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Quel
filo rosso di sangue che lega i delitti di Roma |
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A V V E N I M E N T I I T A L I A N I |
Emanuela Orlandi Da Emanuela Orlandi a Simonetta Cesaroni È possibile che dodici donne siano state uccise a Roma da un'unica mano e che presumibilmente
anche Emanuela Orlandi (scomparsa) e Simonetta Cesaroni
(ammazzata in via Poma) facciano parte dell'elenco?
Ed è plausibile pensare che più misteri d'Italia, dal caso Calvi
all'attentato al Papa, convergano in questa lunga scia di cadaveri «romani»? Parrebbe di sì a leggere l'avvincente libro-inchiesta
Dodici donne, un solo assassino scritto dal giudice Otello Lupacchini e dal giornalista Max Parisi (edizioni Koinè)
nel quale tutta una serie di nuovi indizi sembrano collimare con riscontri
processuali, rivelazioni inedite di ex agenti del Sisde e tante, troppe,
coincidenze inquietanti. Lupacchini e Parisi
partono dal caso di Emanuela Orlandi, giovanissima cittadina vaticana
scomparsa a Roma il 22 giugno del 1983, per approdare al crac del Banco
Ambrosiano e agli intrighi in Vaticano attraverso «un finanziatore privato
romano, in rapporti con personaggi legati a Pippo Calò (cassiere della mafia)
e alla banda della Magliana, che possedeva un negozio in corso Rinascimento»,
dirimpetto al Senato. Proprio dove Emanuela venne adescata e vista per
l'ultima volta mentre parlava con un uomo. L'incontro avvenne di fronte alle
vetrine del locale di un «noto usuraio condannato a una pesante pena
detentiva per concorso nella bancarotta del Banco Ambrosiano». Il nome che
sciorinano gli autori è quello di Fausto Annibaldi che insieme a Ernesto Diotallevi (vecchia conoscenza del giudice Lupacchini ai tempi dell'inchiesta sulla Banda della
Magliana) avrebbe prestato prestato
24 miliardi di dollari a Calvi. Annibaldi - ricordano gli autori - possedeva
un'officina all'interno della quale venne ritrovata la macchina
presumibilmente usata per trasportare la Orlandi. E
la ragazza bionda che parcheggiò l'auto aveva una relazione con Enrico De Pedis, capo della «Bandaccia», unico boss ad essere
sepolto in una chiesa del Vaticano. Alla vettura ci arrivò per primo il
Sisde, con l'agente Giulio Gangi, che per strane
vicissitudini fu presto bloccato nelle indagini. Il punto, secondo gli
autori, è che con l'impiccaggione di Calvi sotto il
ponte dei Frati Neri a Londra. la Mala romana
rischiava di non rivedere più una lira. «Lo Ior di Marcinkus
- si legge - prese subito le distanze dai debiti accumulati da Calvi e questa
dura posizione era stata resa pubblica la settimana precedente la scomparsa
di Emanuela». La conclusione degli autori è lapidaria: «Con
Calvi morto e il vecchio Ambrosiano dichiarato insolvente, se non lo Ior, chi altri poteva saldare il debito? Ecco dunque un
possibile movente non per spiegare la scomparsa di Emanuela, quanto per
giustificare il comportamento del Vaticano»,con gli
appelli del Papa e i messaggi di rivendicazione alla Santa Sede. Secondo la
ricostruzione, Emanuela Orlandi fu però vittima del serial killer capitolino,
il quale solo successivamente seppe della
provenienza vaticana della ragazza assassinata. Così si rivolse a uomini che
conosceva indirettamente e che facevano parte della banda della Magliana.
Questi si ritrovarono fra le mani gli effetti personali della ragazza e la
possibilità di ricattare il Vaticano: fu dunque il serial killer ad avere
adescato. E lo fece sempre con lo stesso stile, a volte con lo stesso
identico trucco, sempre con calcolo e freddezza. Mirella Gregori, scomparsa
il 7 maggio 1982, poco prima di Emanuela e mai più ritrovata. Poi Rosa Martucci, Augusta Confaloni,
Tea Stroppa, Lucia Rosa e Fernanda Durante. Ancora, Katy
Skerl, Cinzia Travaglia, Marcella Giannitti, Giuditta Pennino e infine Simonetta Cesaroni, in via Poma: «Tutte
uccise a Roma in un periodo storico ben definito e senza mai un colpevole». Luca Rocca 8 dicembre 2006 |
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