30 anni dal rapimento del giudice Sossi

 

 Mario Sossi nella “prigione del popolo”

 

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Sossi parla di Br "Anche per Moro si doveva trattare" Il magistrato sequestrato nel '74


Genova. Dopo trent'anni trascorsi da quello che fu il primo rapimento simbolo delle Brigate Rosse, questa sera alle 22,30 su Rai Due il protagonista, il magistrato Mario Sossi, parlerà del suo sequestro, avvenuto il 18 aprile 1974. Racconterà di quel mese trascorso in balia dei carcerieri. Parlerà del terrorismo di allora e di quello di oggi. Mario Sossi dirà soprattutto che come si trattò con i sequestratori per lui, la stessa cosa doveva essere fatta per Aldo Moro.
Intervistato da Giovanni Minoli per la trasmissione "Partita a tre" (speciale della serie "La storia siamo noi"), Mario Sossi non ha dubbi nel ribadire che sarebbe stato giusto trattare con i banditi come successe quando toccò a lui, anche quattro anni dopo, quando nelle mani dei terroristi si trovava Aldo Moro. Sossi sostiene e lo ripeterà questa sera durante la trasmissione che: "La dignità dello Stato non si perde trattando. Nel conflitto arabo-israeliano ci sono stati molti casi di scambi. Per questo - sottolinea il magistrato (oggi della Cassazione) - ho collaborato con il testo unico che verrà presentato per l'approvazione in Parlamento. Una legge che prevede che le vittime del terrorismo siano equiparate alle vittime di guerra, perché di guerra si tratta".
Una guerra che sembra ancora viva oggi, visto che l'Italia è in allarme per i nuovi attentati firmati Br. Ma secondo Marietto, così lo chiamava il suo carceriere Alberto Franceschini durante il sequestro, oggi il controllo dello Stato sul terrorismo risulta allentato: si lavora sui pentiti e sulle intercettazioni telefoniche, dice, mentre non si soppesa con sufficiente convinzione che il pericolo attuale potrebbe essere rappresentato da collegamenti tra i nuovi brigatisti e i fondamentalisti islamici.
Quella di stasera è la prima volta che Mario Sossi, oggi più che settantenne, parla del periodo trascorso in mano ai terroristi: soltanto cinque anni dopo il sequestro aveva scritto un diario sulla sua carcerazione, poi più nulla. Questa sera, proprio per sottolineare il suo appoggio alla legge a favore delle vittime del terrorismo, il magistrato racconta di essere stato il primo ostaggio per il quale intercorsero trattative, le stesse che invece furono negate nel 1978 per lo statista Moro. Per la liberazione di Sossi le Br chiedevano il rilascio degli uomini appartenenti al Gruppo 22 ottobre. E Sossi nella sua intervista a Minoli spiega: "Mi resi conto che l'unica strada percorribile fosse quella di tentare l'applicazione della legge di guerra, che prevede gli scambi. Allora consigliai ai miei rapitori di trattare non con lo Stato ma direttamente con la magistratura in nome della sua autonomia". E dopo un mese dal sequestro, era il 20 maggio, la Corte d'appello di Genova concesse la libertà provvisoria ai membri del Gruppo 22 ottobre. Contrario alla decisione il procuratore capo Francesco Coco. La libertà dei detenuti poteva avvenire soltanto alla condizione che Mario Sossi fosse rilasciato incolume. E Sossi venne rilasciato, ma i componenti del Gruppo 22 Ottobre restarono in carcere. Fu Coco a trovare l'escamotage: Sossi si ruppe due costole durante il rapimento e quindi non si poteva giudicare incolume. Un'escamotage che costò al procuratore la condanna a morte: venne trucidato nel 1976. "Appena fui libero - spiega davanti ai microfoni il magistrato - avvertii Francesco Coco che correva gravi rischi".

 

Sequestro Sossi, l'ultimo mistero

 

