Paolo Borsellino, in attesa del suo martirio

 

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Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

 

Trascorse anche l’ultimo dei cinquantasette giorni di vita che erano rimasti a Paolo Borsellino. Come tutti gli altri, dopo la strage di Capaci.”Devo far presto” ripeteva. Nonostante il ministro degli interni Vincenzo Scotti lo avesse candidato in pectore come procuratore nazionale antimafia.

Nel nuovo organismo, avrebbe potuto finalmente avere tutti gli strumenti per le sue indagini. Ma Borsellino aveva più d’una riserva. Si era ulteriormente sovraesposto per quella improvvisa  candidatura, senza che ne sapesse nulla. E al collega Leonardo Guarnotta aveva confidato: < non so se farò in tempo a proseguire il lavoro di Giovanni Falcone>.

E’ stata la vedova Borsellino a rilevare, al processo di via D’Amelio, i timori ma anche la rabbia del marito. Era la prima volta che ne parlava in pubblico. Aveva atteso due anni quel momento. Accusò. Accusò chi avrebbe potuto salvare il suo Paolo e non lo aveva fatto. Poi la Corte d’assise del processo Ter, presenziata da Carmelo Zuccaio,ha fatto proprie  quelle denuncie e nelle motivazioni della sentenza che il dicembre ha inflitto 17 ergastoli ha voluto non dimenticare.

<Mio marito era più sicuro o si sentiva più sicuro quando era fuori Palermo> dice Agnese Piratino Leto < era molto preoccupato per la sua incolumità e la nostra. Ed era anche disposto a sottoporsi a qualsiasi sacrificio pur di salvarsi, pur di salvare gli uomini della sua scorta, pur di salvare la nostra famiglia. Era sotto gli occhi di tutti che il secondo birillo che doveva crollare era lui. Era una sensazione diffusa, anche ai non addetti ai lavori… Era preoccupatissimo. Ripeteva: faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo e se mi fanno arrivare….io ho capito tutto della morte di  Giovanni>.

< Una cosa l’ha turbato tantissimo>, Con questo brano della deposizione della signora Agnese, la motivazione della sentenza Borsellino ter inizia la sua ricognizione sugli ultimi giorni del giudice:< Quando siamo ritornati da Bari, abbiamo sostato nella stanzetta Vip dell’aeroporto di Fiumicino. Si è avvicinato il ministro Salvo Andò, che si appartò a parlare con mio marito.< So che è arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, minacce di morte>, dice < E una è anche per me> .Chiede se ci sono state  delle indagini. Vidi allora mio marito stravolgersi in viso. Sentì rispondere < Guardi, questa lettera è arrivata al procuratore, che non mi ha assolutamente informato>. Poi , il lunedì mattina, andò da Giammanco, si ribellò, era indignatissimo.Era stato tenuto all’oscuro di tutto. Il procuratore ha farfugliato qualcosa, non so come si è difeso.

Quando a casa  Paolo mi raccontava queste cose  aveva la voce un po’ roca, perché forse aveva urlato>. Dopo l’udienza, Giammanco affidò la sua replica a una nota Ansa. Si limitò a ricordare di aver trasmesso le intimidazioni anonime alla Procura di Caltanisetta e al procuratore generale di Palermo, quale competente del comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza.

Ma la lettera di minacce , evidentemente, non fu presa sul serio.< ricordo- è ancora la vedova Borsellino a raccontare- che dopo la strage di Capaci, il capo della polizia era venuto a Palermo. Fece un giro in Procura e si accorse che alle spalle di mio marito c’era un vetro enorme e no era blindato. Si lamentò allora di come mai nessuno se ne fosse accorto e ordinò che venisse sostituito.>.

 

Indagini frenetiche ma forse anche rassegnazione nell’animo di Paolo Borsellino, al limite dell’accettazione di un martirio annunciato.

Chi si ribellavano erano invece i suoi angeli custodi, gli agenti della scorta che non lo lasciarono solo nemmeno un attimo in quei giorni. Non smisero mai di chieder più mezzi a chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza del giudice, il questore, il prefetto di Palermo. E i loro appelli nessuno ha potuto cancellarli. Erano senza enfasi, come può esserlo solo la relazione di servizio di un coscienzioso impiegato dello Stato.

