Aldo Moro è colpevole
e viene pertanto condannato a morte
Leggi :
la raccolta degli
articoli sulle Brigate rosse
Nel Carcere del Popolo
“ L’eremo è luogo di solitudine, quella solitudine
che è intrisa di sentimento, di meditazione e di follia”. La riflessione do Sciascia in Todo Modo -1974_ ,quasi preveggente su quanto stava per scatenarsi nella DC,
potrebbe ben descrivere lo stato d’animo di Moro nel Carcere del Popolo mentre
scorrevano i giorni, le settimane senza che dall’esterno arrivasse alcun
segnale rassicurante.
In quelle ore senza tempo, appena interrotte dall’eco delle
notizie che nulla di buono lasciavano presagire per la sua salvezza e per la
soluzione della crisi politica in cui il sequestro BR aveva fatto precipitare
il Paese, il presidente scriveva lettere alla moglie, ai familiari, agli amici
di partito, i pochi che gli erano rimasti, al Papa, ai nemici di sempre.
Durante quei cinquantacinque giorni, infatti, lo statista si
dedicò a due generi di testi: uno è costituito dalle risposte alle domande dei
suoi carcerieri, l’altro era finalizzato alla comunicazione con il mondo
esterno. In questo secondo filone possono essere annoverate anche le note
personali, indirizzate ai brigatisti, che contenevano riflessioni e spunti
autobiografici e molto probabilmente dovevano influire
sull’immagine che Moro intendeva proporre di sé a documento dell’ultima tragica
prova cui era sottoposta la sua vita.
La parte che più interessa è naturalmente la prima, con l’aggiunta
di alcune lettere inviate a uomini politici dalle
quali traspariva che non solo era perfettamente informato dai suoi carcerieri
delle decisioni che venivano prese all’esterno, ma che non aveva perduto in
quel terribile frangente, benché si volesse dimostrare il contrario, né di
lucidità né la capacità di analisi proprie del suo modo di intendere la
trattativa politica anche nella più aspra delle condizioni. L’insieme di queste
carte,lettere escluse, costituiva un blocco di
centocinquanta pagine, noto, ormai lo sappiamo, come il Memoriale Moro. Questo
almeno la valutazione degli esperti: il documento di cui disponiamo, molto più
breve, risulta pesantemente censurato, sia nella
versione trovata nel ‘78 che in quella trovata nel ’90.
Ma anche nella parte a noi nota, il Memoriale è un documento
altamente drammatico: il più drammatico della storia
repubblicana per le circostanze in cui è stato elaborato, ma anche perché esprime
il punto alto di consapevolezza critica
di un uomo do governo, costretto a riflettere sul proprio operato e su
quello del suo partito, nel conflitto d’interessi e poteri contrapposti che la
spartizione di Yalta imponeva.
Anna Laura Braghetti
racconta la condanna a morte del presidente della Democrazia cristiana
Il 15 aprile pronunciammo il verdetto sul
prigioniero ” Aldo
Moro è colpevole e pertanto viene condannato a morte ”. Scrivemmo un nuovo
comunicato, il numero sei, e si fece in modo che i giornalisti lo trovassero il
14 aprile, verso sera, a Torino, Milano, Genova e Roma. Scrivemmo che
l’interrogatorio era terminato. Quanto ai suoi risultati, a proposito dei quali
si facevano tante congetture e che invece noi sapevamo inferiori alle aspettative, per il momento ce la cavammo con una domanda
retorica, ma veritiera: “Quali misteri ci possono essere del regime DC da De Gasperi a Moro che i proletari non abbiano già conosciuto e
pagato con il loro sangue?”
C’ impegnavamo a rendere noto tutto
in un secondo tempo,”attraverso i mezzi di divulgazione clandestina delle
Organizzazioni combattenti” Avevamo impresso una svolta, e aspettavamo una accellerazione. Scrutammo alla televisione il volto terreo
di Zaccagnini, guardammo quelli che si dichiaravano
amici di Moro - Lettieri. Forlani .Anselmi-
uscire dalle auto blu senza voltarsi verso le telecamere, e varcare in fretta,
sotto la pioggia, il portone di casa sua.
Mario disse a Moro la verità due giorni prima, motivando la
sentenza con i suoi 30 anni di responsabilità politiche. Aggiunse che la
trattativa non era chiusa, anzi in un certo senso cominciava in quel momento.
