Paolo Borsellino, in attesa del
suo martirio
Link:utile: La strage di via D’Amelio
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I misteri di via D’Amelio – Borsellino
racconta. I pentiti, la mafia e la politica
Gli ultimi giorni di Paolo
Borsellino
Trascorse anche l’ultimo dei
cinquantasette giorni di vita che erano rimasti a
Paolo Borsellino. Come tutti gli altri, dopo la strage di Capaci.”Devo
far presto” ripeteva. Nonostante il ministro degli interni
Vincenzo Scotti lo avesse candidato in pectore come procuratore
nazionale antimafia.
Nel nuovo organismo, avrebbe
potuto finalmente avere tutti gli strumenti per le sue indagini. Ma Borsellino aveva più d’una riserva. Si era ulteriormente sovraesposto per quella improvvisa candidatura, senza che ne sapesse nulla. E al collega Leonardo Guarnotta
aveva confidato: < non so se farò in tempo a proseguire il lavoro di
Giovanni Falcone>.
E’ stata la vedova Borsellino
a rilevare, al processo di via D’Amelio, i timori ma
anche la rabbia del marito. Era la prima volta che ne parlava in pubblico.
Aveva atteso due anni quel momento. Accusò. Accusò chi avrebbe potuto salvare
il suo Paolo e non lo aveva fatto. Poi
<Mio marito era più sicuro
o si sentiva più sicuro quando era fuori Palermo>
dice Agnese Piratino Leto < era molto preoccupato per la sua incolumità e la
nostra. Ed era anche disposto a sottoporsi a qualsiasi
sacrificio pur di salvarsi, pur di salvare gli uomini della sua scorta, pur di
salvare la nostra famiglia. Era sotto gli occhi di
tutti che il secondo birillo che doveva crollare era lui. Era una sensazione
diffusa, anche ai non addetti ai lavori… Era preoccupatissimo.
Ripeteva: faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo
lavorare tantissimo e se mi fanno arrivare….io ho
capito tutto della morte di
Giovanni>.
< Una cosa l’ha turbato
tantissimo>, Con questo brano della deposizione della signora Agnese, la
motivazione della sentenza Borsellino ter inizia la
sua ricognizione sugli ultimi giorni del giudice:<
Quando siamo ritornati da Bari, abbiamo sostato nella stanzetta Vip
dell’aeroporto di Fiumicino. Si è avvicinato il ministro Salvo Andò, che si
appartò a parlare con mio marito.< So che è arrivata
una lettera bruttissima di minacce contro di lei, minacce di morte>, dice
< E una è anche per me> .Chiede se ci sono state delle indagini. Vidi allora mio marito
stravolgersi in viso. Sentì rispondere < Guardi,
questa lettera è arrivata al procuratore, che non mi ha assolutamente
informato>. Poi , il lunedì mattina, andò da Giammanco, si ribellò, era indignatissimo.Era
stato tenuto all’oscuro di tutto. Il procuratore ha farfugliato qualcosa, non
so come si è difeso.
Quando a casa Paolo mi raccontava
queste cose aveva la voce un po’ roca,
perché forse aveva urlato>. Dopo l’udienza, Giammanco
affidò la sua replica a una nota Ansa. Si limitò a
ricordare di aver trasmesso le intimidazioni anonime alla Procura di
Caltanisetta e al procuratore generale di Palermo, quale competente del
comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Ma la lettera di minacce , evidentemente, non fu presa sul serio.< ricordo- è
ancora la vedova Borsellino a raccontare- che dopo la strage di Capaci, il capo
della polizia era venuto a Palermo. Fece un giro in Procura e si accorse che
alle spalle di mio marito c’era un vetro enorme e no
era blindato. Si lamentò allora di come mai nessuno se ne fosse
accorto e ordinò che venisse sostituito.>.
Indagini
frenetiche ma forse anche rassegnazione nell’animo di Paolo Borsellino, al
limite dell’accettazione di un martirio annunciato.