E dopo la strage, una due,dieci e più relazioni di servizio sono diventate un atto d’accusa.

Gli agenti sollecitavano l’istituzione di una zona rimozione davanti all’abitazione della sorella del magistrato, in via D’Amelio,

E poi, il rafforzamento della sua scorta. < si sapeva che dopo i morti di Capaci, il personaggio più in vista era il dott Borsellino>, dice l’unico superstite di via d’Amelio , l’agente Antonio Vullo, ai giudici del processo.

Così, le sentenze che hanno condannato gli esecutori e i mandanti mafiosi hanno messo sul banco degli imputati anche  gli uomini dello Stato che avrebbero potuto impedire quella strage.

< Le uniche misure adottate per rafforzare la sicurezza di Paolo Borsellino sono state improvvisate e comunque blande>,è il verdetto della Corte d’Assise, che a futura memoria ricorda anche la lettera di dimissioni presentata da otto magistrati all’indomani dell’eccidio>

Anzi, non era stato assolutamente protetto, benché fosse una vittima predestinata. Gli organi preposti alla sua sicurezza dovevano conoscere le sue abitudini, dovevano sapere che la domenica si recava sempre dalla madre. E dopo la strage Chinnici,con l’autobomba sotto casa, e le modalità dell’eccidio di Capaci, non occorreva neppure troppa fantasia per rendersi conto che uno degli obiettivi sensibile che andava adeguatamente protetto, quantomeno con una zona rimozione, era proprio dove poi è stato l’attentato.

 

Da: Falcone – Borsellino  “Mistero di Stato”

 

 

 

La destra al Governo. Da Borsellino al borsellino

 

I ragazzi di Azione Giovani in Sicilia ricordano nel tredicesimo anniversario dalla morte Paolo Borsellino e non solidarizzano con Marcello Dell'Utri, condannato a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Gli adulti della Destra tutta valori, legge e ordine, fanno fuori per decreto dalla Procura nazionale Antimafia l'erede di Borsellino che ha istruito quel processo, Giancarlo Caselli, vomitano insulti notte e giorno contro la magistratura e votano come un sol uomo tutte le leggi criminogene volute dal Capo, ultima la ex Cirielli che per salvare Previti riduce i tempi di prescrizione e manderà in fumo migliaia di processi a corrotti, usurai, favoreggiatori, piromani, ect.
Tanta bella gentaglia che assieme ai condoni, alla depenalizzazione del falso in bilancio nel paese di Parmalat, agli ottimi rientri dei capitali esportati illegalmente pagando un risibile 2,5% (più o meno il costo degli spalloni per portare i contanti oltrefrontiera) fanno dell'Italia la fogna d'Europa.

Le premesse, lo sanno bene i ragazzi di Azione giovani e dell'allora Msi, erano altre. Dopo aver inneggiato al pool di Milano al grido di "Vai avanti Di Pietro" (che per Gasparri era "meglio di Mussolini"), tirato monetine e banconote fuori e dentro il Parlamento degli inquisiti, protestato assieme a verdi, comunisti, diessini e leghisti contro le prime leggi salva-ladri (il primo decreto del governo Amato non firmato da Scalfaro ma anche il primo scarcera-colletti bianchi del Berlusconi I, decreto Biondi ritirato dopo il sacrosanto no aennino e leghista) e inveito contro gli scandalosi niet alle autorizzazioni a procedere(Gianfranco Fini dopo il salvataggio di Craxi gridò al democristiano D'Onofrio, di cui oggi è fedele alleato: "Tu e la tua banda di ladri avete difeso i ladri") nel '94 si sono seduti a tavola. E da allora hanno inveito contro i magistrati che osavano indagare i politici, tirato pacchi agli elettori di una destra che dovrebbe avere nel suo Dna la legalità, votato ogni legge-vergogna intralcia-indagini e processi (dai tagli alle scorte dei giudici e ai fondi delle forze dell'ordine sottodimensionate, ai provvedimenti cancella-prove e testimonianze fino alle varie schifezze regala-prescrizione) e protestato assieme a riciclati, inquisiti, craxiani e pregiudicati d'ogni sorta contro le persecuzioni delle toghe rosse.

