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Via Mario Fani 16
marzo 1978
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marzo 1978
Intervista al figlio
dello statista, Giovanni Moro. Che accusa il "partito della
fermezza" di aver ucciso suo padre
"Da allora, ci ho pensato
tante volte, e con rammarico: Quel mattino avrei potuto salutarlo meglio,
parlare un po' con lui... invece - saranno state le otto, le otto meno un
quarto - passai dinanzi al bagno distrattamente, lo vidi che si stava facendo
la barba, con sapone e pennello, come sempre. Dissi appena un ciao e
uscii". Un'ora dopo, Aldo Moro sarebbe stato rapito e gli uomini della
scorta massacrati. Era il 16 marzo 1978. Giovanni Moro, suo figlio, aveva vent'anni. Adesso ne ha quaranta e s'immerge nei ricordi
con qualche riluttanza: "Era un giovedì, mia madre era andata a tenere
la sua lezione di catechismo nella parrocchia lì vicino... in famiglia solo
mio padre si alzava tardi, del resto a casa non tornava mai prima di
mezzanotte e dunque...".
Dalla strage sono ormai trascorsi
due decenni e sono arrivati i giorni delle memorie e dei bilanci. Giovanni
Moro accusa: "Non c'è ancora verità, nè quella
storica, neè quella giudiziaria, e tantomeno quella politica. Moro non fu colpito perché era
un simbolo, come si disse, ma per fare un'operazione chirurgica sulla
politica italiana, per fermare il suo progetto. Anche
i brigatisti non hanno detto la verità: perché non hanno reso pubblico tutto
ciò che ha raccontato mio padre? E perché lo
uccisero proprio quando nella Dc si era aperto uno
spiraglio? E, infine, perché lo Stato non fece nulla per salvarlo?... Andreotti era il capo del
governo, il responsabile politico ... E Cossiga? In
qualsiasi paese, un ministro dell'Interno a cui fosse capitata
una disgrazia del genere, sarebbe finito a coltivare rose... lui invece
divenne due volte presidente del Consiglio e una volta capo dello
Stato".
Come venne a sapere, quel 16 marzo, che suo padre era stato rapito?
"Ero arrivato da
poco nella sede del Movimento Febbraio '74, in via
Gregorio VII, avevamo appena traslocato e non c'era ancora il telefono. Verso
le 9 e 30 qualcuno me lo venne a dire di persona. Ma
le notizie erano incerte, confuse. Non si sapeva che cosa gli fosse successo, nè dove fosse, nè si sapeva dei morti. No, non ricordo
chi fu ad avvertirmi, forse un uomo della mia scorta. Tutti noi della
famiglia eravamo scortati".
Perché?
"Noi... ce l'aspettavamo prima o poi".
Riprenda il filo del suo ricordo.
"Mi avviai
verso casa, con la mia macchina. Quando arrivai all'angolo di via Fani, vidi tutto bloccato, la polizia, le volanti...
compresi che era successo qualcosa di veramente grave. A casa trovai mia
madre. L'aveva saputo subito, in parrocchia. E di lì a piedi si era
precipitata in via Fani. Aveva visto la scena, il
sedile di dietro che non era sporco di sangue... capì
che lo avevano rapito. Ma solo ad un certo punto della mattinata se ne ebbe la certezza... venimmo a sapere che gli uomini
della scorta erano stati uccisi. Fu un grande
dolore, eravamo tutti molto legati. Loro, le loro famiglie, stavano spesso
con noi, la domenica, in vacanza...".
La prima rivendicazione dell Br delle 10.10...
"Non ricordo cosa disse mia madre... in casa c'erano anche le
mie sorelle. La nostra impressione fu comune: tutti insieme
sentimmo che non si era voluto colpire un simbolo, come poi si disse. Ma che si stava facendo un'operazione chirurgica sulla politica
italiana. Moro era l'artefice dell'incontro con i
comunisti, era un soggetto a rischio. E del
resto basta guardare agli anni delle bombe... e fare una considerazione. Che quando Moro si marginalizza,
anche le bombe si marginalizzano. La sua politica è strettamente collegata a questo pezzo di storia italiana".
Quella mattina, il
progetto di suo padre doveva andare in porto con il governo di solidarietà
nazionale, temevate qualcosa?
