Pier Paolo Pasolini

 

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Trentennale dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini  1975-2005

E’ l’una e mezza di notte del 2 novembre 1975, e sul lungomare Duilio di Ostia c’è una gazzella della polizia in servizio perlustrativi.All’improvviso, un’Alfa GT 2000, una bella macchina per quei tempi, le passa davanti a tutta velocità, contromano e imboccando un senso vietato. Non si ferma all’alta dei militi, cosi i poliziotti fanno un’inversione di marcia e si lanciano all’inseguimento, la raggiungono all’altezza di uno stabilimento balneare, la stringono contro la carreggiata e la obbligano a rallentare e quindi fermarsi.

Dalla gazzella scende un agente che va a vedere chi c’è in quell’auto e perché stia scappando così, ma non fa in tempo a distinguere il conducente che l’Alfa riparte e cerca ancora di fuggire. Di nuovo all’inseguimento sul lungomare di Ostia. I poliziotti raggiungono  l’Alfa, la stringono ancora contro il marciapiede e questa volta l’agente tira fuori il mitra e lo fa vedere al conducente. La macchina si ferma. Dall’auto scende un ragazzo, sembra un adolescente, tenta di scappare a piedi, di nuovo viene preso e immobilizzato con le manette. Si chiama Pino Pelosi, ha diciassette anni ha precedenti penali per vari furti, nel giro della mala della  periferia romana lo chiamo “la rana”. O anche pelosino Perché Pelosi scappava, in quel modo.?

 

L’auto è stata rubata? Di chi è?Dal libretto di circolazione risulta essere di proprietà di Pier Paolo Pasolini . Si lo scrittore, poeta e regista cinematografico. Uno famoso, sembra che Pelosi abbia rubato l’auto di un personaggio famoso.

Pelosi viene arrestato e portato a Casal del Marmo, il carcere minorile della capitale.

Pelosi viene rinchiuso in cella insieme ad un altro ragazzo, ed a questo confida che ha ucciso Pier Paolo Pasolini, tanto è inutile nasconderlo, sa che verrà scoperto di li a poco.

Alle foci del Tevere, vicino a Ostia, c’è una spianata in una zona che si chiama Idroscalo. E’ una zona popolare, un po’ degradata, piena di casette abusive che assomigliano più a baracche.

Il corpo di Pisolini si trova proprio li, vicino a una strada in terra battuta che collega Ostia a Fiumicino. In mezzo ad un campetto di calcio chiuso da una recinzione. Accanto a lui, e sotto di lui, ci sono pezzi di legno insanguinati, ciocche di capelli e un anello, un anello d’oro con pietra rossa e la scritta” United States Army”. Poco lontano, vicino alla porta del campetto, c’è una camicia di lana a righe imbrattata di sangue, molto sangue, sul dorso e sulle maniche.

Una tavoletta sporca di sangue e di capelli. E un’altra, rotta in due pezzi, con sopra scritto << via dell’Idroscalo>>.

 

Ci sono anche tracce di pneumatici che dalla porta del campetto arrivano fino a Pasolini. Poi c’è lui, Pier Paolo, è steso in avanti, la tempia e la guancia sinistra appoggiate sul terreno, il braccio destro scostato dal corpo e il sinistro sotto.. Indossa una canottiera sollevata dal dorso, con un solo piccolo strappo, e calzoni abbottonati alla cintola.

Pier Paolo viene voltato sulla schiena, è stato massacrato come difficilmente si può immaginare. E’ coperto di sangue, ha ecchimosi sulla testa, sulle spalle, sul dorso e sull’addome. Ha la mano sinistra fratturata in più parti, dieci costole spezzate, ha profonde ecchimosi al volto e il naso fratturato verso sinistra. Un massacro eseguito con una ferocia inaudita.

Gli inquirenti sanno oramai chi è quell’uomo, tutta l’Italia lo  conosce, ma occorre un riconoscimento ufficiale da parte di un parente un amico, uno di questi viene rintracciato, è Giovanni Davoli detto”Ninetto”, di professione attore, grande amico di Pier Paolo. Alle domande dei carabinieri dice: << riconosco senza ombra di dubbio che il cadavere che mi avete mostrato è quello di Pier Paolo Pasolini

mio amico. Ninetto Davoli è scosso , inorridito.