Giudici da eroi a persecutori: il tempo di uno strapuntino. Ma c'è chi, forte del decennale linciaggio mediatico sulla magistratura e ben protetto negli studi di Porta a Porta, ha trovato persino una data e una faccia per parlare della conversione ad U.
E' nientepopodimeno che Gianfranco Fini, il leader di An noto per gli ottimi riflessi (a Fiuggi ha riconosciuto come valore la democrazia, l'anno scorso in Israele ha condannato il fascismo, quest'anno nell'appropriarsi di Gramsci e Gobetti accostandoli a Marinetti e Gentile ha scoperto che "hanno un comune denominatore: la loro italianità". Un genio. A quando il cogito ergo sum sul corruttore-prescritto, amico di mafiosi, falsificatore di bilanci et evasore fiscale, ineleggibile per legge del '57, monopolista e impunito grazie ai tanti politici amici? Tenere presente che la rivelazione dei crimini di Pinochet è prevista per il 2020) che individua lo spartiacque-simbolo nel novembre 1994, giorno del famigerato avviso di garanzia al premier durante il G7 a Napoli.

La panzana del "golpe giudiziario", che si infrange sull'elementare verità del governo Berlusconi decaduto perché la Lega Nord gli revocò l'appoggio, ancora non era stata confezionata, ma Fini in una notte vide in sogno le toghe rosse. L'integerrimo premier era accusato di corruzione della Guardia di Finanza, ma come si può solo pensarlo per un istante? Proprio lui, il "ghe pensi mi" che considera un dovere morale evadere in presenza di alte aliquote e che è stato costretto ad ammettere di aver utilizzato un sistema di 22 holding (riempite e ricapitalizzate all'origine con decine di miliardi tuttora di ignota provenienza) per far si che "si pagassero tasse più convenienti", avrebbe mai potuto esser sfiorato dall'idea di infilare una mazzetta in tasca ad un indulgente finanziere? E quando mai. Tanto più che se lo ha giurato Silvio, Gianfranco gli crede sulla parola. Infatti nel 1994 Berlusconi era già noto (non a molti italiani vista la Disinformatja già imperante) agli addetti come bugiardo patentato visto che la sentenza della Corte d'Appello di Venezia (in giudicato dal '91) lo riconobbe colpevole di falsa testimonianza per aver giurato in Tribunale di essersi iscritto alla Loggia P2 in un periodo di poco anteriore allo scandalo e di non aver mai pagato una quota di iscrizione (uno dei classici autogoal che spiegano il perché del successivo ricorso alla facoltà di non rispondere in processi ben più delicati: il Cavaliere parlava in qualità di parte-offesa nel processo contro Guarino e Ruggeri, autori del libro "Inchiesta sul signor Tv').

Berlusconi però si era iscritto alla P2 nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e aveva pagato la sua quota. Si salvò grazie all'amnistia del 1989. Ma la politica, quella che non ha mai applicato uno straccio d'antitrust e dopo i due decreti-Craxi ha fotografato il duopolio esistente con la Mammì (do you remember Msi?), non fa testo. Perché nella logica finiana nel "94 è il braccio della sinistra giudiziaria che si mette in moto, le toghe rosse che per perseguire la "via giudiziaria al socialismo" (per dirla col verde più amato dai berluscones Boato) devono eliminare il temuto premier delle libertà, fino ad allora integerrimo imprenditore mai sospettato di nulla. Dai bradipi coi riflessi alla Fini, forse. Perché Berlusconi fu indagato già nel 1983 nell'ambito di un'inchiesta su droga e riciclaggio. La Guardia di finanza aveva posto sotto controllo i suoi telefoni e scritto nel suo rapporto: "E' stato segnalato che il noto Silvio Berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla Sicilia, sia in Francia che in altre regioni italiane. Il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla Costa Smeralda avvalendosi di società di comodo...".

