La sfinge delle
Brigate rosse
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Le Brigate
rosse – Raccolta articoli
e documenti sulle Brigate rosse
Articoli da leggere : Mario
Moretti,l’Hyperion e la CIA - Sergio
Flamini- I segreti di Via Gradoli
Grazie alla mia supervista di supereroe ho potuto dare un'occhiata al nuovo libro di Sergio Flamigni, "La sfinge delle Brigate rosse - Delitti,
segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti", edito dalla Kaos, che uscirà in libreria tra pochi giorni. Dal libro
emerge che Mario Moretti, il capo indiscusso delle
Brigate rosse nel periodo dal 1974 al 1981, definito per anni la "Primula
Rossa" delle Br, aveva l'abitudine (o la strana
sorte) di trovare covi o abitazioni con vicini di casa imbarazzanti o
pericolosi. Quando Moretti arriva a Milano dalle Marche
si fidanza con Amelia, che poi sposerà e dalla quale divorzierà. La ragazza
abita con i genitori in via Gallarate
131, nello stesso palazzo in cui era la sede milanese di Luigi Cavallo, un ex
comunista diventato poi il principale collaboratore di Edgardo Sogno.
Quando Mario Moretti e Amelia si sposano, ad un certo
punto vanno a vivere in un appartamentino in via delle Ande 16. Ma anche qui ci
sono vicini da cui un terrorista dovrebbe stare alla larga.
Al numero 15, a pochi metri dai Moretti, abita Antonino Allegra, capo
dell'Ufficio politico della Questura milanese, e poco più in là, al numero 5,
abita un altro importante collaboratore di Edgardo
Sogno, Roberto Dotti, anche lui ex comunista pentito. Dotti, tra l'altro, è al
centro di un altro imbarazzante mistero: Corrado Simioni,
il capo del Superclan (organizzazione nata dalla stessa costola delle Br) e poi fondatore a Parigi della scuola di lingue Hyperion, avrebbe detto a Mara Cagol
(moglie di Renato Curcio) di consegnare proprio a
Dotti le schede dei nuovi aderenti e a lui che poteva rivolgersi in caso di
bisogno.
Simioni è l'uomo che molti hanno creduto di
riconoscere nella descrizione data da Craxi, nel
1980, del "grande vecchio". E la storia non
finisce qui, perché anche a Roma, nel famoso covo di via
Gradoli 96 in cui Moretti viveva al tempo del
rapimento Moro, c'erano, solo in quella palazzina, ben 24 appartamenti di
"proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari vi sono
alcuni funzionari del servizio segreto civile" e lo stesso Vincenzo Parisi, capo del Sisde,
acquisterà poi alcuni appartamenti in via Gradoli.
In un appartamento al piano di sotto abitava una donna
egiziana, informatrice della polizia, che infatti
segnalerà qualcosa di strano nell'appartamento di Moretti e Barbara Balzerani. Inoltre, al numero 89, proprio di fronte al
covo, abitava un sottufficiale dei carabinieri, in forza al
Sismi, anche lui, come Moretti, originario di Porto San Giorgio. Ma anche la biografia di Moretti sembra sfuggire del tutto
alla teoria, cara a Rossana Rossanda, delle Br sorte dall'"album di famiglia" del comunismo
italiano.
La famiglia di Moretti infatti è lontana dalla
tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta
parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole
superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno)
grazie all'aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un
clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima
moglie e il giovane amante di lei, prima di suicidarsi.
La loro villa San Martino di Arcore sarà poi acquistata dal giovane imprenditore Silvio Berlusconi, grazie all'intervento di Previti,
ma grazie soprattutto al senatore liberale Giorgio Bergamasco,
tutore della marchesina rimasta orfana e anche lui collaboratore di Sogno.
Voi direte giustamente che sono le solite teorie dietrologiche
di Flamigni e io risponderò, altrettanto giustamente,
che è innegabile il merito di Flamigni di avere
insistentemente segnalato, contro tutto e tutti, la
probabile esistenza di carte non trovate nella prima perquisizione del covo
milanese di via Monte Nevoso e l'altrettanto probabile esistenza di un quarto
'carceriere' di Moro, due ipotesi poi dimostrate esatte dai fatti, smentendo i
tanti che già allora sostenevano che nel caso Moro non c'era più nulla da
chiarire.
Da: Dagospia
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