Tommaso Buscetta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’incontro con Falcone e l’inizio di una “straordinaria” amicizia che scompaginò la mafia.

Il 24 marzo del 1983 Tommaso Buscetta viene arrestato in Brasile. Nel carcere Sudamericano”il boss dei Due Mondi”, come veniva chiamato in codice per la lunga permanenza oltreoceano, aveva tentato due volte il suicidio. Pippo Calò che Don Masino considerava una sua creatura, il suo pupillo, lo aveva tradito: gli aveva ucciso due figli e il fratello. Ma a farlo disperare era soprattutto la morte di Antonio, il primogenito; come aveva potuto fare una cosa del genere, quell’infame? Lo aveva battezzato lui, lo aveva cresciuto lui, era il suo figlioccio, come poteva essere stato tanto feroce? Cosa era potuto accadere dentro “Cosa Nostra”, come la chiamava Don Masino? Cosa aveva trasformato degli uomini d’onore in belve feroci? Il tradimento di Pippo Calò lo aveva portato ad invocare la morte. E dopo l’arresto, in Brasile, come detto avvenuto il 24 marzo dell’83, che lo avrebbe separato per sempre dalla sua amata Cristina, la giovanissima moglie brasiliana , e dall’ultimo figlio appena nato, davvero aveva deciso di non voler più vivere. Ingoio barbiturici, si taglio le vene, ma tutto fu inutile, lo salvarono i poliziotti italiani che erano andati a prelevarlo dopo che lo Stato brasiliano concedette l’estradizione. Gli agenti gli stettero vicino dimostrandogli umanità e rispetto. Buscetta decise quindi che avrebbe vissuto, visto che non era riuscito a morire, ma con un unico scopo, quello di distruggere “Cosa Nostra”.Mafioso era nato e mafioso sarebbe morto, ma la dovevano pagare tutti: soprattutto la doveva pagare lui,l’infame Pippo Calò.

 

La prima foto che abbiamo di Buscetta lo ritrae al suo arrivo a Roma, pochi mesi dopo il suo arresto in Brasile, all’aeroporto di Ciampino, mentre scende dall’aereo avvolto in una coperta, è un uomo distrutto, il suo viso è gonfio, pallido,non c’è la fa a stare in piedi. Quelle foto fecero il giro del mondo, era l’inizio di una grande avventura , di quel braccio di ferro tra mafia e Stato che ha portato a grandi vittorie e ad altrettante sconfitte, all’arresto di massa di oltre 400 mafiosi ma anche alla morte di Falcone e Borsellino. Un’epopea durata vent’anni e che ha avuto forse il suo apice nel processo ad Andreotti nell’aula bunker di Capanne, a Palermo.

Fu Giovanni Falcone il  primo giudice che Buscetta incontrò a Palermo. Il magistrato intuì che quell’uomo distrutto era disposto a parlare, ma bisognava rispettare i suoi  tempi, conquistare la sua fiducia. Erano  nati a poche centinaia di metri, in un quartiere popolare , la Kalsa, di Palermo, Giovanni in uno dei palazzi borghesi primo Novecento di piazza della Magione, Masino a porta Termini, la zona più povera e popolare. Ma parlavano la stessa lingua, conoscevano gli stessi gesti, gli stessi silenzi. Per indurlo a parlare Falcone fece una sorta di accordo personale con gli USA: promise la collaborazione di Buscetta con l’FBI, in cambio di una protezione che il governo italiano in quel momento non poteva garantire a nessuno. E Buscetta parlò: per mesi e mesi, senza che nulla trapelasse all’esterno della Procura, fece nomi e cognomi, disegnò il vertice di “Cosa Nostra”, fornì la prima mappa della più potente organizzazione criminale del Mondo. Nell’84 rifiuterà di parlare dei rapporti tra mafie e politica perché come disse a Falcone;<< i tempi non sono ancora maturi>>.

