Brigate
rosse: contro lo Stato,contro la ragione
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Intervista
a Franco Bonisoli, membro della direzione delle Br durante il sequestro Moro
Nei giorni
del sequestro di Aldo Moro Franco Bonisoli
faceva parte della direzione delle Brigate Rosse e del comando esecutivo con
Mario Moretti e Lauro Azzolini. Oggi lavora durante
il giorno a Milano e la sera deve rientrare nel carcere di Monza. Fra qualche
mese dovrebbe tornare in piena libertà.
Bonisoli, quando avete pensato per la prima volta al sequestro di Aldo Moro?
"Nel 1976, durante il processo di Torino ai capi storici delle Br. Doveva essere il nostro processo, la rivoluzione che
processava lo Stato. E la Democrazia Cristiana per noi
era lo Stato e alcuni suoi dirigenti, come Andreotti
e Moro, la rappresentavano. Fu allora che le Brigate rosse assunsero una
dimensione nazionale. Dovevamo uscire dalle nostre roccaforti nordiste di
Milano, Torino, Genova e formare una colonna a Roma, nella capitale.
Furono necessari degli anni per costituire la colonna e per progettare una
serie di campagne che ci avrebbero portato ad attaccare il cuore dello Stato.
Il sequestro Moro doveva essere seguito da quello di Leopoldo Pirelli e di altri
protagonisti".
Dai memoriali anche recenti di alcuni brigatisti
sembra di capire che l'operazione di via Fani fu in notevole parte aiutata dal
caso e dalla fortuna.
"Fu lo scontro frontale di due forme di mitizzazione. Noi pensavamo ai
carabinieri alla polizia politica come a dei corpi monolitici, addestratissimi. Loro pensavano a noi come alla
"potenza geometrica" di cui si disse. La realtà stava a mezza strada.
La nostra preparazione militare era modesta, qualche esercitazione nei 'covi' o
in montagna, ma la coesione del gruppo e la determinazione era
superiore a quella di un normale commando. È vero, molti dei mitra impiegati
nell'attacco si incepparono, ma la rapidità della
esecuzione, la complessità della operazione furono notevoli. Non è vero che la
scorta fosse imbelle e impreparata. Il fatto che uno
dei poliziotti riuscì a uscire dall'auto di scorta e a
sparare nonostante la sorpresa lo dimostra".
Quel 16 di marzo doveva formarsi il governo di
solidarietà nazionale, premessa del compromesso storico di cui Aldo Moro era
fra gli ideatori. C'è chi vede nella coincidenza la vostra decisione di
prevenire una svolta politica che avrebbe allontanato il Partito comunista da
ogni prospettiva rivoluzionaria.
"Forse gli interpreti politici e intellettuali del caso Moro sono
stati fuorviati dai nostri documenti, dalle nostre risoluzioni strategiche in
cui, per ragioni di propaganda, entravamo nei dettagli della politica italiana,
sembravamo interessati a tutti i suoi risvolti. In
realtà eravamo molti più schematici. Per noi la Democrazia Cristiana era lo
Stato che faceva parte del Sim, Stato imperialista
delle multinazionali e il Partito comunista, il compromesso storico non erano che una delle forme, delle manovre di questo
superpotere".
Allora
e adesso c'è chi si chiede: ma che cosa poteva contare il sequestro di Aldo Moro nella lotta contro il capitalismo mondiale?
"Torniamo sul
discorso delle reciproche mitizzazioni, su come noi pensavamo lo Stato e su
come voi pensavate le Brigate rosse. Nei nostri documenti ideologici e
propagandistici noi fingevamo di avere delle visioni globali.
Non a caso la nostra direzione si chiamava strategica. In realtà seguivamo la logica del passo dopo passo seguita nel
crescere delle Brigate rosse. Per noi qualsiasi azione destabilizzante dello
Stato era un passo avanti, un passo che doveva essere fatto".
Senta Bonisoli, ancora
oggi, dopo avere sentito voi e seguito i vostri processi non si è capito bene
che cosa doveva essere il "riconoscimento politico" chiesto per la
liberazione di Moro.
