Aldo Moro:un rapimento ed una morte annunciata

 

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La sorte di Moro era già segnata da molto tempo e l’esponente ne era consapevole. Diverse erano  stati i segnali  che le sue aperture politiche  a sinistra non fossero gradite oltreoceano. Il presidente DC era nel mirino fin dai tempi del nascente centrosinistra: doveva morire già nel 1964, alla vigilia del golpe De Lorenzo, il putsch  fallì  e non se ne fece più niente. Pecorelli lo venne a sapere  nel 1967 e al riguardo pubblicò un articolo su< Mondo d’oggi>, poche settimane prima che chiudesse i battenti.

Non erano però le Brigate Rosse , che neppure esistevano, a volere uccidere Moro, ma un nucleo golpista che con l’eliminazione del presidente del consiglio, a capo di un governo di centrosinistra, avrebbe sancito le condizioni di un traumatico cambiamento politico.

Quello che impressiona è che l’omicidio doveva essere compiuto mediante rapimento, come poi è realmente avvenuto quattordici anni dopo: quasi che le BR avessero utilizzato un copione già scritto. La realizzazione dell’obiettivo era stato affidato a un parà, il tenente colonnello Roberto  Podestà, istruttore di corpi speciali. Un gladiatore? L’ufficiale era molto vicino alla rivista su cui scriveva Mino, proprio <Mondo d’oggi>, la stessa dove gravitavano Giannettini e quel giro di intellettuali di destra che teorizzavano l’< ‘esercito ardimentoso> e <ideologicamente attrezzato> sponsorizzato dal generale golpista Giuseppe Aloja. 

Scriveva Pecorelli:

Podestà aveva una serie di cartine nelle quali erano riportati i tragitti abituali del presidente del consiglio (Moro) con tutti gli orari, il nome delle persone al seguito, il numero preciso degli agenti della Presidenza del Consiglio ed era in possesso di una serie di fotografie della casa dell’onorevole e di una lista completa di tutte le guardie speciali che si alternavano alla vigilanza del Presidente del consiglio.

L’ufficiale dei parà, all’epoca del rapimento vero, era ancora attivo, ma collocato in una zona d’ombra, dirigeva una rivista legata ai servizi segreti. E c’è un’altra strana premonizione, quella del regista Pierluigi Pingitore, certamente legato ad ambienti di destra, che mandò in scena una pièce teatrale proprio sul rapimento di Moro. Anche Pecorelli previde più volte la volontà di eliminare il leader DC dalla scena politica. Nel 75 alla vigilia della grande vittoria elettorale del PCI, che sfiorò il tetto storico del 30 per cento dei suffragi, sotto l’allusivo titolo di “Moro..bondo annunciava:< E’ proprio Moro il ministro che deve morire alle 13?>, parafrasando il titolo di un libro scritto in quegli anni da Andreotti.

Ancora nel 75, il 13 settembre , sotto il titolo”L’america esperta scherza e prevede”, faceva una sinistra profezia:< Un segretario al seguito di Ford in visita a Roma ebbe a dichiararci: vedo nero, c’è una Jacqueline  nel futuro della vostra Penisola.

Nel gennaio 76 tornò all’attacco con una vignetta in cui appariva Moro crocefisso sotto l’emblema della DC, sormontata da una falce e martello, col seguente sottotitolo < Il santo del compromesso, vergine,martire e dimesso>.

Poi commentava l’imminente collasso del governo Moro con tenebrose metafore :< Oggi assassinato con Moro l’ultimo  centrosinistra possibile, muore insieme al leader pugliese ogni possibilità di sedimentazione indolore della strategia berlingueriana>. Tre mesi prima del sequestro, le paraboliche antenne di Mino Pecorelli, molto vicino ai centri direzionale, presentivano l’imminente disastro. E il giornalista si abbandonava a cupe riflessioni:

Scriveva Pecorelli

Temiamo seriamente che la democrazia italiana non potrà reggere il peso di tanto marciume, ogni minuto c’è una nuova girandola, un nuovo scoppio di rumore e colore. Ma la festa sta per finire. Ci sarà il minuto di gravoso silenzio e poi secchi botti finali, sono bott oscuri e senza luci.

