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La vita di Tommaso Buscetta |
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A V V E N I N T I T A L I A N I |
Tommaso Buscetta nasce a Palermo il 13 luglio 1928. Suo padre Benedetto fa il vetraio.
Si sposa a sedici anni e mezzo con Melchiorra Cavallaro.
Nascono due figli. Buscetta emigra a Buenos Aires, dove apre una vetreria. Ma
non fa fortuna, e nel 1957 torna a Palermo. Fa amicizia con i mafiosi del
quartiere e viene adottato dalla famiglia di Porta Nuova guidata da Tano Filippone. Nell'agosto del 1959 comincia la prima guerra
di mafia: i sicari di Liggio uccidono Michele
Navarra, boss di Corleone, con la scalata al potere dei corleonesi
capeggiati da Totò Riina
e Bernardo
Provenzano. Le famiglie scendono in guerra, una delle più
sanguinose della loro storia e Buscetta decide di allearsi con i Greco. Sceglie la latitanza e resta alla
macchia fino al 1972, quando viene scovato a Rio De Janeiro. Nel mentre si
sposa una seconda volta, con Vera Girotti, e poi
una terza volta, con la ventunenne brasiliana Cristina de Almeida
Guimares. Il 2 novembre del 1972 viene arrestato
dalla polizia brasiliana con accusa di traffico internazionale di narcotici.
Il Brasile non lo processa ma lo rimanda in Italia, dove viene arrestato. Buscetta rimane rinchiuso all'Ucciardone sino al 13 febbraio 1980: in carcere la
colazione, il pranzo e la cena gli vengono portati da uno dei più noti
ristoranti di Palermo. Ottiene la semilibertà e nello stesso anno scappa per
il Brasile. A Palermo comincia la "mattanza": vengono ammazzati il
fratello Vincenzo, il cognato, tre nipoti e i due figli Benedetto e Antonio. Tre anni dopo scattano ancora le
manette. Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo
nelle carceri di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone e il
sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta non
ammette nulla, ma quando i magistrati si stanno per allontanare lancia un
segnale: "Spero che potremo rivederci presto". Il 3 luglio il
tribunale brasiliano concede la sua estradizione. Durante il viaggio per l'Italia
Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva, e quando il
Dc10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio "Don Masino" viene
estradato negli Usa dopo avere ottenuto, in cambio della sua collaborazione
contro la presenza mafiosa negli Usa, una nuova identità e protezione per sè e per la sua famiglia. Nel 1986
infatti Buscetta entra nel "Witness Protection Program" e la
sua vita diventa segreta. Buscetta era malato da circa due anni. La malattia,
un mieloma multiplo, aveva provocato complicazioni cardiache e si era
aggravata negli ultimi mesi. Non si finirebbe mai di parlare di Buscetta. La sua vita non sarà mai
raccontata abbastanza. Dei suoi ultimi quindici anni, quelli trascorsi come
<< cittadino americano>> e collaboratore di giustizia, si sa poco
perché ragioni di sicurezza avevano impedito qualsiasi forma di
pubblicizzazione. Essendo sempre braccato, è stato sottoposto al vincolo del
silenzio anche quando avrebbe avuto gran voglia di parlare e raccontare le
sue vicissitudini. Prima furono gli americani, poi gli italiani, fatto sta
che Buscetta è sempre vissuto a sovranità limitata. Anche se – e lo disse –
per il suo bene e la sua incolumità, oltre a quella dei familiari rimasti
vivi. Come è vissuto Tommaso Buscetta?
Dove è vissuto? Chi ha frequentato? Come risolveva i mille problemi
quotidiani di un uomo che fino all’ultimo giorno della sua vita non aveva più
una precisa identità?E i figli , la moglie come li
hanno risolti tali problemi? Non era libero di sentirsi
Buscetta, né quando doveva curarsi un dente, si doveva travestire da militare
americano. Pochi uomini hanno vissuto l’esperienza di Buscetta, di essere
costantemente trattati come un pacco postale prelevato, consegnato, spremuto,
restituito, ancora spremuto, di nuovo passato di mano. Con Falcone Buscetta aveva un punto
di riferimento, una boa, una sicuro approdo, Falcone
lo ha fatto sentire importante , determinante, e quando Falcone morì a Capaci,
Buscetta inizio a morire pian piano. Quando Tommaso
Buscetta era negli
USA, sapeva che non avrebbe più fatto ritorno in Italia e nella sua Palermo. Lo
sapeva ma non si rassegnava, sperava , almeno, che
sarebbe potuto tornare anche per brevi periodi, magari per periodi di cura o
per essere ascoltato da qualche giudice. Tuttavia se voleva continuare a
vivere doveva restare prigioniero di quello sterminato paese che è l’America.
Lontano dalla sua gente e dalla sua terra. Sapeva che ha poca importanza il
fatto che abbia pagato saldato tutti i conti con la giustizia di mezzo mondo,
e che molte di queste lo abbiano costretto a pagare pesantemente, e in
anticipo, solo perché si chiamava Buscetta. Poco importa che i suoi familiari
non abbiano fatto parte, mai, di Cosa Nostra. Sapeva che la sua vita era a
rischio. Restava un bersaglio di killer di mafia , è
stato il primo grande accusatore di un’organizzazione criminale basata sulla
segretezza. E questa condanna a vita, non emessa da nessun tribunale, non ci
dice forse quanto sia ancora forte la presenza di Cosa Nostra? Se vivono blindati
poliziotti e giudici, figurarsi uno come lui, che cominciò la sua vita da
quella parte della barricata. Buscetta aveva una tremenda
nostalgia di Palermo, diceva ai suoi familiari e ai giudici di che avrebbe
dato un anno di vita per rivedere la sua città, il suo quartiere. Una volta
chiese a Falcone se questo era possibile, se con qualche stratagemma lui
poteva tornare a Palermo come un semplice turista. Si può ridere di tutto
questo, ma non si può immaginare cosa vuol dir viaggiare per buona parte
della vita e sapere di non potere tornare nella città dove si è vissuto, dove
si è nati. Questo uccideva Buscetta più del suo cancro. |
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