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Avvenimenti Italiani Via Mario Fani
Aldo Moro |
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Sette giorni lunghi un
secolo Il sequestro di Aldo
Moro La classe politica è sconvolta: il leader
democristiano è in mano alle Brigate rosse e i cinque uomini di scorta sono
stati uccisi Seicento secondi, tra le nove e cinque e le nove e
quindici di giovedì 16 marzo. E’ il tempo servito alle Brigate rosse per uccidere
cinque agenti di scorta, rapire il presidente della DC Aldo
Moro, far perdere le proprie tracce e assestare un colpo allo stomaco della
fragile Repubblica italiana. Senza commettere un solo errore, con una
perfezione tecnica che ha prodotto nell’opinione pubblica un disorientamento
forse maggiore di quello causato dal sequestro Moro in se. L’operazione scatta poco prima dell’alba, in via Brunetti, una piccola strada
vicino a piazza del Popolo. Qui un gruppo di “sconosciuti” squarcia
le quattro ruote del pulmino appartenete al fioraio Antonio Spiriticchio. Scopo dell’azione impedire al fioraio di
andare, come ogni mattina, a vendere tulipani e mimose all’angolo di via Mario Fani e via Stresa. Al
suo posto ci sarà uno dei dodici brigatisti ( la donna) che farà da palo ai rapitori del
presidente democristiano. Altri quattro, travestiti da Steward dell’Alitalia si nasconderanno davanti al bar Olivetti, da mesi chiuso per
fallimento. Gli altri sette saranno sulle cinque auto e sulla moto Honda che subito dopo il fulmineo attacco porteranno i terroristi lontano dal luogo del rapimento.
Alle nove e quattro minuti compare in cima a via
Fani Quel che accade nelle frazioni di
secondo successive non è stato ancora ricostruito con precisione; di certo si
sa solo che i brigatisti hanno colpito uno ad uno gli uomini della scorta (
solo un agente è riuscito ad uscire dalla macchina e sparare qualche colpo
per poi essere ucciso da un proiettile in piena fronte) afferrano Moro e si
dileguano per via Stresa e via Trionfale. Di lì, almeno una parte di loro si dirige in via Belli, una stradina privata per accedere alla quale
è necessario tagliare con una tronchesi una catenella, poi in via Massimi e
infine in via Licinio Calvo alla Balduina, una piccola ed elegante strada
destinata a passare alla storia come simbolo dell’inefficienza della polizia
italiana. Qui infatti, alle nove e
venticinque del 16 marzo i brigatisti lasciano una sola auto; qualche ora
dopo ne portano un’altra e due giorni dopo una terza. Il tutto sotto gli
occhi di polizia e autorità inquirenti. Quelle stese autorità inquirenti, che
intanto fanno trasmettere in Tv 20 foto di brigatisti, la metà delle
quali non sono brigatisti, due sono della stessa persona già in prigione da
tempo. Ma questo non sono le sole prove di inadeguatezza e smarrimento offerte dagli
inquirenti in questa settimana. “ Nel frattempo Andreotti
dava vita al nuovo governo. La mattina di quel giovedì di passione, politici e sindacalisti avevano tenuto i
nervi abbastanza saldi. Certo, l’emozione aveva
provocato qualche sbandamento. Carlo Donat
Cattin imputava quanto era accaduto
all’accordo con i comunisti per dar vita al nuovo
governo Andreotti. Ugo La
Malfa chiedeva l’introduzione della pena di morte, il senatore Giuseppe Saragat
suggeriva di impegnare i i paracadutisti nella
guerra ai brigatisti, alcuni deputati DC suggerivano al Ministro dell’Interno
Cossiga di dimettersi, altri erano sopraffatti da
crisi di pianto. Ma nel complesso la reazione politica (scioperi nella
mattinata, manifestazioni e edizioni straordinarie dei quotidiani dei
giornali di partito)
era riuscita ad arginare la paura e gli isterismi che si
manifestavano qua e là nella popolazione come gli assalti ai supermercati per
fare incetta di generi alimentari, erano state le sole più vistose. La proclamazione dello sciopero generale, ripopolando le
piazze, contribuì a sbloccare questa psicosi. Inizialmente nel partito
comunista, come Giancarlo Pajetta, aveva giudicato
sbagliata la decisione di Lama , Benvenuto e Macario
di indire lo sciopero. Ma doveva ricredersi quando alle Botteghe Oscure cominciarono ad
arrivare le notizie dalle fabbriche: quasi dappertutto gli operai, spesso
prima ancora delle direttive delle confederazioni, avevano incrociato
spontaneamente le braccia. Se lo sciopero non fosse stato indetto, si sarebbe
verificato un clamoroso