"Non si era mai parlato esplicitamente dei rischi. Ma lui,
già qualche mese prima, aveva insistito moltissimo
perché tutti noi fossimo scortati. Aveva cominciato a preoccuparsi
soprattutto dopo il rapimento del figlio di De Martino, l'anno precedente...
lui non diceva mai niente di concreto, ma in quel periodo in famiglia c'era
una grande tensione, un clima che si tagliava con il
coltello. Infine, accadde".
Che cosa ricorda di
quelle prime ore?
"Eravamo tutti un po' sbandati, soprattutto non riuscivamo a
capire fino in fondo che cosa fosse davvero successo.
Ci sentivamo nell'occhio del ciclone, ma separati. Intorno a noi succedevano
le cose più incredibili. E noi lì, insieme, in calma apparente a leggere i
giornali, a vedere i telegiornali".
Dalle lettere di Moro
traspare un forte legame con la moglie....
"Sì, ma era un rapporto molto... insomma, nella vita famigliare,
Moro non era granché presente. Lui usciva la mattina, e magari tornava alle
due di notte. Non c'era la domenica, nè le feste...
Non ricordo che fossimo andati, neanche una volta a
mangiare fuori. Se si voleva chiacchierare con lui, lo si
faceva da mezzanotte in poi, e per cena lo si doveva aspettare. Non esisteva
la dimensione quotidiana".
In una lettera a Zaccagnini, suo padre accennò a gravi problemi famigliari...
"In
famiglia c'erano i normali conflitti. Ma, al di lè di
questo, lui era molto preoccupato per tutti noi e probabilmente aveva le sue
ragioni... mia sorella Anna stava aspettando un bambino, insomma un insieme
di preoccupazioni, anche per la nostra sicurezza".
A lei, suo padre
scrisse mai dalla prigione?
"Due lettere per me vennero ritrovate a
Milano, solo nel '90, in via Montenevoso. In una mi
avvertiva sul che cosa fosse la politica... forse voleva dire che dentro la
politica c'era anche quello che gli stava capitando".
Che cosa ricorda dei
giorni precedenti all'agguato?
"In quel periodo sembrava molto stanco,
provato. Aveva 62 anni, pensava di aver avuto già
tutto dalla politica. Io non so se lui pensasse alla
presidenza della Repubblica. Credo che lui non lo desiderasse.
Ma ritengo anche che sarebbe stato pronto a farlo...
ed era nell'ordine delle cose. E forse anche questa stata
una delle cause scatenanti di questa vicenda. Insomma in quei giorni
era scocciato, irritato dalle difficoltà... dalle risse tra quelli che
volevano entrare nel governo. E poi convincere la Dc a quell'operazione,
convincere il Pci, era stato davvero duro. Durante
la conduzione di quella crisi c'era stato uno
scambio di battute molto pesanti con Andreotti".
Moro prendeva molte
medicine? E' vero che le teneva in una borsa, tra quelle che si portava
dietro? A proposito, quante erano veramente le borse? I brigatisti dissero di
averne prese due.
"Un po' lui aveva la tendenza a preoccuparsi per le malattie, un
po' aveva anche dei reali problemi di ansia e di
stress. Sì, aveva una borsa piena di medicine, ma quante borse si portasse dietro, non lo so. Ce ne era
una con i materiali dell'Università, e poi aveva altre carte. Che riguardavano, per esempio, lo status dei servizi segreti.
Faccio notare che quelli erano i giorni caldi dello scandalo Lochkeed. Proprio quella mattina
Repubblica era uscita con un titolone: Moro Antelope
Cobbler. Si cercava di buttare addosso a Moro lo scandalo...
Lui non c'entrava niente, ma il punto era che la vicenda veniva
usata per ostacolare il processo politico che aveva avviato".
Moro era un democristiano, ma anche un uomo nuovo, di frontiera...
"Per questo,
forse, al di là della sua appartenenza, era
considerato pericoloso. Mi sono spesso chiesto perché non sono mai stati
ritrovati gli elenchi completi del piano Solo, dello scandalo Sifar del '64. E mi rispondo
che, probabilmente, la ragione è che non c'erano solo i comunisti, i
sindacalisti e i socialisti, ma perché era pieno di democristiani amici di
Moro che dovevano essere presi. Lui aveva intuito che la guerra fredda era
destinata a diventare marginale, era stato per anni ministro degli esteri... Dall'interpretazione di quello che accade nel '68 da noi e
nel mondo, lui capisce che le società civili tendenzialmente diventano
autonome dai poteri politici... E forse capisce troppo".
