.

Perché ha puntato il dito su Giancarlo Marocchino?

Perché il suo ruolo era lo stesso che avevo io ad Haiti. Se io avevo un certo compito ad Haiti, Marocchino aveva lo stesso incarico in Somalia. E io non ero andato ad Haiti per vendere caramelle, ma per far arrivare illegalmente in territorio haitiano carichi di rifiuti pericolosi. Sono pronto a qualsiasi confronto con chi nega le cose che ho raccontato. Viceversa, vorrei ribadire che quanto dichiarato a "Famiglia Cristiana" dal finanziere italo americano (su richiesta interessato non pubblichiamo il nome), per il quale io lavoravo in quegli anni, è falso. In quell'unica intervista da lui rilasciata ha negato di aver mai fatto operazioni di traffico illegale di rifiuti e di aver mai intrattenuto rapporti con trafficanti d'armi. Credo che la magistratura milanese non avrebbe perso anni dietro alle mie dichiarazioni se non avesse trovato i riscontri. Io non ho detto cose generiche. Ho fatto i nomi precisi di persone, di luoghi e di società che componevano l'organizzazione.

Mi faccia un esempio.

Volentieri. (su richiesta interessato non pubblichiamo il nome.) nega di aver conosciuto Guido Garelli, uno dei principali promotori del "Progetto Urano". Ebbene, Garelli, che mi ha scritto decine di lettere dal carcere dove si trova, mi ha ribadito più volte non solo che lo conosce, ma che è stato a casa sua e che con lui ha trattato i contratti di Urano. Aggiunge che non poteva essere altrimenti, perché il potere decisionale era unicamente nelle mani di (…). Lo dice lui, non io. Lo si chiami a dire ciò che sa.

Ercole Olmi  - Giugno 2003

 

Ecco una cronologia della vicenda dell' omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin:

20 MARZO 1994 - A Mogadiscio, un commando somalo uccide Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai, e l' operatore Miran Hrovatin, in Somalia per seguire la missione Onu 'Restore Hope'.

22 MARZO 1994 - La Procura di Roma apre un'inchiesta.

4 LUGLIO 1994 - Il padre della giornalista, Giorgio Alpi, parla di esecuzione, ricordando che la figlia, poco prima di morire, aveva intervistato il sultano di Bosaso e aveva annotato tutto su un taccuino poi scomparso.

9 APRILE 1995 - Il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogar, risulta tra gli indagati quale mandante del delitto. La sua posizione sara' pero' archiviata.

25 GIUGNO 1996 - per la seconda perizia balistica il colpo contro Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa distanza. Alla stessa conclusione arriva la terza perizia il 18 novembre 1997. Per i periti si tratto' di un'esecuzione.

12 GENNAIO 1998 - viene arrestato per concorso nel duplice omicidio il somalo Hashi Omar Hassan, a Roma da due giorni per testimoniare alla commissione sulle presunte violenze dei soldati italiani in Somalia. Hassan e' identificato dall'autista di Alpi.

18 GENNAIO 1999 - comincia il processo ad Hassan.

9 LUGLIO 1999 - Hassan e' assolto. Il pm aveva chiesto lacondanna all'ergastolo.

24 NOVEMBRE 2000 - La corte d'Assise d'Appello di Roma condanna all'ergastolo Hashi Omar Hassan. Il somalo viene riconosciuto come uno dei sette componenti del commando che ha ucciso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

10 OTTOBRE 2001 - La prima sezione penale della Cassazione annulla la sentenza impugnata ''limitatamente all'aggravante della premeditazione e al diniego delle circostanze attenuanti generiche''.

10 MAGGIO 2002 - si apre il processo di appello bis davanti alla corte d'Assise d'Appello di Roma presieduta da Enzo Rivellese.

24 GIUGNO 2002 - il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro chiede la conferma dell'ergastolo per Hassan. ''E' provato - afferma - che Hassan era uno dei sette componenti del commando che attese Ilaria e Miran per due ore''.