Chi si ribellavano
erano invece i suoi angeli custodi, gli agenti della scorta che non lo
lasciarono solo nemmeno un attimo in quei giorni. Non smisero mai di chieder
più mezzi a chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza del giudice, il questore,
il prefetto di Palermo. E i loro appelli nessuno ha
potuto cancellarli. Erano senza enfasi, come può
esserlo solo la relazione di servizio di un coscienzioso impiegato dello Stato.
E dopo la strage, una due,dieci e più relazioni di servizio sono diventate un atto
d’accusa.
Gli agenti sollecitavano
l’istituzione di una zona rimozione davanti all’abitazione della sorella del
magistrato, in via D’Amelio,
E poi,
il rafforzamento della sua scorta. < si sapeva che dopo i morti di Capaci,
il personaggio più in vista era il dott
Borsellino>, dice l’unico superstite di via d’Amelio ,
l’agente Antonio Vullo, ai giudici del processo.
Così, le sentenze che hanno
condannato gli esecutori e i mandanti mafiosi hanno messo sul banco degli
imputati anche gli
uomini dello Stato che avrebbero potuto impedire quella strage.
< Le uniche misure
adottate per rafforzare la sicurezza di Paolo Borsellino sono state
improvvisate e comunque blande>,è il verdetto della
Corte d’Assise, che a futura memoria ricorda anche la lettera di dimissioni
presentata da otto magistrati all’indomani dell’eccidio>
Anzi,
non era stato assolutamente protetto, benché fosse una vittima predestinata. Gli
organi preposti alla sua sicurezza dovevano conoscere le sue
abitudini, dovevano sapere che la domenica si recava sempre dalla madre. E dopo
la strage Chinnici,con l’autobomba sotto casa, e le modalità dell’eccidio di Capaci,
non occorreva neppure troppa fantasia per rendersi conto che uno degli
obiettivi sensibile che andava adeguatamente protetto, quantomeno con una zona
rimozione, era proprio dove poi è stato l’attentato.
Da: Falcone – Borsellino “Mistero di Stato”
La destra al Governo. Da Borsellino al borsellino
I ragazzi di Azione Giovani in
Sicilia ricordano nel tredicesimo anniversario dalla morte Paolo Borsellino e
non solidarizzano con Marcello Dell'Utri, condannato
a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Gli adulti della Destra tutta
valori, legge e ordine, fanno fuori per decreto dalla
Procura nazionale Antimafia l'erede di Borsellino che ha istruito quel
processo, Giancarlo Caselli, vomitano insulti notte e giorno contro la
magistratura e votano come un sol uomo tutte le leggi criminogene
volute dal Capo, ultima la ex Cirielli che per
salvare Previti riduce i tempi di prescrizione e
manderà in fumo migliaia di processi a corrotti, usurai, favoreggiatori,
piromani, ect.
Tanta bella gentaglia che assieme ai condoni, alla depenalizzazione del falso
in bilancio nel paese di Parmalat, agli ottimi
rientri dei capitali esportati illegalmente pagando un risibile 2,5% (più o meno il costo degli spalloni
per portare i contanti oltrefrontiera) fanno
dell'Italia la fogna d'Europa.