Suo padre aveva un buon
rapporto con Berlinguer?
"Sì, stima e rispetto, anche se Moro aveva un disegno politico
diverso. Berlinguer guardava al confronto tra due
grandi potenze che si dovevano in qualche modo impegnare per salvare la
democrazia. Moro credeva che si dovessero creare le condizioni sociali,
culturali e politiche della democrazia dell'alternanza. Lo voglio ripetere:
mio padre era l'uomo del superamento della guerra fredda. E c'era un sacco di
gente, in Italia e fuori di Italia, che lo
considerava un pericolo. Questa è una spiegazione che rende conto di tanti
possibili coinvolgimenti".
Nel '78, il terrorismo
già era molto diffuso, Moro ne parlava?
"Era preoccupato. Anzi, credo sia stato
il primo a coniare l'espressione 'partito armato'
per definirne la complessità. Per lui significava una forza politica, con una intenzionalità e con delle strategie. Non solo un
agire politico. Ricordo che rimase molto colpito
dall'omicidio di Casalegno. Disse di avere
la percezione che costituiva il salto di qualità del
terrorismo".
Torniamo ai 55 giorni, Cossiga era il ministro dell'Interno, guidava le ricerche
di suo padre. Venne mai in casa vostra?
"Due
volte, mi pare. Sicuramente il 17 marzo e poi il giorno
in cui fu scoperta la base brigatista di via Gradoli, il 18 aprile. Ne ricavammo la sensazione che non
sapessero dove sbattere la testa. Anzi,
sin dall'inzio, si ebbe l'impressione che fosse in
atto una strategia della rappresentazione, un conflitto simbolico. Che usava le forze dell'ordine per mettere in scena una lotta
simbolica alle Br. E cinque processi non
sono riusciti a chiarire questo aspetto della
vicenda".
Il 18 aprile, poco dopo
la scoperta della base di via Gradoli, arrivò il
falso comunicato di Lago della Duchessa che annunciava la morte di Moro. Vi
sembrò attendibile?
"Ci venne detto che si era tardato ad
andare in via Gradoli, dopo la segnalazione, perché
la strada non era sulle pagine gialle. Si era andati al paese Gradoli... soltanto in seguito si apprese che in quella
via c'erano stati, ma che, avendo bussato alla porta e non avendo trovato
nessuno, se ne erano andati. Quanto al falso
comunicato, no... non ci credemmo, si ebbe l'immediata impressione che non
fosse autentico. Non lo interpretammo come una prova generale, come poi si
disse, ma genericamente come un'interferenza, come un tentativo di qualcuno
di forzare la situazione".
La Dc
(ma non solo la Dc), sostenne che le lettere che
venivano dalla prigione non potevano essere state scritte da Moro, lei
riconosceva suo padre?
"Sì, completamente. E senza alcuna ombra
di dubbio. Addirittura dal punto di vista linguistico ... e
poi la continuità del pensiero, dell'espressione. Era lui, non c'è
discussione".
In quei giorni, lei,
voi credeste davvero che Moro poteva tornare libero?
"Pensammo fino alla fine che potesse
essere salvato, lo abbiamo sempre creduto, e ci siamo battuti con tutti i
mezzi e fino all'ultimo. Certo non era una speranza fondata su chissà cosa. Ma abbiamo sempre agito in questa direzione, fino alla
fine. Ed eravamo uniti. Capivamo che la situazione
era grave. La lettera del Papa era stata terribile, quel 'liberatelo
senza condizioni...'
Il 30 aprile le Br al telefono sollecitano l'intervento di Zaccagnini. E' vero che lei lo chiamò e fu lei a darsi da
fare?
"Sì, lo chiamai dalla casa del portiere,
perché il nostro telefono si era bloccato. Gli riferii l'ultimatum dei
brigatisti, fu una conversazione piuttosto tumultuosa... noi avevamo una
sensazione di impotenza. Altro che canali
privilegiati... Di recente Cossiga
ha dichiarato alla commissione stragi che la famiglia Moro, all'epoca, ebbe
informazioni che non ha messo a disposizione... ma quando mai... la storia
che noi avevamo un canale di ritorno privilegiato, è una sciocchezza. E in ogni caso di noi si sa tutto, perché eravamo microfonati".
Qualche giorno dopo il
rapimento fu diffusa la foto di suo padre nella prigione, in camicia, con la
stella a cinque punte alle spalle. Che impressione le fece?
