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L’assassinio di Piersanti Mattarella |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Mattarella
con Sandro Pertini Il 6
gennaio 1980 viene
assassinato in via Libertà, Mattarella era il presidente della Regione
Sicilia, aveva 45 anni. Uomo di spicco della DC siciliana, l’unico leader
dell’amministrazione regionale che manifestava una linea di rinnovamento, di
apertura alla sinistra, molti lo consideravano un erede di Aldo Moro. L’artefice
del cambiamento di linea era lui, figlio del potente
Bernardo
Mattarella molto potente è influente negli anni 50,
presente in tutti i governi regionali di quegli anni,da
molti indicato come il mandante della strage di Portella delle Ginestre. Piersanti
faceva parte di una nuove generazione di politici,
allievo dei gesuiti, erede di Dossetti e di Di tutti i delitti
politici-mafiosi, l’omicidio di Mattarella è quello che interessa di più non
soltanto per il significato di spartiacque che questo delitto assume nella
sentenza di appello di Palermo tra l’Andreotti amico dei boss e l’Andreotti
che gli dichiara guerra, ma anche perché nelle indagini fu coinvolto il
terrorista Giusva Fioravanti, presunto killer
di Pecorelli nella prima inchiesta della procura di Roma. Mattarella aveva avuto sentore di
quanto stava accadendo, infiniti segnali stavano a indicare che era in
pericolo; era corso a Roma, dall’amico Virginio Rognoni, allora ministro
dell’Interno, per raccontargli cosa stava accadendo nelle file del partito in
Sicilia. Prima di partire aveva detto alla sua segretaria Maria Grazia Trizzino:< Se mi dovesse accadere qualcosa si ricordi
di questo viaggio>. Che cosa abbia detto Piersanti
a Rognoni, quali nomi abbia fatto, quali accuse abbia rivolto ai suoi
colleghi di partito con esattezza non si sa, ma al centro dei suoi sospetti
c’era ancora una volta Vito Ciancimino. Non a caso la difesa di Andreotti
ha puntato a
ridimensionare i rapporti tra il senatore e l’ex sindaco di Palermo:< Ho
incontrato Ciancimino non più di due, tre volte, e in occasione di alcuni
suoi viaggi a Roma>. E i giudici di Palermo gli hanno dato credito. In
verità erano molto complessi i rapporti tra Don Vito e gli uomini della
corrente siciliana, Salvo Lima lo considerava da sempre un rivale nella
complicata rete
di interessi politico-mafiosi della DC siciliana; fu lui nel Ma dietro lo scontro politico c’era
anche uno scontro di interessi mafiosi: Lima era legato a Bontate e ai Salvo,
Ciancimino a Riina e Liggio. Nel corso del processo di Palermo ha certamente
pesato nei confronti del senatore quel contributo di quaranta milioni dai
suoi amici romani che consentì al barbiere di Corleone di dare la scalata
alla DC siciliana a metà degli anni settanta. Ma ciò avvenne nel “77 , prima che Don Vito giocasse il suo supposto ruolo nei
delitti di Palermo, ciò che rendeva imbarazzante il riconoscimento di ogni
possibile rapporto con lui. Ma cosa
lega l’uccisione del Presidente della Regione siciliana a quella di un giornalista romano troppo intraprendente e in
cattiva fama? Il “movente politico”,
sostiene una tesi: tutti e due sono delitti di mafia dove il mandante non
doveva comparire, per questo i due omicidi dovevano essere camuffati come
“terroristici”. Uno scenario complicato, se
vogliamo, ma che regge all’usura del tempo, anche se
a mettere un bastone tra le ruote a questa ricostruzione è stato Don Masino-Buscetta, che, per una sorta di
orgoglio mafioso, non è stato disponibile ad accettare il fatto che omicidi
compiuti da Cosa Nostra potessero essere stati commissionati a ragazzetti che
agivano al di fuori dello stretto controllo mafioso: < Signor giudice, mi
creda, i terroristi non c’entrano niente, quello di Mattarella è stato fatto
da Cosa Nostra, andate a vedere a chi furono affidati gli appalti dopo la sua
morte,cose che fanno paura!>. |
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