Falcone racconterà : <<Prima di lui non avevamo che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarci dentro, ci ha fornito informazioni sulla struttura, sulle regole di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra nella società siciliana. Ma soprattutto ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio , un codice. E’ stato per noi come un professore di lingua straniera, ci ha insegnato a parlare con i turchi passando dai gesti alla parola. Forse altri pentiti ci hanno fornito notizie più importanti , ma solo lui ci ha insegnato il metodo per valutare quelle notizie. Con  Buscetta ci siamo accostati sull’orlo del precipizio, dove nessuno si era voluto avventurare(…) . Alcuni miei colleghi, e anche certi poliziotti, che sostengono di occuparsi di mafia e non hanno mai letto un verbale di Buscetta, con tono spocchioso mi rinfacciano << il teorema Buscetta >> o il << teorema Falcone>>, che per loro è la stessa cosa>>.

 

Anche Masino era entusiasta dei colloqui con il “suo” giudice. Dirà di lui dopo la morte: << Era il mio faro, ci capivamo senza parlare. Era intuito, intelligenza, onestà e voglia di lavorare. Io godevo a parlare con lui>>.

Poi le cose sono andate come sappiamo, ma all’inizio, di quel terribile scorcio degli anni Ottanta, per capire cosa è accaduto dentro Cosa Nostra bisogna ritornare a quell’incontro, alla nascita della “straordinaria” amicizia tra un giudice e un boss, destinata a sparigliare per sempre le carte del gioco tra lo Stato e la mafia.

Naturalmente la prima cosa che Buscetta fece, fu quella di accusare Pippo Calò dei delitti più infami, lo definì un killer senza scrupoli, sanguinario, un uomo senza Dio, che aveva gestito per i corleonesi i sequestri di persona come quello del figlio di Arturo Cassina, che era stato capace di uccidere un uomo perché si era presentato tardi ad un appuntamento.

Non deve stupire che l’anno successivo, quando ormai i suoi amici a Palermo erano finiti in carcere, Calò abbia deciso di scendere in campo, di dare una risposta forte, di fare il terrorista. Ormai nella sua mentalità di spione, se Buscetta parlava voleva dire che qualcuno glielo aveva consentito: non restava che ricorrere alle bombe, ai ricatti allo Stato.

Ma la sua sconfitta era dietro l’angolo: Masino gli aveva preparato  la trappola. Due anni dopo, nell’”astronave verde” così definita da alcuni, l’aula bunker dell’Ucciardone dove si svolgeva il Maxiprocesso, finalmente faccia a faccia, Buscetta gli griderà il suo furore: << Te lo ricordi Giannuzzi Lallicata, povero ragazzo , l’hai ucciso tu..l’hai scannato con le tue mani. Sei tu che hai attirato in un tranello i miei figli!>>.

Calò non uscirà mai più dal carcere: condannato a ventitre anni per associazione mafiosa, a ventiquattro per traffico d’armi e droga, all’ergastolo per la strage di Natale del 23 dicembre 1983 sul treno 904; è ancora un detenuto sottoposto al carcere duro, regolato dal cosiddetto 41 bis.

In questi ultimi anni Pippo Calò si è fatto promotore di un cauto progetto di “dissociazione” dalla mafia, ha mandato una lettera ai giudici per annunciare che non fa più parte di Cosa Nostra. Ma continua a tacere e forse, per questo, a essere ancora vivo.

Rita Di Giovacchino – Il libro nero della Repubblica

 

La fuga dall’Italia

Il 1963 è l’anno in cui cominciò il suo grande esilio dall’Italia che sarebbe durato una decina d’anni, Cosa Nostra fu scossa da un tremendo terremoto interno che portò prima a un feroce regolamento di conti e poi a una forte stretta repressiva dello Stato, che costrinse alla fuga all’estero dei boss più autorevoli, I rappresentanti di alcune famiglie di Palermo non avevano mai fatto mistero di  condividere l’idea di Joe Bonanno e Tommaso Buscetta di dare vita alla << commissione>>. Questa fu la causa principale di tutte le tragedie che seguirono.

Molti boss vedevano minacciate posizioni di potere consolidate. Rifiutavano l’idea che i fatti interni della loro famiglia diventassero di dominio comune dentro l’organizzazione, e non sopportavano  che i subalterni potessero fare da cassa di risonanza dei torti da loro eventualmente commessi, innescando processi considerati  inutilmente democratici.

