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Maria Fida Moro |
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A V V E N I N T I I T A L I A N I |
Maria
Fida Moro << Se papà per miracolo
tornasse vivo, lo ucciderebbero ancora e ancora e ancora>> Bellissimo ed appassionato racconto della figlia dello
statista democristiano a
Giovanni Fasanella e Antonella
Grippo. Sono Maria Fida, la primogenita di
Aldo Moro. La mattina del 16 marzo Avevo compiuto trentuno anni da
qualche mese, quando sequestrarono papà. Luca, mio
figlio, aveva solo due anni. La settimana prima di quel maledetto 16 marzo,
passai tutte le notti a piangere. Senza sapere un perché. Avevo il presentimento
che stesse accadendo qualcosa di catastrofico, di irreparabile. Se dovessi
descrivere con un ‘immagine il mio stato
d’animo…ecco, direi che ero sovrastata da una nube rosso sangue. Si una nube rosso sangue, questa è l’associazione che mi
viene spontanea. In realtà, in famiglia pensavamo che un evento terribile
fosse nell’ordine delle cose. Era come se ce lo
aspettassimo, soprattutto dopo il rapimento del figlio di Francesco De
Martino, Guido.. Erano tre i personaggi politici che, negli anni precedenti,
avevano contribuito a rimettere in gioco il Partito Comunista: il socialista
De Martino, il comunista Enrico Berlinguer e il
democristiano Aldo Moro. Berlinguer non era molto
tranquillo, e di recente si è scoperto che nel 1973 avevano tentato di
ammazzarlo in Bulgaria, simulando un incidente stradale. A De Martino, nell’aprile 1977, avevano sequestrato il
figlio per impedire al padre di essere eletto Presidente della Repubblica. E
papà, anche se non lo lasciava trasparire , era
molto preoccupato. Noi, in famiglia, lo eravamo più di lui. Forse fu per
esorcizzare quella sensazione di inquietudine, di catastrofe incombente, che
un giorno mi decisi
chiedergli se lui ipotizzava di poter essere rapito. Ricordo che mi rispose:
<< Nella vita non si può mai sapere>> Tradotto dal suo linguaggio
ermetico, voleva dire di si. Non ero preoccupata
solo per mio padre, ma più in generale, per il clima politico che si
respirava in quegli anni. Vivevo nell’incubo di una terza guerra mondiale,
che sembrava potesse scoppiare da un momento all’altro. Ma, ripeto, un po’
tutti, in famiglia, erano allarmati. Nel 1974, mia madre era riuscita a
strappare a papà la promessa che avrebbe lasciato la politica. Glielo aveva
chiesto più volte in modo pressante, erano arrivati perfino a litigare, cosa
che tra loro non succedeva mai. Alla fine mia madre era riuscita a spuntarla.
L’anno seguente, però,
nel settembre del 1975, era nato luca. E papà, di fronte alla
nursery, disse alla mamma che gli dispiaceva, ma non poteva mantenere la
promessa: << Per ricordare la catastrofe che pende sulla testa dei
bambini>>, disse proprio così. Continuò a far politica, perché credeva
davvero che un mondo migliore fosse possibile. Ricevevamo minacce continue. Non
solo mio padre, ma tutta la famiglia era esposta a
intimidazioni e pressioni. Ricordo il 3 agosto del 1974, altra data infausta
della storia italiana. Papà allora era ministro degli Esteri e avrebbe dovuto
raggiungervi in treno a Bellamente, sulle montagne del Trentino, dove di
solito trascorrevamo insieme le vacanze estive. Era già salito sulla sua
carrozza, alla stazione Termini, e il treno stava per partire, quando
all’ultimo momento arrivarono dei funzionari e lo fecero scendere perché