 

La commissione d'inchiesta dimostra che la giornalista e l'operatore del «Tg3» furono uccisi per caso. Ma ora si indaga sui depistaggi.

Un tentativo di sequestro andato male, non un omicidio premeditato per nascondere inconfessabili segreti; e mille depistaggi, giornalistici e investigativi, su cui indaga la magistratura. È la conclusione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, giornalista e operatore del Tg3, uccisi in Somalia il 20 marzo 1994. Una vicenda sulla quale per anni si è scritto che nascondeva traffico di armi o di rifiuti tossici di cui Alpi era venuta a conoscenza e per i quali era stata vittima di una esecuzione, con un colpo di pistola sparato a contatto con il cranio.

Già nello scorso autunno si dimostrò che così non era, dopo il recupero della Toyota su cui viaggiava la troupe della Rai e dopo le accuratissime analisi della polizia scientifica. Fu un somalo della scorta a sparare per primo quando vide l'auto circondata, causando una reazione a colpi di kalashnikov (da oltre 5 metri, stabilisce la perizia): un proiettile colpì a morte Hrovatin, seduto sul sedile anteriore. Piegatosi in avanti, l'operatore del Tg3 «liberò» lo schienale che fu perforato da un altro proiettile, quello che colpì al capo Ilaria Alpi, accovacciata dietro al sedile. Una perizia sulla quale la commissione presieduta da Carlo Taormina (Forza Italia) è stata d'accordo all'unanimità.
D'accordo fu anche il consulente dei genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, che però insistono sulla teoria del complotto. «La situazione a Mogadiscio era pericolosissima» riepiloga Taormina a Panorama. «Il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano, e l'imprenditore Giancarlo Marocchino avevano avvertito i giornalisti di non allontanarsi. Ma Alpi e Hrovatin erano già andati a Bosaso, non sapevano nulla, e subito prima dell'agguato Ilaria era serena quando telefonò alla madre, tanto da dire: "Questa volta è quasi una vacanza"». Una frase poi smentita dalla madre, ma confermata dal giornalista del Tg3 al quale Luciana Alpi l'aveva confidata.
Alcuni giornali italiani hanno cercato prove di scandali legati alla cooperazione italiana in Somalia, al traffico di armi e a quello di rifiuti tossici. Nessuna prova e, scrive Taormina nella relazione conclusiva, quegli argomenti «non possono costituire, non solo sul piano strettamente probatorio, ma nemmeno su quello dell'illazione o della congettura, fonte di consapevolezza causativa dell'uccisione dei due operatori dell'informazione, in quanto portatori del pericolo di divulgazione». L'opposizione in commissione, pur approvando la dinamica dell'agguato, insiste sul dubbio del «non può escludersi che...». Ma senza prove, tanto che nel 2005 una spedizione italiana che tentava di individuare in Somalia interramenti di rifiuti tossici o radioattivi non ha trovato nulla.
Perché 12 anni di polemiche? Taormina nella relazione usa termini pesantissimi: «Ragioni economiche e politiche hanno fatto sì che intorno a determinati settori dell'informazione si costituisse una vera e propria centrale dedita al depistaggio rispetto all'accertamento di una verità che sembrava fin troppo semplice». Depistaggio non delle testate ma dei singoli, che hanno avviato contatti con forze dell'ordine e procure «inducendo singoli investigatori a dire o scrivere quello che serviva per avallare il grande teorema».
Ce n'è anche per i vertici del Sismi dell'epoca. Le informative provenienti da Mogadiscio, scrive Taormina, «non solo si fermavano e venivano chiuse nei cassetti, ma in non pochi casi venivano sbianchettate, nel senso che venivano espunte di aspetti molto significativi che rendevano inesistenti circostanze di capitale importanza per l'accertamento dei fatti». Taormina chiude la relazione con un omaggio a Ilaria e Miran, «due eroi del giornalismo italiano». Nessun segreto sulla morte, molti su tutto il resto.

Stefano Vespa 24/02/2006