 

La morte di Pier Paolo è una notizia che colpisce tutta l’Italia, all’Idroscalo nei giorni successivi migliaia di persone si recano a deporre mazzi di fiori.

Pier Paolo Pisolini è uno degli intellettuali più attivi e originale in quegli anni, molto vicino alla sinistra, al PCI, ma anche molto critico nei suoi confronti. Un omosessuale, che non fa niente per nascondersi. Pier Paolo è uno che non passa inosservato, lui è uno che lascia sempre il segno, in qualsiasi sua iniziativa.

Poeta, autore di romanzi come Ragazzi di Vita , Una vita violenta,Pier Paolo è uno degli scrittori più attenti alla realtà che cambia. Soprattutto alla realtà nascosta e poco raccontata delle borgate, degli emarginati, di quello che una volta si chiamava sottoproletariato.

Ai suoi funerali una folla immensa di intellettuali, attori . registi, scrittori, gente comune.

Si vedono alcune persone entrare da una porta, una di loro alza il pugno nel saluto comunista, Franco Citti che scuote la testa sconsolato, Laura Betti, sua grande amica che piange, Alberto Moravia dirà:

<< Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo>> Moravia è furibondo, la sua è una rabbia incontrollata, urla: << Ne nascono tre o quattro in un secolo! Quando sarà finito questo secolo Pier Paolo sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro!>>

 

Pino Pelosi

 

Pier Paolo Pasolini non è soltanto un poeta, uno scrittore e un regista, è anche un giornalista, scrive editoriali sul << Corriere della Sera>>In uno di questi , del novembre 1974, Pier  Paolo scrive un articolo intitolato Che cos’è questo golpe , che in una raccolta successiva verrà chiamato Il romanzo delle stragi.

Io so, scrive Pasolini , so chi ha compiuto le stragi, chi ha tramato, chi  ha coperto e depistato.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede,(….) che coordina fatti lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico , che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Un uomo così, se è onesto e libero, è un uomo  che da fastidio. Un intellettuale cosi, è un intellettuale scomodo

Basti pensare che Pier Paolo, in una lettera pubblicata sul<<Mondo>>, aveva pubblicamente affermato: << Andreotti, Fanfani, Rumor,e almeno una mezza dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sui banchi degli imputati. E quivi accusati di una straordinaria quantità di reati…( Pier Paolo Pasolini , Bisognerebbe processare i gerarchi DC, in << Il Mondo>> 28 giugno 1975)

 

Perché è morto Pasolini.?

Le ipotesi restano aperte. Ucciso da un ragazzo di borgata, così simile a quei <<ragazzi di vita>> di cui aveva scritto, per un litigio durante un rapporto sessuale clandestino. Ucciso da Pino la Rana, lui da solo.

Oppure ucciso da altri per una lezione da dare ad una persona come lui, omosessuale e comunista, da attirare in una trappola. Pino Pelosi viene avvicinato da Pasolini , torna al bar per consegnare le chiavi e intanto avverte gli amici, anche loro ragazzi di borgata così simili ai protagonisti dei suoi romanzi. Che lo seguono, lo tirano fuori dalla macchina e lo massacrano, spinti da violenza cieca della nuova gioventù che Pasolini  aveva già descritto, dall’odio, anche politico, nei confronti di un uomo come lui, << frocio e comunista>>.

Oppure ucciso con premeditazione, da qualcuno che ordina l’azione, aspetta che si presenti il momento giusto, e quando arriva raccoglie la gente e ordina il massacro, perché Pasolini   è un intellettuale scomodo, uno che da fastidio, uno che non deve esserci più.

Le nuove rivelazioni di Pelosi, sembrano avvalorare tale tesi, Pasolini, dichiara Pelosi, è stato ucciso da tre sconosciuti sbucati dalle ombre della notte, hanno tirato fuori dall’auto Pier Paolo e lo hanno massacrato, tanto da ridurlo in una poltiglia informe di sangue raggrumato. Perché Pelosi parla solo oggi? Secondo le sue dichiarazioni, non parlò mai di quello che accadde veramente quella notte perché gli aggressori lo minacciarono dicendogli:<< fatti i cazzi tuoi, altrimenti facciamo fuori tua madre e tuo padre, ha noi non ci hai mai visto>>. Può essere plausibili tale spiegazione? Il mistero comunque rimane, probabilmente non conosceremo il movente né gli eventuali mandanti, nonché gli esecutori materiali del massacro Pier Paolo Pasolini è un intellettuale che lascia il segno. Le sue riflessioni, espresse con le parole secche di un saggio o come quelle poetiche di un verso o nell’immagine di un film, hanno quasi trent’anni, ma mantengono un’attualità straordinaria.