Il 24 dicembre 1962 fu ucciso Calcedonio Di Pisa rappresentante della famiglia della Noce, nonché rappresentante della << commissione>>, fino al 1962. La confusione fu indescrivibile. Non si capiva da dove era partito l’ordine di uccidere, e tutti sospettavano tutti.

I sospetti della <<commissione>> si incentrarono su Angelo e Salvatore La Barbera, due fratelli rappresentanti della famiglia di Palermo-Centro. Buscetta fu personalmente coinvolto nella ricerca dei colpevoli dell’omicidio di Calcedonio Di Pisa.

Tuttavia, convinto dell’innocenza di Angelo La Barbera, passò un brutto quarto d’ora perché venne a sua volta sospettato di proteggere il colpevole. Chiese di essere ascoltato dalla <<commissione>> per convincere i suoi interlocutori della bontà della sua tesi. Una tesi complicata dal fatto che Angelo La Barbera, sapendo di trovarsi al centro di un vespaio, era scomparso nel nulla alimentando le voci malevoli contro di lui. Tutto ciò provocò delitti a catena perché qualcuno, il vero autore dell’uccisione di  Di Pisa , restando nell’ombra ebbe la possibilità e il tempo per mettere a segno altre mosse. Anche Buscetta, in una certa fase, divenne uomo bersaglio.

Racconta Buscetta: <<Tra la fine del ’62 e il giugno ’63 ci furono diversi attentati contro la mia persona. Mi inseguirono, mi spararono addosso, ma non mi ferirono mai. Fui fortunato. Non sapevo chi fossero, sapevo che appartenevano a una frangia impazzita. Il mio sesto senso me lo diceva, ma individuarli era difficilissimo

Tante volte mi trovai di fronte a gente pronta a spararmi, In una stradina dalle parti del teatro Politeama Garibaldi mi vennero incontro con le pistole in pugno, ma essendoci ancora la gioventù, li investii con la mia auto. Erano facce che non avevo mai visto. In quel periodo, cose del genere me ne capitavano parecchie.

Il punto più alto della strategia destabilizzante all’interno di Cosa Nostra fu rappresentato dall’esplosione a Ciaculli di una Giulietta imbottita di tritolo, esplosione in cui persero la vita sette carabinieri.

Lo Stato reagì con una valanga di ordini di cattura per strage indirizzati a tutti i membri della mafia più noti in quel momento. Si scoprirà in seguito, ma solo tempo dopo, che l’artefice di tutto era un certo Michele Cavataio, della famiglia dell’Acquasanta. Cavataio verrà poi ucciso cinque anni dopo nella terribile strage di viale Lazio. Buscetta si sente in pericolo e lascia immediatamente Palermo, pochi giorni dopo la strage di Ciaculli

Buscetta racconta:<< Era la prima volta che si verificava una strage del genere. Chi non era colpevole era schifato per quello che era accaduto, ma, logicamente, sospettato. Anch’io ricevetti il mandato di cattura per Ciaculli.  Scappammo tutti. Ma prima di scappare giurammo che chi aveva messo la bomba sarebbe stato punito con la morte. E sciogliemmo la “commissione”.

Ancora una volta mi comportai a modo mio. All’inizio degli anni Sessanta avevo conosciuto una donna sposata, Vera Girotti, molto nota in quegli anni negli ambienti dello spettacolo perché moglie del batterista Gegè di Giacomo, elemento del gruppo Carosone. Nacque tra noi una relazione che andò avanti parecchi anni e ci diede anche dei figli. Avendo voglia di staccare con Palermo, ed essendo abbastanza nauseato per quanto stava accadendo, scelsi come rifugio il Messico.. Scelsi il Messico proprio perché non c’erano mafiosi e ottenere il visto era molto semplice. All’ufficio passaporti di Città del Messico avevo esibito un atto di nascita e mi ero fatto rilasciare un passaporto con il nome di Manuel Lopez Cadena. Era un passaporto vero con un nome falso.

