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Mario Tuti…la primula nera |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Mario Tuti Un
intervista concessa da Tuti al “Corriere della Sera” del 28
dicembre 2000 Fascista era fascista, e pure
assassino. Bombarolo invece no, dice lui, e alla
fine l’ha spuntata con l’assoluzione per la strage dell’Italicus.
Oggi è un’altra persona, anche se gli occhiali a goccia e i baffi sottili
rimandano al tempo andato di venti o venticinque anni fa, quando Mario Tuti era Mario Tuti, il
«camerata» che sfidava i giudici entrando in tribunale col braccio teso nel
saluto romano: un mito per i ragazzi come Andrea Insabato, cresciuti nei ghetti
dell’estrema destra. E adesso? «Adesso mi dispiace
davvero, perché quello lì mi sembra un povero disgraziato. Ho visto le sue
immagini in tv, con il cappello peruviano e le bandiere con le croci: pareva
un disadattato, bisognoso d’aiuto. Come si può pensare ancora di fare
politica con la violenza e con le bombe? Al manifesto poi,
che è l’unico giornale che dà un po’ di voce ai detenuti, compresi quelli
politici...». Scuote la testa, il Tuti di oggi, pensando a quell’uomo
agli arresti in un letto d’ospedale, con le gambe maciullate. «Ormai sono
dieci o quindici anni - continua - che non ha più senso la
contrapposizione violenta tra destra e sinistra. Io sono amico di tanti ex
brigatisti... Quella della lotta armata è stata un’esperienza tragica che ha
provocato soltanto lutti, da tutte le parti; vorrei dirlo a questo Insabato, se davvero è
stato lui a portare la bomba: è del tutto inutile, così non si va da nessuna
parte». A vederlo e sentirlo parlare, nella sala colloqui del carcere di Livorno, del Mario Tuti che fu restano soltanto gli ergastoli per gli
omicidi dei due poliziotti che bussarono alla sua casa di Empoli, nel gennaio
del ’75, e del fascista «traditore» Ermanno Buzzi, nel 1981. Delitti commessi
in nome di un’ideologia e di uno schieramento mai rinnegati,
ma guardati con distacco dal cinquantaquattrenne che oggi si occupa di
musica, teatro e cd rom multimediali. «A un certo
punto - dice -, io considerai la lotta armata una scelta obbligata, anche se
sbagliata, per via d’un clima che non esiste più. Questo qui parla in latino
e chiede di incontrare Irene Pivetti: che cosa
c’entra coi nostri discorsi di allora?». Pausa.
Cambio di scena: dal fascista Insabato al
«compagno» Giorgio Panizzari, vecchia conoscenza
del galeotto Tuti, accusato di aver partecipato
all’omicidio D’Antona firmato dalle nuove Brigate
rosse: «Quella poi mi sembra una follia anche sul piano logico. Chi può
credere che uno che rapina le mazzette da mille lire insieme a delinquenti
comuni possa nel frattempo ricostituire un partito
armato per fare la rivoluzione? Ma via, quello è soltanto
un modo per tirare avanti, sbagliato quanto si vuole, ma niente di più.
Però basta scrivere sul giornale che Panizzari s’è
rimesso a fare il terrorista per creare un caso, che resiste fino a quello
successivo: la bomba al manifesto . E prima ancora un’altra bomba, al Duomo di Milano». Quella sarebbe anarchica; un altro
ritorno al passato, agli anni del Tuti terrorista
nero che commenta: «Ho letto il volantino di rivendicazione, i riferimenti alle
lotte politiche dei detenuti. Ma quali lotte? Lo
sanno, questi qui, che l’unico movimento di protesta nelle carceri s’è
innescato quest’estate con le parole del Papa e s’è
spento subito dopo? Ma dove vivono, di che cosa
parlano?». Parlano di un mondo che secondo Tuti non
c’è più, anche se lui sta ancora in galera, dopo 25 anni filati senza nemmeno
un giorno di permesso, protagonista di una stagione che resta densa di
misteri. Un ex ministro dell’Interno, il senatore Taviani, ha rivelato solo ora che certi fascisti degli
anni Settanta altro non erano che «schegge impazzite» dei servizi paralleli.