Riflessioni che diventeranno via via più precise, durante il sequestro  Moro, tanto che sul numero di<OP> in edicola il 9 maggio, giorno dell’uccisione del presidente :

Scriveva Pecorelli

Dopo il sequestro Moro tutto in Italia procede velocemente. Troppo per essere comprensibile e univoco.. Dopo aver  accecato i servizi segreti. Bendando gli occhi ai governi, oggi è l’intero paese a essere cieco e sordo: si ha l’impressione che si sia sperimentato un’altra forma di dominio. Una grossa partita a scacchi giocata sopra le nostre teste ( o con le nostre teste?) dai potenti della terra.  Una partita in cui nessuno ancora può conoscere l’esito… L’Italia è il paradiso degli 007. Bianchi, neri e gialli, agenti multipli percorrono la Penisola in lungo e in largo forzando gli eventi in nome e per conto di interessi opposti  e diversi.

Un’intuizione straordinaria  quest’ ultima, come capiremo molto tempo dopo, alla fine degli anni 90, questi agenti tripli hanno realmente avuto un ruolo di primo piano nella gestione del sequestro Moro da parte delle BR. Ma il 12 settembre del 1978, in un editoriale su<OP>, Mino sosteneva che i mandanti del delitto Moro dovevano essere cercati tra i suoi oppositori,; questa la saldatura tra movente internazionale e movente interno;< Esistono sufficienti indizi per essere sicuri che le Brigate Rosse hanno agito per conto terzi, italiani o stranieri o italiani e stranieri.>  E Pecorelli arrivava a sospettare che qualche ideologo rivoluzionario < mirasse a incarichi ministeriali dopo aver eliminato il governo esistente>.

Ma il pericolo di una trama contro di lui .prima ancora del rapimento, doveva essere ben chiaro al presidente DC;

Scriveva Pecorelli

< Moro doveva aver capito di essersi spinto troppo a sinistra nel corso dei negoziati con il PCI e di aver in tal modo destabilizzato lo scacchiere mediterraneo>

Rita Di Giovacchino

 

Kissinger e Andreotti

Una “fantastica” ricostruzione delle ultime ore del 9 maggio 1978 del presidente della Dc.

L’uomo che vediamo seduto nell’atto di scrivere si chiama Aldo Moro. L’oggetto della sua scrittura è una missiva alla famiglia, un’altra delle molte che ha inviato, anche a Paolo VI e ai principali dirigenti del suo partito, da quando si trova prigioniero delle Brigate rosse, e nelle mani di Mario in particolare, ormai da 55 giorni.

Anche se non sembra, quest’uomo dall’aspetto tranquillo e sereno è stato gia per ben cinque volte il presidente del Consiglio dei ministri . Il nuovo governo, capeggiato da Giulio Andreotti, non accetta di trattare con i terroristi che esigono la liberazione di alcuni prigionieri politici per poter rilasciare  Moro. Dato che questo è fuori discussione e che il primo ministro sostiene che lo stesso prigioniero sia contrario a qualsiasi negoziazione con questo genere di persone, è difficile prevedere quale sarà la sorte di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana al momento del suo rapimento 55 giorni prima in via Fani.

Da quel giorno Moro si vede e parla esclusivamente con Mario. Gli interrogatori dell’inizio, nel tentativo di raccogliere informazioni, sono diventati in seguito lunghe conversazioni, durante le quali Moro si è rivelato un uomo ammirevole agli occhi di Mario, tanto da meritarne il rispetto e la benevolenza.

Ma Mario sembra profondamente deluso dalla posizione del governo e dei militanti del suo stesso partito. Nessuno ha alzato un dito per salvarlo nonostante abbia spiegato nelle lettere , da lui inviate, che il governo deve sempre mettere al primo posto la vita delle persone. La maggior parte dei membri della Dc, del governo e dello stesso Primo Ministro ritengono che Moro sia stato costretto dai suoi rapitori a scrivere tali lettere e che esse non manifestano affatto il suo reale parere sull’argomento. Niente di più sbagliato.