Le premesse, lo sanno bene i ragazzi di Azione giovani
e dell'allora Msi, erano altre. Dopo aver inneggiato
al pool di Milano al grido di "Vai avanti Di Pietro" (che per Gasparri era "meglio di Mussolini"),
tirato monetine e banconote fuori e dentro il Parlamento degli inquisiti,
protestato assieme a verdi, comunisti, diessini e
leghisti contro le prime leggi salva-ladri (il primo decreto del governo Amato
non firmato da Scalfaro ma anche il primo scarcera-colletti bianchi del Berlusconi
I, decreto Biondi ritirato dopo il sacrosanto no aennino e leghista) e inveito contro gli scandalosi niet alle autorizzazioni a procedere(Gianfranco Fini dopo
il salvataggio di Craxi gridò al democristiano
D'Onofrio, di cui oggi è fedele alleato: "Tu e la tua banda di ladri avete
difeso i ladri") nel '94 si sono seduti a tavola. E da allora hanno
inveito contro i magistrati che osavano indagare i politici, tirato
pacchi agli elettori di una destra che dovrebbe avere nel suo Dna la
legalità, votato ogni legge-vergogna intralcia-indagini
e processi (dai tagli alle scorte dei giudici e ai fondi delle forze
dell'ordine sottodimensionate, ai provvedimenti cancella-prove
e testimonianze fino alle varie schifezze regala-prescrizione)
e protestato assieme a riciclati, inquisiti, craxiani
e pregiudicati d'ogni sorta contro le persecuzioni delle toghe rosse.
Giudici da eroi a persecutori: il tempo di uno strapuntino. Ma c'è chi, forte
del decennale linciaggio mediatico sulla magistratura
e ben protetto negli studi di Porta a Porta, ha
trovato persino una data e una faccia per parlare della conversione ad U.
E' nientepopodimeno che Gianfranco
Fini, il leader di An noto per gli ottimi
riflessi (a Fiuggi ha riconosciuto come valore la democrazia, l'anno scorso in
Israele ha condannato il fascismo, quest'anno
nell'appropriarsi di Gramsci e Gobetti
accostandoli a Marinetti e Gentile ha scoperto che
"hanno un comune denominatore: la loro italianità". Un genio. A
quando il cogito ergo sum
sul corruttore-prescritto, amico di mafiosi, falsificatore di bilanci et evasore fiscale, ineleggibile
per legge del '57, monopolista e impunito grazie ai tanti politici amici? Tenere presente che la rivelazione dei crimini di Pinochet è prevista per il 2020) che individua lo
spartiacque-simbolo nel novembre 1994, giorno del famigerato avviso di garanzia
al premier durante il G7 a Napoli.
La panzana del "golpe giudiziario", che si infrange
sull'elementare verità del governo Berlusconi
decaduto perché
Berlusconi però si era iscritto alla P2 nel 1978 (lo
scandalo è del 1981) e aveva pagato la sua quota. Si salvò grazie all'amnistia
del 1989. Ma la politica, quella che non ha mai applicato uno straccio
d'antitrust e dopo i due decreti-Craxi ha fotografato
il duopolio esistente con
L'indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata.
Ma resta il fatto che dei primi miliardi versati nelle
holding Fininvest non si conosce tuttora la
provenienza, e che Berlusconi si tenne in casa dal
'74 al '76 il boss mafioso Vittorio Mangano, ritenuto a ragione da Borsellino
testa di ponte della mafia al nord, specializzato nel traffico di stupefacenti
nel Continente, e poi condannato al maxiprocesso appunto per mafia e droga.
Detto così, en passaint, il mafioso Mangano fu
riaccolto a braccia aperte in casa Berlusconi dopo
ben due arresti e dopo essere stato sospettato di un tentato sequestro ad un
ospite della villa: se ne andò spontaneamente solo
dopo aver letto su un giornale milanese che Berlusconi
ospitava un mafioso.