"La guardai a lungo. Mio padre lo rivedevo lì, vestito come Aldo
Moro non si sarebbe mai mostrato in pubblco, la
camicia aperta, la canottiera. Sul suo volto lessi una sottile smorfia di ironia, ma soprattutto rabbia. Forse
per la natura della vicenda, un po' da commedia tragica, tragicissima.
Gli è stato rimproverato di non essersi comportato come un eroe della
Resistenza. Ma lo si capiva anche dalle lettere: lui
era consapevole che quella non era la resistenza, che si trattava di una
faccenda molto meno seria. E le Br
non erano l'esercito di Hitler".
In quei giorni in casa vostra venne
spesso Tina Anselmi, in seguito andò a presiedere
la commissione P2. Che cosa vi diceva, che cosa vi
disse in seguito?
"Lei si convinse molto della correlazione tra i due eventi: il
caso Moro e la Loggia di Gelli. Del resto, a parte
le dietrologie, leggendo certi storici, come Franco De Felice, viene fuori che la realtà del doppio Stato ha attraversato
decenni di storia repubblicana del nostro paese".
Suo padre aveva delle
verità democristiane che avrebbe potuto rivelare ai brigatisti?
"Certamente nella prigione br, Moro non
dice tutto quello che sa. Dice quello che gli interessa dire. E porta avanti anche una riflessione politica. Ma di Gladio parla per la prima volta e racconta molte
altre cose. Perché non sono state rese pubbliche? I
brigatisti hanno diffuso episodi ben meno pregnanti: quelli che pure
avrebbero potuto creare imbarazzo alla Dc, li
tennero segreti. Guardando le carte ritrovate nel '90 in via
Montenevoso, viene spontaneo chiedersi il perché.
Con la rivelazione di Gladio, le Br avrebbero
distrutto l'immagine dello Stato che si voleva saldo e integro. Sono sicuro
che su questo punto i brigatisti mentono ancora oggi".
Lei ha mai avuto
interesse a incontrarli?
"Per carità... Non ci tengo. Mi sono arrivate varie richieste,
negli anni. L'ultimo è stato Maccari, ma non mi interessa".
Lei continua a chiedere
verità. Vent'anni dopo, qual è il pezzo di verità che
ancora lei cerca?
"La verità è un fenomeno complesso. E' a strati. C'è una verità storica
e riguarda il perché Moro. Abbiamo detto che si volle
sventare un progetto politico, ma non basta essere d'accordo in tre o
quattro, deve diventare la verità di tutti. Molti dicono che Moro era un
simbolo. No, era il catalizzatore, per non dire il demiurgo di un'operazione
politica. E l'hanno fermato per questo, altro che
simbolo... Poi c'è una verità politica. Che riguarda il
comportamento dei partiti. In particolare della Dc e del Pci, d'accordo nella
decisione di darlo morto fin dal primo giorno. Ed
è la questione principale, ancora tutta aperta. Se
non si riconosce questo, se non si riflette su questo, non arriveremo mai
veramente alla seconda Repubblica. Non c'è stata alcuna autocritica
all'interno della Dc sui comportamenti di allora, nè c'è stata riflessione all'interno del mondo che
all'epoca era il Pci. Ormai i comunisti chiedono
scusa di tutto, perfino di aver sternutito nel
1921, ma di questo... non se ne parla. Non hanno ceduto
neanche di un millimetro".
Lei parla di verità politiche. C'è chi
sostiene che le Br non fornirono il bandolo che
avrebbe potuto salavare Moro, è così?
"Non vero. Alla fine sarebbe bastata una semplice presa di
posizione, un comunicato chiaro. Invece, si è voluto dare per morto Moro dal
primo momento".
Si rende conto che è
un'accusa gravissima?
"Per interesse, per ciniscmo, qualcuno
per calcolo. O perché si pensò che non ci fosse più nulla
da fare. E anche per paura, per viltà. Credo che,
finalmente, sarebbe giusto distiguere fra quelli
che credettero veramente nella linea della fermezza
con disperazione e tormento e fecero appunto una
scelta disperata. E quelli che invece cominciarono da
subito a calcolare quanto avrebbero potuto guadagnare alle prossime elezioni
sul cadavere di Moro. In fondo poteva essere un buon affare, togliere
di mezzo un personaggio tanto fantasioso.... Insomma
la verità è ancora lontana. Se non fosse così, il
caso Moro sarebbe chiuso. Invece Moro è un fantasma che continua a inseguirci. E non ci lascia in
pace".