A distanza di quasi trent’anni, c’è  da chiedersi cosa avrebbe pensato della situazione attuale, della nostra classe politica, di Berlusconi, della globalizzazione, del revisionismo, lui che in parte nei suoi scritti, nelle sue poesie nei suoi film ne aveva già parlato, e che oggi sembrano di straordinaria attualità.

 

Sergio Citti

 

"So io chi ammazzò Pier Paolo non mi hanno mai voluto sentire"

Il regista Sergio Citti, amico dello scrittore: fatemi testimoniare "Il delitto fu una colossale messa in scena"

8 maggio 2005 – Anna Maria Liguori

"Pino Pelosi ha detto tante bugie, bisogna riaprire l'inchiesta. Per fargli dire la verità, tutta fino in fondo, dovrebbe rispondere alle mie domande. Vorrei un confronto con lui. Io so, con esattezza, come sono andati i fatti". Sergio Citti, 72 anni, amico fraterno e stretto collaboratore di Pier Paolo Pasolini, è da anni molto malato. La sua mente però è lucida e al telefono si commuove più volte mentre racconta la sua versione dei fatti "quella che - dice - doveva venir fuori trent'anni fa".

Perché è così sicuro che Pelosi mente?
"Ho parlato con Pier Paolo l'ultima sera, prima che uscisse. Mi disse che andava alla stazione Termini perché aveva appuntamento con un gruppo di ragazzi, non con tre com'è stato detto, ma con cinque come ho appurato dopo. Non mi nominò mai Pelosi, non disse "vedo un amico" come sempre faceva. Non c'erano segreti tra noi. Queste cose avrei voluto dirle ai giudici ma non sono stato mai chiamato a testimoniare. A quel tempo la cosa che si temeva di più era fare chiarezza..."

La colpa secondo lei è di chi ha fatto le indagini?
"I giudici hanno fatto un processo disonesto. Nessuno ha voluto cercare la verità. Io ho filmato i posti dove dicono sia avvenuto il delitto, ho ricostruito minuto per minuto quello che è successo in quelle ore. Avevo una "gola profonda". Parlavo con una persona che mi ha raccontato di quella sera. Una testimonianza di prima mano, vera, attendibile. Lui ha visto. Io a Pelosi direi solo un nome, quello di questa persona, e lui sarebbe costretto a dire finalmente quel che sa".
Qual è la verità che secondo lei non è mai stata svelata?
"Pino Pelosi era solo un ragazzo. Ha fatto da esca a quei cinque. Non erano amici suoi, questo è da sottolineare. Lui non conosceva neppure i loro nomi. L'hanno solo usato, serviva qualcuno a cui accollare il delitto. Pelosi è dovuto stare al gioco di questa gente, gente "rispettabile" che aveva ordinato l'omicidio. Il ragazzo non aveva nessuna possibilità di ribellarsi, anche se avesse voluto. Pier Paolo è stato ammazzato sulla Tiburtina e poi è stato portato a Ostia dove lo ha trovato la polizia. Sono stati gli altri a metterlo in macchina e a trasportarlo fin lì".

E' la tesi del complotto che gli inquirenti hanno scartato.
"E hanno commesso un errore. La sua morte è convenuta a tante persone. A chi aveva paura della sua mente, del suo spirito e della sua capacità di essere libero. L'Italia deve molto a Pasolini. Eppure per lui la maggior parte della gente, ora come allora, non prova né odio né amore ma solo morbosità. Nessuno lo conosce davvero. All'estero sì, lo studiano, sanno chi è, ne ammirano la grandezza e ce lo invidiano. E io prima di morire vorrei che si facesse luce sulla sua assurda morte".