In base al copione di massima che avevano immaginato, infatti, la sentenza di
morte era il presupposto per avanzare le nostre richieste.
Tutto questo fu detto al “condannato”, ma
lui, comprensibilmente , ne fu sconvolto. Rimandò indietro il vassoio delle
pietanze senza toccarlo, trattenendo solo l’acqua da bere. Ci odiava, non voleva accettare niente da noi. Quando Prospero entrò nella sua stanza, distolse gli occhi e
il viso. Per due giorni serbò un
silenzio assoluto. Leggeva
E poi, grazie all’apparecchio televisivo che calamitava
tutta la nostra
attenzione, avemmo modo di scoprire che in via del Forte Trionfale, dove la
famiglia del nostro prigioniero era riunita; si era recato anche Bettino Craxi. Il giornalista che dava
questa notizia ce ne recò anche un’altra, “Lotta continua” ci ammoniva a
risparmiare l’ostaggio per evitare”ripercussioni antipopolari”. Carlo Rivolta,
un giornalista di “Repubblica” che andava tassativamente letto per seguire nei
dettagli le vicende del movimento romano, citava una
frase che Daniel Cohn- Bendit
aveva pronunciato o scritto in occasione del rapimento Schleyer
da parte della Raf. Diceva più o
meno così:” nessuno può arrogarsi il diritto di condannare a morte un
uomo. Se siamo contro la pena di morte applicata dallo stato, tanto più bisogna
esserlo quando ad applicarla è un gruppo ristretto di
uomini, che decidono la vita o la morte a tavolino, nel chiuso di una stanza”.
La sinistra rivoluzionaria ci fece sapere che li stavamo seriamente
danneggiando: perquisizioni, fermi, arresti, divieto
di manifestare. A causa vostra, ripetevano dalle radio, sui volantini e
all’università la repressione si abbatterà su tutto il movimento. Non trovammo che fosse un argomento da prendere in
considerazione.
Fu la famiglia Moro a muoversi, dopo aver contrattato con
Eppure, quando fu resa nota la condanna a morte, Craxi e Signorile fecero presente
che fino a quel momento la maggioranza e la democrazia cristiana non avevano
fatto altro che chiudere tutte le porte, senza sapere che cosa ci fosse dietro.
Per la prima volta dal rapimento, avvenuto nel mese precedente, qualcuno infine
ci chiedeva che cosa diavolo fossimo disposti ad
accettare in cambio della vita di Moro.
Era esattamente
l’effetto che
intendevamo ottenere,un bello scossone al Palazzo che
preparasse il terreno alle nostre richieste. Sapevamo che volevamo , ed era la liberazione dei nostri compagni detenuti. Una
lista di tredici persone da scarcerare arrivò con i mezzi clandestini di cui
non seppi allora, e ancora non so, direttamente dal carcere delle Nuove di
Torino, dove erano detenuti i compagni del nucleo storico, sottoposti a un accidentato e spettacolare processo. La lista fu
chiesta a loro perché avrebbero dovuto includere i nomi dei detenuti comuni che si
erano politicizzati in carcere a contatto con i militanti
rivoluzionari,un’informazione che a noi mancava.
Non fu,questa, la sola ragione per
cui ci si rivolse a loro. Sia per Moretti che per tutto l’esecutivo sarebbe
stato assai complicato tagliare fuori i detenuti dall’azione più eclatante che le BR
avessero mai compiuto. I rapporti fra
Moretti, Curcio e Franceschini si erano già fatti difficili, ma le ragioni
del loro dissenso e del loro rancore affondavano e
affondano ancora oggi le radici in vicende lontane nel tempo, parzialmente
incomprensibili perfino a coloro che li conoscevano da sempre. C’era un
problema politico, ovviamente. Chi era in galera da alcuni anni
non avevano legami con la realtà né percezione di quello che accadeva fuori, e
quindi avanzava suggerimenti e richieste inattuabili. Curcio,
però, era stato leader teorico e lo”scriba” delle Brigate rose fin da subito, e
non aveva nessuna intenzione di perdere questo ruolo.
Sia lui che Franceschini volevano
continuare a indicare la via della rivoluzione, trasgredendo così a una regola
che loro stessi avevano a suo tempo fissato, e cioè che chi sta in galera deve
lasciare le redini a chi è libero.