<< Con Vera, prima fummo ospiti dell’unico siciliano che trovaì li, ma che non era un mafioso. Poi affittammo una casa a Città del Messico.>>

Qui ha inizio la vita da fuggitivo di Tommaso Buscetta

 

La vita da romanzo dell’«uomo d’onore» che per primo rivelò, parlando col giudice Giovanni Falcone, segreti e organigrammi di Cosa Nostra

La vendetta dei boss fu lo sterminio dei familiari e dei parenti

Le opere ed i giorni di Tommaso Buscetta, mafioso, seguono di pari passo, nell’arco di mezzo secolo, l’evoluzione di Cosa Nostra. Tre matrimoni, sette figli, nella storia della mafia don Masino rappresenta un caso a parte: non ha fatto «carriera», restando semplice uomo d’onore, ma ha saputo conquistare un ruolo ed un carisma che molti capifamiglia e componenti della Cupola gli hanno invidiato. La sua vita è un romanzo. Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928. Suo padre Benedetto fa il vetraio, sua madre Felicia Bauccio, è originaria di Agrigento. Il suo quartiere, quello attorno al fiume Oreto, è un quartiere popolare. Fu un ragazzo molto precoce ed a sedici anni e mezzo sposò Melchiorra Cavallaro. Era il 1944, centro e periferia di Palermo mostravano ancora macerie dei bombardamenti dell’anno prima. Buscetta si dedica al mercato nero di farina e di tessere per il razionamento. La prima figlia, Felicia, nasce il 7 dicembre del 1946. Benedetto due anni dopo, il 17 settembre del ’48. Ma i soldi sono pochi e la fame tanta. Tommaso, la moglie e i due figli si imbarcarono sul postale per Napoli. A Buenos Aires don Masino apre una vetreria. Torna a Palermo, roso dalla nostalgia solo molti anni più tardi, nel 1957. Non ha fatto fortuna. Ma può ancora farcela nella «sua» Palermo. Buscetta si guarda attorno. Ci sono segnali di avvio di una nuova fase di espansione economica. La città cambia volto. Si demoliscono, dall’alba al tramonto, ville liberty e palazzi seicenteschi per far posto ai palazzoni di cemento armato. Don Masino intuisce che c’è spazio per fare affari. Inserito nelle attività della famiglia di Angelo La Barbera, boss di Palermo centro, è affidato alla «divisione tabacchi». Angelo e suo fratello Salvatore sono esponenti del nuovo potere mafioso urbano.

Era il 1961. Presiedeva la Cupola Salvatore Greco detto Cicchiteddu. Il 26 dicembre esplode la prima guerra di mafia. Palermo scotta sotto i piedi di Buscetta, che sceglie la latitanza alla fine del 1962 e resta alla macchia fin quando non verrà scovato, il 2 novembre del 1972, a Rio De Janeiro. Intanto cambia per due volte moglie, mette su altre due famiglie. La nuova prescelta è Vera Girotti, ex compagna di un batterista. Con lei fugge in Messico ma alla fine del ’64 approda a New York, importando per vie illegali anche la moglie ed i figli di primo letto. Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena sposa civilmente Vera Girotti. Nel ’68, indossati i nuovi panni di Paulo Roberto Felici, sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. Il 2 novembre del 1972 Buscetta viene arrestato dalla Polizia brasiliana con accusa di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa, lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Rimane in carcere all’Ucciardone sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello. Colazione, pranzo e cena: tutto veniva dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo. Gli anni che Tommaso Buscetta trascorse all’Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano. Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L’assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna in clandestinità. È l’8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta non ammette nulla, ma quando i magistrati si stanno allontanando, lancia un segnale: «Spero potremo rivederci presto», dice. Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione. Durante il tragitto verso l’Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d’ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l’aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Esordisce: «Sono un mafioso». E non smette più. Parla per 45 giorni di fila. Svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Ma aspetta che la mafia uccida il parlamentare europeo della Dc Salvo Lima per dire, nel 1992, che «era uomo d’onore». E additare Giulio Andreotti come il riferimento più alto di Cosa nostra nella politica. Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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