 

Pasolini, nessuna nuova inchiesta ma la parte civile non ci sta

Le ultime dichiarazioni di Pelosi non vengono ritenute sufficienti Ma la parte civile non ci sta: "Presenteremo una nuova memoria"

E Citti, amico fraterno dello scrittore, rivela un possibile movente "Fu la punizione per una fallita estorsione legata alle bobine di Salò"

La Procura di Roma ha ribadito oggi di non voler riaprire le indagini sull'omicidio Pasolini. Malgrado le ultime dichiarazioni di Pino Pelosi, che per la prima volta ha detto di non essere lui il colpevole della morte dello scrittore, che invece sarebbe stato vittima (secondo la sua nuova ricostruzione) di una spedizione punitiva compiuta da tre persone. Secondo quanto è trapelato da Palazzo di giustizia i magistrati riterrebbero insufficienti i motivi per riprendere il mano l'indagine sull'omicidio, avvenuto il 2 novembre 1975. I legali della famiglia, però, non ci stanno: l'avvocato di parte civile, l'avvocato Nino Marazzita, domani depositerà una memoria contenente i nuovi elementi, come lui stesso ha annunciato oggi. Un modo per spingere la Procura a indagare di nuovo.

Marazzita ha precisato che l'iniziativa è stata decisa in seguito alle "nuove tracce investigative fornite dalle dichiarazioni rilasciate da Pino Pelosi in tv e dal regista Sergio Citti sulla stampa". Si tratterebbe, secondo il legale, di "tracce che vanno solidificate da un punto di vista giudiziario: dovrà quindi essere aperto un nuovo fascicolo".

 

Intanto anche Citti, amico fraterno di Pasolini - e da sempre sostenitore della tesi che lo scrittore fu vittima di una vera e propria esecuzione - oggi ha ribadito di voler essere sentito dai magistrati, cosa che non avvenne ai tempi dell'omicidio. Il regista, 72 anni, malato, da alcuni mesi costretto su una sedia a rotelle, ha ricordato i giorni precedenti l'omicidio. Fornendo anche un possibile movente.

"Fecero un furto della pellicola del film Salò alla Technicolor - ha raccontato - il giorno dopo venne uno da me, che conoscevo, e mi disse: 'Sergio, vogliamo parlare con Pasolini per il materiale che hanno dei ragazzi, che vogliono dei soldi, 2 miliardi. Telefonai a Pasolini ed andammo dal produttore, Grimaldi, che mi disse 'posso dare al massimo 50 milioni'. Quell'uomo tornò da me e mi portò al bar dove si aggirava Pelosi. Io aspettai fuori, lui andò dentro: qualcuno gli disse 'No, non accettiamo'".

Poi Citti ha proseguito nel suo racconto: "Questi volevano il numero di Pasolini. La sera prima di partire per Stoccolma Pier Paolo, io e la mia ex moglie abbiamo cenato assieme a Pasolini e a Ninetto Davoli a Ostia. Pasolini mi disse che un ragazzo gli aveva telefonato, che non volevano più una lira e che gli volevano riconsegnare il materiale. Pier Paolo allora disse 'domani vado a Stoccolma, quando torno li vedro', mi hanno detto 'Ci dispiace , vogliamo ridarti tutto'".

 

"Tanto è vero - prosegue Citti - che quando tornò gli telefonai, dicendogli: Pier Pa', ci vediamo? ma lui rispose: 'No, Sergio, stasera devo andare a mangiare con Ninetto e poi devo andare da questi ragazzi'. Così fece, non dicendo nulla a Ninetto, andando poi alla stazione Termini, dove c'era Pelosi, e restandoci venticinque minuti. Qui Pelosi telefonò, non so a chi, e qualcuno gli disse: 'A mezzanotte ed un quarto vieni e gli diamo la roba'. Allora Pasolini ha aspettato, è andato lì ed invece, così mi fu raccontato, lo hanno aggredito, è scappato, l'hanno ripreso e bastonato, fece finta di essere svenuto. Qualcuno all'Idroscalo vide ciò che accadeva, ma non ha mai testimoniato".

8 Maggio 2005 – “La  Repubblica

 

Pasolini, Procura ordina

Marazzita: "Ha l'obbligo di avviare nuovi accertamenti su una vicenda che ha lasciato perplesse troppe persone"

Con la dovuta cautela ("Aspettiamo di vedere quali elementi nuovi intenderà produrre la parte civile, poi sarà fatta una valutazione di tutto"), la Procura della Repubblica di Roma cambia atteggiamento sulle rivelazioni di questi giorni, in merito alla morte di Pier Paolo Pasolini e, tra oggi e domani - secondo quanto si apprende da piazzale Clodio - aprirà un fascicolo intestato "atti relativi a", ossia senza ipotesi di reato e senza indagati. L'incartamento sarà costituito da articoli di stampa, e dalla memoria che l'avvocato Nino Marazzita, legale di parte civile per conto della famiglia Pasolini, presenterà domani, e non oggi come annunciato in precedenza.