A dispetto di ciò, da tempo i nostri detenuti più illustri
giudicavano troppo indefinita la linea delle Brigate rosse, e si erano
attribuiti il compito di ovviare. Contribuirono non poco alla stesura del
documento della Direzione strategica del febbraio “
Era un dato di fatto che loro avessero di studiare e pensare, mentre noi a
stento riuscivamo a leggere ogni tanto “
Le foto dei detenuti “illustri”, ritratti attraverso le
sbarre delle gabbie in cui sedevano al processo, venivano
volentieri ritagliate e attaccate come santini sugli spechi e sugli armadi.
Erano avvolti da un alone mitico, eroi
di cui si narravano le gesta. Come se non bastasse, Curcio e Franceschini erano il
volto esterno dell’organizzazione, quello che tutto il mondo vedeva, la nostra
immagine. Ogni volta che le BR colpivano, gli occhi di tutti si
volgevano alla gabbia nel tribunale di Torino, dalla quale
infatti loro rivendicavano e commentavano gli avvenimenti. Durante le
varie fasi del sequestro dunque sempre consultati ,
anche se comunicare con loro non era semplice né rapido.
Dopo la condanna a
morte a Moro, vennero
per giunta a trovarsi in una posizione cruciale. Qualcuno, da parte del PSI, avvicinò uno degli avvocati del processo di Torino,
chiedendogli di intercedere presso i capi storici per la salvezza di
Moro,Richiesta alla quale loro opposero la ragione, formalmente inoppugnabile
ma falsa, di non aver nessuno contatto con i loro compagni fuori, e di
augurarsi a loro volta un esito favorevole della vicenda. Ci fecero sapere di
temere per la propria vita, e quindi di essere cauti.
Gli agenti di custodia li minacciavano , Stammheim ( il carcere tedesco dove vennero”suicidati”
alcuni componenti della Raf ) era ancora sullo sfondo: e se qualcuno
avesse deciso di rivalersi su di loro per quello che noi combinavano.?
Inoltre la prospettiva di uscire di
galera in seguito ad uno scambio era loro assai gradita, e per questo fino
all’ultimo condivisero la speranza che tutto si concludesse per il meglio.
Mentre tutto questo accadeva, io avevo i
miei problemi. Nella cassetta della posta avevo trovato una convocazione per
una riunione di condominio. Dovevo andarci. Feci un tentativo di mandarci
Germano al mio posto, ma si negò, quindi mi vestii come si deve
e mi accinsi a trascorrere una serata in compagnia dei nostri temutissimi
vicini. L’unica persona con la quale avevo stretto rapporto, durante la mia
permanenza in via Montalcini,
era una signora di mezza età che abitava esattamente sopra di noi, al secondo
piano. L’avevo conosciuta tramite il figlio,un ragazzo
il cui garage confinava con il mio e amava appassionatamente la sua Dyane verde.
Era uno di questi ragazzi che spendevano la domenica a
lavare, lucidare e coccolare la loro automobile, e quindi mi capitava spesso di
incontrarlo e scambiare due parole. Lui mi presentò sua madre, una vedova che
viveva con la pensione di reversibilità e il cui unico possesso terreno era la
casa in cui viveva, era magrolina, bruna, garbata. Le piacqui, e si disse
felice del fatto che finalmente in quella palazzina di gente fredda e altezzosa
fosse arrivata una coppia giovane con cui fare amicizia e scambiare due parole.
Così m ’ invitò prendere il tè da lei, e io accettai.
Il figlio mi mostrò il suo impianto stereo, e i suoi dischi di Rock n’roll, che apprezzai molto, dal momento
che in casa nostra si ascoltava qualche volta una cassetta di Lucio
Dalla, Guccini e di Aznavour.
La riunione di condominio, nonostante la presenza della mia
amica, fu terribilmente noiosa e rischiai più volte di addormentarmi. Ricordo
una discussione senza fine della sistemazione del giardino condominiale e della
pulizia delle scale, fui ben attenta di non prendere partito fra l’una e
l’altra delle fazioni opposte che si combattevano accanitamente. Sorridevo
molto e seguivo la discussione solo quel tanto che mi
garantì di votare, alla fine, con la maggioranza.
Anna Laura Braghetti
e Paola Tavella
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