doveva tornare per firmare delle carte- A causa di quell’imprevisto,
perse il treno e fu costretto a raggiungerci in macchina. Un ritardo
provvidenziale, perché quel treno era
l’Italicus. Non ho alcuna
prova per dirlo con certezza, però ho avuto il sospetto che la bomba esplosa
poche ore dopo nella galleria di San Benedetto Val di Sambro
avesse come obiettivo proprio lui. Anche perché già
altre volte, un’infinità di altre volte, si era salvato per il rotto della
cuffia. Un giorno esplosero le gomme della sua auto, che andò fuori strada. A
bordo c’ero anche io, ma le conseguenze furono lievi Qualche tempo dopo
accadde di nuovo, e papà non si fece male a un ginocchio. Dissero che erano
ruote da neve usate per camminare u strada, per questo erano scoppiate. Ma è
proprio difficile crederlo. Qualche tempo dopo, papà soffriva di un malanno da diverse
settimane, e stava peggiorando sempre più. Poi un
giorno la mamma, che era infermiera della Croce rossa, scoprì che alcune
medicine con le quali papà veniva curato erano non
solo inefficaci, ma addirittura pericolose, tanto che forse lo stavano
avvelenando. Fece sospendere la cura e papà si riprese. Potrei citarvi davvero tanti altri
episodi strani, ma ci vorrebbe forse un libro intero….Vi basti pensare, per
capire quale era il clima negli anni che precedettero il sequestro, a un episodio del 12 dicembre
1969, altra data della nostra tragica storia
italiana. Dopo l’esplosione della bomba di piazza
Fontana, a Milano, quella sera stessa, Luciano Beca,
uno dei più stretti collaboratori di Berlinguer,
telefonò a mio padre, che era in visita ufficiale a Parigi, per invitarlo a
rientrare in Italia in treno, invece che in aereo. Era stato proprio Berlinguer , preoccupato per la
sua sorte, a dirgli di telefonare a papà, come lo stesso Barca ha rivelato in
tempi più recenti, nella audizione della Commissione parlamentare d’inchiesta
sulle stragi e sul terrorismo. Il segretario del Pci
era convinto che il treno fosse più sicuro dell’aereo. Piazza Fontana, piazza della Loggia, l’Italicus.
E dopo le stragi, il terrorismo brigatista. Ricordo mio padre dire alla mamma:<< Noretta, siamo in guerra>>. Dal 1974, dopo
la strage dell’Italicus ,
papà volle che avessimo una scorta anche noi figli. La sensazione era che si
fosse con tutti e due i piedi nel baratro, solo i talloni rimanevano sulla
terra ferma: sarebbe bastato un nulla per caderci dentro. Quella sensazione
la conoscevamo benissimo. Perché l’avevamo vissuta tante altre
volte, anche prima di quel 1974. Ad esempio, nel luglio 1960 durante i moti
di piazza contro il governo Tambroni appoggiato dal
Msi. E ancora nell’estate del 1964, all’epoca del <<piano
Solo>>, il tentativo di colpo di Stato attribuito al generale Giovanni
De Lorenzo. Ma quelle date erano soltanto dei picchi di tensione. In realtà,
la normalità della nostra famiglia era vivere costantemente nell’attesa di
precipitare nel burrone. Vivevano così i miei genitori, innanzitutto. E poi
noi figli, io in particolare che ero primogenita. Mi sentivo responsabile e
volevamo proteggerlo. Facevamo di tutto per non farlo uscire di casa. Ricordo
mia sorella Agnese, piccolissima, nascondeva la sua tessera
parlamentare sotto la cenere fredda del caminetto: aveva capito che, senza
quella, papà non sarebbe potuto partire in treno. E mio fratello Giovanni, anche lui piccolissimo spesso si
addormentava, sdraiato alla porta d’ingresso, per impedirgli di uscire.