"Penso di poter andare soltanto domani a piazzale Clodio - ha spiegato Marazzita - sono ancora in attesa di ricevere dalla Rai la registrazione della puntata con l'intervista di Pelosi. Ritengo, in ogni caso, che la magistratura abbia l'obbligo di avviare nuovi accertamenti per fare luce su una vicenda che sin dall'inizio aveva lasciato perplesse troppe persone".La riapertura del caso Pasolini è iniziata lo scorso fine settimana, con le nuove dichiarazioni che Giuseppe Pelosi, condannato per l'omicidio del 2 novembre 1975, ha rilasciato a Franca Leosini nel corso del programma televisivo Ombre sul giallo, in onda sabato 7 maggio alle 23.30 su RaiTre. Ovvero - ribaltando quanto invece dichiarato trent'anni fa, prima di essere condannato - che quella notte, all'Idroscalo di Ostia, non fu lui a uccidere il regista-scrittore, ma tre balordi.

In un primo momento i magistrati romani si erano detti non convinti dalle dichiarazioni di Pelosi. Poi, la notizia della possibilità dell'apertura di un fascisolo. La questione sarà probabilmente affrontata oggi dal procuratore Giovanni Ferrara e dall'aggiunto Italo Ormanni. Gli inquirenti intendono acquisire l'intervista di Pelosi e quella del regista Sergio Citti, grande amico di Pasolini, il quale ha dichiarato di essere a conoscenza di alcuni elementi utili a fare chiarezza su quanto accadde quella notte. I due saranno poi convocati in procura per essere interrogati.

9 Maggio 2005

 

Il monumento all’Idroscalo di Ostia

 

Siamo tutti in pericolo. Un’intervista rilasciata a Furio Colombo nel 1975. Pubblicata sull’Unità del 1 novembre. Si tratta dell’ultima sua intervista , poche ore prima della sua morte.

Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto "Tuttolibri" del quotidiano "La Stampa" l’8 novembre del 1975 Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. "Ecco il seme, il senso di tutto - ha detto - Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: "Perché siamo tutti in pericolo".

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò "la situazione", e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La "situazione" con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della "situazione". Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo..

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, "assurdo" non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, "la situazione", e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (...)

 

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo... È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno - se torno - ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire "evidenza". Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è "stare con i deboli". Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei "consumato" avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo- cinese, che cosa ti resta?

 

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

 

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere "di che segno sei". Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse - se ha ancora un soffio di vita - in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la "situazione". È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del "cantando sotto la pioggia". Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

 

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato "la vita violenta". Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione "più avanzata"...

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

 

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me,forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così - non so se accetti questa domanda - come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. "Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina". Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma

Fonte: Archivio L’Unità,

 

Dopo 30 anni si riapre il caso

Dopo 30 anni il ''caso Pasolini'' viene finalmente riaperto. Una riapertura che prende l'avvio da una dichiarazione straordinaria rilasciata da chi, trent'anni fa, si addossò tutte le responsabilità del delitto di Pier Paolo Pasolini e che non ha mai rivelato la verità - la sua verità - , su quello che successe la notte del 2 novembre 1975, all'idroscalo di Ostia.
''Non sono io l'assassino di Pier Paolo Pasolini''. Così ha confessato l'ex ''ragazzo di vita'' Pino Pelosi, detto Pino ''la rana'',  alla giornalista Franca Leosini, ideatrice e conduttrice del programma televisivo ''Ombre sul Giallo'', in onda sabato scorso (7 maggio) su Raitre.
Una confessione che ribalta completamente la sua versione, rilanciando la nuova pista che gli inquirenti non hanno mai battuto ma che molti all'epoca dei fatti ipotizzarono.
Una pista mai battuta ma che in molti conoscevano ed ipotizzarono. Come Oriana Fallaci, che sulle pagine dell'Europeo, a 12 giorni dal delitto scrisse: ''Esiste un'altra versione della morte di Pasolini; una versione di cui probabilmente le forze di polizia sono già a conoscenza, ma di cui non parlano per poter condurre più comodamente le indagini...''. Una confessione che arriva dopo 30 anni perché, ha detto Pelosi: ''Adesso sono solo, non ho più famiglia, i miei sono morti. Ho 46 anni e pago sempre per quell'omicidio... E poi perché queste persone saranno morte probabilmente''.
Persone che hanno ucciso Pasolini, quelle indicate Pelosi, senza un nome, persone che nell'accusa di trent'anni fa nei confronti dell'allora 17enne Pino ''la rana'' furono denominate ''ignoti''.
''Credo volessero dargli una bella lezione. Una cosa tipo tre mesi di ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura''. Così ha detto Pelosi nella trasmissione.