"Anche qui si contrappongono le due ottiche, quella di chi stava fuori
della organizzazione e di chi era dentro. Per chi
stava fuori il riconoscimento politico consistente nella liberazione
di un prigioniero era un simbolismo quasi incomprensibile. Ma per noi dare la
prova alla base rivoluzionaria che lo Stato aveva dovuto trattare con noi era importantissimo, ci legittimava come guida della
rivoluzione".
Ma c'era davvero questa base?
"Siamo sempre lì, alle interpretazioni diverse. Nei giorni del sequestro
ricevevamo dai nostri informatori terminali le notizie di cosa si diceva e
faceva nelle fabbriche. A noi sembravano notizie esaltanti, come si fosse messa in moto una ondata rivoluzionaria: lì avevano
brindato, là gli operai avevano partecipato alla distribuzione dei nostri
manifestini o collaborato al soccorso rosso, nella tal sezione del Partito
comunista si era pubblicamente parlato di solidarietà ai 'compagni combattenti'. Poi abbiamo capito quali sono gli umori
mutevoli delle masse, la propensione a stare dalla parte di chi sembra
vincente. Non è accaduto qualcosa di simile in questi anni
con gli entusiasmi effimeri per Mani pulite?"
Sono
anni, lei lo sa bene, che si parla del caso Moro come di un grande irresolvibile complotto. Dopo avere deriso per anni la
vostra invenzione del Sim, Stato imperialista delle
multinazionali, l'informazione, i processi, i politici hanno fantasticato e
ipotizzato sul complotto internazionale per non scoprire la prigione di Moro,
per far sparire i suoi memoriali. Lei fu uno che ebbe il compito di portare a
Milano il memoriale dattiloscritto e i brogliacci che furono successivamente
trovati nel "covo" di via Montenevoso. Che cosa c'è di vero in questa misteriosa vicenda in cui la fanno
da protagonisti Andreotti, il generale Dalla Chiesa,
i servizi segreti nostri e americani?
"Spesso nelle ricostruzioni dei
fatti dalle cose minime si passa alle massime. In quei
giorni erano state scoperte casualmente alcune delle nostre basi. Non dalla polizia, ma da un vigile del fuoco chiamato per un
incendio nel caseggiato o da un vigile urbano che doveva compiere un controllo.
E capitò che così venisse trovato del materiale
lasciato su un tavolo, su un letto. Decidemmo che le carte dovevano sempre
essere tenute al chiuso, in una valigia, in un cassetto. Fui io a portare in
valigia da Roma a Milano le carte del sequestro Moro. Il dattiloscritto lo
usammo per fare un opuscolo, le carte degli interrogatori le chiudemmo
nel vano sotto una delle finestre. Era un buon nascondiglio, stucco e pittura
del muro erano stati fatti con attenzione".
Lei vide, studiò quei documenti. Pensa che in essi fossero contenute delle rivelazioni tali da poter
diventare strumento di ricatto politico da parte del generale Dalla Chiesa o di
altri?
"Direi di no. C'è stato rimproverato anche
da compagni come Curcio di non aver saputo usare quel
materiale, ma non mi pare che ci fossero documenti esplosivi. Ricordo che
cercai invano qualcosa che si riferisse ai misteri della strage
di piazza Fontana. Può darsi, anzi
certamente, non eravamo dei buoni propagandisti politici, vivevamo nella nostra
scatola chiusa, dei brani degli interrogatori, che a noi sembravano
insignificanti o risaputi, avrebbero avuto una eco
nella opinione pubblica. Ma siamo sempre lì, nella vita le interpretazioni
hanno un grande ruolo. Ho notato, per dire, che di
quei documenti sono state date in questi anni da voi professionisti dell'informazione
e da storici, da intellettuali, delle interpretazioni diverse, magari
condizionate dall'evolversi della politica. Vista oggi e dall'esterno
quella nostra storia può anche sembrare una pazza storia, può sembrare
che abbiamo compiuto degli errori incredibili. Penso anche io che abbiamo commesso degli errori, soprattutto dei gravi errori
umani, penso che neanche la nostra mitica rivoluzione valesse il sacrificio di
vite umane. Ma sono cose che si pensano dopo".
14 marzo
1998 – Giorgio Bocca
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