Proprio Giovanni! Un giorno carpii spezzoni di una conversazione concitata
dei miei genitori, che si parlavano in francese. Quella era la lingua che
usavano, insieme al tedesco, quando volevano esser sicuri che noi non
capissimo. Io invece qualcosa afferrai, e ne rimasi sconvolta. Qualcuno aveva
minacciato papà di portare via Giovanni, il mio
fratellino adorato, e di rimandarlo indietro, tagliato a pezzi, in una
valigia. Quell’episodio ha sconvolto la mia
infanzia, la mia giovinezza e la mia età adulta. Avevamo piena coscienza che papà fosse in pericolo. Tutti quanti, da sempre. Ma c’era una
specie di tacito accordo con la mamma, per cui noi
non parlavamo mai di cose pericolose con papà. E a loro volta, papà e mamma
non parlavano mai davanti a noi dei pericoli incombenti. Ricordo che mamma
mandava noi bambine, me Anna, la secondogenita, ai convegni annuali della Dc, a San Pellegrino. Voleva che vigilassimo su papà,
perché si fidava di noi più di chiunque altro. Una delle due rimaneva in
sala, seduta in prima fila, a controllare che non accadesse nulla a papà mentre parlava; l’altra, nel frattempo, perquisiva la
sua stanza in cerca di eventuali esplosivi o altro. Saremmo state in grado di
riconoscerle, le bombe, perché mamma, reduce dalla guerra, ce
le aveva descritte. E l’ordine che avevamo era che, se avessimo trovato
qualcosa, avremmo dovuto subito avvertirla. Papà non ha mai saputo che noi abbiamo fatto questo per
anni, Una volta, non avevamo ancora finito di perquisire la sua stanza,
quando lui arrivò: ci inventammo un la essere, per
costringerlo ad andare in farmacia a comprare le medicine. Eravamo la sua
scorta, eravamo della sua vigilanza. Mamma mi insegnò anche a sparare. Si,
proprio nel luglio del 1960, durante la crisi del governo Tambroni:
ero talmente terrorizzata che mamma mi regalò un flobert,
un fucile ad aria compressa
e mi insegnò ad usarlo. Mi ero spaventata perché , una notte, Sereno Freato e
altri collaboratori di papà, mandati da lui a Torrita
Tiberina, dove trascorrevamo l’estate, per portarci via di lì. Ma la mamma in
quel momento non c’era. Ci dicevano di fare in fretta, la mamma non tornava,
e io non sapevo cosa fare. Intuivo un pericolo enorme e imminente. E quando
finalmente tornò mamma ci portarono a Roma, nella nostra casa di Salita di
Poggio San Lorenzo e dormimmo ognuno con un carabiniere davanti alla porta
della nostra camera. Il rischio doveva essere proprio serio. Perché mamma mi
diceva:<< Se senti dire che è successo
qualcosa di pericoloso o di strano, non ti spaventare, vieni diritta a
casa>>. Lei è persona molto serena e gioiosa, ma quando da degli
ordini, sono secchi e perentori. E quello non era un consiglio, ma proprio un
ordine. Dal suo tono capivo che era una situazione grave. Tanto che, come ho
già ricordato, dal 1974, papà impose a tutti noi una scorta. E fu forse
l’unica volta che ci ha imposto qualcosa. Certo non
è facile vivere con una scorta, ma diventa sopportabile se si diventa amici
di chi si occupa della tua sicurezza. Per sdrammatizzare, tra fratelli ci si
salutava dicendo: << Se ti rapiscono, citofona>> E infatti, la mattina del 16 marzo andò proprio così: seppi
del sequestro dal citofono. Che papà fosse un personaggio
scomodo era indubbio. In molti gli rimproveravano la sua politica di apertura
ai comunisti di Berlinguer, la sua lungimiranza.
