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Brigate rosse: i troppi misteri di via Fani |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
La lapide
in via Fani con le foto dei cinque agenti uccisi Franco Piperno nello scritto <<
Pre print >> esalta
appunto la
straordinaria geometria dispiegata in via Fani, ma
nel contempo critica le Brigate rosse
per aver applicato << un’azione di siffatta potenza a un obiettivo
minimale, quasi privato, e insieme tutt’altro che
“realistico”, la scarcerazione di alcuni detenuti politici>>. In realtà, Moretti chiede anche un riconoscimento politico
( si impegna personalmente nella famosa telefonata
del 30 aprile). Gli si fa credere che sia possibile, se un paio di giorni
dopo Moro ringrazia le Brigate rosse per la vita e la libertà? Ma il 5 maggio esse confermano la condanna a morte. Tuttavia si tratta ancora: il 6 maggio Fanfani
annuncia la convocazione della direzione della DC, per il giorno 9. Ma per decidere cosa? Due anni dopo lo storico socialista
Giuseppe Tamburano scriverà: << Andreotti rivela che il suo governo ha tentato di salvare
Moro offrendo la libertà di un brigatista. Il 6 maggio anfani concorda una
dichiarazione che sembra un messaggio alle Brigate rosse. Ma come sappiamo le Brigate rosse non
si sono accontentate di quella dichiarazione e hanno chiesto un impegno più
vincolante. Piccoli conferma che quella terribile mattina nella direzione Dc Fanfani avrebbe
dovuto assumere tale impegno. Quindi anni dopo << quella mattina, Cossiga dirà:<< Se non
avessi interrotto, la riunione, avrebbe deciso la convocazione del consiglio
nazionale. E il consiglio nazionale avrebbe
certamente modificato la linea seguita sino a quel momento>>. Ad oggi ancora non sappiamo che cosa fece precipitare la
situazione. Si sa con certezza che tra via Gradoli e la duchessa e il mattino del 9 maggio le
Brigate rosse, pur sotto scacco, ebbero il tempo per ben tre settimane di
trattare con una certa libertà. Quattro processi e decine di audizioni parlamentari non hanno accertato la dinamica
di via Fani, compresa la certezza del commando sul percorso di Moro ( sempre
deciso la mattina dalla scorta del presidente Dc),
i due componenti della moto Honda, il black out
telefonico nella zona, la presenza in via Fani8 per un asserito invito a
pranzo alle nove del mattino) dell’ufficiale dei servizi Camillo Guglielmi, poi deceduto. Circostanza quest’ultima
assai strana. Soprattutto non si conosce la composizione completa del
commando, con un non identificato tiratore scelto che spara 49 dei 91 colpi
complessivi, che annienta la scorta senza scalfire Moro, che si muove come
uno specialista mentre i brigatisti per loro stessa ammissione, non lo sono.
L’arma è uno Stern o un Fna
43, che non verrà mai ritrovato. Altri 22 colpi sono
sparati da una mitraglietta , poi scoperta in un
covo delle Br a Milano. L e altre armi o si inceppano o sparano venti colpi in totale. La <<
geometrica potenza>> si basa su un solo uomo, rimasto ignoto ( Chi è Tex Willer?,
si chiederà Franceschini, in un racconto di
fantapolitica scritto per la pubblicazione satirica << cuore>>,
che vede nell’Hyperion il cervello dell’intera
operazione). In secondo luogo, non si è mai accertato il percorso di allontanamento dall’agguato di via Fani. I brigatisti
si sono contraddetti più volte con versioni che comportarono
il trasferimento di Moro in un luogo molto frequentato e su un furgone
lasciato incredibilmente incustodito, sembra per diversi giorni. Un’altra situazione non chiarita è l’uccisione dell’ostaggio,
col suo trasferimento dalla supposta lontana periferia( via
Montalcini) al centro di Roma, presidiata da
ingenti forze di polizia, in attesa di un evento previsto( liberazione o
morte), mentre era riunita la direzione Dc, quasi
permanentemente. Qui si inserisce la figura di
Germano Maccari, falegname e disoccupato, neanche
organico nelle Brigate rosse, che sarebbe stato scelto come quarto carceriere
( col capo Moretti, il vicecapo Gallinari,
e la non ancora clandestina Anna Laura Braghetti )
I brigatisti hanno sempre negato l’esistenza di un <<quarto
uomo>>. Franco Bonisoli: << Sono
tutte buffonate che nascono dalla stupidità di chi non capisce o dalla
malafede di chi non vuol capire è da escludere che nella prigione di Moro ci fosse un’altra persona oltre alle tre già
individuate>>. Moretti aggiunge :<< Se
nella prigione di Moro è entrata una quarta persona, cosa che a me non
risulta affatto, non poteva che appartenere alla ristretta cerchia della
direzione strategica delle Brigate rosse>>. E
invece no, il <<quarto uomo>> è un uomo qualunque, marginale
nelle Brigate rosse, che prima negherà, poi ammetterà addirittura di essere
il carceriere che ha fornito a Moretti l’arma omicida che uccise Moro. Per finire, all’improvviso il 20 luglio 1993 esce allo scoperto Moretti e conferma che c’era effettivamente
un quarto uomo. Ammette ciò che sempre è stato negato per soccorrere il suo
sodale Prospero Gallinari, il quale versa in
cattive condizioni di salute in carcere e che fino a quel momento è ritenuto colui che ha ucciso Moro. E’ in questo contesto
che nascono le divergenti versioni di Moretti, Maccari
e Braghetti su come Moro sarebbe stato ucciso nel
garage di via Montalcini alle sei e mezza del
mattino. La perizia accerterà invece che è stato ucciso, e con modalità
diverse alle undici, poco prima del ritrovamento. Avvenimenti
Italiani – 22 marzo 2002 |
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