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Aldo Moro..le reticenze
delle Brigate rosse |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Una tesi ed una convinzione ritenuta
valida ed attendibile da molti osservatori sul fatto che, le Brigate rosse, erano comunque sole nell’operazione di via Fani, senza aiuti
“esterni” né servizi segreti di paesi stranieri. Restano però i silenzi degli
ex terroristi su alcune questioni non di secondo piano. Il rapimento e l’uccisione di Aldo
Moro presenta a distanza di 29 anni da quel 16 marzo 1978 troppi, ma nulla
che si possa correttamente definire <<mistero>>, o che sembri
suscettibile di rivoluzionare il quadro messo insieme fino ad oggi. I
problemi tuttora aperti sembrano sostanzialmente quattro: * la moto Honda presente la
mattina del 16 marzo in via Fani, e l’eventuale ruolo ricoperto dalle due
persone che erano a bordo di essa: * le operazioni relative al
furgone brigatista in via Giancarlo Bitossi ed
all’abbandono in via Licinio Calvo entrambe strade a poca distanza e nel
quartiere della Balduina: * l’identità di chi ingaggiò Toni Chichiarelli
per fargli confezionare il falso
comunicato ( n° 7) relativo al lago della Duchessa: *
il luogo
esatto dell’incontro Piperno – Moretti avvenuto nell’estate del 1978, e
l’identità dell’anfitrione che mise a loro disposizione un non meglio
precisato << appartamento borghese >> del quartiere Prati, a
Roma. Sui primi due punti gravano forti
sospetti che qualcuno l’abbia fatta franca fino ad
oggi. Sul terzo, non pare affatto che siano in
questione reati, ma sarebbe comunque interessante ricostruire puntualmente
l’intero iter dell’episodio. Sul quarto, la sensazione che qualche
fiancheggiatore dei terroristi sia rimasto impunito
è praticamente certezza. ( area dell’Autonomia
operaia ). A parte la faccenda del comunicato apocrifo, tali residue
oscurità dipendono innanzi tutto da perduranti silenzi degli ex brigatisti. I
diretti interessati oscillano tra professioni di totale sincerità e parziali
ammissioni di reticenza, le quali non bastano da sole ad invalidare le prime. Pertanto si può affermare con sicurezza che, almeno in un
certo grado e su alcuni punti, nel comportamento degli ex brigatisti permane
una componente omissiva. Stabilito ciò, quale
importanza e quale significato attribuire al fatto in sé che sussistano reticenze in merito
ai punti suddetti? E’ più fondata l’ipotesi che dietro tali resistenze debbano nascondersi verità sconvolgenti, come pensano
alcuni magistrati e la quasi totalità degli osservatori, oppure l’altra,
secondo la quale la non collaborazione da parte dei terroristi dipende da tutt’altri fattori, e riguarda solamente punti ben
precisi i quali, con ogni probabilità, hanno modesta importanza nell’economia
globale della vicenda Moro? In proposito Moretti, in
una famosa intervista concessa a Sergio Zavoli, ha fornito una motivazione
dei propri silenzi forse prosaica, ma robusta: << Moretti – Non posso, le ripeto….
Vede. purtroppo so che fa una brutta impressione
però questi dettagli, e moltissimi altri, non
avrei alcuna difficoltà a chiarirli, perché sono delle banalità che
non spostano nulla della valutazione storica e politica sull’episodio e
sull’intera storia delle Brigate rosse, non aggiungerebbero niente di significativo…. Zavoli – E allora? Moretti – Allora che cos’è? E’ che ciascuna di queste
specificazioni porterebbe quasi certamente della gente in galera, perché
questa storia che politicamente è finita non è una storia giuridicamente
finita….>> L’esperienza,
fino ad oggi induce a ritenere che le cose siano effettivamente in questi
termini – moralmente e giuridicamente inaccettabili -. Si ricordi che tutte le volte
che si sono registrati esempi di rivelazioni differite nel tempo, anche su un
tema di grande rilievo, per l’appunto sono sempre e
comunque venuti alla luce personaggi anche loro appartenenti alle Brigate
rosse, e le nuove circostanze sono apparse del tutto in linea con le
precedenti conoscenze. Per anni gli ex brigatisti hanno affermato che i
partecipanti all’azione di via Fani erano sette, poi
dalla loro memoria ne sono riemersi altri due (Casimiri
e Lojacono), poi ancora un’altra (Rita l granati)
per arrivare a quota dieci ( senza contare i due misteriosi motociclisti che
probabilmente non si trovavano li per caso) ; dunque, i tre aggressori che
prima erano stati taciuti non erano estranei, né emissari di apparati non
identificati, bensì sono risultati essere anch’essi brigatisti, i quali sono
riusciti a sottrarsi alla giustizia. Per anni gli ex brigatisti hanno dichiarato altresì che i<<
carcerieri >> di Moro erano soltanto tre, e solo negli anni Novanta si
sono decisi ad aggiungere che esisteva un quarto uomo, il quale addirittura
aveva affiancato Moretti al momento dell’uccisione del sequestrato, il quarto
uomo era Germano Maccari, il che ha cambiato il
destino suo, ma non la storia del delitto del quale egli era stato
corresponsabile. Per anni ,
di nuovo, si sono avute risposte contrastanti in merito alla località nella
quale si riuniva il Comitato Esecutivo dell’organizzazione terroristica, ed
al nome dell’anfitrione della situazione, e solo in tempi relativamente
recenti si è aggiunto un livello che può considerarsi di certezza, più grazie ai riscontri che ad
espliciti contributi da parte dei protagonisti. In questo caso, la città era
Firenze ( né New York, Mosca, Praga né Tel Aviv, e
la sede in questione era l’appartamento di Barbi, e non la villa di Gelli o di Markevitch, né il
quartiere di chissà quali occulti poteri. Il caso Maccari, in particolare, dovrebbe far riflettere. Egli,quando fu tirato in ballo, inizialmente tentò di negare
tutto, e trovò appoggi in una diffusa opinione secondo la quale il
<<quarto uomo>> non avrebbe dovuto essere semplicemente un
comprimario, bensì un personaggio di notevole levatura e di ben altra estrazione, possibilmente idoneo ad
avallare ipotesi di complicità tra Brigate rosse ed altre forze. Le prove a carico di Maccari si dimostrarono tali da inchiodarlo e
costringerlo a confessare. L’esito positivo di
questo episodio ormai passato non deve far dimenticare, per il presente e per
il futuro, quanto possa essere fuorviante la tendenza, - che si è notata a varie riprese, durante
l’operazione – a privilegiare per principio le congetture mirabolanti, a
scapito di semplici verità che stanno sotto gli occhi. Da ciò che si è illustrato sin
qui, si ha motivo di presumere che ormai gli ex terroristi abbiano detto
quasi tutto ciò che sapevano, ma non proprio tutto, e quindi ci sarebbero i
margini per chiarire i residui dettagli ancora ignoti.. Per raggiungere tale
fine, è indispensabile però optare in favore di un approccio realistico , e
concentrare le domande sugli argomenti giusti, sebbene non siano tra i più
eclatanti. Chiedere conto a Moretti di eterodirezioni fantomatiche o di altre questioni campate
in aria, non serve, e di fatto distoglie dal porre quesiti su circostanze che
egli non può fingere di ignorare, quali l’incontro con Piperno in un
misterioso appartamento di Roma, del quale ripetutamente parlato il secondo
convenuto ( anche lui senza fare nomi, peraltro). Fonte: Odissea Aldo Moro |
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