Genova - Sossi e il suo carceriere faccia a faccia trent' anni esatti dopo il sequestro che nell' aprile 1974 aprì la fase più dura del terrorismo con la stella a cinque punte e dimostrò la portata della sfida delle Br nei cosidetti "anni di piombo". Trent' anni dopo, quando le Br esistono ancora, dopo essere state sconfitte alla fine di quella fase storica, assistere a un incontro "impossibile" fino a poco tempo fa, sarà sicuramente un' emozione forte e non solo un tuffo all' indietro nella preistoria terroristica, oggi che il terrorismo ha una portata così devastante e globale. Franceschini Alberto oggi, cinquantaquattrenne, un uomo completamente libero, impegnato nel "sociale" come si dice, scontate le pene, recuperata la fedina penale, avrebbe già potuto incontrare il suo ostaggio di trent' anni fa Sossi Mario, magistrato di Cassazione. Dopo un' intervista di sei anni fa a "Repubblica" lui, il capo Br, un ex comunista di Reggio Emilia, si era dimostrato disponibile, ricordando quegli anni, a "fronteggiare" Sossi. Era stato il magistrato, allora sostituto procuratore generale a Genova, a dire no all´incontro che il nostro giornale voleva organizzare con Franceschini e con un altro personaggio genovese, che aveva avuto in quel sequestro un ruolo chiave, ministro dell´Interno dell´epoca, Paolo Emilio Taviani, responsabile di quella prima linea della fermezza che aveva impedito lo scambio di Sossi con i prigionieri politici della banda XXII Ottobre, anch´essi genovesi. "No, con Franceschini non mi voglio incontrare" - ci aveva risposto Sossi, ricordando le cause civili da lui intentate alla colonna terroristica per ottenere un risarcimento danni. E le sue parole per Franceschini, per il capo della colonna Curcio, fondatore storico delle Br e per gli altri carcerieri, erano state dure come se il tempo, gli avvenimenti non fossero neppure trascorsi nella misura dei lustri, come se non ci fosse stata una abissale distanza tra quei brigatisti della prima ora e il seguito sanguinoso del terrorismo con la stella a cinque punte. Quello che proprio a Genova aveva incominciato a uccidere, giustiziando il procuratore generale Francesco Coco, "colpevole" con Taviani di dire no al famoso scambio di prigionieri. Quando Coco fu ucciso con la sua scorta in salita Santa Brigida, l' 8 giugno del 1976, ore 13,30, Franceschini era già stato catturato dai carabinieri. La sua carriera clandestina era finita: lo aspettavano quasi venti anni di carcere. In questa storia, che oggi vive nella trasmissione " Partita a tre", di Gianni Minoli, su Rai 2, alle 22,30, un intenso Amarcord, Genova c' entra molto, non solo perché fu lo scenario del sequestro e perché i protagonisti erano in parte attori genovesi, il magistrato Sossi, vittima, il Pg Coco e il ministro Taviani. Genova fu il laboratorio di un' impresa di terrorismo con la quale la famosa "geometrica potenza" delle Br incominciò a dispiegarsi. Con quell' attacco al cuore dello Stato incominciò per la città un decennio che avrebbe messo a dura prova le sue forze e che estrasse dalle sue pieghe un' energia, oggi probabilmente scomparsa. Alludiamo a una tenuta istituzionale e democratica nella quale i geni politici genovesi, tra grandi fabbriche e porto, spesso la nicchia segreta e protettiva di quel mistero chiamato Br, un Pci granitico, ma con un inquietante album di famiglia, le tradizioni partigiane di Taviani, la spina dorsale cattolica e industriale, erano vivaci e reattivi. Avrebbero sopportato omicidi, esecuzioni, gambizzazioni fino al supremo sacrificio dell' operaio Italsider Guido Rossa, quei geni politici e avrebbero creato gli anticorpi che poi, in via Fracchia, produssero l´atto iniziale della sconfitta delle Br "storiche". Cosa potranno dirsi trent´anni dopo, Sossi e Franceschini? A noi di Repubblica il capo fondatore delle Br raccontò la storia "interna" di quella clamorosa operazione così abilmente descritta nel libro di Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi, "Mara, Renato e io", vero best seller dell´epopea brigatista. "Allora colpire Sossi voleva dire colpire un giudice della controrivoluzione, del progetto delle Destre di arrivare al golpe bianco - spiegò Franceschini. _ Prendevi lui e mettevi in crisi la magistratura, la polizia, il governo, i partiti." " Mi sentivo un po' un Robin Hood - ha raccontato l' ex carceriere, rievocando la sua giovane età di allora, 26 anni nei giorni del sequestro, i meticolosi preparativi, un anno a Genova a fare pedinamenti, ispezioni, ricostruzioni, lui e la sua donna di allora, la "mitica" Mara Cagol, poi uccisa dai carabinieri in un tragico conflitto a fuoco alla cascina Spiotta. A Franceschini brillavano pure gli occhi ricordando il suo amore per la compagna e quei mesi genovesi "giorni e giorni a consultare insieme la raccolta dei giornali genovesi, "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro", per ricostruire i processi dei quali il "dottor Manette", così veniva soprannominato Sossi, era stato protagonista". Chissà come rievocheranno insieme, davanti a Minoli, Sossi e Franceschini, gli agitati momenti del sequestro, quando per errore i brigatisti si spararono addosso tra di loro, con il giudice chiuso in un sacco. "Avremmo dovuto uccidere l' ostaggio e scappare" - aveva confessato Franceschini, ricostruendo quella sequenza drammatica. Come si parleranno i due? Con rispetto, con punte di ironia, di polemica? Sossi non ha sicuramente perdonato. Franceschini ha misurato per intero le conseguenze di quelle imprese "alla Robin Hood", poi diventate l' introduzione a crimini terribili. Il terzo protagonista di quei giorni difficili, il ministro Taviani è scomparso da oltre due anni. La sua testimonianza, soprattutto sulle circostanze del rilascio di Sossi, sarebbe stata utile. Nessuno ha mai ben spiegato come Sossi fu liberato, imbarcato su quel treno a Milano con il Ministero dell´Interno informato prima. Nessuno ha mai spiegato bene il ruolo di uno dei carcerieri non in confidenza con gli altri, che lo stesso Franceschini ha denunciato, confessando il sospetto postumo che poi anche quella impresa fosse stata in qualche modo etero diretta dai servizi segreti, da forze esterne al nucleo delle Br. Genova ha dimenticato tutto. La pagina che rileggeremo questa sera sembrerà un pezzo di storia anche se l' ombra delle Br è tornata in qualche modo ad aleggiare su un Paese così diverso da quell' Italia anni Settanta. Non per fortuna su una Genova che è ancora più distante dalla città che si fermò una sera di primavera, davanti allo choc del sequestro Sossi.

 

 

 

 

 

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