 
Paura che misero però a Pelosi, che temendo conseguenze per i propri familiari confessò di essere l'autore dell'omicidio, e senza mai ammettere la sua verità scontò i nove anni di carcere, uscendo in semilibertà dopo sette. Uomini, senza nome che Pelosi dice di non aver mai visto prima. Gente senza scrupoli con l'accento del sud, siciliani o calabresi, che minacciarono di morte lui e la sua famiglia.
All'epoca dei fatti però, dei possibili nomi qualcuno li aveva fatti: l'avvocato Nino Marazzita, che difendeva Pelosi e che nonostante la sua confessione, chiese la riapertura del caso citando come teste chiave l'ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone, che aveva condotto le indagini. Sansone nel 1975 disse: ''Pelosi non era solo. Con lui c'erano anche i fratelli Borsellino di Catania, furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano lì''. Ma Pelosi insistette: ''No, ero solo quella notte. Sono dei bugiardi, vogliono farsi pubblicità alle mie spalle, prenderò provvedimenti''.
A non credere alla versione di Pelosi, trent'anni fa, Gianni Borgna, che negli anni Settanta era segretario della Fgci romana: ''Sono sempre stato convinto che Pelosi non c'entrasse nulla: è stato costretto con le minacce ad assumersi la responsabilità del delitto che fu commesso da altri. E non penso ad un movente strettamente politico'', ha detto Borgna, che pronunciò la commemorazione solenne ai funerali dello scrittore

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La nuova confessione di Pelosi non meraviglia il regista Marco Tullio Giordana, autore di un libro sulla vicenda e del film ''Pasolini, un delitto italiano'', che nel 1995 fece tanto discutere e riaprire l'inchiesta, poi chiusa senza nulla di nuovo. ''Penso che Pelosi - ha detto il regista - sia stato un semplice spettatore del delitto: i veri esecutori lo costrinsero ad assumersi la responsabilità perché all'epoca era minorenne e avrebbe avuto una condanna meno severa''. Il regista afferma, inoltre, di avere avuto le confessioni di alcuni testimoni che però non furono disposti a ripeterle in tribunale e che per evitare polveroni e polemiche non inserì nel sul film.

E dopo le rivelazioni di questi giorni, la Procura della repubblica di Roma, che in un primo momento aveva detto ''sarebbe stato impossibile riaprire l'inchiesta sul ''caso Pasolini'' con le sole dichiarazioni rilasciate in un intervista'', ha cambiato rotta ed entro domani mattina aprirà un fascicolo intestato ''atti relativi a...'', ossia senza ipotesi di reato e senza indagati.
La decisione è del procuratore dirigente Giovanni Ferrara e a seguire gli sviluppi sarà il procuratore aggiunto Italo Ormanni.
Il fascicolo raccoglierà per il momento gli articoli di stampa, la memoria che l'avvocato Nino Marazzita già parte civile nel processo contro Pino Pelosi presenterà domani alla procura nonché le testimonianza dello stesso Pino Pelosi e del regista Sergio Citti che ieri in una intervista pubblicata da un quotidiano romano ha detto tra l'altro ''So chi ha ucciso, Pelosi fu l'esca''.
I due saranno poi convocati in procura per essere interrogati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1975.In morte di Pier Paolo Pasolini Alcuni articoli scritti da Pier Paolo per il <<Corriere della Sera>>

La morte di Pier Paolo Pasolini

Ma cosa aveva in  testa”?

Un’indagine tra trame nere e misteri

 

 

 

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