Mario potrebbe desistere dalle sue pretese e darsi per vinto. Ma potrebbe anche voler trasmettere un segnale di forza e uccidere Moro come forma di intimidazione , assicurandosi così il successo di futuri rapimenti.

O forse Mario non è che una semplice pedina sulla scacchiera, totalmente privo di potere, insomma , un mero esecutore. Comunque sia, Moro è pienamente convinto di non uscirne vivo. Ma lasciamo Moro a redigere la sua lettera in questa stanza di via  Montalcini ..., e procediamo verso un altro vano del medesimo appartamento, il soggiorno, dove  ora Mario risponde al telefono. Ci sono altri tre uomini con lui, due che guardano la televisione e uno che legge il giornale.

- Pronto?

- E’ oggi – dice una voce maschile all’altro capo della linea – Procedete con il piano.

- Sarà fatto, - afferma Mario

- Richiamo fra mezz’ora. L’americano vuole che la cosa sia risolta quanto prima.

- Sarà fatto – ripete Mario, riattaccando la cornetta- Facciamola finita, - dice agli altri.

- Pensi sia la cosa migliore da fare? – interviene l’uomo che sta leggendo il giornale, titubante.

- Non dipende da noi. Non possiamo più tornare indietro.

- Penso ancora sia meglio liberarlo. Siamo già andati oltre quello che avevamo pensato. Il nostro messaggio è stato recepito. Ora loro sanno che non sono più al sicuro

- dichiara lo stesso uomo.

- Questa non è la nostra lotta Mario, - esterna uno degli uomini che stava guardando la televisione.

- Quando ci siamo messi in questa storia, sapevamo benissimo come sarebbe andata a finire. E lo abbiamo accettato – aggiunge Mario.

- Non contare su di me per premere il grilletto, - afferma l’altro.

- Nèè su di me, - avverte l’uomo che con lui condivide il divano e che non ha detto nulla fino a questo momento.

- Dovevamo liberarlo non siamo i zerbini di nessuno.

- Assolutamente  no.  Dobbiamo farla finita oggi stesso.

Non torneremo indietro,- asserisce Mario, tentando di convincere della natura esclusivamente politica e non personale di quella decisione. Il destino di Moro era già tracciato dal 16 marzo, era solo questione di tempo. Ed è questo il momento di agire.

Mario si dirige verso la stanza e gira la chiave della porta. Aldo Moro si trova ancora seduto a scrivere una lettera ai suoi cari.

- Si alzi. Andiamo via, - ordina Mario, mascherando una certa agitazione.

- Dove andiamo? – domanda Moro terminando la missiva.

- Verrà trasferito in un altro luogo, - risponde Mario prendendo una coperta e piegandola, senza guardare il prigioniero negli occhi.

- Le spiace farla recapitare? – Moro ha una lettera in mano.

- Sarà fatto, - Mario prende la lettera e mette la coperta sotto il braccio.

I due uomini si guardano per qualche istante. Mario non riesce a reggere gli occhi cristallini e franchi di Moro ed è il primo ad interrompere il contatto. Non è necessario dire più nulla. Moro ha compreso.

Scendono fino all’auto parcheggiata nel garage. Moro davanti con gli occhi bendati, guidato da Mario e gli altri tre uomini dietro. Giunti al garage, fanno entrare  Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa.

- Si copra con questa coperta, - ordina Mario.

Non appena Moro si copre, Mario e solo Mario, a occhi chiusi, tentando di convincere la sua coscienza dell’inevitabilità di quest’atto e della mancanza di un’altra via d’uscita gli scarica addosso undici pallottole. Nessun altro spara con la propria arma. Il piano è compiuto.- Con tanti saluti dei signori Kissinger e Andreotti.

da : La morte del Papa di Luis Miguel Rocha

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Link

 

 

I misteri di via Fani

La condanna a morte del prigioniero Moro

Mario Moretti

Moro non ci serve vivo

Piazza delle cinque lune

Via Caetani…una Renault rossa…

Maria Fida Moro

 

 

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