Lui non si arroccava mai su posizioni conservatrici, guardava oltre. Nella
vita in casa invece, era timidissimo, riservato, discreto, ma anche molto
divertente. Il rapporto con me era fatto di sguardi, di sintonia d’intenti,
di parole non dette. Cercava solo di dissuadermi dalla carriera
giornalistica, perché conosceva bene la mia sensibilità e il cinismo di quel
mondo, come ho sperimentato poi sulla mia pelle, qualche anno più tardi. Non
aveva nessun senso pratico, risolvere dei banali problemi quotidiani, persino
aprire un pacchetto, con lui diventava un’esperienza surreale. Ci metteva a
volte delle ore, e capitava persino che si facesse male. Un vero tenerissimo
disastro. Una settimana prima del rapimento, papà era a letto con un
raffreddore fortissimo, e io passavo notti insonni, turbata da quella
sensazione di minaccia incombente. Speravo tanto che il raffreddore lo
costringesse a letto e che quindi non potesse uscire. Abitavamo nella
palazzina di fronte ai miei genitori. Io stavo talmente male, tra l’altro ero
provata anche fisicamente a causa di una dolorosissima ernia al disco, che
Luca, mio figlio, quella notte era rimasto a dormire dai nonni. La mattina
del 16 marzo, volevo alzarmi dal letto a tutti i costi, ma non ci riuscivo
per il dolore alla gamba, e mi feci aiutare da mio marito, che mi alzò di
peso. Ero terrorizzata dall’idea che papà portare Luca con sé, come faceva
spesso. Non so perché proprio quel giorno avevo l’imperativo categorico che
non lo dovesse fare. Arrivai appena in tempo a
fermarlo. Vidi mia madre uscire rapidamente per andare, come ogni giovedì, a
insegnare catechismo in parrocchia. Mio padre era già sulla porta
d’ascensore, con Luca in braccio. Purtroppo, quasi sgarbata:<<
Luca oggi deve stare con me!>>. Lui provò timidamente a resistere,
visto che io non potevo nemmeno camminare. Ma fui irremovibile. Lui si
rassegnò, e lessi nei suoi occhi che aveva capito i miei timori. Entrò
nell’ascensore, lo guardai con la consapevolezza che non l’avrei più rivisto.
L’ultimo ricordo che
ho di lui vivo, è il suo sorriso mesto, e il cigolio dell’ascensore che se lo
portava via. Rimasi sola in casa con Luca. Il
tempo era incerto, piovigginava e tirava molto vento. Avrei voluto portare
mio figlio a Capannelle, alla scuola centrale
antincendio dei vigili del fuoco, per assistere alla prova generale del
saggio ginnico-sportivo, e aspettavo una telefonata
di conferma. Il telefono squillò. Risposi. Ma non erano i vigili del fuoco.
Sentivo, dall’altro capo del filo, una perdona piangere, farfugliare parole
incomprensibili, non capivo nulla. Era la signora Ricci,
la moglie di Domenico, il carabiniere autista di mio padre che era in
servizio quel giorno. Non accesi la televisione, né la radio per non
spaventare Luca. Telefonai al ministero dell’Interno per sapere cosa fosse successo. Mi dissero che era accaduto qualcosa, ma non
sapevano cosa. Quella risposta mi fece immediatamente pensare che lo
sapessero e che non me lo volevano dire. Una conferma, insomma , dei miei peggiori timori. Erano circa le 9.15 del
mattino. Suonò il citofono,il poliziotto di servizio
alla vigilanza che c’era un passante che desiderava parlare con me. Era
assolutamente anomalo che dalla vigilanza ci chiedessero se volevamo parlare
al citofono con degli sconosciuti. Ma se il poliziotto lo aveva fatto, significava
che aveva un motivo serio. Perciò risposi subito di si.
Un signore, non so chi fosse, mi disse: <<
hanno trucidato tutta la scorta e hanno portato via suo padre>>. Tutto
quello che avevo paventato da sempre, era successo. Percepivo chiaramente che
la situazione era perfino peggiore di quanto avessi
mai temuto: un padre rapito è molto più spaventoso di un padre ucciso,è
un’agonia rimandata. Mia madre fu tra le prime persone ad arrivare in via Fani. Era in parrocchia quando qualcuno chiamò
un sacerdote per portare l’estrema unzione ai caduti della scorta. Ed era
andata anche lei. Resasi
conto che non c’era più modo di aiutarli, si era inginocchiata
per terra, tra il sangue e i bossoli, a pregare. In quel momento, io ero a
casa, sola con Luca. Quando mamma rientrò, riuscì a mostrarsi
straordinariamente serena, straordinariamente coraggiosa, com’era il suo
solito, e perfino rassegnata. Mi disse, e mi colpi che, rivolgendosi solo a
me, usasse il plurale, come se parlasse a tutta la famiglia: << Mi
dispiace, ragazzi, è colpa mia. Non dovevo permettergli di fare
politica>>. Io le risposi: << Non è colpa tua, si vede che doveva
comunque accadere>> C’era del fatalismo in quella mia risposta. D’altra
parte, avendo fino a quel momento sempre vissuto nell’attesa della caduta nel
baratro, non poteva esserci reazione diversa. Cercai di rintracciare il resto
della famiglia. E intanto, la casa cominciava a riempirsi di amici e parenti,
in evidente stato di choc. Chi piangeva, chi si sentiva male, chi sveniva.