Ma torniamo alla madre di tutti i processi, alla Giustizia-spettacolo, all'inizio della persecuzione giacobin-comunista che ha aperto gli occhi al buon
Gianfranco: il processo per corruzione alle Fiamme Gialle. Era talmente
improponibile quell'avviso di garanzia che Berlusconi ("giuro sulla testa dei miei 5
figli...") è stato condannato in primo grado a due anni e nove mesi per
tutte e quattro le tangenti contestate. In Appello la concessione delle
attenuanti generiche ha fatto miracolosamente scattare la prescrizione per tre
tangenti, mentre è stato assolto (comma II art.530)
per la quarta. Nelle motivazioni si legge: "Il giudizio di colpevolezza
dell'imputato poggia su molteplici elementi indiziari, certi, univoci, precisi
e concordanti, per ciò dotati di rilevante forza persuasiva, tali da assumere
valenza probatoria". Quanti anni di tormenti, s'immagina, per il leader di An, quante lacrime nel lavacro
di Fiuggi. Solo nel 2001, sette anni dopo l'infamante attacco,
Ma
Erede di fatto, perché accettò di insediarsi a Palermo dopo le stragi di Capaci
e Via d'Amelio, per questione di metodo e di indagine (il pool delle
informazioni segrete per l'esterno ma condivise tra tutti i pm,
della massima collaborazione con tutte le forze dell'ordine e le altre procure,
che utilizza lo strumento dei pentiti, quando appurata la loro assoluta
attendibilità, per scardinare l'omertà che assicura lunga vita a Cosa Nostra) e
di obbiettivi: perché
Eppure il procuratore generale di Torino, secondo quel fine pensatore di Bobbio, non è adatto a dirigere
Diversi importanti processi istruiti ai danni di colletti bianchi che hanno
dimostrato, non solo nei casi di condanna (i due più importanti che
sconvolgerebbero la vita politica di ogni Paese degno
di tal nome sono la conferma in Cassazione per il sette volte presidente del
Consiglio ed oggi vergognosamente senatore a vita Giulio Andreotti
del "reato di associazione a delinquere commesso fino alla primavera
dell'80 ma prescritto" e la condanna in primo grado del braccio destro di Berlusconi Marcello Dell'Utri a
nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) protezione e favori,
rapporti economici e voti di scambio tra politici, uomini d'affari e boss di
primo piano. Qual'è, dunque,
la colpa di Caselli? Di averne presi troppi. A scolpire per sempre il
risentimento covato ci ha pensato il sobrio e moderato sottosegretario agli
Interni ed ex magistrato Alfredo Mantovano: "La sentenza che condanna
Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione
mafiosa mi ricorda le rappresaglie dei nazisti in fuga dall'Italia". Per
la serie i paragoni che resteranno nella storia.
La sentenza, tanto per la cronaca, è basata su una mole probatoria imponente
mai vista nei processi di mafia (Falcone e Borsellino ottennero decine di
condanne di boss al maxiprocesso solo sulla base della "convergenza del
molteplice", ossia il convergere delle dichiarazioni di due o più pentiti
considerati attendibili), con prove documentali inoppugnabili quali i regali
impressi sul libro Mastro della Cosca di San Lorenzo, l'assunzione e il
mantenimento nella villa di Arcore
del mafioso Vittorio Mangano, che Dell'Utri
continuerà a incontrare almeno fino al '93 come appuntato per due volte
nell'agenda della sua segretaria, e poi ancora intercettazioni telefoniche e
ambientali, persino telecamere che riprendono Dell'Utri
il 31 dicembre '98 sul litorale romagnolo assieme al mafioso Pino Chiofalo (l'intento è quello di assoldarlo come falso
pentito per confutare le tante testimonianze a carico); infine altri incontri
con boss di primo piano in alcuni casi (come il matrimonio a Londra del boss Jimmy Fauci e il compleanno a Catania di Don Antonino
Calderone: Dell'Utri si difenderà dicendo che non
conosceva i commensali) ammessi dallo stesso imputato. Dunque secondo Mantovano
i giudici del Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta,
che in passato ha assolto Mannino e prima ancora aveva
fatto parte del pool di Falcone, Borsellino e Caponnetto,
e che ora davanti a tale montagna probatoria condanna Dell'Utri
e Cinà a nove e sette anni per concorso esterno (ma
sarebbe stata ravvisabile anche l'associazione mafiosa piena), sono come i
nazisti in fuga che fanno rappresaglie contro i partigiani condannati per
mafia. E gli Alleati, par di capire, sarebbero Lorsignori.
DI STEFANO SANTACHIARA – da Centoventi.com
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