Lei ha fatto queste
distinzioni? I capi dell'interpartito della fermezza erano Berlinguer, Zaccagnini, uomini
interessati alla politica di Moro. Dunque?
"Chi contava a quei tempi erano Zaccagnini,
Donat Cattin, Piccoli, Andreotti. Quanto al Pci, penso che dal primo minuto, i comunisti abbiano dato
per persa la partita. E abbiano valutato che,
se si fossero spostati di un solo centimetro, si sarebbe detto che c'era
connessione tra loro e l'area dei combattenti. Vede, io mi sono detto tante
volte che la storia del Novecento è piena di omicidi
politici che hanno reso la vittima ancor più ingombrante che da viva. Basti
pensare a Martin Luther King o a Kennedy, due casi in
cui l'immagine rimase ancor più importante... Allora, ecco, forse c'era
bisogno anche di distruggere l'immagine di Moro, evitare che potesse essere
utilizzata come un simbolo positivo: per questo la
sua demolizione attraverso le lettere".
Dal suo elenco di
misteri e di verità lacunose, manca quella giudiziaria...
"Cinque processi, due commissioni parlamentari non sono serviti a
dare risposta ad alcune domande fondamentali: perché le br
non pubblicizzarono tutto il memoriale di Moro? E
perché lo uccisero proprio mentre si apriva uno spiraglio all'interno della Dc? Infine, perché agirono proprio quel giorno che mio
padre passò in via Fani? Come facevano a saperlo?
Lui cambiava spesso itinerario... invece loro erano sicuri che quel giorno
Moro sarebbe passato proprio di lì. E poi: la metà dei colpi esplosi in via Fani vengono da un'unica arma che non è mai
stata trovata. E restano i misteri della Honda e del camioncino presenti sul luogo dell'agguato. Fin qui ciò che manca dal versante dei terroristi. E per
quel che riguarda le forze di polizia: perchè tante
omissioni, tante superficialità?".
Lei ha detto che non
vuole incontrare i terroristi, ma i leader Dc di
allora li incontrerebbe?
"In questi giorni ho rifiutato di partecipare ad una trasmissione
televisiva su mio padre, insieme con Cossiga, Andreotti e altri. Io
non accetto un piano di parità con i responsabili politici del caso Moro. O con i responsabili delle forze di polizia. Piuttosto
sarebbe necessario sottolineare la disparità. Si
deve ricordare che qualcuno morto e qualcun altro no.
Che qualcuno ci ha rimesso, mentre qualcun altro ha costruito carriere. Per
amore della memoria".
E il partito della
trattativa? Suo padre ringraziò Craxi...
"Craxi si era dato da fare, e dunque...
Anche se bisogna dire che per Craxi quello era un
passo positivo, comunque
fosse andata a finire. Si metteva in questione l'egemonia Pci-Dc.
Era in ogni caso, una questione che valeva la pena
affrontare".
Cerchi di
spersonalizzare. Lei non ritiene che, se all'epoca si fosse trattato con le br, le istituzioni ne sarebbero state danneggiate?
"Faccio un ragionamento generale e brutale. Quando
c'è un rapimento, lo Stato - che ha il dovere di tutelare la
sicurezza e la vita dei cittadini - ha due possibilità: o libera il
prigioniero o tratta. Se non fa né l'una né l'altra cosa, è
corresponsbaile di quel che accade dopo. E'
una valuatazione eccessiva? Può darsi. Resta il fatto che dal sequestro Sossi
a Soffiantini, passando per Dozier
e Cirillo, lo Stato o ha liberato il prigioniero o ha trattato. L'unico caso
in cui non ha né trovato il prigioniero, né ha trattato, è stato Moro. Non
farei nessun'altra considerazione. E poi, durante i
55 giorni, nel nostro Paese dove si litiga
continuamente, si ebbe la sensazione che ci fosse una straordinaria, inedita,
inspiegabile unità tra le forze politiche. Le voci di dissenso erano
pochissime e ci si sentiva veramente impotenti".
In una delle sue lettere, Moro si era rivolto a Zaccagnini,
lo aveva indicato come il responsabile morale...
"Quando Zaccagnini venne
eletto segretario della Dc, costrinsero mio padre
ad assumere la carica di presidente del partito. Mia madre si oppose, aveva
con Moro un enorme contrasto sul fatto che lui continuasse a fare politica.