Toccò a noi
soccorrerli e consolarli , farli sedere, dargli i fazzoletti per asciugarsi
le lacrime, il caffè, gli ansiolitici e le gocce per la pressione…Capivo
benissimo il loro stato d’animo, anche perché noi eravamo in qualche misura
preparati, loro no. Tuttavia, mi sembrava troppo e
me ne andai con Luca. Non sapevo, in quel momento, quanto il comportamento
delle persone che erano venute a farci visita fosse
emblematico dell’atteggiamento dello Stato nei nostri confronti da quel
giorno in avanti: la pretesa assurda e arrogante di escluderci persino dal
dolore, non solo dal diritto di parola sulle vicende legate al caso Moro. Le vittime devono entrare nella
tomba insieme al loro congiunto e non apparire mai
più, come le vedove indiane sulla pira funebre. Non devono piangere, né tantomeno parlare E’ l’ingiustizia esponenziale, il
massimo dell’orrore. Sin dal primo dei cinquantacinque
giorni, avevo come la sensazione che la mamma fosse
consigliata da personaggi non sempre e non tutti in buona fede. Era
solo la mia sensazione , naturalmente. Alcune
persone davano l’impressione di essere state…come dire?...non
saprei…ecco …si <<infiltrate>>. Proprio questa forse è la parola
giusta:<< infiltrate>> in casa Moro con
lo scopo preciso di dividere la famiglia, e di conseguenza impedire tutta una
serie di iniziative volte alla salvezza di papà. La famiglia Moro unita era invincibile, per questo, la
prima cosa da fare era dividerla. Ne sono sempre stata convinta..
Però per favore, su questo specifico punto non fatemi altre domande,
non voglio dire di più. Aggiungo solo questo. Il giorno dei funerali della
scorta, per esempio, mi fu impedito di partecipare. Alcuni miei familiari
decisero per me che io non dovessi esserci e mi
lasciarono a casa. Io ci andai ugualmente, ma non essendo con altri, quelli
del servizio d’ordine non mi riconobbero e non mi fecero entrare nella
chiesa. Rimasi dunque fuori con la folla. Poi vidi passare un anziano
poliziotto che a suo tempo era stato scorta di papà, e lui mi fece entrare. Mi
chiedo ancora oggi perché diavolo non avessi il
diritto di partecipare ai funerali di persone che erano care a me quanto agli
altri membri della famiglia. Questa è la mia verità. Dicano quello che
vogliono, ma questa resta la verità: il compimento dell’orrore del caso Moro
non è stato il 16 marzo ma il giorno dei funerali della scorta, perché quel
giorno sono rimasta davvero orfana e senza famiglia. Se lo Stato o chi per esso voleva avere carta bianca nella mia famiglia, doveva
togliere me di mezzo. Perché io sono battagliera, coraggiosa, determinante,
incurante dei giudizi altrui e del pericolo. E soprattutto fedele, come il
mio nome, quindi avrei fatto tutto il possibile per impedire che papà venisse ucciso. Sarei andata tutti i giorni in televisione, mi sarei
incatenata al cavallo di viale Mazzini per avere udienza in Rai e dire la
nostra opinione pubblica. Avrei fatto entrare in casa un giornalista perché
assistesse dalla prima linea agli sviluppi della vicenda Moro, e poi lo
raccontasse. Avrei organizzato dei sit-in di
giovani davanti al Parlamento e alla sede del governo. Avrei promosso
fiaccolate, corte manifestazioni….Qualsiasi cosa. Ma non il silenzio. Perfino mio padre, che non amava la
televisione, in una lettera a mia madre le aveva chiesto espressamente di non
dare retta a nessuno e di andare in tv per fare un appello. Dalla
<<prigione del popolo>>, aveva capito – e io con lui – che
l’unica speranza di salvezza era coinvolgere l’opinione pubblica. Dopo i
funerali della scorta, me ne tornai a casa. E dal quel momento rimasi in
disparte, per aderire a un espresso e pressante desiderio di mia madre di non
aprire fronti esterni alla famiglia.. Oggi, a