L'indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata. Ma resta il fatto che dei primi miliardi versati nelle holding Fininvest non si conosce tuttora la provenienza, e che Berlusconi si tenne in casa dal '74 al '76 il boss mafioso Vittorio Mangano, ritenuto a ragione da Borsellino testa di ponte della mafia al nord, specializzato nel traffico di stupefacenti nel Continente, e poi condannato al maxiprocesso appunto per mafia e droga. Detto così, en passaint, il mafioso Mangano fu riaccolto a braccia aperte in casa Berlusconi dopo ben due arresti e dopo essere stato sospettato di un tentato sequestro ad un ospite della villa: se ne andò spontaneamente solo dopo aver letto su un giornale milanese che Berlusconi ospitava un mafioso.

Ma torniamo alla madre di tutti i processi, alla Giustizia-spettacolo, all'inizio della persecuzione giacobin-comunista che ha aperto gli occhi al buon Gianfranco: il processo per corruzione alle Fiamme Gialle. Era talmente improponibile quell'avviso di garanzia che Berlusconi ("giuro sulla testa dei miei 5 figli...") è stato condannato in primo grado a due anni e nove mesi per tutte e quattro le tangenti contestate. In Appello la concessione delle attenuanti generiche ha fatto miracolosamente scattare la prescrizione per tre tangenti, mentre è stato assolto (comma II art.530) per la quarta. Nelle motivazioni si legge: "Il giudizio di colpevolezza dell'imputato poggia su molteplici elementi indiziari, certi, univoci, precisi e concordanti, per ciò dotati di rilevante forza persuasiva, tali da assumere valenza probatoria". Quanti anni di tormenti, s'immagina, per il leader di An, quante lacrime nel lavacro di Fiuggi. Solo nel 2001, sette anni dopo l'infamante attacco, la Cassazione ha assolto Berlusconi pur richiamandosi all'insufficienza di prove, ma contemporaneamente condannato i dirigenti Fininvest. Nel 1996 un lucido Berlusconi aveva dichiarato: "Nessuno si è reso responsabile di corruzione, il capo del gruppo non era minimamente a conoscenza di quanto gli viene addebitato. Il vero scandalo sta semmai nel fatto che la mia impresa, come quasi tutte le imprese italiane, sia stata sottoposta a pressioni concussive da parte di un corpo armato dello Stato... Siamo stati costretti a pagare da un'associazione a delinquere come la Guardia di Finanza, da elementi deviati di un corpo armato dello Stato".

Ma la Cassazione ha invece confermato, e reso perciò definitive, le condanne degli altri coimputati: gli ex finanzieri Francesco Nanocchio (1 anno e 5 mesi) e Giuseppe Capone (due anni) e l'ex direttore centrale dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia (due anni per le tangenti da lui confessate ma sempre addebitate ad una concussione della GdF). Dunque un dipendente di Berlusconi, con i soldi di Berlusconi e a vantaggio di Berlusconi, ha corrotto la Guardia di Finanza. Ma Berlusconi è stato assolto. Miracoli delle toghe rosse. Così come confermata è stata la condanna a otto mesi dell'ex finanziere poi promosso parlamentare di Forza Italia Massimo Maria Berruti: si rese utile per depistare le indagini sulle mazzette Fininvest ai suoi ex colleghi, e fu condannato per favoreggiamento. Di chi? Certo non di Fini, che stando ai noti riflessi, realizzerà la sentenza nel 2040. Nel frattempo gli amici di An ci hanno preso gusto nel tiro al magistrato e l'ottimo senatore Luigi Bobbio si è assunto volentieri la paternità del decreto contra personam che impedisce di concorrere alla Procura nazionale Antimafia all'erede di Borsellino, Giancarlo Caselli.

Erede di fatto, perché accettò di insediarsi a Palermo dopo le stragi di Capaci e Via d'Amelio, per questione di metodo e di indagine (il pool delle informazioni segrete per l'esterno ma condivise tra tutti i pm, della massima collaborazione con tutte le forze dell'ordine e le altre procure, che utilizza lo strumento dei pentiti, quando appurata la loro assoluta attendibilità, per scardinare l'omertà che assicura lunga vita a Cosa Nostra) e di obbiettivi: perché la Procura di Caselli, per la prima e al momento unica volta, mette in pratica i convincimenti del pool fondato da Caponnetto sulla necessita' di colpire il livello politico ed economico della mafia, utilizzando appunto lo strumento dei pentiti che con Borsellino e Falcone avevano osato parlare solo del braccio militare di Cosa Nostra. Lo stesso Borsellino, poco giorni prima di venire ammazzato assieme agli agenti della scorta, e sapendo già dopo la morte di Falcone di dover essere ucciso, fece avere a Caselli un messaggio: "E' ancora troppo presto per andare in pensione".