Del resto l'ostilità nei confronti di papà era evidente...
come le minacce".
Dalle lettere, specie
dalle ultime, sparisce il Moro paludato. Va giù duro con Cossiga Piccoli, Zaccagnini...
"Mio
padre non era un muro di gomma. Era un uomo forte,
deciso, quando doveva esserlo. Ma le lettere devono
essere lette anche sotto il genere letterario della profezia".
Che vuol dire? Che lui sa di scrivere profezie, di scrivere per il
domani? In una parola sa che l'uccideranno?
"Lui lotta fino alla fine. Certo, man mano, in successione, diminuisce
la capacità di resistenza. Arrivano botte. Basti pensare alla lettera del
Papa. A quel 'liberatelo senza condizioni'.
Il Papa fece la sua parte. Ma quello che produsse... diciamo che sarebbe stato meglio che non l'avesse prodotto. Anche se quell'espressione 'senza condizioni',
dicono che gliel'abbiano imposta".
Andreotti?
"Era il capo del governo, il responsabile politico della gestione di
questa vicenda. Credo che ci si possa limitare a questo".
Siamo alla fine, il comunicato numero 9 del 5 maggio, annuncia: "Concludiamo la battaglia, eseguendo..."
"No, non pensai che lo stessero uccidendo. Interpretammo quel gerundio
come l'inizio dell'ultima fase. Capimmo che c'era un messaggio, uno spiraglio
per agire. La mattina del 9 maggio ci sarebbe stata la direzione della Dc e il dissenso di Fanfani e
dei suoi sarebbe stato rappresentato, manifestato.
In quel momento non abbiamo cognizione diretta che le cose stiano
proprio così, ma lo intuiamo. La telefonata delle Br,
in cui si chiedeva l'intervento di Zaccagnini, l'avevamo letta in questo senso. Avevamo
sentito i compagni di corrente, i colleghi della dc,
avevamo fatto pressioni. Senza grandi risultati. Ma
neanche i suoi pochi compagni di corrente furono in grado di fare di più. Certo, alcuni si attivarono per chiedere tramite Misasi la convocazione del Consiglio nazionale. Ma
insomma non è che si siano dati fuoco nelle piazze... E tuttavia qualcosa
nella Dc si stava muovendo".
Il 9 maggio, invece lo uccisero.
"Io rimasi... non me l'aspettavo. Per due mesi, certo sapevo che sarebbe
potuto succedere in qualsiasi momento. Invece
accadde proprio quando le Br stavano ottenendo
qualcosa..."
Dove si trovava quel
giorno?
"A casa. Non ci chiamò nessuno di quelli che avrebbero dovuto farlo, né
dal ministero dell'Interno, né da qualsiasi altra parte. Ci telefonarono amici, forse Gianfranco Quaranta, il capo del nostro
Movimento. Ma è pazzesco che nessuno si volle
prendere la responsabilità ufficiale di comunicarcelo. Appena
saputo, andammo all'obitorio, mia madre, le mie sorelle ed io, per
l'autopsia. No, non voglio parlare di quello che provai".
Moro era l'espressione
della grande tragedia italiana, lei quel giorno vide
anche questo o solo suo padre?
"Non è facile rispondere. Tutto insieme. Mi colpì qualche tempo
fa un signore anziano che mi disse: 'Quel 9 maggio
per me fu come l'8 settembre'. Mi ha fatto pensare:
interpretava bene l'idea del tutto che crolla, lo sbandamento".
Alla fine, la famiglia
ha chiesto il silenzio, non è andata ai funerali di Stato.
"Si, e non solo perché erano le ultime volontà di mio padre. Eravamo in
perfetta consonanza con lui".
Vent'anni dopo ha ancora la
speranza che si possa arrivare alla verità?
"Mi conforta che, pur tra tentativi di
trovare scorciatoie o versioni di comodo, ritorni sempre fuori la voglia di
raggiungere la verità. E' nell'interesse del Paese liberarsi di questo
fantasma. Vede, io ho due figli, di dieci e otto
anni. Mi hanno chiesto tante volte del nonno. Ho tentato di rispondere e ho
spiegato che non è un problema nostro privato, è un problema della
democrazia, un problema insoluto che riguarda il nostro paese".
Silvana Mazzocchi – 14 marzo 1998
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