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Pecorelli assassinato. Andreotti ne trasse vantaggio Depositate a Perugia le motivazioni della sentenza d'appello Il senatore a vita e Badalamenti
condannati a 24 anni Giulio Andreotti è stato
"l'ideatore" dell'omicido Pecorelli, che era "nel suo interesse". E'
questo il senso delle quasi 400 pagine di motivazioni della
sentenza di condanna emessa il 17 novembre scorso a Perugia
nei confronti del senatore a vita. Che in quella occasione
è stato condannato in appello a 24 anni di carcere assieme al boss mafioso
Gaetano Badalamenti. Andreotti
e Badalamenti erano stati invece assolti in primo
grado, così come gli altri imputati Claudio Vitalone,
Giuseppe Calò, Michelangelo Secondo i giudici del capoluogo umbro "il movente del
delitto è collegato eziologicamente (con un nesso
causale, ndr) all'attività di giornalista di
Mino Pecorelli". Andreotti
quindi - si legge ancora nelle motivazioni - "aveva un forte interesse a
che il direttore di Op non pubblicasse certe notizie
scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita". Queste notizie, secondo quanto dichiarato da Buscetta
e ritenuto credibile dai giudici, provenivano da documenti segreti che Pecorelli avrebbe scoperto
grazie anche alla collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
e dai quali potevano emergere alcuni retroscena riguardanti il sequestro e
poi l'uccisione di Aldo Moro. E' invece "destituito di ogni
fondamento" il teorema accusatorio del pubblico ministero riguardo alle
posizioni di Claudio Vitalone (che all'epoca era
uno dei più stretti collaboratori di Andreotti),
dei mafiosi Giuseppe Calò, Michelangelo Carmine "Mino" Pecorelli
fu ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola dopo avere
lasciato la redazione del suo giornale, "Op". Una prima indagine
coinvolse Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer,
Cristiano e Valerio Fioravanti. Che però nel 1991 furono
tutti prosciolti. Nel 1993, la svolta: il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusa
Giulio Andreotti, e in base a
quelle dichiarazioni nella inchiesta entrano anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò. Nell'agosto dello stesso
anno le dichiarazioni dei pentiti della banda della Magliana, in particolare quelle di Vittorio Carnovale, coinvolgono l'allora magistrato romano Claudio
Vitalone. L'11 aprile del 1996 comincia
formalmente il processo. Il 30 aprile i pm chiedono
l'ergastolo per tutti gli imputati. Ma il 24 settembre del 1999 arriva la
sentenza di assoluzione per tutti gli imputati.
Sentenza che nel caso di Andreotti
e Badalamenti viene rovesciata nel processo di
appello. 13 febbraio 2003 |
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