distanza di tanti anni sono sempre più convinta che la gestione <<
silenziosa >> dei cinquantacinque giorni fosse sbagliatissima. In quel periodo, oltre alla tragedia di mio padre nella mani dei sequestratori, dovevo fare i conti anche
con altre emergenze. L’ernia del disco. La difficoltà oggettiva di tenere un
bambino piccolo abituato a uscire imprigionato in casa, con le serrande
abbassate, tipo coprifuoco, per paura che ci sparassero. E soprattutto un
senso di impotenza portata allo spasimo. Stare a guardare le cose sbagliate
fatte dagli altri e non poterne fare neppure una giusta, può darti, infatti, una
devastante sensazione di impotenza. Comunque, ogni volta che ci penso, pur
rimanendo della mia opinione, mi sforzo di capire anche le ragioni di mia
madre. E giungo alla conclusione che probabilmente lei avesse
scelto il male minore, che non potesse fare altrimenti. Arrivo persino
a convincermi che, al suo posto, nei suoi panni di madre, forse anch’io avrei agito così. In ogni caso, la morte di papà non
ha purtroppo segnato la fine di un incubo, ma l’inizio dell’incubo per
eccellenza. Tutte le certezze erano andate perdute, la mia famiglia non c’era
più. E io a trentun anni, quanti ne avevo il 9 maggio Dalla morte di mio padre in poi, io
ho vissuto in una trincea virtuale. Perché non volevo lasciarlo solo. Era
iniziata immediatamente una campagna di stampa per denigrare,anche dopo morto, la figura di Aldo Moro. Io non volevo permettere
che venisse abbandonato e la sua memoria negata, che
lui continuasse a essere ucciso di giorno in giorno. Ma così facendo, ho
preso tutte le bombe, tutto il livore, tutto lo schifo che era la risposta di
quanti si sentivano attaccati dal disprezzo della mia famiglia e dalla
verità. Durante il sequestro, tutti avevano fatto di tutto, io avrei voluto
fare solo poche cose utili e non potei farle, e dopo mi ritrovai da sola a
subire le conseguenze di azioni non mie e che non condividevo. La conseguenza
più immediata? Sono stati ventisei tumori….mi mancano sei organi.. Già, è così. E’ stupefacente che io sia ancora viva.
L’altra è che mi hanno messa nella condizione di non vita. Io sono esule nel
mio paese, per non dire apolide. Hanno creato di me un immagine
che non corrisponde assolutamente al vero: quella di una persona volubile,
vulnerabile e anche un po’ tocca, nella migliore delle ipotesi non razionale,
nella peggiore inaffidabile. Ed è paradossale, perché proprio la mia
affidabilità mi ha permesso di restare a fronteggiare da sola, per quasi trent’anni, il tentativo del potere di uccidere perfino
l’idea che sia esistito un Aldo Moro. Da sola e con un fardello di inesprimibile sofferenza. La
subdola versione ufficiale della mia presunta non sanità mentale. La mancanza
di lavoro – si, perché ho perso anche il lavoro – e quindi la mancanza di
denaro. E poi, il dolore insopportabile dell’ingiustizia conclamata e
quotidiana nei confronti di papà e della verità. E ancora, la perdita
migliore delle famiglie possibili. Ma su tutto, l’insopportabile dolore, per
me , di mio figlio Luca. Un giornalista, una volta,
ha scritto parole straordinariamente giuste: mio padre, di fronte alla morte,
ha messo per la prima ed unica volta davanti allo Stato la famiglia; e
davanti alla famiglia, Luca. Il dolore di Luca è inenarrabile. Ed è atroce
per me non poterlo sanare in alcun modo. La stessa impotenza vissuta nei
giorni del sequestro. Questa è stata la mia esistenza dopo la morte di mio
padre. E come se non bastasse, non voglio dimenticare – anche se non gli do nessun peso e nessuna
valenza – le intimidazioni e le minacce che costellano in varia misura la
vita di alcuni, più che di altri membri della famiglia Moro. Minacce e