caso di scavalcamento. Nel pomeriggio però la classe politica commise i primi
errori: il dibattito parlamentare per il precipitoso ( anche giustificato)
varo del governo fu trasmesso in televisione senza un’adeguata chiave di
lettura, col risultato che buona parte dei telespettatori o si sentivano
disorientati, o sospettarono che si trattasse d’un
diversivo dal vero, o tragico problema del momento. Lo stesso presidente Andreotti , forse stremato dalla tensione ( fra l’esposizione del
programma alla Camera e al Senato fu costretto a cambiare l’abito inzuppato
di sudore e fu paralizzato da continui conati di vomito), non offrì ai
parlamentari e al pubblico quel che ci si attendeva da lui: un chiaro
esauriente punto sulla situazione. Emozione e urgenza erano comunque buone attenuanti, in quei primi errori. Più
tardi, cioè nei giorni immediatamente successivi,
non lo potevano più essere. I giorni successivi sono stati occupati da tutti i
partiti in un estenuante susseguirsi di vertici che portavano a risultati
poco vistosi. Fu senz’altro una consolazione
veder seduti allo stesso tavolo, Zaccagnini, Berlinguer, Craxi,
Biasimi e
Romita. Ma la cosa non produsse effetti di gran
rilievo. Lunghe discussioni sull’eventualità di mettere una taglia da un
miliardo sui rapitori, sull’opportunità di impiegare l’esercito nella ricerca
dei terroristi e alla fine fu deciso che l’esercito collaborasse con la
polizia e i carabinieri. Non fu approvata la richiesta di alcune
forze politiche di adottare il fermo di polizia per 4 giorni. E dopo questa sequela di esclusioni
e rinvii quali misure si sono adottate? Il governo ha riesumato i
provvedimenti previsti dagli accordi del luglio 1977. Nel frattempo la
mobilitazione popolare a venir meno, il transatlantico di Montecitorio
iniziava svuotarsi( sabato e domenica è rimasto come sempre deserto) e il
sequestro Moro stava diventando un affare di normale amministrazione. Intanto cominciavano a parlare gli “esegeti” ( il deputato
comunista Antonello Trombadori, il democristiano Andrea
Borruso, il neo ministro del lavoro Vincenzo
Scotti) ha intravisto , in ciò che è successo alla
fine della settimana scorsa quasi una prova generale in vista di un colpo di
Stato, nessuno di loro si è avventurato alla ricerca di chi potrebbe tentare
oggi un golpe nel nostro paese, << ma bisogna stare ugualmente attenti
perché quando lo straordinario diventa ordinario>> ha detto Scotti
parafrasando un motto di Che Guevara, <<
qualcuno può tentare un colpo di Stato>>. Quasi a suggerire che tra non
molto tempo anche il rapimento Moro potrà essere considerato come un fatto
ordinario, uno tra i tanti segnali crisi endemica della società italiana. Se e quando accadrà, quello sarà il segnale che l’Italia è
entrata in una di quelle fasi della storia ( come furono la crisi della
Repubblica di Weimar, l’assassinio di Dolffuss nel In questo senso è altrettanto sintomatica e inquietante la
comparsa a Milano di un primo “squadrone della morte” 8 uccisione a freddo di
due giovani della sinistra extraparlamentare - Fausto e Iaio
- a Milano). Così come inquietante è il
modo con cui stampa, televisione, partiti sembrano che la soluzione dei
problemi venuti alla luce con il rapimento Moro possa indagando meglio su un
tipo di “testina IBM” che abbia battuto il messaggio delle Brigate rosse, o
ispezionando con maggiore accuratezza via Licinio
Calvo. Fino a questo momento, non sembra probabile che Polizia e
Carabinieri e Guardia di Finanza, l’Esercito o tecnici inviati dalla Germania Federale troveranno la “prigione del
popolo” in cui l’Onorevole Moro è rinchiuso e”processato”. Anche se ci riuscissero – come tutti sperano – i problemi
posti da questo parossistico acutizzarsi della violenza politica in forme
nuove e terribilmente efficaci non sarebbero risolti. Andrebbero affrontati
con un dibattito approfondito, e un coinvolgimento del paese senza
precedenti: prima che l’adozione di leggi superrepressive e
anticostituzionali, imposte dal succedersi dagli eventi prima ancora che
dalla scelta del Parlamento, appaia come l’unica via
praticabile. Intanto, al processo di Torino, Curcio
e i suoi amici annunciano il processo ad Aldo Moro, parlando come
se fossero loro i presidenti di un “controtribunale”.
E il presidente del tribunale vero, mette a verbale. Paolo Mieli – 26 marzo 1978 |
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