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Roberto Calvi
Sottratta una borsa al Capo degli
Investigatori Inglesi in viaggio in Italia. Calvi, il mistero
di un'altra borsa. In manette a Roma il ricettatore dei
documenti rubati
Caso Calvi: in manette il ricettatore dei documenti top secret rubati a Roma.
Dopo i due misteriosi furti subiti una decina di
giorni fa dal Coroner londinese, Paul Bernard Metthew (una delle massime autorità di polizia inglesi), la Direzione
investigativa antimafia ha fermato uno straniero, nell'ambito dell'inchiesta
sulla morte del presidente del Banco Ambrosiano. Nell'albergo romano dove era
ospite, l'hotel Habitat, il super-poliziotto di
Londra era stato derubato, il 19 aprile, di un personal computer in cui erano
custoditi "file" riservati sulla morte del banchiere, e, il 24
aprile, di una borsa che conteneva materiale cartaceo sull'inchiesta.
La
tragica vicenda di Roberto Calvi era ritornata alla ribalta nel dicembre
scorso, quando, grazie alla collaborazione tra gli inquirenti italiani e
britannici, si era arrivati all'arresto, da parte della polizia londinese, di Odette Morris,
parente del faccendiere Flavio Carboni. Da qualche mese sulla morte del
banchiere, trovato impiccato nel 1982 sotto il ponte dei Frati Neri nel
centro di Londra, è stato aperto un procedimento giudiziario davanti al
giudice dell'udienza preliminare (gup) di Roma. La
procura della capitale ha richiesto il rinvio a giudizio per quattro persone:
Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinszig,
l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il cassiere di
Cosa Nostra, Pippo Calò, in carcere da diciannove
anni, due ergastoli definitivi sulle spalle.
Riguardo ai documenti rubati, le indagini della Dia
sono risalite a uno studente di Ingegneria tramite il quale si sarebbe poi
individuata la persona fermata venerdì con l'accusa di ricettazione. È molto
probabile che i due furti siano collegati alle indagini sull'omicidio di
Calvi che la polizia di Londra sta compiendo insieme con la procura romana
nell'inchiesta di cui sono titolari Luca Tescaroli
e Maria Monteleone. Finora
è stato accertato che il banchiere sarebbe stato ucciso altrove e successivamente trasportato in barca fino al ponte dove fu
inscenato il suicidio. Sette mesi fa, a 21 anni dalla morte, è stata la
polizia inglese a riaccendere i riflettori sulla complessa vicenda.
Un'iniziativa che seguiva la decisione presa poco prima dalla magistratura
italiana di portare avanti le accuse contro quattro personaggi coinvolti.
Dopo gli sviluppi delle inchieste in
Italia, al detective sovrintendente di Scotland Yard, Trevor Smith,
fu chiesto di ricostruire l'accaduto. Per la polizia londinese "le
circostanze sono attualmente oggetto
d'inchiesta". Alle indagini ha contribuito Carlo, il figlio del
banchiere, residente in Canada, che ha fatto anche riferimento al meccanismo
di triangolazione chiamato "conto deposito". Un
sistema che consentiva al Banco Ambrosiano di Nassau di finanziare lo IOR (la
banca vaticana guidata allora dall'arcivescovo Marcinkus) tramite la panamense United Trading Company, con conto presso l'istituto del
Gottardo di Lugano.
Roberto Calvi si trovava in Inghilterra nello stesso
periodo in cui era protagonista del crac della sua banca. Nella vicenda venne coinvolto anche un ex padrino di Cosa nostra,
Francesco Di Carlo, poi divenuto collaboratore di giustizia: era latitante a
Londra nei giorni in cui fu ucciso il banchiere. Era stata anche avanzata l'ipotesi che fosse stato proprio Di Carlo ad
attirare Calvi in un tranello, per strangolarlo e simulare il suicidio.
"Poco prima della morte di Calvi fui cercato con insistenza da Pippo
Calò - ha raccontato Di Carlo - alcuni giorni dopo la scoperta del cadavere
impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, e io chiesi perché mi cercavano. Bernardo Brusca e Calò mi risposero che ormai tutto era
stato "sistemato" ma non mi dissero che
cosa era stato "sistemato"". Pippo Calò in quegli anni si era trasferito da Palermo a Roma dove si faceva chiamare
Marco Favarolo: a lui facevano capo i corleonesi di Riina
e Provenzano. Per questo Maria
Monteleone e Luca Tescaroli,
titolari dell'inchiesta sulla morte del banchiere, hanno ascoltato più volte
Francesco Marino Mannoia, il pentito che, per
primo, ha suggerito agli inquirenti la pista mafiosa nel caso Calvi.
Il finto suicidio
Il 18
giugno 1982 a
Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il ponte dei
Frati Neri, viene trovato impiccato il banchiere
italiano Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano di Milano. È
l'epilogo di una travagliata avventura finanziaria che porterà alla
liquidazione dell'istituto bancario poi risorto con nuovo nome. Calvi risultava iscritto alla loggia massonica P2. I dubbi sul
possibile suicidio durano poco, la tesi prevalente è quella dell'omicidio
La donna del faccendiere
Il caso Calvi era ritornato alla ribalta nel dicembre scorso, quando, grazie
alla collaborazione tra gli inquirenti italiani e britannici, si era giunti
all'arresto, da parte della polizia di Londra, di Odette Morris, 42 anni, parente
del faccendiere Flavio Carboni. La donna era il teste chiave che aveva
fornito un alibi a Carboni. Rilasciata su cauzione, è agli arresti
domiciliari. È accusata di aver tentato di falsare il corso della giustizia
L'inchiesta romana
Da alcuni mesi sulla morte del banchiere è stato aperto
un procedimento giudiziario davanti al giudice delle indagini preliminari di
Roma, con la richiesta di rinvio a giudizio, da parte della procura della
capitale, per quattro persone: il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex
compagna Manuela Kleinszig, l'imprenditore Ernesto Diotallevi e il boss mafioso Pippo Calò, rinchiuso dal
1985 nel supercarcere di Ascoli Piceno
Giacomo Galeazzi 26 Giugno 2004
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