A cominciare da Tuti, il quale insorge: «Come si
permette? Se ha delle prove dica quali sono, altrimenti taccia: io sono
disposto ad andare davanti a un giurì d’onore,
mettendo sul piatto della bilancia la rinuncia a uscire di galera, se mai un
giorno mi sarà concesso. Lo sfido a trovare un solo elemento per dire che io avevo contatti coi servizi segreti, le
questure o i carabinieri». Quella di Tuti è una
difesa non solo personale, ma di tutto l’ambiente: «Alla fine del 1980, nel
carcere di Novara, ci incontrammo con altri
fascisti, di Milano e Roma, e mettemmo le cose in chiaro fra noi: non risultò
che ci fossero infiltrazioni degli apparati, né responsabilità dirette nelle
stragi. Solo su una persona vennero fuori dei sospetti, Buzzi, e li ha pagati cari». Lo strangolarono in carcere, Tuti e Concutelli, il 13 aprile
del 1981. Un omicidio che vent’anni
dopo l’assassino ricorda con poche, agghiaccianti parole: «Per noi era un
infiltrato, una persona schifosa, e quando ci capitò vicino non gli abbiamo
dato scampo. Io e Concutelli ci guardammo
in faccia e cinque minuti dopo Buzzi era morto. Ci avessimo
parlato un po’, forse, sarebbe ancora vivo; uccidere una persona dopo averci
discusso è più difficile». Anche su quel delitto pesa il sospetto che non fosse solo una vendetta tra «camerati», che qualcuno
avesse ordinato l’eliminazione di un testimone scomodo della strategia della
tensione. «Questo è un problema di chi l’ha fatto arrivare vicino a me e Concutelli – ribatte Tuti -, io
ho solo fatto quello che avevo in testa, senza
preoccuparmi se interessava anche qualcun altro; a me nessuno ha ordinato
niente». E i progetti golpisti che si scoprono di tanto in tanto, ultimo
quello «liberale» di Edgardo Sogno? «L’unico di cui
sentimmo parlare fu quello dell’estate del ’74, un "golpe bianco"
del quale noi saremmo stati fra le vittime, dunque anche in quel caso non
c’entravamo. Quanto al golpe Borghese
o a Gladio,
sono tutte cose che ho saputo dopo, in carcere. E che il "gruppo Tuti" fosse estraneo a
quelle trame non sono solo io a dirlo; l’hanno dichiarato tanti pentiti.
Vorrei anche far notare che tra tutti i terroristi rossi e neri sono uno degli ultimi rimasti in galera. Dei neri, poi, sono proprio l’ultimo, visto che è uscito pure Concutelli. Vi pare la moneta con cui ripagare chi avrebbe agito per conto di qualcuno?»”. Tuti uccide Leonardo Falco e Giovanni Ceravolo 24 gennaio 1975, un’ irreprensibile
geometra del comune di Empoli, assunto con tanto di raccomandazione
vescovile, spara a sangue freddo a tre agenti di Polizia, due muoiono: uno di
essi era mio padre, avevo 15 anni. Si scoprirà poi che tanto irreprensibile
non era, ma certamente i sospetti che già lo
vedevano implicato in delitti gravissimi, come aver partecipato agli
attentati ai treni del 74, non erano a conoscenza di Leonardo Falco, così si
chiamava mio padre. La sua pistola quel giorno era su un’ armadio,
ricordo lucidamente quando alcuni agenti vennero a prelevarla dopo la sua
morte consigliandoci di tacere, quasi che accompagnare disarmato due colleghi
(era fuori servizio, subito dopo erano attesi tutti e tre ad una cena) per
quello che sembrava un semplice controllo amministrativo ad un professionista
con la passione per le armi, fosse una colpa che ne avrebbe infangato la
memoria. Dal sito: FalcoeCeravolo Mario Tuti è in regime di
semilibertà dal febbraio del 2004 dopo 29 anni di detenzione. Il
terrorismo politico è morto. Tuti: il terrorismo politico è
morto, ora odio la violenza
Una vita dietro le sbarre Dal
Corriere della Sera del 27 febbraio 2003 |
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