intimidazioni iniziate da quando io ho memoria e proseguite anche dopo il 9
maggio del ’78, e a tutt’oggi, come se Aldo Moro
dovesse essere ucciso una seconda volta. Sono convinta che se papà per
miracolo dovesse tornare vivo, sarebbe ucciso ancora
e ancora. Il suo progetto politico dava talmente tanto fastidio da risultare
pericoloso perfino in assenza di colui che lo aveva pensato. Secondo me, i sentimenti di colpa inconfessabili e la
relativa rimozione di responsabilità da parte del potere si riverberano sulla
nostra vita, la mia in particolare, chiudendo ancora una
volta porte e finestre e impedendoci di vivere allo stesso livello di
un clandestino. A mio avviso la verità non può essere e non è solo quella
conclamata dalle trombe prezzolate del solito potere. I delitti politici
avvenuti nel nostro Paese dal dopoguerra in poi andrebbero riesaminati come
vere e proprie esecuzioni di persone da far tacere per sempre. Io avrei fatto
di tutto per salvare papà. Ma oggi sono sempre più convinta che anche
l’impossibile non sarebbe bastato. Ripensando a quei
55 giorni, ripercorrendo ogni fotogramma di quella vicenda, mi rendo sempre
più conto di quanto fossero potenti quelli che
volevano Moro morto. La mia opinione è che dietro il sequestro ci fosse un potere, una volontà troppo più forte di ogni
tentativo che si potesse mettere in atto per salvarlo. L’Onu, E’ doloroso pensare che Aldo Moro non
abbia avuto dei veri amici. Di questo titolo, infatti, si potrebbero fregiare
meno di cinque persone. Altrimenti non sarebbe stato abbandonato e tradito da
tutti. Persino da molti suoi ex allievi, ai quali papà aveva dedicato
tantissimo tempo togliendolo a noi: lo hanno tradito anche dopo non difendendone
la memoria. Mi dà inaudito dolore. Come mi perseguita l’eterno confronto tra il prima e il dopo. Ogni cosa mi ricorda papà e mi da
dolore. Una sofferenza a cui si aggiunge infine
quella esponenziale e profondamente gratuita che scaturisce da un’ingiustizia:
perché non solo noi non abbiamo voce, ma altri, personaggi che non sanno
nulla sulla vicenda Moro o denigratori della figura di mio padre o ex
brigatisti, invece si, parlano come oracoli in televisione e sui giornali. E
forniscono delle versioni che, guarda caso, arrivano tutte sulla stessa
conclusione: non c’è più niente da sapere, dietro il sequestro Moro non c’era
nessuna entità. E’ un’ingiustizia troppo grande, per essere sopportata. Il
9 maggio del 2006 ho scritto al Presidente della Repubblica Giorgio
Napoletano e ai presidenti delle due Camere, Fausto Bertinotti
e Franco Marini. Chiedevo, anche a nome degli altri
firmatari della lettera, che i familiari delle vittime venissero almeno
equiparati agli assassini nella possibilità di dar voce ai propri sentimenti
e nel ricordo dei propri cari. Risultato? Napoletano ha immediatamente
risposto e mi ha assicurato di aver trasmesso la mia richiesta alla
Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Bertinotti mi ha ricevuto con cortesia e celerità. Marini
invece, non ha risposto. Almeno fino a questo momento. Sarà perché è un ex
democristiano? In effetti, quell’area sembra
non aver ancora metabolizzato la vicenda Moro. D’altro canto, finchè il Paese non si sarà fatto carico di questo
fardello, non potrà riprendere il suo cammino. Tutti rimarranno inchiodati
sul posto fino a quando ognuno non si sarà assunto
sulle proprie spalle il peso della sua parte di responsabilità. Ma non sarà
così per sempre. Anche se il potere continua a creare terra
bruciata interno a noi e a fabbricare versioni di comodo, non c’è
niente da fare: prima o poi, tutti, anche i mandanti, si dovranno confrontare
con la verità. Questa è una legge cosmica. |
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