Eppure il procuratore generale di Torino, secondo quel fine pensatore di Bobbio, non è adatto a dirigere la Procura Nazionale Antimafia: "Certo che la norma serve a escludere Caselli da quell'incarico, non lo merita", ha argomentato sostenuto da frotte di Jannuzzi, Ferrara e riformisti stile Macaluso, tutti quanti stando ben attenti dal citare il bilancio del lavoro di Caselli sul campo, ossia i numeri, i fatti. I quali certificano risultati straordinari nella lotta al terrorismo prima e alla mafia poi, sia nei confronti del braccio militare, con decine di condanne comminate a boss mafiosi, catture di latitanti, maxisequestri di beni (che oggi grazie a Libera e alle cooperative che operano in quelle terre un tempo dei boss significano Lavoro e simbolo di Legalità, isole felici in una Sicilia sempre più dominata dal controllo capillare della mafia, che in silenzio traffica droga, armi ed esseri umani, taglieggia le imprese e azzanna gli appalti indisturbata) che del braccio politico ed economico di Cosa Nostra.

Diversi importanti processi istruiti ai danni di colletti bianchi che hanno dimostrato, non solo nei casi di condanna (i due più importanti che sconvolgerebbero la vita politica di ogni Paese degno di tal nome sono la conferma in Cassazione per il sette volte presidente del Consiglio ed oggi vergognosamente senatore a vita Giulio Andreotti del "reato di associazione a delinquere commesso fino alla primavera dell'80 ma prescritto" e la condanna in primo grado del braccio destro di Berlusconi Marcello Dell'Utri a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) protezione e favori, rapporti economici e voti di scambio tra politici, uomini d'affari e boss di primo piano. Qual'è, dunque, la colpa di Caselli? Di averne presi troppi. A scolpire per sempre il risentimento covato ci ha pensato il sobrio e moderato sottosegretario agli Interni ed ex magistrato Alfredo Mantovano: "La sentenza che condanna Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa mi ricorda le rappresaglie dei nazisti in fuga dall'Italia". Per la serie i paragoni che resteranno nella storia.

La sentenza, tanto per la cronaca, è basata su una mole probatoria imponente mai vista nei processi di mafia (Falcone e Borsellino ottennero decine di condanne di boss al maxiprocesso solo sulla base della "convergenza del molteplice", ossia il convergere delle dichiarazioni di due o più pentiti considerati attendibili), con prove documentali inoppugnabili quali i regali impressi sul libro Mastro della Cosca di San Lorenzo, l'assunzione e il mantenimento nella villa di Arcore del mafioso Vittorio Mangano, che Dell'Utri continuerà a incontrare almeno fino al '93 come appuntato per due volte nell'agenda della sua segretaria, e poi ancora intercettazioni telefoniche e ambientali, persino telecamere che riprendono Dell'Utri il 31 dicembre '98 sul litorale romagnolo assieme al mafioso Pino Chiofalo (l'intento è quello di assoldarlo come falso pentito per confutare le tante testimonianze a carico); infine altri incontri con boss di primo piano in alcuni casi (come il matrimonio a Londra del boss Jimmy Fauci e il compleanno a Catania di Don Antonino Calderone: Dell'Utri si difenderà dicendo che non conosceva i commensali) ammessi dallo stesso imputato. Dunque secondo Mantovano i giudici del Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, che in passato ha assolto Mannino e prima ancora aveva fatto parte del pool di Falcone, Borsellino e Caponnetto, e che ora davanti a tale montagna probatoria condanna Dell'Utri e Cinà a nove e sette anni per concorso esterno (ma sarebbe stata ravvisabile anche l'associazione mafiosa piena), sono come i nazisti in fuga che fanno rappresaglie contro i partigiani condannati per mafia. E gli Alleati, par di capire, sarebbero Lorsignori.

 

DI STEFANO SANTACHIARA – da Centoventi.com

 

 

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